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"I proprietari del movimento", di Curzio Maltese

«Uno vale uno». Milioni di italiani si sono rivolti al movimento Cinque Stelle per questo slogan, perché da anni trovano chiuse le porte dei vecchi partiti, occupati da irremovibili burocrazie. Beppe Grillo prometteva e ancora promette democrazia dal basso, candidati presi dalla strada, valutati sulla base delle competenze e sottoposti al consenso della base, nella fedeltà assoluta al principio sacro: «uno vale
uno». Si tratta in gran parte di discorsi già sentiti da tutti i partiti padronali che hanno affollato la scena degli ultimi vent’anni all’insegna della politica delle «facce nuove», dalla Lega in poi. Ma tale deve essere la disperazione dei cittadini di fronte all’incapacità del sistema politico di cambiare, che anche stavolta hanno voluto crederci in massa. Man mano che il movimento di Grillo è cresciuto nei sondaggi e nei consensi reali, i comportamenti reali del capo e del suo alter ego, Gian Roberto Casaleggio, cominciavano a contraddire i principi. «Uno vale uno», ma il marchio del partito è registrato commercialmente a nome di Grillo Giuseppe, «titolare di ogni diritto». «Uno vale uno», ma se un esponente di spicco e della prima ora, come Tavolazzi, pretende di discutere l’assetto proprietario dei Cinque Stelle, può venire espulso da un’ora all’altra dal padrone, che lo comunica alla sottostante base in un post scriptum di due righe e «non» segue dibattito. «Uno vale uno» e contano soltanto i voti dei cittadini, ma se il candidato Cinque Stelle più votato, Giovanni Favia, si lascia sfuggire giudizi pesanti sull’intoccabile Casaleggio e denuncia l’assenza totale di democrazia interna, diventa ipso facto un traditore, un venduto, un porco in combutta coi vecchi partiti, soprattutto col Pd, come scrive oggi il sito di Grillo. Specificando per la prima volta che il principio «uno vale uno» è stato «completamente travisato» e «non significa l’anarchia ». Involontaria citazione da Orwell. «Tutti gli animali sono uguali. Ma alcuni sono più uguali degli altri».
Davanti a queste contraddizioni, i simpatizzanti di Grillo si dividono in due categorie. I fideisti assoluti e coloro che coltivano un ragionevole dubbio. Per i primi è inutile scrivere. Qualsiasi contraddizione del loro capo è da attribuire a un complotto contro di lui da parte della partitocrazia e dei suoi servi giornalisti. Grillo può dire e contraddire, lanciare o meno pogrom contro gli immigrati, assolvere la mafia dai peccati, inventarsi che la bomba di Brindisi era un attentato contro di lui, pagare o non pagare le
tasse e giustificare gli evasori, aderire ai condoni di Berlusconi, inquinare con la sua barca mezzo golfo ligure, triplicare il reddito da quando fa politica, espellere un dissidente al giorno. Può denunciare il giornalismo al servizio dei partiti e poi pagare spazi televisivi e usare tirapiedi giornalistici a frotte. Oggi ce ne sono due sul sito, l’autore della scomunica a Favia, che scrive sotto evidente
dettatura dei suoi capi politici Grillo e Casaleggio, dunque un portaborse, e un altro che denuncia i finanziamenti pubblici ai giornali (tema sul quale sono d’accordo), ma dimentica il più finanziato di tutti (l’Unità), dove guarda caso lui scrive. I fideisti sono d’accordo, a prescindere. Come i leghisti e i berluscones di ferro. Chi contesta è un venduto.
L’altro giorno ne ha fatto le spese lo stesso Grillo, che per gioco aveva pubblicato su Facebook una finta prima pagina del
Corriere
con le accuse più assurde di finti compagni di classe sotto un titolo gigantesco: «Citofonava e scappava!». Ebbene, la maggior parte delle reazioni dei grillini era di questo tenore: «Giornalisti porci, che cosa non farebbero per le sovvenzioni!». «Vergogna, venduti! », «Lo facevo anch’io da ragazzo, sarebbe una ragione per screditare Grillo?», «Beppe, resisti!» e così via. È curioso come un movimento fondato da un comico raccolga tanti sostenitori del tutto privi di senso dell’umorismo.
Esiste poi, per fortuna, una maggioranza di potenziali elettori dei Cinque Stelle composto da cittadini dotati della facoltà del dubbio, che meritano una risposta seria e non un post affidato a un sicario. Anzi, molte risposte. Per esempio. Chi e con quali criteri deciderà le candidature al Parlamento del movimento? Qual è il reale ruolo della Casaleggio associati e a quale titolo? Non sarebbe il caso di restituire la proprietà del marchio ai militanti, invece di lasciarlo depositato alla Camera di commercio come fosse il brand delle odiate multinazionali? Non eravate contro il copyright, come i Piraten tedeschi? Perché sul logo deve per forza figurare il nome di un padrone, per giunta neppure candidato? Perché Grillo e Casaleggio non rispondono mai nel merito delle accuse sulla mancanza di democrazia interna, non si dice alla stampa sporca e cattiva, ma neppure ai propri militanti (Tavolazzi, Favia) o ad autorevoli esponenti del parlamento europeo? Per evitare equivoci, si tratta di domande molto meno gravi di quelle che abbiamo rivolto per anni ad altri leader, da Berlusconi a Bossi, da Bersani a Di Pietro o a Vendola, per la verità quasi sempre senzasuccesso.MaGrillo,cheproclama di essere così diverso da loro, senz’altro ci risponderà. O no? Intanto dovrebbe almeno rispondere alla domanda lanciata sulla rete da Giovanni Favia. La stessa che prima o poi tutti i leader di partiti padronali si sentono rivolgere dai dissidenti: «Che fai, mi cacci?».

