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"Dai giudici un messaggio alla Casta", di Cesare Martinetti

Mentre la politica non riesce a riformarsi e tagliare finalmente quei costi che hanno portato agli scandali Fiorito e alla scoperta di insopportabili sprechi, i giudici di Milano sparano una cannonata: dieci anni di galera a un faccendiere amico di Roberto Formigoni, il doppio di quanto aveva chiesto l’accusa. Sentenza esemplare, s’è detto subito; sentenza «inusitata», secondo l’avvocato difensore del condannato, Pierangelo Daccò, perché tanta severità non s’era mai vista. Sentenza «ambientale», ci viene da dire, rispolverando quell’aggettivo che andava in uso negli anni di tangentopoli, quando fu l’allora pm Di Pietro a coniare la locuzione «dazione ambientale» per denunciare come il clima dell’«ambiente» era allora tale che non ci si poteva sottrarre al pagamento (dazione) di tangenti in qualsivoglia rapporto con la politica.
Teatro della vicenda è l’ospedale San Raffaele, la creatura di don Verzè, luogo simbolico di eccellenza sanitaria e della ricerca scientifica privata; ma anche terreno obbligato di scambio tra politica, affari e mondo cattolico lombardo.
Il milieu d’elezione dell’amministrazione regionale guidata dall’indagato Roberto Formigoni, un tempo detto il «Celeste». Daccò è a sua volta il faccendiere per eccellenza, il facilitatore dei rapporti tra pubblico e privato, il trafficone super introdotto negli uffici del Pirellone, l’uomo che pagava viaggi e vacanze su lussuosi yacht nel Mediterraneo e nei Caraibi (per un totale di favori il cui valore è stato conteggiato in 8 milioni) al governatore uscito dalla scuola molto pia ma anche molto pragmatica di don Giussani.
Ora questa sentenza ci pare «ambientale» perché è come se i giudici l’avessero scritta respirando l’aria di indignazione e di rivolta che sta investendo la classe politica con gli annessi di affari e affaristi, prebende e impunità. Una condanna a dieci anni per concorso esterno a una bancarotta non s’era mai vista, è possibile che venga anche riformata in appello. Ma intanto il segnale è partito, proprio nel giorno in cui i sindacati rivelano che in quel grande ospedale 450 posti di lavoro sono a rischio. Non c’è rapporto tra i due fatti, è ovvio, ma è come se la sentenza arrivasse insieme a denunciare gli effetti dello spreco criminale di denaro e a sanzionare il disastro sociale che ne può derivare.
Che la giustizia diventi giustizialismo è un rischio ben presente a Milano, dove sembra di respirare di nuovo qualche refolo del 1992, ma è a sua volta un prodotto non secondario di questo abisso nel quale ci ha portato una politica arrotolata sulla conservazione di se stessa, in un crescendo di rivelazioni dove i privilegi si sommano alle astuzie e naturalmente alle ingiustizie. Sempre ieri, la Cassazione, ribaltando una sentenza di condanna, ha assolto due giornalisti del Giornale che avevano denunciato la deroga che il sindaco di Roma Rutelli si era concesso per una tomba al Verano. Nelle motivazioni della nuova sentenza, i supremi giudici scrivono: «In un momento in cui l’opinione pubblica è particolarmente attenta a privilegi veri e presunti della classe politica…» ai media deve essere assicurato «un diritto di cronaca molto ampio». Rutelli non avrà il risarcimento che gli era stato riconosciuto: l’ironia dei giornalisti («il sindaco s’è fatto un mausoleo al Verano…») secondo i supremi giudici è giustificata dai privilegi che i politici sanno garantire a se stessi. Discutibile, ma pure questa è una sentenza «ambientale».
La scoperta dell’esistenza di Franco Fiorito e della sua vita che sembra un fotoromanzo, ci ha dato un volto e un corpo in cui specchiare simbolicamente astuzie e soprusi di una classe politica che certamente non è tutta come il Batman di Anagni, ma è ugualmente colpevole per non aver saputo rapidamente riformare se stessa tagliando in modo non simbolico quei privilegi che ne hanno fatto una casta oggi indifendibile.
Il Consiglio dei ministri presieduto dal professor Monti discuterà oggi i «tagli»: meno consiglieri, meno indennità. Già si sa che saranno «mini» tagli. L’importante è che siano «tagli», perché da qualche parte si deve cominciare. Incapaci di riformare se stessi, è bene che i politici siano riformati dai «tecnici» che non appena saliti al governo non hanno avuto esitazioni (appena qualche lacrima della professoressa Fornero) a intervenire sulle pensioni degli italiani. Sarebbe davvero paradossale che si fermassero davanti agli indecenti vitalizi che Franco Fiorito e i suoi colleghi si sono dati di nascosto dai loro elettori e di tutti gli italiani.
La Stampa 04.10.12
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“Quel giro di affari con il Pirellone”, di PIERO COLAPRICO
