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"Strage di Brescia, ora il governo cancelli l'ultima ferita", di Mario Calabresi

a sentenza pronunciata ieri non chiude per sempre una storia di dolore cominciata il 28 maggio 1974 in una piazza del centro di Brescia. Non è l’ultima parola: non dobbiamo e non possiamo pensare di essere condannati a vivere nella nebbia e nei misteri. Ora la verità storica dovrà colmare le lacune della giustizia mancata. Molta strada è stata fatta, tanto che sono chiare responsabilità e complicità, ma molto resta da fare, perché dagli archivi dello Stato possono ancora uscire carte importanti per dare un quadro definitivo della stagione delle stragi.

Ma prima di ogni altra cosa il governo Monti deve cancellare un insulto: deve farsi carico delle spese processuali, al cui risarcimento sono stati condannati i familiari delle vittime. E’ una cosa intollerabile, che richiede un gesto forte e chiaro.

Non è la prima volta che accade: già nel 2005, al termine dell’iter giudiziario per la strage di Piazza Fontana, alle parti civili – anche allora rimaste senza giustizia – la Cassazione chiese di pagare i costi del processo. La sentenza fece scalpore, tanto che il governo Berlusconi decise di farsi carico di tutte le spese processuali, sottolineando di «considerare tale impegno come un atto di doveroso rispetto e di solidarietà per i familiari delle vittime». Anche oggi non resta che correre ai ripari per evitare una doppia ferita a chi ieri sera è tornato a casa svuotato e pieno di amarezza dopo decenni di battaglie dentro e fuori dai tribunali.
Certo questa beffa si sarebbe potuta evitare modificando la legge in modo da non ripetere scandali come questo.

La sentenza di assoluzione però non era inattesa, come racconta – intervistato da Michele Brambilla – il fondatore della Casa della Memoria di Brescia, Manlio Milani: «Sulle responsabilità personali le prove non erano sicure e capisco che i giudici vogliano certezze». Ma restare senza giustizia è doloroso e umiliante.

Questo processo però non è stato inutile, le oltre millecinquecento testimonianze raccolte negli anni e le centinaia di migliaia di pagine di documenti ci offrono un quadro di verità che va divulgato e consolidato: la strage di Piazza della Loggia fu pianificata e realizzata da estremisti di destra che godettero prima e dopo il massacro di complicità e coperture da parte di uomini dei nostri servizi segreti.

Perché questo quadro possa entrare nei libri di storia è ora fondamentale una sentenza che, pur assolvendo, sia capace nelle sue motivazioni di indicare i punti fermi a cui si è potuti giungere nel dibattimento. Per consolidarlo però è necessario l’intervento della politica che, come sottolinea Milani, deve ancora emanare i decreti applicativi della legge del 2007 sul segreto di Stato. Si potrà così capire se esistono ancora armadi da aprire capaci di rischiarare definitivamente la stagione delle stragi.

E’ fuori dai tribunali e dal Parlamento però che dovrà continuare la battaglia più importante, quella per tenere viva la memoria, per non lasciar sprofondare il Paese nell’ignoranza e nel disinteresse.

Pochi giorni fa sono stato al liceo Majorana di Moncalieri dove i docenti di storia hanno fatto un’indagine tra gli studenti per capire che percezione avevano degli Anni di Piombo. Hanno chiesto a 278 di loro chi fossero gli autori della strage di Piazza Fontana: secondo il 45 per cento sono state le Brigate Rosse, per il 23 per cento la mafia, mentre solo il 16 per cento ha indicato correttamente gli estremisti di destra di Ordine Nuovo.

I professori però non si sono fatti prendere dallo sconforto e, come sta succedendo in molte scuole italiane, hanno organizzato un lavoro approfondito per far conoscere la verità storica. Ora i ragazzi hanno chiaro cosa è successo nel nostro Paese negli Anni Settanta e quel sondaggio può essere dimenticato.

Di questo lavoro prezioso di testimonianza Manlio Milani è uno dei più instancabili protagonisti, la sua Casa della Memoria è uno degli esempi migliori dell’Italia che non si arrende all’oblio. Nonostante la sentenza di ieri provochi sgomento, il suo impegno non è stato sprecato, anzi assume un valore ancora maggiore.

La Stampa 15.04.12

"Dimissioni in bianco. La riforma lascia le donne in pericolo", del “Comitato 188 firme per la 188”

Pubblichiamo dall’Unità la lettera aperta sulle «Dimissioni in bianco» al ministro Elsa Fornero e alle commissioni Lavoro di Camera e Senato scritta dal Comitato 188, dal nome della legge.