La Repubblica 09.09.12

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“La strana idea di democrazia che aleggia in testa a Travaglio” di Pietro Spataro

Che un consigliere abbia paura di dire pubblicamente ciò che pensa è un fatto molto preoccupante. Che non riesca a dire apertamente che nel movimento a cui appartiene non c’è democrazia e vige un sistema padronale dominato da un personaggio «spietato e vendicativo», è il sintomo evidente di una grave anomalia.

Per Marco Travaglio, invece, la denuncia fuorionda di Giovanni Favia contro il metodo con cui Grillo e Casaleggio governano i Cinque Stelle è il sintomo evidente di «salute e di vitalità».

Lo scandalo è altrove, ovviamente: cioè in quella «fogna chiamata politica» dove s’aggirano solo «ladri, mignotte e vecchie muffe». E dove, come ci spiega il Fatto di ieri qualche pagina più avanti, vige la «democrazia dei brogli» con «tessere finte e congressi truccati».

Diciamo la verità: è una strana idea di democrazia quella che aleggia nei pensieri di Travaglio. Se consentire al capo di un partito di dettare comunicati e impartire ordini ai suoi adepti attraverso un computer, se assolvere o condannare usando un blog o espellere i dissidenti con un battito di web sono considerati atti democratici, vuol dire che si è persa completamente la bussola.

Quando si è prigionieri della sindrome populista evidentemente non si riesce più nemmeno a discernere il vero dal falso. Quella che Grillo chiama con enfasi «iper-democrazia» si sta rivelando niente di più che la regola ferrea di una caserma governata con gli insulti e i diktat. Nella quale le idee degli altri, nonostante la demagogia delle consultazioni on line, contano meno di zero se non sono in sintonia con quelle dei due grandi capi.
Tant’è che un signore che aveva provato a dire la sua, Tavolazzi, è stato cacciato senza nemmeno l’ombra di un regolare processo e l’onere della prova. Lo stesso Favia ora viene accusato di aver ordito il complotto con un fuorionda concordato e non rubato e vedrete che sarà messo alla porta. E il sindaco di Parma Pizzarotti, che si era permesso di dire in un’intervista che serve un congresso, è stato costretto a fare autocritica e a rettificare in malo modo.

Definire tutto questo un sintomo di vitalità ce ne vuole. Farlo sembra invece solo un esercizio di equilibrismo tipico di un giornale che pensa di difendere la verità rivelata e considera nemici tutti quelli che possono metterla in discussione. Che il Fatto sia diventato l’organo ufficiale di Grillo e Casaleggio è ormai un dato, basta leggere ogni giorno quel che scrive.

Problemi loro, naturalmente. Ma un po’ di sobrietà nel difendere l’indifendibile non guasterebbe da parte di chi impartisce lezioni di moralità e di giustizia. D’altra parte però che cosa ci si può aspettare di più da Travaglio? Tempo fa confessò di aver votato Bossi, che dirigeva un partito nel quale la democrazia non è riuscita a trovare nemmeno uno scomodo strapuntino.

Evidentemente Travaglio è affascinato dagli uomini forti: quelli che, come diceva una vecchia pubblicità, non devono chiedere mai.