DI LUI, all’inizio dello scandalo, il presidente Formigoni diceva: «Mi pare faccia il consulente nel settore della Sanità». Poi emersero cinque lussuosi capodanni insieme. Yacht con equipaggio messi a disposizione. Cene senza limiti, eventi, feste. Da ieri sull’ex semisconosciuto Pierangelo Daccò sono piovuti 10 anni di carcere. CINQUANTASEI anni, residenza in Svizzera ma dalla metà del novembre 2011 detenuto a Opera, assiduo della Regione, del “capo casa” di Formigoni Alberto Perego, dello stesso presidente che ha beneficiato per vari milioni di euro, Daccò è stato dunque condannato per concorso esterno in bancarotta. Quella dell’ospedale San Raffaele. Una condanna pesantissima. Ma occorre dire subito che gli indizi contro Daccò, nell’altra indagine, quella sulla Fondazione Maugeri, in attesa di rinvio a giudizio, sono ancor più copiosi e pesanti: «Noi possiamo fare anche a meno delle sue confessioni, parli o no per le indagini cambia poco», è la frase che trapela al quarto piano del palazzo di giustizia milanese, dove i detective sono certi di aver aperto nel «sistema Daccò» vaste e perenni crepe.
Un retroscena è basilare. Il suicidio del numero due del San Raffaele, il brillante Mario Cal, aveva sconvolto il bergamasco Danilo Donati, il security manager dell’ospedale. Donati è stato poi arrestato. Ma aveva incontrato a lungo i magistrati del pool milanese come testimone. Il primo interrogatorio, cominciato alle 9.30 del mattino, era finito alle 3 di notte. E altri ne aveva resi. Donati, occupandosi di sicurezza, e quindi anche di proteggere gli incontri, sapeva molto dei contanti che Daccò riceveva da Mario Cal (in cambio delle sue raccomandazioni dentro la Regione per i rimborsi).
È una miniera d’informazioni, è lui a svelare che un costruttore, abituale fornitore del San Raffaele, proprio in quel periodo, aveva dovuto vendere la sua casa di riposo, della Fondazione Ombretta, intestata alla figlia morta, alla Fondazione Maugeri. Come intermediario immobiliare chi c’era? Il socio di Daccò, Antonio Simone, ciellino, ex assessore alla sanità ai tempi di Tangentopoli, uscito malvolentieri dalla politica attiva per gestirla da sullo sfondo. Solo per quella vendita, Simone incassa una commissione di 5 milioni di euro, finiti all’estero. Ecco profilarsi il «sistema Daccò».
Uguale per il san Raffaele e per la Maugeri. I pubblici ministeri seguono passo passo le tracce dei soldi pubblici che la Regione versa alla Fondazione Maugeri, eccoli che vengono «ritagliati» da Daccò, il quale intasca percentuali elevatissime. Prima del 25 per cento sui rimborsi regionali, poi del 12,5, e gira ogni volta la quota che spetta al socio Simone. La Regione ha assicurato di non avere nulla a che fare con questi maneggi, ma il primario pneumologo che coordina tutti i direttori sanitari della Fondazione Maugeri, il dottor Antonio Spanevello, sottoscrive cinque mesi fa un verbale che smentisce ogni versione minimalista: «Un giorno — ricorda il primario — mi sono incontrato casualmente con Passerino (il direttore generale, ndr), quando il presidente Formigoni era stato appena rieletto alle ultime elezioni regionali. Passerino mi disse di incominciare a pensare a dei progetti innovativi da presentare alla Regione al fine di ottenere nuovi finanziamenti. Egli mi fece chiaramente intendere che il “momento era propizio”».
Vengono quindi inventati tre progetti «in ambito riabilitativo (malattie rare, dolore cronico e trapianto)» e si apre una corsia speciale. Spanevello incontra infatti a Roma il direttore generale del ministero della Sanità Massimo Casciello, che gli dà i suggerimenti giusti per aggirare ogni barriera: «… Ho di sicuro riscontrato nei miei incontri in Regione Lombardia che sia Lucchina (Carlo, direttore generale sanità regionale), che Alessandra Massei (funzionario regionale, legata a Daccò, ndr), avevano già ricevuto i progetti essendone a conoscenza (…) Ricordo che Passerino mi chiamò nel suo ufficio e mi fece
vedere una bozza di lettera (…) Mi si chiede se sia corretto… «.
Corretto? «Effettivamente — ammette Spanevello — la procedura è stata anomala, anzi devo dire che è illegale (…) Ne parlai più volte al presidente Umberto Maugeri, evidenziando le stranezze della procedura adottata (…) Gli ho detto “per favore queste cose fatele fare a Passerino”».
I magistrati, nell’invito a comparire a Formigoni, puntavano il dito sul «sistematico asservimento della discrezionalità ammini-strativa » della Regione ai bisogni dei faccendieri. Come negarlo? A che titolo Daccò ha munto 80 milioni di denaro pubblico? È sparito in conti esteri, in parte prelevato in contanti: da dare a chi? È la domanda per ora senza risposta.
La Repubblica 04.10.12