Il disegno di legge sul mercato del lavoro dedica un intero articolo, l’articolo 55, alla normativa contro le dimissioni in bianco. Riteniamo questa scelta giusta e frutto anche dell’iniziativa di tante donne,fuori e dentro il Parlamento,che non hanno mai smesso di chiedere e proporre norme capaci di impedire le dimissioni in bianco.
Perché non era e non è possibile rassegnarsi alla pratica barbara di far firmare al momento dell’assunzione una falsa lettera di dimissioni da tirar fuori quando una lavoratrice è in gravidanza,un lavoratore è malato o non desiderato o, molto frequentemente, immigrato o immigrata.
A febbraio, noi del Comitato “188 per la 188” abbiamo incontrato il Ministro Fornero; abbiamo lanciato una giornata di mobilitazione nazionale; abbiamo scritto una lettera al Presidente del Consiglio, ai Presidenti di Camera e Senato, a tutte le parlamentari e i parlamentari; abbiamo raccolto, in un giorno e mezzo, 188 autorevolissime firme di donne di tutti i settori della società italiana ,diverse per esperienze, generazioni,culture politiche.
L’abbiamo fatto per sostenere la necessità intervenire subito in modo da porre fine al ricatto agito sulle persone, non solo al momento dell’assunzione, ma durante tutta la durata di quel rapporto di lavoro su cui pende la spada delle dimissioni conservate in un cassetto. Ormai “dimissioni in bianco “ è un modo di dire entrato nel linguaggio e l’indignazione per l’abuso è entrato nel senso comune. Per questo abbiamo salutato con piacere l’art.55 del disegno di legge e il fatto che Ministro Fornero abbia mantenuto quanto aveva dichiarato in più occasione e per questo lo ringraziamo.
E perciò, senza alcun pregiudizio, vorremmo fare alcune osservazioni e domande di chiarimento sugli 8 commi che compongono l’articolo 55. A noi la procedura prevista pare complicata. Per le dimissioni volontarie si rimanda ad un meccanismo ancora da definire entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge o in in alternativa ad uno scambio di raccomandate incrociate tra datore di lavoro, persona coinvolta, Direzione territoriale dl lavoro. E ad un meccanismo di convalida differente nel caso della lavoratrice madre. Forse era preferibile individuare un’unica modalità: un modulo numerato e progressivo, senza costi, con il quale dare le dimissioni, utilizzando la tecnologia.
Non è chiaro il senso dell’ ”offrire entro 7 giorni dalla ricevuta della raccomandata le proprie prestazioni al datore di lavoro”come forma di contestazione delle dimissioni”. Non è chiaro perchè si utilizzi sempre la formula “datore di lavoro”. Implica che l’ambito della norma è riferita solo al rapporto di lavoro subordinato? Se fosse così sarebbe un errore. Ma soprattuto non è chiaro il comma 8,laddove si dice che “Salvo che il fatto costituisca reato, il datore di lavoro che abusi del foglio firmato in bianco al fine di simulare le dimissioni o la risoluzione consensuale è punito con la sanzione amministrativa da 5000 a 30.000 euro…».
Non è chiaro quando l’abuso diventa reato: di sicuro la firma in bianco estorta , è un abuso grave . E,come diceva il “documento policy “del Governo, quell’atto, quell’abuso configura un licenziamento discriminatorio ,che semplicemente diventa nullo:questa la giusta sanzione,non la multa.
Il disegno di legge non cita più il licenziamento discriminatorio e cita al contrario la legge 689 del 1981, quella sulla depenalizzazione. Può trattarsi di una dimenticanza o di un sottinteso, la multa può essere una sanzione aggiuntiva:ma il Ministro e le Commissioni parlamentari competenti potranno ben comprendere come si tratti di un punto particolarmente rilevante, che richiede un chiarimento e nel caso un cambiamento.

da L’Unità

"Ecco la trasparenza: un euro a voto e cinque per mille", di Piero Fassino

La politica richiede costi ma è sbagliato arroccarsi nella difesa dell’esistente. È necessario darsi regole e modalità di sostentamento anche scontando una riduzione dei rimborsi

Il finanziamento della politica è uno di quei temi “sensibili” che segna il rapporto tra cittadini, partiti e istituzioni. E in tempi in cui quel rapporto è fragile e critico, le modalità con cui la politica è finanziata diventa un sensore particolarmente significativo.
Per questo credo che i partiti debbano avere la lucidità di sottrarsi alla tentazione di chiudersi a riccio, di arroccarsi in una difesa di sé che avrebbe come unica conseguenza di dare ulteriore fiato all’antipolitica, accrescendo ancora di più la distanza tra partiti e società.
Non è in discussione – almeno per me – la assoluta necessità di garantire alla attività politica risorse pulite e trasparenti per il suo esercizio. Al pari di qualsiasi attività umana anche la politica comporta costi e richiede risorse per pagarli. Ma tanto più in tempi in cui a ogni persona e ad ogni famiglia si chiedono sacrifici non irrilevanti (dall’allungamento dell’età pensionabile alla tassazione sulla casa), i partiti hanno il dovere di darsi regole e modalità di finanziamento sostenibili e compatibili, anche scontando una inevitabile riduzione delle risorse fin qui ottenute.
Per questo mi permetto di avanzare due proposte:
1. Si adotti un sistema di rimborsi elettorali che corrisponda ai partiti una somma pari ad un euro per ogni voto ottenuto.
Una dimensione sobria perché è ragionevole stimare che in una campagna elettorale un partito, o i suoi candidati, spendano almeno un euro per ogni elettore.
I rimborsi, in ogni caso, siano corrisposti solo a fronte di documentazione legale di ogni spesa, sottoposta a verifica da un organo di controllo, evitando così abusi o usi impropri di quel denaro. E il rimborso avvenga in un’unica soluzione entro tre mesi dallo svolgimento delle elezioni, superando l’attuale rateizzazione annuale dei rimborsi che fa perdere obiettivamente alla erogazione la finalità di “rimborso elettorale”.
2. Si introduca, inoltre, la possibilità per ogni cittadino di sottoscrivere volontariamente una quota millesimale – il 5 o 4 per mille – sulla propria denuncia dei redditi o, per chi non è soggetto a denuncia dei redditi, sugli oneri fiscali sulla busta paga.
Ciò permetterebbe ai partiti di disporre di risorse pulite, trasparenti e soprattutto espressione di una libera e volontaria scelta di contribuzione.
Sono proposte semplici che garantirebbero due obiettivi: i partiti disporrebbero di risorse per la propria attività; al tempo stesso l’onere a carico della collettività sarebbe sostenibile, sia perché i rimborsi elettorali avrebbero dimensione accettabile e sia perché la contribuzione volontaria sarebbe una libera scelta di ciascuno.

