“Forzare la mano per esistere. Otto storie di ordinaria crisi”, di R. Giovannini
Lo dicevano chiaro e tondo gli operai dell’Alstom di Colleferro: per far parlare di sé, dei problemi del lavoro, bisogna «un po’ forzare la mano». Ormai è difficile per una «normale» vertenza finire sui giornali o in tv, a maggior ragione in questi tempi di crisi in cui le aziende a rischio chiusura sono centinaia. D’altra parte, se si vuole ottenere qualche risultato, coinvolgere la politica, bisogna che i media parlino di te. E scioperi e cortei non fanno notizia o quasi, come sanno benissimo i metalmeccanici Fiom in piazza. E allora? Allora, si «forza la mano». Si sale sui tetti della fabbrica o dell’ufficio, su un carroponte sospeso o su una ciminiera, ci si barrica in azienda, si fa lo sciopero della fame. In qualche caso si occupano strade, ponti, stazioni ferroviarie. A volte (in Francia lo si è fatto spesso, in Italia solo al call center Omnia Network) si mette paura sequestrando i manager per qualche ora. Azioni disperate, quasi sempre gestite insieme dalle organizzazioni di Cgil-Cisl-Uil, e che quasi sempre hanno successo: …