"Il satyricon romanesco e l'egemonia di re lanterna", di Franco Cordero

Il Satyricon romanesco offre materia clinica d’alto interesse. Ognuno vede quanto abbia inciso nel costume Re Lanterna: in gusto e sentimento morale i baccanali rutuli fanno pendant alle serate d’Arcore; il genere delle persone presuppone criteri selettivi comuni; vale l’identica massima, che «legalità» sia parola risibile e «politica» significhi affari grassi. Ridotta all’osso, ecco la dottrina berlusconiana: le norme esistono affinché i furbi le eludano, con vantaggi determinanti nella corsa al profitto. Sotto quest’insegna, corrompendo a man salva, s’è fondato l’impero un bagalùn del lüster che altrove batterebbe le fiere, e chiama animali umani molto reperibili. L’Italia controriformista fioriva d’atonia morale, conformismo bigotto, furberie parassitarie: spenta presto l’illusione d’una metamorfosi postfascista, regna fino a sfinirsi una balena democristiana compatibile con la chiesa comunista: l’intuito banditesco craxiano s’incunea tra le due, sviluppando tecnologie del malaffare sotto le quali sopravviene il collasso. Qui salta sulla scena l’antipolitico erede del sistema. Riconosciamogli i talenti: abilissimo nel cogliere e usare i peggiori lati umani, è l’unico demiurgo nella storia d’Italia; nemmeno Mussolini, forte d’un culto ventennale, aveva un tale comando delle viscere collettive; e dissemina innumerevoli cloni, con minori abilità individuali. Tre volte presidente del Consiglio, miete due voti plebiscitari; e nonostante gravi bestialità (nella sua costellazione manca l’intelletto), sarebbe ancora in sella, puntando a una signoria caraibica, se le borse non l’avessero defenestrato in piena crisi economica planetaria: dove vigano serie regole del gioco, vale il due di coppe, formidabile invece nel sopraffare i concorrenti comprando chi le detta e applica. Da qualche tempo appare assonnato e logoro ma non consideriamolo quantité négligeable: è ancora padrone delle Camere; i soldi gli escono dalle orecchie; dispone d’una strepitosa macchina mediatica e sappiamo come l’adoperi. Grazie all’abominevole meccanismo elettorale (se l’era allestito nella previsione d’una sconfitta), ha molte chances d’essere consorte della futura maggioranza, restando l’uomo che era: basta vedere con che strenuo impegno difenda i malaffaristi, campione della privacy delittuosa, nella qual veste combatte le intercettazioni; è irremovibile il suo veto a misure effettive contro un vampiro che succhia sessanta o settanta miliardi l’anno, quantificati dalla Corte dei conti. Tiene un esercito sotto mano: corruttori, corrotti, evasori fiscali, avventurieri in cerca d’ingaggio, e gli bevono in mano masse decerebrate dai piccoli schermi.
Dispiace dirlo ma in termini «culturali» (nel senso opposto al letterale) l’egemone è ancora lui. Sinistra e centro non l’hanno mai affrontato sulle questioni capitali: padroni delle Camere 1996-2001, gli garantiscono «le aziende», ossia future vittorie elettorali; e l’accreditano autorevole interlocutore nella rifondazione dello Stato, al tavolo d’una nefasta Bicamerale, finché lui lo rovescia, avendo lucrato ogni possibile profitto. Era politica stupidamente furbesca. Nei cinque anni seguenti governa e legifera pro domo sua, consolidando il conflitto d’interessi con una legge da farsa: sebbene fosse molto vulnerabile, la polemica sta nei limiti d’una sussiegosa bienséance; mai che, chiamando le cose col loro nome, notino gli aspetti assurdi d’una gestione del potere quale non s’era vista nemmeno nel ventennio nero; anzi, vigono curiosi interdetti. Ad esempio, suona infandum, da non dire, qualunque riferimento agli avvenimenti tedeschi 1932-34, come se non esistessero analogie tra figure diverse: Hitler era un ideologo psicotico-lucido (non nascondeva niente nel
Mein Kampfed è gravissima colpa dei politicanti occidentali avere chiuso gli occhi); Silvio Berlusconi, pirata barzellettiere, fornisce oppio televisivo, avendo mani in pasta nei più vari affari; le sue SS sono parassiti ingordi in camicia, cravatta, cure cosmetiche. Ma esistono lati comuni: nessuno dei due ha il minimo rispetto del pubblico; l’adoperano, corpus vile; e sia lodato il Cielo se nei trucchi d’incantatore Emilio Fede o Augusto Minzolini valgono meno del dr Joseph Goebbels, philosophiae doctor. È o no affinità politicamente rilevante? Non obiettavano nemmeno vedendogli acquisire sostegno ecclesiastico mediante inauditi favori, lui promotore d’una asfissiante immoralità, né sfiorano la questione del conflitto d’interessi o disfano ignobili prodotti legislativi nei due anni in cui governano ancora, biennio da dimenticare. Trionfalmente reinsediato l’Olonese, rendono ossequio. Quando un mattoide gli scaglia addosso la miniatura del Duomo, salmodiano complimenti allo statista già cadente, mentre galoppini assatanati invocano leggi speciali. Ripetiamolo: non era merito dei blandi oppositori essersene disfatti; l’hanno rovesciato le borse. Prima d’allora l’odg auspicava «larghe intese». Gli scandali della regione Lazio presuppongono un clima omertoso. Sta bene avere riscoperto la legalità ma non è parola spendibile in vari sensi, secondo gl’interessi coinvolti: qualcuno ritiene meno importante sapere se vent’anni fa uomini dello Stato abbiano stipulato un modus vivendi con i vertici mafiosi; e cose simili avvenivano nel preludio alla commedia bicamerale. Fa poco onore alla sinistra soi-disante pragmatica avergli garantito gli strumenti con i quali rivince due volte a mani basse.
La conclusione non mette allegria. Anche diminuito e vecchio, Silvius Magnus tiene una mano sulle sorti d’Italia: non l’hanno combattuto dove bastano due dita a rovesciarlo, in termini d’idee, etica, gusto (eccome conta il profilo estetico); e calcoli codardi gli lasciano l’arnese d’una soperchieria che nessun paese evoluto tollera. Dati i precedenti, non stupirebbe che il berlusconismo sopravvivesse all’uomo. Un postideologo candidato alle primarie Pd vuol pescare nell’acqua elettorale d’Arcore: d’accordo, i voti «non olent»; ma come conta d’acquisirli? Le masse comuniste affascinate dal dr Goebbels erano rosse fuori e già brune in pectore. Il travaso elettorale 2013 postula un partito talmente berlusconoide, che i manovratori non s’accorgano d’esserlo.