da l’Unità 14.4.12

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Castagnetti attacca “I rimborsi ai partiti vanno dimezzati”, di Carlo Bertini
L’ex presidente del Ppi: “Provvedimento insufficiente”

ROMA Pierluigi Castagnetti, ex segretario del Ppi, è stato il primo a presentare in tempi non sospetti, quando c’era il governo Prodi, una proposta di disciplina dell’articolo 49 della Costituzione sulla democrazia dei partiti. E oggi non è soddisfatto della prima risposta che i leader di maggioranza hanno dato a questa esplosione di scandali legati al finanziamento pubblico.
Lei ritiene che vadano drasticamente ridotti i rimborsi elettorali usando la legge Abc sulla trasparenza?
«Certo, è questa la sede appropriata e non c’è tempo per dilazioni. Non va sottovalutato quanto è stato deciso, cioè il controllo esterno dei bilanci dei partiti e le sanzioni a chi non è in regola, che oggi non esistono. Ma non è sufficiente. Oggi c’è un risentimento popolare nei confronti della politica, ma un Paese senza partiti non è sperimentabile. È una tentazione che in Italia c’è stata ancora prima del fascismo e ha coinvolto personalità come Croce e Salvemini: allora era tale la corruzione che si pensava di fare appello alle eccellenze del Paese. Un’illusione che persiste e che va combattuta: una democrazia senza i partiti è una democrazia senza popolo. Credo che i partiti abbiano bisogno di un riconoscimento per questo loro ruolo e quindi di un finanziamento pubblico».
Fatte queste premesse, i rimborsi vanno ridotti e quanto?
«Sì, anzi a mio avviso vanno dimezzati, perché non si può non tenere conto del momento di sacrifici che coinvolgono tutti gli italiani e del clima di estraneità alla politica che sta dilagando. Le vicende di Lusi e della Lega hanno dimostrato che al netto della spese elettorali c’è un residuo sproporzionato delle risorse disponibili per i partiti. Già quando esplose la polemica sugli stipendi dei parlamentari avremmo dovuto prevenire la polemica odierna sui finanziamenti».
Non è il caso di dire apertamente che con i rimborsi i partiti finanziano le loro strutture tutto l’anno e non solo le campagne elettorali?
«Certo, è ora di smascherare questa ipocrisia. Non siamo in America e i partiti non sono comitati elettorali che nascono e muoiono nelle elezioni. Sono strutture che si occupano della formazione dei quadri dirigenti, che organizzano la partecipazione popolare e tutto ciò ha un costo. Fermo restando la necessità del finanziamento pubblico anche per sottrarli ai condizionamenti mai disinteressati delle lobby, è necessario ripristinare il valore della militanza, cioè della gratuità e della contribuzione personale. I rimborsi dimezzati devono bastare per le campagne elettorali, le strutture vanno mantenute con contribuzioni volontarie dirette o mediate tipo il 5×1000».
Lei che ha contribuito a far nascere la Margherita non ritiene doveroso un mea culpa per non aver rinunciato ai fondi pubblici dopo che il partito si era sciolto?
«Dall’anno prossimo i partiti estinti non riceveranno più contributi. Col senno del poi le direi di sì, ma avremmo dovuto sin da subito impegnarci a restituire allo Stato le somme eccedenti la copertura delle spese sostenute. Cosa che doverosamente faremo adesso a giugno».

da La Stampa 14.4.12

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“I milioni di luglio ci servono sennò i partiti chiudono”. Misiani, tesoriere del Pd confessa: “Abbiamo speso tutto”, di Wanda Marra