da www.unita.it

"I proprietari del movimento", di Curzio Maltese

«Uno vale uno». Milioni di italiani si sono rivolti al movimento Cinque Stelle per questo slogan, perché da anni trovano chiuse le porte dei vecchi partiti, occupati da irremovibili burocrazie. Beppe Grillo prometteva e ancora promette democrazia dal basso, candidati presi dalla strada, valutati sulla base delle competenze e sottoposti al consenso della base, nella fedeltà assoluta al principio sacro: «uno vale
uno». Si tratta in gran parte di discorsi già sentiti da tutti i partiti padronali che hanno affollato la scena degli ultimi vent’anni all’insegna della politica delle «facce nuove», dalla Lega in poi. Ma tale deve essere la disperazione dei cittadini di fronte all’incapacità del sistema politico di cambiare, che anche stavolta hanno voluto crederci in massa. Man mano che il movimento di Grillo è cresciuto nei sondaggi e nei consensi reali, i comportamenti reali del capo e del suo alter ego, Gian Roberto Casaleggio, cominciavano a contraddire i principi. «Uno vale uno», ma il marchio del partito è registrato commercialmente a nome di Grillo Giuseppe, «titolare di ogni diritto». «Uno vale uno», ma se un esponente di spicco e della prima ora, come Tavolazzi, pretende di discutere l’assetto proprietario dei Cinque Stelle, può venire espulso da un’ora all’altra dal padrone, che lo comunica alla sottostante base in un post scriptum di due righe e «non» segue dibattito. «Uno vale uno» e contano soltanto i voti dei cittadini, ma se il candidato Cinque Stelle più votato, Giovanni Favia, si lascia sfuggire giudizi pesanti sull’intoccabile Casaleggio e denuncia l’assenza totale di democrazia interna, diventa ipso facto un traditore, un venduto, un porco in combutta coi vecchi partiti, soprattutto col Pd, come scrive oggi il sito di Grillo. Specificando per la prima volta che il principio «uno vale uno» è stato «completamente travisato» e «non significa l’anarchia ». Involontaria citazione da Orwell. «Tutti gli animali sono uguali. Ma alcuni sono più uguali degli altri».
Davanti a queste contraddizioni, i simpatizzanti di Grillo si dividono in due categorie. I fideisti assoluti e coloro che coltivano un ragionevole dubbio. Per i primi è inutile scrivere. Qualsiasi contraddizione del loro capo è da attribuire a un complotto contro di lui da parte della partitocrazia e dei suoi servi giornalisti. Grillo può dire e contraddire, lanciare o meno pogrom contro gli immigrati, assolvere la mafia dai peccati, inventarsi che la bomba di Brindisi era un attentato contro di lui, pagare o non pagare le
tasse e giustificare gli evasori, aderire ai condoni di Berlusconi, inquinare con la sua barca mezzo golfo ligure, triplicare il reddito da quando fa politica, espellere un dissidente al giorno. Può denunciare il giornalismo al servizio dei partiti e poi pagare spazi televisivi e usare tirapiedi giornalistici a frotte. Oggi ce ne sono due sul sito, l’autore della scomunica a Favia, che scrive sotto evidente
dettatura dei suoi capi politici Grillo e Casaleggio, dunque un portaborse, e un altro che denuncia i finanziamenti pubblici ai giornali (tema sul quale sono d’accordo), ma dimentica il più finanziato di tutti (l’Unità), dove guarda caso lui scrive. I fideisti sono d’accordo, a prescindere. Come i leghisti e i berluscones di ferro. Chi contesta è un venduto.
L’altro giorno ne ha fatto le spese lo stesso Grillo, che per gioco aveva pubblicato su Facebook una finta prima pagina del
Corriere
con le accuse più assurde di finti compagni di classe sotto un titolo gigantesco: «Citofonava e scappava!». Ebbene, la maggior parte delle reazioni dei grillini era di questo tenore: «Giornalisti porci, che cosa non farebbero per le sovvenzioni!». «Vergogna, venduti! », «Lo facevo anch’io da ragazzo, sarebbe una ragione per screditare Grillo?», «Beppe, resisti!» e così via. È curioso come un movimento fondato da un comico raccolga tanti sostenitori del tutto privi di senso dell’umorismo.
Esiste poi, per fortuna, una maggioranza di potenziali elettori dei Cinque Stelle composto da cittadini dotati della facoltà del dubbio, che meritano una risposta seria e non un post affidato a un sicario. Anzi, molte risposte. Per esempio. Chi e con quali criteri deciderà le candidature al Parlamento del movimento? Qual è il reale ruolo della Casaleggio associati e a quale titolo? Non sarebbe il caso di restituire la proprietà del marchio ai militanti, invece di lasciarlo depositato alla Camera di commercio come fosse il brand delle odiate multinazionali? Non eravate contro il copyright, come i Piraten tedeschi? Perché sul logo deve per forza figurare il nome di un padrone, per giunta neppure candidato? Perché Grillo e Casaleggio non rispondono mai nel merito delle accuse sulla mancanza di democrazia interna, non si dice alla stampa sporca e cattiva, ma neppure ai propri militanti (Tavolazzi, Favia) o ad autorevoli esponenti del parlamento europeo? Per evitare equivoci, si tratta di domande molto meno gravi di quelle che abbiamo rivolto per anni ad altri leader, da Berlusconi a Bossi, da Bersani a Di Pietro o a Vendola, per la verità quasi sempre senzasuccesso.MaGrillo,cheproclama di essere così diverso da loro, senz’altro ci risponderà. O no? Intanto dovrebbe almeno rispondere alla domanda lanciata sulla rete da Giovanni Favia. La stessa che prima o poi tutti i leader di partiti padronali si sentono rivolgere dai dissidenti: «Che fai, mi cacci?».
La Repubblica 09.09.12
******
“La strana idea di democrazia che aleggia in testa a Travaglio” di Pietro Spataro
Che un consigliere abbia paura di dire pubblicamente ciò che pensa è un fatto molto preoccupante. Che non riesca a dire apertamente che nel movimento a cui appartiene non c’è democrazia e vige un sistema padronale dominato da un personaggio «spietato e vendicativo», è il sintomo evidente di una grave anomalia.
Per Marco Travaglio, invece, la denuncia fuorionda di Giovanni Favia contro il metodo con cui Grillo e Casaleggio governano i Cinque Stelle è il sintomo evidente di «salute e di vitalità».
Lo scandalo è altrove, ovviamente: cioè in quella «fogna chiamata politica» dove s’aggirano solo «ladri, mignotte e vecchie muffe». E dove, come ci spiega il Fatto di ieri qualche pagina più avanti, vige la «democrazia dei brogli» con «tessere finte e congressi truccati».
Diciamo la verità: è una strana idea di democrazia quella che aleggia nei pensieri di Travaglio. Se consentire al capo di un partito di dettare comunicati e impartire ordini ai suoi adepti attraverso un computer, se assolvere o condannare usando un blog o espellere i dissidenti con un battito di web sono considerati atti democratici, vuol dire che si è persa completamente la bussola.
Quando si è prigionieri della sindrome populista evidentemente non si riesce più nemmeno a discernere il vero dal falso. Quella che Grillo chiama con enfasi «iper-democrazia» si sta rivelando niente di più che la regola ferrea di una caserma governata con gli insulti e i diktat. Nella quale le idee degli altri, nonostante la demagogia delle consultazioni on line, contano meno di zero se non sono in sintonia con quelle dei due grandi capi.
Tant’è che un signore che aveva provato a dire la sua, Tavolazzi, è stato cacciato senza nemmeno l’ombra di un regolare processo e l’onere della prova. Lo stesso Favia ora viene accusato di aver ordito il complotto con un fuorionda concordato e non rubato e vedrete che sarà messo alla porta. E il sindaco di Parma Pizzarotti, che si era permesso di dire in un’intervista che serve un congresso, è stato costretto a fare autocritica e a rettificare in malo modo.
Definire tutto questo un sintomo di vitalità ce ne vuole. Farlo sembra invece solo un esercizio di equilibrismo tipico di un giornale che pensa di difendere la verità rivelata e considera nemici tutti quelli che possono metterla in discussione. Che il Fatto sia diventato l’organo ufficiale di Grillo e Casaleggio è ormai un dato, basta leggere ogni giorno quel che scrive.
Problemi loro, naturalmente. Ma un po’ di sobrietà nel difendere l’indifendibile non guasterebbe da parte di chi impartisce lezioni di moralità e di giustizia. D’altra parte però che cosa ci si può aspettare di più da Travaglio? Tempo fa confessò di aver votato Bossi, che dirigeva un partito nel quale la democrazia non è riuscita a trovare nemmeno uno scomodo strapuntino.
Evidentemente Travaglio è affascinato dagli uomini forti: quelli che, come diceva una vecchia pubblicità, non devono chiedere mai.
da www.unita.it

