"Così sono sfumati 200 milioni per Pompei", di Mattia Feltri
Nel 2011 i francesi erano pronti a investirli per salvare il sito archeologico. Ma chiedevano controlli anti camorra sugli appalti. L’Italia non fornì garanzie. Ora si pensa a una fondazione internazionale «Pecunia non olet», disse l’imperatore Vespasiano al figlio Tito, che gli rimproverava l’intenzione di tassare l’urina raccolta dalle latrine. La pipì puzza, disse Tito. Il denaro no, fu la risposta, e ci sono voluti poco meno di duemila anni perché una massima tanto apprezzata trovasse disprezzo nella spiantata Italia della crisi. All’inizio del 2011 il più grande consorzio francese di multinazionali, Epadesa della Défense, offrì circa duecento milioni di euro al restauro di Pompei, e dopo un anno e mezzo di tribolazioni non se ne fece nulla. La storia si affacciò sui nostri quotidiani e come arrivò sparì, fra stupore e un po’ di indignazione. È una vicenda nota, nel mondo della cultura, e controversa tranne che nelle origini. Nel 2011, Patrizia Nitti, direttrice italo-francese del Musée Maillol a Parigi, Rue de Grenelle, specializzato in cultura italiana, sta allestendo una mostra su Pompei. È …