Rinunciare all’ultima tranche dei rimborsi elettorali? Impossibile, i partiti chiuderebbero. Sarà una verità impopolare, ma qualcuno deve dirla”. Antonio Misiani, tesoriere del Pd, bilanci alla mano, rivela un dato sorprendente. Soprattutto se rapportato alle cifre incassate dai partiti negli ultimi anni: 503 milioni di euro solo per le politiche del 2008.
Onorevole Misiani, quanti soldi ha in cassa il Pd?
Abbiamo un disavanzo di 43 milioni di euro.
Quindi siete in rosso? Ma negli ultimi 4 anni avete ricevuto 200 milioni di euro.
I 5 anni di rimborsi elettorali per la legislatura del 2008 li abbiamo messi a bilancio tutti insieme, ma arrivano rateizzati. L’anno scorso ci siamo dovuti far anticipare qualche milione di euro per arrivare a luglio
Se l’ultima rata dei rimborsi non dovesse arrivare il Pd non sopravviverebbe?
Esatto. L’80-90 per cento dei nostri introiti sono i soldi pubblici. E il problema non vale solo per noi. Il Pdl i soldi dei rimborsi delle politiche del 2008 li ha tutti cartolarizzati, ovvero se li è fatti anticipare dalle banche. È notizia risaputa. Tutti i partiti hanno bisogno di quella rata per sopravvivere.
Stiamo parlando di tantissimi soldi, però.
Negli ultimi 4 anni per i rimborsi relativi alle varie elezioni abbiamo incassato 37,4 milioni di euro nel 2008, 46,3 nel 2009, 60,1 nel 2011, 58 nel 2012.
Ma come avete fatto a spenderli tutti ?
Un partito vive sempre, mica solo in campagna elettorale. Quei soldi li usiamo per pagare l’attività politica, il personale. Il nostro bilancio è certificato. E rimborsi per le amministrative li trasferiamo sul territorio. Capisco il tema della corrispondenza tra spese e rimborsi, ma in tutta Europa i rimborsi elettorali vengono calcolati con criteri forfettari.
Dipendete dallo Stato.
Noi abbiamo una quota di autofinanziamento (circa 1500 euro mensili a parlamentare), ma le donazioni da privati sono poche. I cittadini hanno molta poca propensione a donare ai partiti, anche per effetto del logoramento del rapporto con la politica.
Secondo la Gazzetta Ufficiale però nel 2010 i partiti in cassa avevano 205 milioni di euro.
È un dato legato al ciclo finanziario. I bilanci si chiudono a dicembre e a luglio quei soldi non ci sono più. Almeno per i partiti veri che fanno politica.
Qual è la somma che i partiti riceveranno il 31 luglio?
La tranche di luglio è di 180 milioni, perché si sommano – appunto – i rimborsi per le politiche, le europee e le amministrative.
Alfano, Bersani e Casini hanno promesso un rinvio. Ma poi nel testo dell’emendamento, che la proposta di legge recepisce, non ce n’era traccia.
Il rinvio è legato all’entrata in vigore delle norme sulla trasparenza e dei controlli dei bilanci. Si dovrebbe arrivare al 30 settembre.
Ma non è scritto da nessuna parte.
Era implicito nel passaggio in cui si parla del “giudizio di regolarità e conformità a legge” dei rendiconti dei partiti per il 2010 e il 2011. Certo, se poi si va molto per le lunghe, finisce che non ci sarà nessun rinvio.
Dozzo della Lega ha detto che loro rinunceranno. Dai partiti di maggioranza nessuna rinuncia in programma?
Anche Di Pietro ha detto che rinuncerà in favore degli esodati. Se può lo faccia. Noi non possiamo.
Ma anche sulla trasparenza il compromesso non è convincente. Dopo il controllo sui bilanci dei partiti da parte dell’Authority l’ultima parola sulle sanzioni spetterà ai presidenti di Camera e Senato. Il controllato controlla il controllore.
Nelle nostre intenzioni si tratta di una mera ratifica.
Ma si sa che può succedere nelle pieghe delle “mere ratifiche”…
Finirà che con tutte queste polemiche, non si farà neanche questa legge.
Dunque, lei non crede che i finanziamenti siano troppi?
Sicuramente si deve ripensare strutturalmente la questione, e noi faremo una proposta. Ma il taglio ai finanziamenti già c’è stato.
Ma dal ‘93, quando il referendum abolisce i finanziamenti pubblici, i soldi erogati dallo Stato sono cresciuti 10 volte.
È vero che c’è stata un’escalation nei primi anni 2000, con punte massime tra 2008 e 2010, col rimborso doppio dovuto al fatto che i partiti prendevano i soldi anche se la legislatura finiva prima. Cosa cancellata con un decreto legge del 2011. Ma adesso siamo in una fase di effettiva discesa. I partiti prenderanno 180 milioni di euro quest’anno, 165 nel 2013, 163 nel 2014, 153 nel 2015. Come dovrebbe essere a regime.