"Perché siamo indifferenti a chi viola regole e leggi", di Giovanni Belardelli

Perché spesso siamo indifferenti verso chi non rispetta le regole? È come se nella patria del diritto (scritto) avesse preso corpo una singolare forma di common law, in virtù della quale molti decidono che una certa norma può essere ignorata. Del resto, non c’è forse un’idea del genere dietro comportamenti diffusi come l’elevata evasione fiscale o quella mancata osservanza dei vincoli edilizi che ha provocato la distruzione del paesaggio italiano? L’episodio dei lavori «gonfiati» dell’Aquila (Corriere, 6 settembre) fa sorgere interrogativi radicali su ciò che è o sta diventando il nostro Paese. Ecco i fatti: da una verifica della Guardia di finanza è risultato che nel capoluogo abruzzese alcuni proprietari di case si sarebbero accordati con un’impresa per dichiarare lavori non effettuati (il totale rifacimento del tetto invece della risistemazione solo parziale, l’installazione di ponteggi in realtà mai avvenuta e così via) ottenendo in tal modo un maggiore rimborso da parte dello Stato. Ciò che fa dell’episodio qualcosa di diverso dal «solito» scandalo sul dopo terremoto è la dimensione della truffa: su 73 pratiche esaminate, quelle che conterrebbero dati intenzionalmente falsi sarebbero più di un terzo. Anche considerando il campione non rappresentativo dell’intera ricostruzione aquilana, si tratta di una percentuale molto elevata, che induce a domandarsi se e quanto la propensione a non rispettare le leggi non faccia ormai parte della cultura di un settore consistente del Paese.
Qualche anno fa un giurista, Sabino Cassese, notò che la distinzione tra lecito e illecito in Italia viene spesso sostituita «da più complesse scale di obblighi, per cui un comportamento può essere obbligatorio, raccomandato, permesso, riprovato, vietato» (Lo Stato introvabile, Donzelli). Insomma, come se nella patria del diritto (scritto) avesse preso corpo una singolarissima forma di common law, in virtù della quale molti decidono che una certa norma o legge può tranquillamente essere ignorata. Del resto, non c’è forse un’idea del genere dietro comportamenti diffusissimi come l’elevata evasione fiscale o quel mancato rispetto dei vincoli edilizi che ha provocato la distruzione del paesaggio italiano denunciata, ancora di recente, da Ernesto Galli della Loggia su questo giornale?
La truffa aquilana, quantitativamente limitata (almeno per il momento) nelle sue dimensioni, ci riporta così al vecchio tema della scarsa cultura civica degli italiani, sul quale circolano da tempo spiegazioni che sembrano fatte apposta per evitarci il fastidio di fare i conti con il problema. È inutile, ad esempio, evocare ancora una volta il «familismo amorale» utilizzato sessant’anni fa da Edward Banfield. Lo studioso americano si riferiva a un piccolo e poverissimo paese della Basilicata, dunque l’assenza di cultura civica che definiva con quell’espressione era il prodotto di un’arretratezza antichissima. Il «familismo amorale» di oggi è semmai il prodotto (uno dei danni collaterali, potremmo dire) dei modi in cui è avvenuta, dagli anni 60 in poi, la grande trasformazione della società italiana legata all’arrivo del benessere: una trasformazione che ha travolto strutture culturali, valori, criteri di comportamento legati al passato senza riuscire spesso a sostituirli in modo efficace. L’Italia, s’è detto mille volte, avrebbe sofferto della mancanza di una Riforma protestante: è possibile, ma certamente ha subito negli ultimi decenni gli effetti di una accelerata secolarizzazione che ha contribuito a intaccare, in parti importanti della società, quella distinzione tra ciò che è lecito e ciò che non lo è che si fondava sulla tradizione cattolica (ed è difficile pensare che i corsi di legalità messi in piedi nelle scuole possano avere la stessa immediata forza impositiva dei dieci comandamenti). Poco utile è anche quella spiegazione del nostro deficit di cultura civica che in anni recenti ha chiamato in causa Berlusconi come principale responsabile. Non solo, infatti, stiamo parlando di fenomeni che precedono la discesa in campo del Cavaliere. C’è anche da dire che, una volta riconosciuto come la cultura profonda del Paese si caratterizzi per una diffusa tendenza a non rispettare le leggi o non pagare le tasse, appare assurdo sostenere — come più volte nella polemica antiberlusconiana è stato fatto — che tutto ciò avrebbe lasciato immune chi votava contro Berlusconi. Come spiritosamente dichiarò una volta un esponente del Pd, l’onorevole Letta, è ridicolo affermare che solo a sinistra stanno le persone oneste mentre è a destra che sarebbero schierati tutti quelli che «parcheggiano in doppia fila».
Tra le false spiegazioni della mancanza di cultura civica del Paese, la più inutile, anzi probabilmente dannosa, è quella veicolata dal Movimento 5 stelle e in generale dall’attuale ondata antipolitica. Non che non siano giustificatissime le critiche al nostro ceto politico e alla resistenza che esso mostra di fronte a qualunque pur minima riduzione dei privilegi di cui gode. Ma episodi come quelli dell’Aquila stanno a confermare che l’idea di una società civile sana che si contrapporrebbe a un mondo politico tutto e sempre corrotto non risponde alla realtà. Quell’idea rischia invece di nascondere come a questo punto ci sia forse bisogno di un generale esame di coscienza, in un Paese che per troppo tempo ha consentito che norme e leggi potessero essere aggirate o infrante, a volte con l’approvazione, spesso nell’indifferenza di troppi di noi.