La Repubblica 04.10.12

"Il satyricon romanesco e l'egemonia di re lanterna", di Franco Cordero

Il Satyricon romanesco offre materia clinica d’alto interesse. Ognuno vede quanto abbia inciso nel costume Re Lanterna: in gusto e sentimento morale i baccanali rutuli fanno pendant alle serate d’Arcore; il genere delle persone presuppone criteri selettivi comuni; vale l’identica massima, che «legalità» sia parola risibile e «politica» significhi affari grassi. Ridotta all’osso, ecco la dottrina berlusconiana: le norme esistono affinché i furbi le eludano, con vantaggi determinanti nella corsa al profitto. Sotto quest’insegna, corrompendo a man salva, s’è fondato l’impero un bagalùn del lüster che altrove batterebbe le fiere, e chiama animali umani molto reperibili. L’Italia controriformista fioriva d’atonia morale, conformismo bigotto, furberie parassitarie: spenta presto l’illusione d’una metamorfosi postfascista, regna fino a sfinirsi una balena democristiana compatibile con la chiesa comunista: l’intuito banditesco craxiano s’incunea tra le due, sviluppando tecnologie del malaffare sotto le quali sopravviene il collasso. Qui salta sulla scena l’antipolitico erede del sistema. Riconosciamogli i talenti: abilissimo nel cogliere e usare i peggiori lati umani, è l’unico demiurgo nella storia d’Italia; nemmeno Mussolini, forte d’un culto ventennale, aveva un tale comando delle viscere collettive; e dissemina innumerevoli cloni, con minori abilità individuali. Tre volte presidente del Consiglio, miete due voti plebiscitari; e nonostante gravi bestialità (nella sua costellazione manca l’intelletto), sarebbe ancora in sella, puntando a una signoria caraibica, se le borse non l’avessero defenestrato in piena crisi economica planetaria: dove vigano serie regole del gioco, vale il due di coppe, formidabile invece nel sopraffare i concorrenti comprando chi le detta e applica. Da qualche tempo appare assonnato e logoro ma non consideriamolo quantité négligeable: è ancora padrone delle Camere; i soldi gli escono dalle orecchie; dispone d’una strepitosa macchina mediatica e sappiamo come l’adoperi. Grazie all’abominevole meccanismo elettorale (se l’era allestito nella previsione d’una sconfitta), ha molte chances d’essere consorte della futura maggioranza, restando l’uomo che era: basta vedere con che strenuo impegno difenda i malaffaristi, campione della privacy delittuosa, nella qual veste combatte le intercettazioni; è irremovibile il suo veto a misure effettive contro un vampiro che succhia sessanta o settanta miliardi l’anno, quantificati dalla Corte dei conti. Tiene un esercito sotto mano: corruttori, corrotti, evasori fiscali, avventurieri in cerca d’ingaggio, e gli bevono in mano masse decerebrate dai piccoli schermi.