da il Fatto 14.4.12

“Chi non vuole l’alternativa”, di Alfredo Reichlin

Ci risiamo? Ciò che io mi chiedo è se non stiamo chiudendo gli occhi di fronte ai rischi (o forse solo le tentazioni) di uscire dalla crisi del Paese e dal collasso dei due partiti della destra (l’asse di governo Berlusconi-Bossi) con una avventura antiparlamentare.
Molte cose spingono in questa direzione Una crisi economica che getta nella disperazione milioni di persone al punto che si moltiplicano i suicidi e il fango gettato ossessivamente, ogni giorno e ogni ora, sui partiti politici dipinti come tutti ladri e tutti uguali, sta creando una miscela esplosiva.
È evidente ed è sacrosanta l’indignazione per i fatti di corruzione. Ma è solo di questo che si preoccupa un certo establishment che nuota nell’oro? Mi colpisce molto il fatto che per questa gente e per i loro giornali non va più bene nessuna riforma sul finanziamento pubblico ai partiti. Vogliono altro. Che cosa? Che vuole l’oligarchia, parola troppo vaga di cui mi scuso ma con la quale intendo non tutto ciò che esercita il potere e che continua a garantire l’ordine democratico (compreso, sia ben chiaro, il governo attuale), ma quell’intreccio di cose e di consorterie, compreso il controllo pressoché esclusivo del circuito mediatico? Io ho la spiacevole impressione che la storia italiana e della sua classe dirigente si ripeta. Parlo della storica incapacità di questa di accettare come normale un possibile ricambio democratico a fronte del collasso del suo vecchio strumento di governo. Ciò che è avvenuto in altri passaggi (ricordate l’atteggiamento del vecchio Corriere della Sera di Albertini di fronte alla crisi dello Stato liberale nel primo dopoguerra?).
Al fondo è di questo che si tratta oggi in Italia. Si tratta del crollo impressionante in un mare di vergogna dell’asse di governo Berlusconi-Bossi al quale non i cosiddetti «politici» (noi almeno no) ma l’oligarchia politica-affaristica-mediatica dominante, avevano affidato il compito di governare. Si tratta del mondo «loro», non nostro. No, cari signori, i partiti non sono tutti uguali ed è l’asse politico che ha governato il Paese che ha fatto vergognoso fallimento.
No, i partiti non sono tutti uguali. È il partito della destra che ha comprato i deputati necessari alla maggioranza, ha corrotto i giudici, ha dichiarato che pagare le tasse è un furto, ha detto che col tricolore «ci si puliva il culo». Ha imposto alla maggioranza parlamentare di votare solennemente, nell’aula storica di Montecitorio, che la signorina Ruby era effettivamente la nipote di Mubarak. Hanno insomma portato l’Italia sull’orlo del baratro. È vero, perfino il Corriere della Sera ha storto il naso, ma alla fine. Per anni il sostegno fu pieno, certo con
il distacco dei grandi professionisti. All’inizio di tutto resta la frase lapidaria con cui l’avv. Agnelli incoraggiò la «scesa in campo» di Berlusconi: «Vada pure, perché se perde perde lui, se vince vinciamo noi». E infatti si sono coperti di soldi. Più del Trota, più delle spese personali di Rosi Mauro. Figurarsi se io non penso che la gente ha ragione di indignarsi. È giusto. Ma c’è qualcosa che non torna. Ed è questa la questione che sollevo. Perché la sola ipotesi che il partito di Bersani (questo pericoloso sovversivo) possa vincere le prossime elezioni sta creando tanta paura e tanta agitazione in un certo mondo? Mi permetto di ricordare a giornalisti e a persone che pure stimo che il Corriere di Albertini sparò a zero su Giolitti ma, di conseguenza, si beccò Mussolini. Io non chiedo sconti per gli errori e del debolezze del Pd. Chiedo però a un certo mondo in cui, ripeto, ci sono tanti che stimo, qual è oggi, per loro il nemico? I partiti?
Maquali partiti? La fungaia di partiti e partitini personali che si moltiplicano di giorno in giorno, da Beppe Grillo a De Magistris, trovano simpatia. Allora è il partito che non va, cioè quello strumento reale che bene o male organizza la gente, dà anche ai poveracci una voce e una volontà collettiva, consente che anch’essi possano contare ai massimi livelli della vita statale. È questo che non va? Non va che il Pd sia ormai il solo partito che vive nella società tutti i giorni e tutto l’anno, che vota al suo interno, che ha degli organismi dirigenti e che il suo segretario sta lì, al vertice, ma pro-tempore?
Sottopongo queste mie considerazioni a tutti, anche a uomini come Rodotà e Zagrebelky, a Umberto Eco e Amato, come a Scalfari, Tronti, Claudio Magris, e tanti altri. Cioè a quelli che fanno le opinioni democratiche. Forse io esagero ma non facciamo l’errore di svegliarci troppo tardi. E poi teniamo ben presente il mondo in cui viviamo. Si è rotto un ordine europeo e mondiale. La crisi e al tempo stesso la potenza e la ferocia distruttiva della ricchezza finanziaria senza limiti che sconvolge il mondo, comprese le nude vite delle persone, è impressionante.
La mente corre agli anni ’30. L’analogia è evidente. Quella crisi e quel passaggio vide una doppia soluzione: da un lato il compromesso democratico e il grande patto sociale con Roosevelt in America e le socialdemocrazie in Europa; dall’altro la stretta autoritaria, Mussolini, Hitler, la guerra.
La crisi della politica è gravissima, è reale, ma viene da qui. Stiamo attenti alla risposta che diamo.

da L’Unità

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“Il conformismo di Libertà e Giustizia”, di Michele Prospero

Non sembra esserci ancora, tra le forze intellettuali e i movimenti della società civile, la piena consapevolezza dei rischi involutivi, davvero spaventosi, che corre la democrazia in Italia. Il comunicato che «Libertà e Giustizia» ha diramato l’altro giorno è un preoccupante segno dei tempi tempestosi che possono travolgere le istituzioni, senza incontrare argini efficaci. Se una delle espressioni più note della cosiddetta società civile riflessiva non trova di meglio che parlare di un «malloppo» da sottrarre ai partiti, naturalmente tutti dipinti come potenziali ladroni, è meglio non immaginare il livello di altre metafore. E dire che, solo qualche settimana fa, l’associazione si era espressa con ben altri termini (e toni) sui problemi della crisi e della riforma della politica. Ora, al posto della pacatezza dell’analisi, affiora una repentina inversione di marcia che suggerisce di adottare uno sbrigativo linguaggio agitatorio. Il cuore del breve documento di «Libertà e giustizia» è infatti racchiuso nel brano seguente. «Tutti i partiti sono diventati delle scatole che valgono solo per la merce che contengono: i soldi dei cittadini».
Se così parlano autorevoli giornalisti e fini costituzionalisti, figuriamoci quale linguaggio coverà nel ventre più molle del Paese. Se un’antipolitica così radicale accomuna ceti intellettuali e strati marginali, non c’è da stare molto rilassati su ciò che potrebbe accadere tra breve. Lascia davvero molto riflettere che «Libertà e Giustizia» trovi così naturale accodarsi al conformistico clima distruttivo odierno. È più agevole cavalcare la tigre dell’antipolitica che lavorare (criticamente) al fianco dei partiti più impegnati per un approdo di tipo europeo alla insidiosa transizione in corso. La minacciosa onda dell’antipolitica potrebbe sconvolgere presto ogni cosa. È inutile e ipocrita perciò concludere invocando la mano esperta di uno statista per impedire la frana. Dove pescarli gli statisti se il giochino abituale è quello per cui i partiti sono tutti uguali, complici del malaffare? L’illusione che dal cilindro dei media esca magicamente un politico di riserva, da porre alla testa di una qualche lista civica, non porta molto lontano. Per questo il comunicato ha un qualcosa di tristemente tragico.