Il Corriere della Sera 08.09.12

"Perché siamo indifferenti a chi viola regole e leggi", di Giovanni Belardelli

Perché spesso siamo indifferenti verso chi non rispetta le regole? È come se nella patria del diritto (scritto) avesse preso corpo una singolare forma di common law, in virtù della quale molti decidono che una certa norma può essere ignorata. Del resto, non c’è forse un’idea del genere dietro comportamenti diffusi come l’elevata evasione fiscale o quella mancata osservanza dei vincoli edilizi che ha provocato la distruzione del paesaggio italiano? L’episodio dei lavori «gonfiati» dell’Aquila (Corriere, 6 settembre) fa sorgere interrogativi radicali su ciò che è o sta diventando il nostro Paese. Ecco i fatti: da una verifica della Guardia di finanza è risultato che nel capoluogo abruzzese alcuni proprietari di case si sarebbero accordati con un’impresa per dichiarare lavori non effettuati (il totale rifacimento del tetto invece della risistemazione solo parziale, l’installazione di ponteggi in realtà mai avvenuta e così via) ottenendo in tal modo un maggiore rimborso da parte dello Stato. Ciò che fa dell’episodio qualcosa di diverso dal «solito» scandalo sul dopo terremoto è la dimensione della truffa: su 73 pratiche esaminate, quelle che conterrebbero dati intenzionalmente falsi sarebbero più di un terzo. Anche considerando il campione non rappresentativo dell’intera ricostruzione aquilana, si tratta di una percentuale molto elevata, che induce a domandarsi se e quanto la propensione a non rispettare le leggi non faccia ormai parte della cultura di un settore consistente del Paese.
Qualche anno fa un giurista, Sabino Cassese, notò che la distinzione tra lecito e illecito in Italia viene spesso sostituita «da più complesse scale di obblighi, per cui un comportamento può essere obbligatorio, raccomandato, permesso, riprovato, vietato» (Lo Stato introvabile, Donzelli). Insomma, come se nella patria del diritto (scritto) avesse preso corpo una singolarissima forma di common law, in virtù della quale molti decidono che una certa norma o legge può tranquillamente essere ignorata. Del resto, non c’è forse un’idea del genere dietro comportamenti diffusissimi come l’elevata evasione fiscale o quel mancato rispetto dei vincoli edilizi che ha provocato la distruzione del paesaggio italiano denunciata, ancora di recente, da Ernesto Galli della Loggia su questo giornale?
La truffa aquilana, quantitativamente limitata (almeno per il momento) nelle sue dimensioni, ci riporta così al vecchio tema della scarsa cultura civica degli italiani, sul quale circolano da tempo spiegazioni che sembrano fatte apposta per evitarci il fastidio di fare i conti con il problema. È inutile, ad esempio, evocare ancora una volta il «familismo amorale» utilizzato sessant’anni fa da Edward Banfield. Lo studioso americano si riferiva a un piccolo e poverissimo paese della Basilicata, dunque l’assenza di cultura civica che definiva con quell’espressione era il prodotto di un’arretratezza antichissima. Il «familismo amorale» di oggi è semmai il prodotto (uno dei danni collaterali, potremmo dire) dei modi in cui è avvenuta, dagli anni 60 in poi, la grande trasformazione della società italiana legata all’arrivo del benessere: una trasformazione che ha travolto strutture culturali, valori, criteri di comportamento legati al passato senza riuscire spesso a sostituirli in modo efficace. L’Italia, s’è detto mille volte, avrebbe sofferto della mancanza di una Riforma protestante: è possibile, ma certamente ha subito negli ultimi decenni gli effetti di una accelerata secolarizzazione che ha contribuito a intaccare, in parti importanti della società, quella distinzione tra ciò che è lecito e ciò che non lo è che si fondava sulla tradizione cattolica (ed è difficile pensare che i corsi di legalità messi in piedi nelle scuole possano avere la stessa immediata forza impositiva dei dieci comandamenti). Poco utile è anche quella spiegazione del nostro deficit di cultura civica che in anni recenti ha chiamato in causa Berlusconi come principale responsabile. Non solo, infatti, stiamo parlando di fenomeni che precedono la discesa in campo del Cavaliere. C’è anche da dire che, una volta riconosciuto come la cultura profonda del Paese si caratterizzi per una diffusa tendenza a non rispettare le leggi o non pagare le tasse, appare assurdo sostenere — come più volte nella polemica antiberlusconiana è stato fatto — che tutto ciò avrebbe lasciato immune chi votava contro Berlusconi. Come spiritosamente dichiarò una volta un esponente del Pd, l’onorevole Letta, è ridicolo affermare che solo a sinistra stanno le persone oneste mentre è a destra che sarebbero schierati tutti quelli che «parcheggiano in doppia fila».
Tra le false spiegazioni della mancanza di cultura civica del Paese, la più inutile, anzi probabilmente dannosa, è quella veicolata dal Movimento 5 stelle e in generale dall’attuale ondata antipolitica. Non che non siano giustificatissime le critiche al nostro ceto politico e alla resistenza che esso mostra di fronte a qualunque pur minima riduzione dei privilegi di cui gode. Ma episodi come quelli dell’Aquila stanno a confermare che l’idea di una società civile sana che si contrapporrebbe a un mondo politico tutto e sempre corrotto non risponde alla realtà. Quell’idea rischia invece di nascondere come a questo punto ci sia forse bisogno di un generale esame di coscienza, in un Paese che per troppo tempo ha consentito che norme e leggi potessero essere aggirate o infrante, a volte con l’approvazione, spesso nell’indifferenza di troppi di noi.
Il Corriere della Sera 08.09.12