Dispiace dirlo ma in termini «culturali» (nel senso opposto al letterale) l’egemone è ancora lui. Sinistra e centro non l’hanno mai affrontato sulle questioni capitali: padroni delle Camere 1996-2001, gli garantiscono «le aziende», ossia future vittorie elettorali; e l’accreditano autorevole interlocutore nella rifondazione dello Stato, al tavolo d’una nefasta Bicamerale, finché lui lo rovescia, avendo lucrato ogni possibile profitto. Era politica stupidamente furbesca. Nei cinque anni seguenti governa e legifera pro domo sua, consolidando il conflitto d’interessi con una legge da farsa: sebbene fosse molto vulnerabile, la polemica sta nei limiti d’una sussiegosa bienséance; mai che, chiamando le cose col loro nome, notino gli aspetti assurdi d’una gestione del potere quale non s’era vista nemmeno nel ventennio nero; anzi, vigono curiosi interdetti. Ad esempio, suona infandum, da non dire, qualunque riferimento agli avvenimenti tedeschi 1932-34, come se non esistessero analogie tra figure diverse: Hitler era un ideologo psicotico-lucido (non nascondeva niente nel
Mein Kampfed è gravissima colpa dei politicanti occidentali avere chiuso gli occhi); Silvio Berlusconi, pirata barzellettiere, fornisce oppio televisivo, avendo mani in pasta nei più vari affari; le sue SS sono parassiti ingordi in camicia, cravatta, cure cosmetiche. Ma esistono lati comuni: nessuno dei due ha il minimo rispetto del pubblico; l’adoperano, corpus vile; e sia lodato il Cielo se nei trucchi d’incantatore Emilio Fede o Augusto Minzolini valgono meno del dr Joseph Goebbels, philosophiae doctor. È o no affinità politicamente rilevante? Non obiettavano nemmeno vedendogli acquisire sostegno ecclesiastico mediante inauditi favori, lui promotore d’una asfissiante immoralità, né sfiorano la questione del conflitto d’interessi o disfano ignobili prodotti legislativi nei due anni in cui governano ancora, biennio da dimenticare. Trionfalmente reinsediato l’Olonese, rendono ossequio. Quando un mattoide gli scaglia addosso la miniatura del Duomo, salmodiano complimenti allo statista già cadente, mentre galoppini assatanati invocano leggi speciali. Ripetiamolo: non era merito dei blandi oppositori essersene disfatti; l’hanno rovesciato le borse. Prima d’allora l’odg auspicava «larghe intese». Gli scandali della regione Lazio presuppongono un clima omertoso. Sta bene avere riscoperto la legalità ma non è parola spendibile in vari sensi, secondo gl’interessi coinvolti: qualcuno ritiene meno importante sapere se vent’anni fa uomini dello Stato abbiano stipulato un modus vivendi con i vertici mafiosi; e cose simili avvenivano nel preludio alla commedia bicamerale. Fa poco onore alla sinistra soi-disante pragmatica avergli garantito gli strumenti con i quali rivince due volte a mani basse.
La conclusione non mette allegria. Anche diminuito e vecchio, Silvius Magnus tiene una mano sulle sorti d’Italia: non l’hanno combattuto dove bastano due dita a rovesciarlo, in termini d’idee, etica, gusto (eccome conta il profilo estetico); e calcoli codardi gli lasciano l’arnese d’una soperchieria che nessun paese evoluto tollera. Dati i precedenti, non stupirebbe che il berlusconismo sopravvivesse all’uomo. Un postideologo candidato alle primarie Pd vuol pescare nell’acqua elettorale d’Arcore: d’accordo, i voti «non olent»; ma come conta d’acquisirli? Le masse comuniste affascinate dal dr Goebbels erano rosse fuori e già brune in pectore. Il travaso elettorale 2013 postula un partito talmente berlusconoide, che i manovratori non s’accorgano d’esserlo.
La Repubblica 04.10.12