da L’Unità

"I tremila docenti senza «quota 96»", di Massimo Franchi

La riforma ha tolto loro l’uscita a settembre e la somma di età e contributi. «Faremo ricorso collettivo a Tar e giudice del lavoro»

Lungo il corteo si intrecciano storie di lavoratori lontani e diversi che hanno la stessa identica morale: il miraggio della pensione. Nessuno vuole sentirsi dare dell’esodato – «parola orribile» – ancor di più se si tratta di insegnanti che la parola la usano per mestiere. «Ci siamo sentiti beffati», raccontano in coro, senza voler entrare nelle storie personali: «Siamo un gruppo e come gruppo vogliamo comparire ». Si tratta del comitato “Quota 96”, striscione verde su fondo bianco. Il nome si riferisce, come spiega il sottotitolo della scritta, ai «requisiti pensionistici al 31 agosto 2011», quando appunto valeva il requisito della somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi. Poi a dicembre scorso è arrivata Elsa Fornero «a sconvolgere le norme e le nostre vite ». «Siamo tremila docenti di tutta Italia. Insegnanti che dovrebbero già essere in pensione e che invece rischiano di andarci fra molti anni. Stiamo raccogliendo adesioni da tutta la penisola per il ricorso collettivo al Tar e al giudice del lavoro». “Quota 96” dfende il diritto di tutti gli insegnanti che dovevano andare in pensione il primo settembre 2012. Quota 96 è stata cancellata. La riforma delle pensioni firmata Elsa Fornero l’ha completamente scardinata, allungando di oltre tre anni la permanenza al lavoro dei lavoratori pubblici, insegnanti compresi. «Nella scuola esiste una sola finestra pensionistica a settembre, chi raggiunge i requisiti perfino il 3 settembre deve rimanere tutto l’anno scolastico. Ma tutte le leggi hanno previsto di rispettare questa regola: i requisiti non si toccano, si va in pensione a fine anno, ma il diritto è acquisito. Solo la riforma Fornero non l’ha fatto: una cosa vergognosa», spiegano gli insegnanti che sorreggono lo striscione. La mobilitazione aveva prodotto anche un emendamento al decreto Milleproroghe che chiedeva di differire, per il personale del comparto scuola, al 31 agosto 2012 i benefici che la Legge Fornero ha fissati inderogabilmente al 31 dicembre 2011. Ma non ha avuto seguito. «Ora speriamo sia un giudice a ripristinare la norma».

da l’Unità

"Sugli esodati il sindacato resuscita, sotto accusa finiscono governo e Inps", di Mariantonietta Colimberti

Ieri manifestazione unitaria a Roma. Bersani: «In nessun posto d’Europa esistono casi del genere»
Si erano ricompattati all’improvviso, dopo il gelo seguito alle battute conclusive del negoziato sul lavoro, quando Camusso si era ritrovata isolata col suo “no” alle linee della riforma Fornero. Il terreno dell’unità recuperata era stato, da subito, il problema dei cosiddetti “esodati”, di quelle decine (o centinaia, secondo la Cgil, ma non solo) di lavoratori che avevano accettato una fuoriuscita incentivata dal lavoro, o erano finiti in mobilità a seguito di accordi aziendali collettivi e similari, ma che dopo la riforma Fornero si erano ritrovati con un numero x di anni davanti prima di poter accedere alla pensione. Un problema vero, concreto, a segnalare il quale si erano spesi anche molti esponenti del Pd.
In un primo momento il governo era apparso poco recettivo sul punto, ma successivamente in più occasioni il ministro del lavoro aveva affermato la volontà di affrontare la questione, anche attraverso un tavolo ad hoc. La difficoltà reale, sottolineata da Fornero, riguardava la quantificazione degli aventi diritto ad accedere al trattamento pensionistico secondo le vecchie regole. Giovedì sera, alla vigilia della manifestazione di Roma, il ministero comunicava che il tavolo tecnico (ma i sindacati lamentano di non essere stati mai convocati sul tema) aveva accertato che il numero delle persone interessate è di circa 65mila e pertanto l’importo finanziario individuato dalla riforma delle pensioni, attuata col decreto Salva-Italia, «è adeguato a corrispondere a tutte le esigenze senza dover ricorrere a risorse aggiuntive».
Apriti cielo. Il comunicato del ministero è stato subito coperto da smentite, precisazioni e qualche improperio. Da dove venivano fuori quei numeri? La Cgil aveva sempre parlato di quasi 350mila esodati, ma le stime di Cisl e Uil non differivano di molto. L’Inps, dal canto suo, dichiarava una stima di 130mila lavoratori in uscita in quattro anni. Qual è la verità? Chi sta dando i numeri? In realtà nel comunicato del governo – come fa notare il numero due della Cisl, Giorgio Santini – si legge anche che il ministro sta valutando, «per specifiche situazioni e con criteri analoghi, l’ipotesi di un intervento normativo per trovare soluzioni che consentano ai lavoratori interessati da accordi collettivi stipulati in sede governativa entro il 2011, comunque beneficiari di ammortizzatori sociali finalizzati all’accompagnamento verso la pensione, di accedervi secondo le previgenti regole». Dunque, il discorso non è chiuso, il ministero sa che i numeri sono superiori. La quantificazione degli aventi diritto dipende dai criteri adottati: «Questi criteri vanno aggiornati – spiega Santini – aprendo un tavolo negoziale».
Le varianti sulle quali occorre ragionare riguardano i lavoratori non in mobilità prima della data-spartiacque stabilita dal governo (31 dicembre), ma firmatari di accordi in tal senso; i licenziamenti individuali di persone che avrebbero maturato la pensione nei successivi x anni (2, secondo il governo, almeno 3 o 4 secondo il sindacato); i lavoratori incentivati dall’azienda alla contribuzione volontaria, un numero, questo, altissimo (un milione 400 mila), ma evidentemente non da ricomprendersi in toto nella legge da venire.
Il problema, dunque, è aperto e una soluzione andrà trovata: Pier Luigi Bersani ha detto che «in nessun posto d’Europa esistono casi nei quali uno si ritrova a 58-60 anni senza pensione, senza salario e senza ammortizzatori » e l’ex ministro Cesare Damiano propone una clausola di rifinanziamento automatico qualora si presentino situazioni non coperte dalle risorse stanziate. La manifestazione sindacale di ieri è riuscita, anche nei suoi aspetti più folkloristici (Sabina Guzzanti ha sfilato travestita da Marcegaglia), c’era anche la Fiom e non ci sono state contestazioni verso nessuno. E questo è un fatto positivo.
Le confederazioni saranno ancora insieme il primo maggio a Rieti e non è esclusa una successiva iniziativa unitaria sul fisco. Questa ripresa di protagonismo del sindacato contro il governo, abbinata alle contestazioni che il governo sta incontrando con Pdl e Confindustria sulla riforma del mercato del lavoro, segnalano un problema potenziale per l’esecutivo. Non è un caso che il Corriere della Sera nell’editoriale di ieri abbia voluto ricordare a tutti, soprattutto imprenditori ed ex ministri, da dove veniamo, perché sia chiaro che il governo Monti «non è il male minore, ma l’unico traghetto di cui disponiamo ». Per concludere con un ammonimento: «Se fallisce lui…».