"Povera Chiesa in povero Stato", di Giovanni Valentini

Il pensiero cattolico ha visto con fastidio costante (…) l’idea dello Stato che è sovrano sia quanto ai mezzi sia quanto ai fini dell’azione collettiva. (da “Dal Risorgimento al Fascismo” di Domenico Fisichella — Carocci, 2012 — pag. 127).
Non s’era ancora spenta la commozione per la scomparsa di monsignor Martini, padre spirituale del cattolicesimo progressista e pastore di una Chiesa moderna, che s’è riaccesa la polemica sul regime fiscale degli immobili ecclesiastici su cui il governo ha buttato subito acqua sul fuoco. Forse l’accostamento tra i due eventi può apparire inopportuno o irriguardoso, mentre la figura dell’ex arcivescovo di Milano — uomo del dialogo e grande comunicatore — merita certamente rispetto anche da parte dei laici. Ma sul piano mediatico la coincidenza ripropone la questione del rapporto fra il potere temporale e il potere spirituale della Chiesa, all’origine della “diversità” culturale di Martini all’interno della gerarchia ecclesiastica. E quindi, il problema storico delle relazioni fra lo Stato italiano e il Vaticano.
Pochi giorni dopo essere stato nominato cardinale, il 6 febbraio del 1983 Carlo Maria Martini aveva fatto precedere il ritorno a Milano da due tappe significative. In mattina a Rho, nel santuario dei padri oblati diocesani, scelto come “luogo di preghiera”, aveva ricevuto la delegazione delle autorità cittadine, offrendo loro vino da messa in un incontro all’insegna della semplicità. Nel pomeriggio, era andato in visita all’istituto per handicappati “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone, scelto come “luogo di sofferenza”. “Vorrei che questi punti di partenza fossero un simbolo”, spiegò lui stesso dal palco allestito sul sagrato del Duomo, di fronte a una folla di fedeli che s’erano raccolti nella piazza mentre la cattedrale era già gremita.
Fu dopo la funzione religiosa, durante il ricevimento seguito nei saloni dell’arcivescovado, che la cerimonia d’insediamento si trasformò spontaneamente in un fatto di società, un’occasione d’incontro, aperta anche alla Milano laica delle istituzioni, delle professioni e degli affari, della cultura e del giornalismo. La processione degli invitati sfilò di sala in sala, fino all’ultima. E lì monsignor Martini, austero e imponente, ringraziò tutti ricambiando con un piccolo ricordo. In una scatoletta rossa, consegnò a ciascuno degli ospiti una medaglia di bronzo con l’immagine di sant’Ambrogio da una parte e una scritta in latino dall’altra: “Pro veritate adversa diligere”, il motto scelto al momento dell’ordinazione ad arcivescovo. La frase completa, tratta da san Gregorio Magno, dopo “adversa diligere” aggiunge testualmente “et prospera formidando declinare”. Tutta intera, raccomanda saggiamente di amare le avversità ed essere cauti di fronte al successo, in nome della verità.
Ecco, se c’è una parola in cui si può riassumere il magistero di Martini è proprio questa: verità. E come raccontano i Vangeli, è quella su cui s’impernia la predicazione di Cristo in terra. Lo stesso profeta che scaccia i mercanti dal tempio, condanna i farisei come ipocriti, difende l’adultera dalla lapidazione. Autorità spirituale e potestà temporale, appunto.
Prima dell’Unità d’Italia, “lo Stato della Chiesa – come osserva Domenico Fisichella nel volume citato all’inizio – taglia territorialmente in due, dall’Adriatico al Tirreno, la penisola. E questa è una delle ragioni essenziali del ritardo italiano nella edificazione del suo Stato nazionale”. All’epoca del Risorgimento, fu poi Camillo Benso di Cavour a riprendere la celebre espressione “libera Chiesa in libero Stato”, esortando il Papa a separare il potere spirituale da quello temporale sui suoi possedimenti, in modo da favorire la convivenza fra Stato e Chiesa. Ma oggi, alla luce delle polemiche sull’Ici o sull’Imu, forse è arrivato il momento di mutuarla in “povera Chiesa in povero Stato”: per auspicare cioè una Chiesa che non rivendichi più privilegi e guarentigie nei confronti di uno Stato oppresso da un colossale debito pubblico e costretto perciò a imporre pesanti sacrifici ai suoi cittadini. Fermo restando che hanno diritto all’esenzione gli edifici dedicati esclusivamente o prevalentemente al culto e al volontariato, gli immobili del Vaticano che invece producono reddito – palazzi, abitazioni, uffici, alberghi, scuole, ospedali, case di cura o cliniche per un gettito stimato in 600 milioni di euro – non possono più essere sottratti al controllo del fisco. E non solo per un’elementare ragione di equità nei confronti di tutti gli altri contribuenti, pubblici o privati, quanto per salvaguardare la stessa autorità e credibilità della Chiesa verso i credenti e i non credenti. La Chiesa di Cristo, testimoniata da monsignor Martini, è una Chiesa povera, semplice, umile. Una Chiesa che, in linea con l’opera di purificazione avviata ora da Benedetto XVI, non ha nulla a che vedere con l’amministrazione dei patrimoni immobiliari, con gli affari della Banca vaticana e men che meno con il riciclaggio di denaro.