"Decreto sviluppo Napolitano blocca la norma pro-Berlusconi", di Valentina Conte

Salta l’articolo sull’eredità il Colle sfoltisce il testo. Il via libera finale arriverà oggi dal Consiglio dei ministri. Ma il decreto sviluppo bis ne uscirà decisamente “asciugato”. E non solo perché gli articoli scendono da 58 a 38, rispetto alle bozze sin qui circolate, grazie a diversi snellimenti. Quanto piuttosto per un intervento diretto del Quirinale, allarmato da un testo troppo corposo, pieno di norme non del tutto giustificabili con la necessità e urgenza di un decreto legge. Ottenendo, alla fine, lo stralcio del pacchetto Semplificazioni bis, curato dal dicastero della Funzione pubblica, oggi solo esaminato dal governo. E destinato dunque a viaggiare su un binario molto più lento, quello del disegno di legge. Sotto la lente del Colle è finita anche la norma sul “patto di famiglia”, prima inserita nel dl Sviluppo bis, poi cancellata dopo le osservazioni di Napolitano. Una disposizione «richiesta da tutte le categorie per facilitare il passaggio dell’azienda alla prole», anche con la figura di un tutor esterno, si difendono dal dicastero di Passera. Ma che alcuni interpretavano come agevolativa della divisione dei grandi patrimoni, in primis
quello dell’ex premier Berlusconi, da destinare a cinque figli di due diversi matrimoni. Una norma ad hoc salva-eredità, insomma, molto simile a quelle che il Cavaliere aveva provato senza successo a inserire per ben due volte quando era al governo. Il Digitalia, dunque, è pronto per il varo. Al suo interno, il progetto di digitalizzare l’Italia che vale 400 milioni, di cui 150 per implementare la banda larga e tra i 110 e i 130 per le start up, le nuove aziende innovative. Si parte con i documenti, tutti digitali, come la tessera unitaria identità sanità. E si prosegue con il comparto della salute, rivoluzionato da fascicolo sanitario, cartella clinica, ricette mediche che dal primo gennaio 2014 viaggeranno solo su supporto elettronico. Ogni cittadino avrà poi il suo indirizzo di mail certificata per “dialogare” con l’amministrazione. Mentre anche giustizia, scuola e università comunicheranno online notifiche, disposizioni, pagelle, libretti con gli esami, libri di testo. L’Istat, come chiesto dal suo presidente, potrà fare un censimento all’anno, a partire dal 2016. Mentre il piatto forte del decreto ruota attorno al credito d’imposta concesso alle aziende che realizzano nuove infrastrutture, dal valore superiore ai 500 mila euro, in partenariato pubblico-privato. Credito che può arrivare «fino al 50%» dell’investimento e con un tetto rappresentato dal raggiungimento dell’equilibrio finanziario del progetto. L’altro elemento di novità è il capitolo sulle start up, la cui nascita è incentivata da una detrazione Irpef triennale del 19% (al massimo 500 mila euro). E da un’esenzione Ires del 20% sulla somma investita (con tetto di 1,8
milioni). Da segnalare l’ingresso nel decreto di un’importante deroga alla nuova riforma del lavoro che la Fornero nelle scorse settimane aveva provato a contrastare. I contratti a termine, per chi è assunto in una start up, potranno durare da 6 a 36 mesi, con rinnovo fino a 48 mesi (dopo diventano indeterminati). Saranno esentati dal contributo addizionale dell’1,4%, a carico del datore. E la busta paga potrà essere arricchita da azioni o stock options, defiscalizzate.