da www.europaquotidiano.it

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“Esodati, ora il tempo stringe”, di Achille Passoni
È una vicenda “strana” questa dei numeri sugli esodati. Dopo settimane nelle quali sono circolate cifre di ogni grandezza, con i risultati del tavolo tecnico predisposto da Fornero si è tornati ai 65 mila. Numero con cui si era partiti, peraltro alla vigilia della manifestazione dei sindacati, cosa che, lo confesso, nella mia precedente vita di sindacalista mi avrebbe fatto innervosire alquanto. Una questione che poteva e doveva essere risolta subito si è trascinata, così, sino ad oggi, lasciando che migliaia di persone vivessero una situazione di drammatica ansia e incertezza per il proprio presente e futuro, attanagliati dalla paura di restare senza pensione e senza reddito.
Parliamo di lavoratori che rivendicano semplicemente i loro diritti. Persone che hanno lavorato per tanti anni e che a causa di una crisi o ristrutturazione aziendale sono state costrette a lasciare anzitempo il posto di lavoro, nella certezza che a distanza di pochi e certi anni sarebbero approdate alla pensione. E invece, con la riforma della previdenza, si sono trovate spostata – e di molto – in avanti l’età per accedere alla pensione, col risultato di restare senza alcun reddito. In sostanza, lo stato ha cambiato loro le regole in piena corsa: cosa questa inconcepibile sempre, addirittura intollerabile quando in gioco vi è la sussistenza di migliaia di famiglie.
Tornando ai numeri, pur non disponendo di tutti gli strumenti tecnici dell’Inps e del ministero, ma semplicemente monitorando il mio collegio elettorale e non solo, ho sempre pensato che il numero di cui si parlava – 350mila – fosse davvero esorbitante. Allo stesso modo tuttavia, qualche dubbio mi resta anche sulla reale entità del dato fornito l’altro ieri dal ministero. Ma soprattutto, non riesco a capire per quale ragione si è fatto passare tutto questo tempo.
Questo tavolo tecnico che si è aperto dieci giorni fa non poteva essere istituito subito? E l’Inps, così informatizzato ed efficiente, ha avuto bisogno di mesi per prepararsi a sedersi al tavolo? Possibile, alla luce di quanto accaduto, che il presidente dell’Inps non senta anch’egli una qualche responsabilità per questo tempo infinito? Già qualche settimana fa, nel corso di un’audizione in commissione lavoro al senato, avevo chiesto al dottor Mastrapasqua perlomeno una stima delle cifre sulle quali l’Istituto stava lavorando. Ma niente, non ho ricevuto risposte. E intanto il tempo passava.
Adesso che finalmente il dato è arrivato, giusto o sbagliato che sia, c’è soltanto una cosa da fare: il ministro convochi i sindacati, metta a disposizione i risultati dello studio e predisponga subito un provvedimento per risolvere alla radice e per tutte le tipologie di lavoratori coinvolti questa coda velenosa della riforma previdenziale. E quell’incontro affronti e risolva anche un’altra questione che sta creando problemi serissimi ad altre migliaia di famiglie, ovvero quella delle ricongiunzioni onerose.
Mi riferisco alla legge 122 del 2010 del governo Berlusconi, che ha eliminato la possibilità di trasferire gratuitamente all’Inps la contribuzione versata in fondi diversi, rendendola onerosa. Anche qui, lo stato si mostra inaffidabile e irresponsabile perché determina, con improvvise e improvvisate norme finalizzate unicamente a far cassa a tutti i costi, conseguenze pesantissime per tantissimi lavoratori.
Lavoratori “colpevoli” di essere passati, assai spesso per scelte obbligate dalle aziende nelle quali lavoravano, dal pubblico al privato (ad esempio a causa di privatizzazioni e processi di esternalizzazione) pur non cambiando mai lavoro e azienda. A causa di questo voltafaccia dello stato, ora quella “colpa” costerà a migliaia di lavoratori il versamento all’Inps di cifre enormi, anche centinaia di migliaia di euro, per poter ottenere la ricongiunzione.
Ovviamente, su entrambi i fronti, il fattore tempo è assolutamente decisivo: il governo deve ascoltare e dare una risposta immediata e positivamente risolutiva alle richieste emerse dalla manifestazione unitaria di ieri dei sindacati.

