attualità

“L’egoismo del colosso tedesco”, di Andrea Bonanni

Il primo della classe finisce dietro la lavagna per eccesso di egoismo. In Europa può succedere anche questo. La Germania è stata messa sotto «inchiesta approfondita» da parte della Commissione europea per aver accumulato in modo continuativo un eccesso di surplus nella bilancia commerciale senza aver adeguatamente sviluppato la domanda interna. In altre parole: esporta troppo e soprattutto importa troppo poco dagli altri partner dell’Unione europea. CHE subiscono la sua concorrenza sui mercati esteri senza beneficiare per le proprie esportazioni di una corrispondente crescita del mercato tedesco. «Non possiamo essere messi sotto accusa per aver avuto successo», si lamenta il governo di Berlino che si sente oltraggiato. Ma in realtà non è la straordinaria performance dell’economia tedesca a finire sotto esame, quanto piuttosto l’egoismo della Germania che, comprimendo i consumi, non si presta, come potrebbe e dovrebbe, a fare da motore per le altre economie europee meno efficienti e meno competitive.
Il terzo rapporto della Commissione di Bruxelles sugli squilibri macroeconomici ha compiuto così un salto di qualità sottile ma importante. Se fino ad ora la governance economica europea si reggeva sull’applicazione un po’ meccanica di parametri solo apparentemente asettici, ora si entra nel merito di valori, come la solidarietà, che attengono alla politica più che all’economia. I successi dell’export tedesco, scrive la Commissione, «spingono l’euro a rivalutarsi e rendono così più difficile per i Paesi periferici recuperare competitività». Come già negli anni passati, la richiesta che da Bruxelles arriva a Berlino è quella di stimolare la domanda interna. Fino ad oggi era stata disattesa dalla coalizione di centro-destra. Ma ora l’apertura dell’inchiesta influirà pesantemente sui negoziati in corso per definire il programma di governo tra i conservatori di Angela Merkel e i socialdemocratici che chiedono un allargamento dei cordoni della spesa.
Le pagelle di Bruxelles sono una doccia fredda un po’ per tutti. Ben sedici governi finiscono sotto inchiesta perché sospettati di aver consentito la creazione di squilibri economici o, peggio ancora, di non aver fatto abbastanza per porre rimedio alle distorsioni già esistenti e già denunciate dalla Commissione. Tra questi, manco a dirlo, c’è anche l’Italia sulle cui fragilità la Commissione presenta un dossier severo e inquietante. E anche in questo caso l’analisi del caso italiano trascende in modo quasi impercettibile dall’economia alla politica.
Il principale fattore di distorsione per l’Italia è, come ovvio, l’enorme debito pubblico che pesa come un macigno su tutti gli aspetti dell’attività
economica. Ma l’attenzione di Bruxelles si concentra piuttosto su altri tre elementi che suscitano preoccupazione: la continua perdita di competitività del Paese, la lentezza e la «frammentarietà» con cui vengono messe in opera la riforme da troppo tempo annunciate, e infine i rischi di instabilità politica, che sono immediatamente raccolti e ingigantiti dai mercati. Paradossalmente, siamo sotto processo per colpe assolutamente opposte e simmetriche a quelle tedesche.
La perdita di quote di mercato «resta al di sopra dei parametri » e l’export italiano non è all’altezza di quello delle altre economie avanzate. Ma soprattutto «la desolante produttività continua a mantenere alto il costo unitario del lavoro nominale che è cresciuto più che nella media dei partner commerciali».
Questa immagine di un Paese in perdita di velocità è resa ancora più fosca dal lungo elenco di ritardi e inadeguatezze nelle misure annunciate. La messa in opera della riforma del mercato del lavoro «è in ritardo» e «la sua attuazione è lenta, soprattutto per quanto riguarda la modernizzazione dei servizi pubblici per il collocamento». La Giustizia non funziona ed «è necessario dare un seguito legislativo alle iniziative sull’efficienza giudiziaria e il miglioramento della gestione dei fondi Ue». La ristruttura del sistema bancario, pur iniziata, non va abbastanza in là e « pochi miglioramenti sono stati apportati alla ‘governance’ societaria delle banche». Quanto alla riforma del sistema fiscale «resta frammentaria » e il balletto delle tasse sulla casa deve essere risolto «in modo coerente».
In realtà, quello della Commissione è un pesante atto di accusa alla politica italiana che, pur avendo individuato le cose da cambiare, non riesce poi a mettere in pratica «in modo energico» le riforme annunciate e necessarie. Ed è proprio l’intrinseca fragilità del sistema politico italiano a destare la maggiore preoccupazione a Bruxelles. Lo ha detto apertamente il presidente della Commissione, Barroso, spiegando che «alcuni rischi che esistono in Italia sono di natura politica. Penso che sia importante evitare che qualunque instabilità politica metta a repentaglio le riforme ». Parole pronunciate proprio mentre, nel Parlamento italiano, è in corso l’arrembaggio alla legge di stabilità presentata dal governo.

La Repubblica 14.11.13