La Repbblica 09.08.12

"Povera Chiesa in povero Stato", di Giovanni Valentini

Il pensiero cattolico ha visto con fastidio costante (…) l’idea dello Stato che è sovrano sia quanto ai mezzi sia quanto ai fini dell’azione collettiva. (da “Dal Risorgimento al Fascismo” di Domenico Fisichella — Carocci, 2012 — pag. 127).
Non s’era ancora spenta la commozione per la scomparsa di monsignor Martini, padre spirituale del cattolicesimo progressista e pastore di una Chiesa moderna, che s’è riaccesa la polemica sul regime fiscale degli immobili ecclesiastici su cui il governo ha buttato subito acqua sul fuoco. Forse l’accostamento tra i due eventi può apparire inopportuno o irriguardoso, mentre la figura dell’ex arcivescovo di Milano — uomo del dialogo e grande comunicatore — merita certamente rispetto anche da parte dei laici. Ma sul piano mediatico la coincidenza ripropone la questione del rapporto fra il potere temporale e il potere spirituale della Chiesa, all’origine della “diversità” culturale di Martini all’interno della gerarchia ecclesiastica. E quindi, il problema storico delle relazioni fra lo Stato italiano e il Vaticano.
Pochi giorni dopo essere stato nominato cardinale, il 6 febbraio del 1983 Carlo Maria Martini aveva fatto precedere il ritorno a Milano da due tappe significative. In mattina a Rho, nel santuario dei padri oblati diocesani, scelto come “luogo di preghiera”, aveva ricevuto la delegazione delle autorità cittadine, offrendo loro vino da messa in un incontro all’insegna della semplicità. Nel pomeriggio, era andato in visita all’istituto per handicappati “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone, scelto come “luogo di sofferenza”. “Vorrei che questi punti di partenza fossero un simbolo”, spiegò lui stesso dal palco allestito sul sagrato del Duomo, di fronte a una folla di fedeli che s’erano raccolti nella piazza mentre la cattedrale era già gremita.
Fu dopo la funzione religiosa, durante il ricevimento seguito nei saloni dell’arcivescovado, che la cerimonia d’insediamento si trasformò spontaneamente in un fatto di società, un’occasione d’incontro, aperta anche alla Milano laica delle istituzioni, delle professioni e degli affari, della cultura e del giornalismo. La processione degli invitati sfilò di sala in sala, fino all’ultima. E lì monsignor Martini, austero e imponente, ringraziò tutti ricambiando con un piccolo ricordo. In una scatoletta rossa, consegnò a ciascuno degli ospiti una medaglia di bronzo con l’immagine di sant’Ambrogio da una parte e una scritta in latino dall’altra: “Pro veritate adversa diligere”, il motto scelto al momento dell’ordinazione ad arcivescovo. La frase completa, tratta da san Gregorio Magno, dopo “adversa diligere” aggiunge testualmente “et prospera formidando declinare”. Tutta intera, raccomanda saggiamente di amare le avversità ed essere cauti di fronte al successo, in nome della verità.
Ecco, se c’è una parola in cui si può riassumere il magistero di Martini è proprio questa: verità. E come raccontano i Vangeli, è quella su cui s’impernia la predicazione di Cristo in terra. Lo stesso profeta che scaccia i mercanti dal tempio, condanna i farisei come ipocriti, difende l’adultera dalla lapidazione. Autorità spirituale e potestà temporale, appunto.
Prima dell’Unità d’Italia, “lo Stato della Chiesa – come osserva Domenico Fisichella nel volume citato all’inizio – taglia territorialmente in due, dall’Adriatico al Tirreno, la penisola. E questa è una delle ragioni essenziali del ritardo italiano nella edificazione del suo Stato nazionale”. All’epoca del Risorgimento, fu poi Camillo Benso di Cavour a riprendere la celebre espressione “libera Chiesa in libero Stato”, esortando il Papa a separare il potere spirituale da quello temporale sui suoi possedimenti, in modo da favorire la convivenza fra Stato e Chiesa. Ma oggi, alla luce delle polemiche sull’Ici o sull’Imu, forse è arrivato il momento di mutuarla in “povera Chiesa in povero Stato”: per auspicare cioè una Chiesa che non rivendichi più privilegi e guarentigie nei confronti di uno Stato oppresso da un colossale debito pubblico e costretto perciò a imporre pesanti sacrifici ai suoi cittadini. Fermo restando che hanno diritto all’esenzione gli edifici dedicati esclusivamente o prevalentemente al culto e al volontariato, gli immobili del Vaticano che invece producono reddito – palazzi, abitazioni, uffici, alberghi, scuole, ospedali, case di cura o cliniche per un gettito stimato in 600 milioni di euro – non possono più essere sottratti al controllo del fisco. E non solo per un’elementare ragione di equità nei confronti di tutti gli altri contribuenti, pubblici o privati, quanto per salvaguardare la stessa autorità e credibilità della Chiesa verso i credenti e i non credenti. La Chiesa di Cristo, testimoniata da monsignor Martini, è una Chiesa povera, semplice, umile. Una Chiesa che, in linea con l’opera di purificazione avviata ora da Benedetto XVI, non ha nulla a che vedere con l’amministrazione dei patrimoni immobiliari, con gli affari della Banca vaticana e men che meno con il riciclaggio di denaro.
La Repbblica 09.08.12