La Repubblica 04.10.12

"Decreto sviluppo Napolitano blocca la norma pro-Berlusconi", di Valentina Conte

Salta l’articolo sull’eredità il Colle sfoltisce il testo. Il via libera finale arriverà oggi dal Consiglio dei ministri. Ma il decreto sviluppo bis ne uscirà decisamente “asciugato”. E non solo perché gli articoli scendono da 58 a 38, rispetto alle bozze sin qui circolate, grazie a diversi snellimenti. Quanto piuttosto per un intervento diretto del Quirinale, allarmato da un testo troppo corposo, pieno di norme non del tutto giustificabili con la necessità e urgenza di un decreto legge. Ottenendo, alla fine, lo stralcio del pacchetto Semplificazioni bis, curato dal dicastero della Funzione pubblica, oggi solo esaminato dal governo. E destinato dunque a viaggiare su un binario molto più lento, quello del disegno di legge. Sotto la lente del Colle è finita anche la norma sul “patto di famiglia”, prima inserita nel dl Sviluppo bis, poi cancellata dopo le osservazioni di Napolitano. Una disposizione «richiesta da tutte le categorie per facilitare il passaggio dell’azienda alla prole», anche con la figura di un tutor esterno, si difendono dal dicastero di Passera. Ma che alcuni interpretavano come agevolativa della divisione dei grandi patrimoni, in primis
quello dell’ex premier Berlusconi, da destinare a cinque figli di due diversi matrimoni. Una norma ad hoc salva-eredità, insomma, molto simile a quelle che il Cavaliere aveva provato senza successo a inserire per ben due volte quando era al governo. Il Digitalia, dunque, è pronto per il varo. Al suo interno, il progetto di digitalizzare l’Italia che vale 400 milioni, di cui 150 per implementare la banda larga e tra i 110 e i 130 per le start up, le nuove aziende innovative. Si parte con i documenti, tutti digitali, come la tessera unitaria identità sanità. E si prosegue con il comparto della salute, rivoluzionato da fascicolo sanitario, cartella clinica, ricette mediche che dal primo gennaio 2014 viaggeranno solo su supporto elettronico. Ogni cittadino avrà poi il suo indirizzo di mail certificata per “dialogare” con l’amministrazione. Mentre anche giustizia, scuola e università comunicheranno online notifiche, disposizioni, pagelle, libretti con gli esami, libri di testo. L’Istat, come chiesto dal suo presidente, potrà fare un censimento all’anno, a partire dal 2016. Mentre il piatto forte del decreto ruota attorno al credito d’imposta concesso alle aziende che realizzano nuove infrastrutture, dal valore superiore ai 500 mila euro, in partenariato pubblico-privato. Credito che può arrivare «fino al 50%» dell’investimento e con un tetto rappresentato dal raggiungimento dell’equilibrio finanziario del progetto. L’altro elemento di novità è il capitolo sulle start up, la cui nascita è incentivata da una detrazione Irpef triennale del 19% (al massimo 500 mila euro). E da un’esenzione Ires del 20% sulla somma investita (con tetto di 1,8
milioni). Da segnalare l’ingresso nel decreto di un’importante deroga alla nuova riforma del lavoro che la Fornero nelle scorse settimane aveva provato a contrastare. I contratti a termine, per chi è assunto in una start up, potranno durare da 6 a 36 mesi, con rinnovo fino a 48 mesi (dopo diventano indeterminati). Saranno esentati dal contributo addizionale dell’1,4%, a carico del datore. E la busta paga potrà essere arricchita da azioni o stock options, defiscalizzate.
La Repubblica 04.10.12

