"Nel paese dei nomòfobi", di Franco Cordero
Etimologia greca: nómos (da némein, spartire) significa regola, limite, misura; sopra Zeus, legislatore celeste, vigono norme fondamentali, perché nel cosmo regna la Moira, un equilibrio impersonale. Molti italiani sono nomòfobi, sordi all’idea d’una razionalità normativa, e smaniano seminando disordine. Il fenomeno esplode un secolo fa, contro Giolitti, colpevole d’essere democratico, impoetico, non eroico. Appartengono allo stesso ceppo estetismo dannunziano, retorica imperialista (l’Italia proletaria, in pectore signora del Mediterraneo), freddo cinismo reazionario (officia Alfredo Rocco, consulente d’industrie covate dallo Stato), impresa futurista (Tommaso Marinetti, uomo da mercato e vaudeville). Scoppiata quasi dal niente una guerra europea, l’impasto virulento innesca febbri interventiste. Le infiorano profeti in cattiva giornata, vedi Gaetano Salvemini. Quel laconico cuneese tentava d’impedirla: l’Italia non ha motivo d’entrare nel mattatoio fumigante, né pare serio colpire gli alleati d’un trentennio; a parte gli aspetti morali, rischia l’osso del collo; bene che vada, uscirebbe stravolta. Lo pensano anche Senato e Camera ma fascisti ante litteram gli saltano addosso: manca poco che l’ammazzino, istigati dal poeta; era pronta la scala con cui espugnare l’appartamento. Lo salva un …
