Anno: 2012

"Ornaghi, chi l’ha visto?", di Vittorio Emiliani

Il Mibac è alla canna del gas ma il ministro non dà segni di vita: Potrebbe iniziare salvando Arcus Spa, da rivedere ma fonte di denaro preziosa. Fra gli addetti ai lavori, o alle macerie, dei beni culturali e paesaggistici gira da giorni una vignetta col ministro Lorenzo Ornaghi accompagnato da una scritta: «Chi l’ha visto? Scomparso dopo l’8 settembre». L’8 settembre del governo Berlusconi, di ministri alla Bondi che al Collegio Romano non c’era quasi mai o alla Galan la cui impresa più memorabile rimane la candidatura di Giorgio Malgara, amico caro del Cavaliere, alla presidenza della Biennale di Venezia, sonoramente bocciata da una marea di firme, veneziane, nazionali e internazionali, per la riconferma di Paolo Baratta. Il professor Ornaghi al Collegio Romano ci sta dalla mattina alla sera, fino a notte. Però da più parti gli viene chiesto di non lasciar fare tutto al capo di gabinetto, l’onnipotente e onnipresente Salvo Nastasi o al sottosegretario Roberto Cecchi. Ma, per ora, Ornaghi non dà segni di vita. Un’occasione ora ce l’ha ed è rappresentata …

“Ornaghi, chi l’ha visto?”, di Vittorio Emiliani

Il Mibac è alla canna del gas ma il ministro non dà segni di vita: Potrebbe iniziare salvando Arcus Spa, da rivedere ma fonte di denaro preziosa. Fra gli addetti ai lavori, o alle macerie, dei beni culturali e paesaggistici gira da giorni una vignetta col ministro Lorenzo Ornaghi accompagnato da una scritta: «Chi l’ha visto? Scomparso dopo l’8 settembre». L’8 settembre del governo Berlusconi, di ministri alla Bondi che al Collegio Romano non c’era quasi mai o alla Galan la cui impresa più memorabile rimane la candidatura di Giorgio Malgara, amico caro del Cavaliere, alla presidenza della Biennale di Venezia, sonoramente bocciata da una marea di firme, veneziane, nazionali e internazionali, per la riconferma di Paolo Baratta. Il professor Ornaghi al Collegio Romano ci sta dalla mattina alla sera, fino a notte. Però da più parti gli viene chiesto di non lasciar fare tutto al capo di gabinetto, l’onnipotente e onnipresente Salvo Nastasi o al sottosegretario Roberto Cecchi. Ma, per ora, Ornaghi non dà segni di vita. Un’occasione ora ce l’ha ed è rappresentata …

"Inglese obbligatorio, vantaggio per l'Italia" di Giovanni Azzone*

Caro direttore, in un articolo apparso il 7 marzo sul Corriere della Sera, Tullio Gregory affronta il tema dell’internazionalizzazione della formazione universitaria e in particolare della lingua di erogazione dei corsi. Gregory si schiera in difesa della lingua nazionale rispetto alla scelta «anglofona» del Ministero che ha raccolto il consenso «nei luoghi dedicati all’insegnamento politecnico e manageriale». Trovo l’argomento trattato di estremo interesse, ma il dibattito a mio parere deve partire dalla definizione dell’obiettivo a cui vuole rispondere la formazione universitaria. La lingua non deve infatti essere vista come un fine, ma come un mezzo per formare non solo professionisti in grado di trovare occupazioni soddisfacenti ma, soprattutto, persone che possano svolgere un ruolo attivo nella società. La scelta della lingua deve cioè essere funzionale a fornire opportunità di crescita umana e professionale a chi nell’università spende una parte importante della propria vita. In questo senso, credo che oggi sia necessario accompagnare alla formazione specialistica di qualità, tradizionale punto di forza della nostra università, lo sviluppo di altre competenze: tra queste, in particolare, è essenziale …

“Inglese obbligatorio, vantaggio per l’Italia” di Giovanni Azzone*

Caro direttore, in un articolo apparso il 7 marzo sul Corriere della Sera, Tullio Gregory affronta il tema dell’internazionalizzazione della formazione universitaria e in particolare della lingua di erogazione dei corsi. Gregory si schiera in difesa della lingua nazionale rispetto alla scelta «anglofona» del Ministero che ha raccolto il consenso «nei luoghi dedicati all’insegnamento politecnico e manageriale». Trovo l’argomento trattato di estremo interesse, ma il dibattito a mio parere deve partire dalla definizione dell’obiettivo a cui vuole rispondere la formazione universitaria. La lingua non deve infatti essere vista come un fine, ma come un mezzo per formare non solo professionisti in grado di trovare occupazioni soddisfacenti ma, soprattutto, persone che possano svolgere un ruolo attivo nella società. La scelta della lingua deve cioè essere funzionale a fornire opportunità di crescita umana e professionale a chi nell’università spende una parte importante della propria vita. In questo senso, credo che oggi sia necessario accompagnare alla formazione specialistica di qualità, tradizionale punto di forza della nostra università, lo sviluppo di altre competenze: tra queste, in particolare, è essenziale …