da www.europaquotidiano.it

"Il venticello del perdonismo", di Curzio Maltese

Nella seconda tangentopoli, fra tante analogie con la prima, colpisce il diverso sentimento con cui i media seguono il rosario quotidiano di scandali. Nei giornali, nei salotti televisivi, nei palazzi, ma perfino sui blog, soffia un venticello di perdono, un giustificazionismo impensabile vent´anni fa. Rosi Mauro? Un capro espiatorio, se la prendono con lei perché è donna. Il Renzo Bossi? Povero fesso, certo, ma insomma non si capisce quale sia il reato. La Minetti? Che male c´è se si usa la bellezza per far carriera, così fan tutte. Sia chiaro che nessuno rimpiange le lugubri carnevalate del ‘92, gli sputi e le monetine, la pena di morte per i tangentisti proposta perfino dalle colonne di giornali seri, il tintinnar di manette e lo sventolare del cappio in Parlamento. Tanto meno oggi, di fronte alla misera fine degli ex forcaioli leghisti. Ma disgusta pure questo perdonismo greve e ammiccante, alla “Vacanze di Natale”, sostenuto dalla retorica putrida del «tanto sono tutti uguali e il più pulito c´ha la rogna». Un atteggiamento antico e cinico che ogni tanto spolvera armi un po´ più raffinate e alla moda come la teoria del complotto o la caricatura del politicamente corretto. L´altra sera nel salotto di Vespa, per citare il peggiore ma non l´unico, si è discusso seriamente per due ore se la presente Rosi Mauro non fosse per caso una nuova eroina del femminismo, perseguitata, addirittura mandata al rogo delle streghe, soltanto in quanto donna e per giunta meridionale. Lei stessa, la superiora del cerchio magico, si è presentato con l´occhio umido come una sintesi fra un suffragetta del secolo scorso, Anita Garibaldi e Frida Kahlo. Ma davvero? Nella stessa occasione gli illustri ospiti di Vespa hanno cercato di far passare un´altra tesi bizzarra a proposito dell´ineffabile Trota. Il vero mascalzone non sarebbe stato Bossi junior, ma piuttosto l´autista «pentito e traditore» che aveva filmato le piccole ruberie del Trota. L´infame infatti non è chi delinque, ma chi denuncia. Una logica che non farebbe una piega in un vertice di ‘ndrangheta, ma non ti aspetteresti sul servizio pubblico televisivo.
Vent´anni fa i partiti nuovi invocavano la forca contro i ladri, oggi anche i movimenti dell´antipolitica preferiscono attaccare i giudici, gli sbirri e al solito la stampa cattiva. Tutti a domandarsi dove sono gli avvisi di garanzia, le prove. E se vi sono gli avvisi e le prove, allora bisogna comunque aspettare le condanne in Cassazione prima di giudicare. Come se un cittadino dovesse aspettare la Cassazione per stabilire che è in ogni caso uno scandalo affidare alla signora Rosi Mauro la vice presidenza del Senato. Che è indecente piazzare un personaggio come Francesco Belsito nel consiglio d´amministrazione della Fincantieri, uno dei colossi cantieristici d´Europa, dal quale dipende un pezzo del futuro industriale del Paese. Che non si può mandare nel consiglio della regione più importante d´Italia gente come Nicole Minetti per i meriti conquistati sul campo del Bunga Bunga o il figlio di Bossi, con quel curriculum scolastico. Qualcuno di noi ha mai conosciuto uno che è stato bocciato tre volte all´esame di maturità?
È stata fatta molta e bonaria ironia sul gran traffico di titoli di studio falsi fra i vertici della Lega, un peccato certo veniale rispetto alle mazzette milionarie e assassine della sanità. Ma quando si pensa al destino di centinaia di migliaia di giovani italiani che prendono lauree vere col massimo dei voti e sono costretti a scappare all´estero dal giorno dopo, mentre figli di papà ignoranti e raccomandati se la spassano fra Porsche e discoteche, si sorride meno.
I discorsi perdonisti che accompagnano le rivelazioni sulla seconda tangentopoli non raccontano soltanto di un paese in eterno pendolarismo fra reazioni estreme e immature, fotografano anche il degrado morale prodotto da un ventennio di egemonia berlusconiana. Non soltanto a destra, si capisce. Perché bisogna possedere una gran fede per credere alle ingenue prese di distanza di leader ed ex leader del centrosinistra nei confronti delle malefatte dei loro vice e collaboratori di sempre, si chiamino Lusi o Penati o Tedesco. In cambio di questa nuova indulgenza, un pezzo di ceto politico vecchio e nuovissimo si dispone a giustificare l´illegalità di massa, l´evasione fiscale o la speculazione edilizia, come difese naturali di fronte a leggi e tasse troppo severe. Bene ha fatto il presidente Napolitano ieri a chiamare gli evasori, gli speculatori e i corrotti che li rappresentano per quello che sono: persone indegne di una grande nazione civile.

La Repubblica 14.04.12