Cinema: Ghizzoni, CSC rispetterà rappresentanza di genere

Soddisfazione nel metodo e nel merito. “Con le nomine del Consiglio di amministrazione del Centro Sperimentale di Cinematografia la Commissione cultura ha dimostrato di svolgere in pieno il proprio ruolo di legislatore, nella piena autonomia parlamentare. – lo dichiara Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati – Di fronte a nomi di altissimo prestigio e competenza, come quelli di Stefano Rulli, Aldo Grasso, Carlo Verdone e Nicola Giuliano, la Commissione non si è limitata ad una ratifica delle proposte del Ministero, ma ha svolto un ruolo di indirizzo. I rilievi – ha spiegato Ghizzoni – sulla necessità del rispetto del dettato costituzionale in merito alle pari opportunità tra uomini e donne nella vita pubblica, degli indirizzi europei sulla parità e nel solco della legge appena varata dal Parlamento sulla rappresentanza di genere nei Cda, hanno portato il governo, su impulso della commissione, a richiedere che la nomina spettante al Ministero del Tesoro sia attribuita ad una donna con riconosciuto valore professionale. La commissione nell’esprimere un voto favorevole alle nomine proposte, ad eccezione dei rappresentanti della Lega, ha voluto sottolineare la soddisfazione per il talento e la competenza dei candidati e – conclude Ghizzoni – rimarcare l’autonomia, troppe volte disattesa negli ultimi anni, tra poteri dello Stato.”

La lezione del “ragazzo Ingrao”, di Pietro Spataro

Sembra quasi un paradosso, oggi che si parla di rottamazione, ascoltare le parole di un vecchio di 97 anni. Eppure Pietro Ingrao appare sullo schermo come un ragazzo, con la vitalità di chi ha combattuto e ancora oggi si ostina a «volere la luna». Sembra quasi un paradosso, oggi che infuria lo scandalo dei fondi rubati dal Pdl, ascoltare quell’uomo difendere il Parlamento che, dice, è il luogo della rappresentanza politica e non quello dei privilegi. Ingrao sa parlare a noi, sa insinuare i dubbi, riesce a mettere a nudo le nostre debolezze e ci spinge a ritrovare quella passione che è il cuore della democrazia e della politica.
La proiezione del film «Non mi avete convinto», alla Camera dei deputati, è stata come una frustata. A seguire il filo di una storia lunga, che è poi la storia di quella straordinaria esperienza che è stato il Pci, erano tantissimi, molti coi capelli bianchi ma anche molti che non avevano nemmeno vent’anni. C’erano Bersani, Fausto Bertinotti, un altro ragazzo di quasi 90 anni come Giovanni Berlinguer e amici, familiari, vecchi compagni di strada.
È un film di una bellezza struggente quello di Filippo Vendemmiati, che in un gioco tra ieri e oggi, nel rapporto tra il leader comunista e un giovane studente affascinato da un suo discorso, ripercorre la storia politica di Ingrao e quella dell’Italia. Ma non c’è solo questo nelle immagini. C’è il cinema, il mito di Charlotte e Roma città aperta, c’è la poesia, ci sono i racconti, così pieni di amore, della sorella Giulia e c’è il grande amore per la moglie Laura. È il racconto di una scelta di vita, della politica come politica di tutti e non delle oligarchie, della voglia di cambiare il mondo e con il mondo se stessi e gli altri. Perché, come diceva Enrico Berlinguer, ci si salva tutti insieme e non ciascuno per conto proprio. Non sono mai stato un utopista, avverte Ingrao, ho solo combattuto per tenere viva la speranza di cambiare il mondo. È la bella lezione del «ragazzo Pietro».

L’Unità 03.10.12