"Senza regole serie le primarie saranno un boomerang", di Cesare Damiano e Giorgio Merlo

E’ inutile girare attorno all’ostacolo. Le prossime primarie per sciegliere il candidato premier del centro sinistra possono essere una grande opportunità per l’espansione elettorale del Pd e, quindi, della intera coalizione; oppure possono trasformarsi in un poderoso boomerang. Innanzitutto per il Pd, per la sua immagine, la sua credibilità e il suo progetto politico. Per noi si tratta di una questione di scelta politica, di rapporti interni al partito e anche di scelte regolamentari.
Ma andiamo con ordine. Le primarie si devono fare.
Così ha deciso Bersani e così ha scelto il Pd. Primarie che servono per dare un’ampia legittimazione popolare e democratica al futuro candidato Premier e anche per rispondere ad una domanda di rinnovamento che sale con forza dalla società italiana. Ma le primarie, che sono e restano uno strumento e non un dogma da santificare e venerare ogni giorno, non possono diventare un espediente per “scassare” il partito e demolire la stessa impalcatura di un soggetto politico che è nato appena 5 anni fa. Francamente non crediamo che questo rientri tra gli obiettivi politici del sindaco di Firenze, ma è indubbio che gli attacchi quotidiani al segretario, a larga parte del gruppo dirigente e a tutto ciò che è stato fatto in questi anni, è una ghiotta occasione per tutti i detrattori, gli avversari e i nemici del Pd per ridimensionare, se non fiaccare, le ambizioni di governo del più grande partito riformista del Paese. Quindi, un sì convinto alle primarie purché non diventino una sorta di competizione cruenta tesa unicamente a delegittimare politicamente e personalmente il gruppo dirigente del partito.
Lo hanno già detto altri e noi lo ripetiamo perché lo condividiamo: il tema dei mandati, della “rottamazione” di tutto il gruppo dirigente del partito e dello sventolio in ogni piazza e in ogni via della carta di identità, che cosa hanno a che fare con l’agenda programmatica del dopo Monti? Noi non sottovalutiamo affatto questi elementi di dibattito. Ma un conto è il congresso di un partito, lo scontro interno e la fisiologica competizione per assumere la sua guida politica. Altra cosa, del tutto diversa, è la ricetta programmatica del Pd e del centrosinistra per la guida del Paese nel prossimo quinquennio. Come abbiamo già detto, indubbiamente la carta di identità è importante, ma la contesa delle future primarie va giocata esclusivamente sul terreno politico e programmatico. Perché se la disputa diventa tutta interna al gruppo dirigente, forse è bene convocare un congresso straordinario per affrontare i problemi e sciogliere i nodi. Ma è questo il tema dominante ed esclusivo del dopo Monti? A noi, francamente, pare di no, perché siamo interessati a conoscere innanzitutto il programma di governo di ciascun candidato e a comprendere qual è la strada che viene indicata per uscire dall’attuale e drammatica crisi economica e sociale.
Ecco perché il capitolo delle regole questa volta è importante e decisivo.
Nessuno vuole attenuare o ridurre la partecipazione popolare. Anzi. Chi non appartiene alla scuola demagogica e populista del grillismo più aggressivo ed irresponsabile, sa benissimo che le primarie vanno disciplinate. E la proposta avanzata su queste colonne da Franco Marini non può e non deve cadere nel vuoto. Il cosiddetto «albo degli elettori» non è utile solo al Pd, ma è utile per la credibilità, la trasparenza e la correttezza delle primarie e della stessa politica.
Non vogliamo affatto ingigantire le degenerazioni e gli inquinamenti che sono capitati a Napoli, a Palermo e in altre città italiane. Ma è indubbio che una consultazione popolare di questo genere, priva di qualsiasi regolamentazione, è credibile e seria se non è inquinata e, soprattutto, se non è condizionata da persone, gruppi di pressione, cordate di interessi e lobby del tutto esterne al Pd e all’intero centro sinistra. È sintomatico, al riguardo, che a invocare primarie senza regole siano soprattutto tutti quei mondi o pregiudizialmente ostili al Pd o che avversano e combattono un esito positivo al centro sinistra alle prossime elezioni.
Facciamo, pertanto, un pubblico appello al segretario Bersani e alla Direzione del partito affinché si affronti in modo tempestivo ed approfondito questo tema. Senza regole definite e condivise rischiamo di trasformare le primarie in uno scontro dove la voglia di azzerare e di liquidare il Pd può entrare prepotentemente in gioco, nonostante la nostra volontà. E questo è un epilogo che non condividiamo e che vogliamo battere senza esitazioni e senza tentennamenti.

L’Unità 08.09.12