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"Studenti, appassionatevi alla ragione", da Giacomo Leopardi, elaborazione di Antonella Antonia Paolini – Il Sole 24 Ore 21.09.14

Miei cari Italiani,
parlo a voi giovani e giovani siete tutti davvero rispetto all’età ch’io ho presentemente (ho compiuto il 216º anno, so che lo ricordate), in particolare io disegnava di parlare oggidì ai ragazzi ch’hanno ripreso le scuole e che m’hanno scritto, del che li ringrazio con vivo amore, eppure mi viene di rivolger l’interesse anche sopra la parte fanciulla delle madri, dei padri, dei nonni, ispirato dal mio cuore che conserva con la gioventù dell’anima quella mia vera e sensitiva natura che come m’infiamma m’agghiaccia.
Così mi detta di fare il cuore giacché la ragione non è mai efficace come la passione. Sentite i filosofi. Bisogna fare che l’uomo si muova per la sola ragione e dovere. Bubbole. La natura degli uomini e delle cose, può ben esser corrotta, ma non corretta. Ricavate il consiglio di oggidì dal seguito del ragionamento: non bisogna estinguer la passione colla ragione, ma convertir la ragione in passione; fare che il dovere la virtù l’eroismo ec. diventino passioni. Tali sono per natura. Tali erano presso gli antichi, e le cose andavano molto meglio. Ma quando la sola passione del mondo è l’egoismo, allora si ha ben ragione di gridar contro la passione. Come spegner l’egoismo colla ragione che n’è la nutrice, dissipando le illusioni? L’uomo privo di passioni, non farà altro che divenirne indolente, inattivo, immobile, indifferente, infingardo, com’è divenuto in grandissima parte. Ora m’avvedo che per giovare a voi e alla patria devo lasciare il darvi consigli minutamente, entrare invece dentro il mio sistema filosofico, metafisico, politico.
Ma come, s’io ho appena predicato contro i filosofi? Bisogna vedere contro quali filosofi perché anche io sono filosofo (e spiegherò di che genere) ed ho il mio sistema. Qualunque pensatore, e i più grandi massimamente, hanno avuto ciascuno il loro sistema, e sono stati o formatori o sostenitori di qualche sistema, più o meno ardenti e impegnati. Lasciando gli antichi filosofi, considerate i moderni più grandi. Cartesio, Malebranche, Newton, Leibnizio, Locke, Rousseau, Cabanis, Tracy, De Vico, Kant, in somma tutti quanti.
Sovente i principii da me esposti sono stati e sono riputati contrarii (contraddittori) come non dubito che potranno parere mille di loro e in mille casi, alla prima vista, ed anche dopo un accurato, ma non idoneo né giusto né sufficiente esame. Lo mostrerò col fatto nel tempo per chi vorrà seguire il mio sistema, la mia filosofia.
Scrivo in fretta perché la posta è per partire. Vi lascio col dirvi che chi non ha o non ha mai avuto immaginazione, sentimento, capacità di entusiasmo, di eroismo, d’illusioni vive e grandi, di forti e varie passioni, chi non conosce l’immenso sistema del bello, chi non legge o non sente, o non ha mai letto o sentito i poeti, non può assolutamente essere un grande, vero e perfetto filosofo, anzi non sarà mai se non un filosofo dimezzato, di corta vista, di colpo d’occhio assai debole, di penetrazione scarsa, per diligente, paziente, e sottile, e dialettico e matematico ch’ei possa essere; non conoscerà mai il vero, si persuaderà e proverà colla possibile evidenza cose falsissime. Non già perché il cuore e la fantasia dicano sovente più vero della fredda ragione, ma perché la stessa freddissima ragione ha bisogno di conoscere tutte queste cose, se vuol penetrare nel sistema della natura, e svilupparlo. Ma ci torneremo.
Abbiate pazienza e un poco di fiducia. Scrivetemi ancora e così farò anch’io verso di voi. Sono e sarò quello di prima, voglio dire il vostro tenerissimo e fedelissimo amico.
Giacomo Leopardi

"Il riscatto della fatica", di Andrea Bajani – La Repubblica 21.09.14

Lo sguardo che ha un ragazzo quando esce fuori – vincitore – da un’equazione ha una tale pasta di sorpresa, stupore e pienezza che bisognerebbe mostrarlo a tutti, a più riprese durante tutta la vita. Val la pena ricordarsene in questi giorni in cui si ritorna tra i banchi, e della scuola prevale – dentro i ragazzi e dentro gli insegnanti – l’idea della spada di Damocle, di tanta fatica per nulla, di un luogo rimasto chiuso fuori dalla storia dove si fanno cose che non servono a niente e che non interessano a nessuno. Lo stesso vale per una versione di latino, una reazione chimica, un salto a muro in una partita di pallavolo. A dispetto dei discorsi sterili sulla presunta inutilità dello studio, delle retoriche stereotipate sulle lingue date per morte, lo si studi per cinque minuti, lo sguardo che viene negli occhi a un ragazzo o a una ragazza che risolve un problema. Ci si renderà conto che lì dentro c’è tutto: il trionfo dopo la paura del fallimento, il palesarsi del mondo per intuizione, il raggiungimento di un obiettivo, la percezione di essere cresciuti durante il tragitto. Lo si potrà confrontare con mille altri sguardi di gioie più effimere, ma quello sguardo non avrà paragoni. Si confronti lo sguardo da copiaincolla di un ragazzo che consegna una ricerca al professore, con quello di chi ha scollinato il limite di quel che non sapeva e porta un tema come una conquista, un quaderno come una bandiera conficcata sulla Luna. Perché contiene la fatica, che è uno dei legni che rendono più vivo il fuoco di un ragazzo. Se la scuola, i maestri, i genitori – noi – ci occupassimo di mettere quella legna, invece di cercare di evitare loro ogni fatica nella speranza di farci perdonare e amare un po’ di più dai nostri figli, avremmo fuochi più alti e meno braci su cui soffiare per paura di vedercele spegnere sotto gli occhi.
In questi giorni di inizio scuola in cui ci si chiede se ancora abbia un senso – in tempi di nuovi professionismi e dilagante disoccupazione – chiedere ai figli di stare decine di anni tra i banchi, è utile ragionare su quella luce che la fatica accende dentro una persona. Per farlo sono preziosi, ciascuno a suo modo, tre libri appena usciti: Elogio della fatica, di Matteo Rampin (Ponte alle Grazie), La fatica di crescere , di Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet (Einaudi) e Le prime albe del mondo di Marco Albino Ferrari (Laterza). Quello di Rampin e quello di Ferrari sono due testi in cui i protagonisti sono persone che della fatica, e della sfida dunque, hanno fatto un mestiere: rispettivamente dieci campioni dello sport italiano (da Igor Cassina al rugbista Marco Bergamasco al judoka Pino Maddaloni) e dell’alpinismo (dai miti del passato come Renato Chabod e Giusto Gervasutti fino a Walter Bonatti e Reinold Messner). A che pro fare tanta fatica quando il premio è una medaglia di poca gloria che con l’età finirà in cantina o nella cesta dei giochi dei nipoti?
«Ecco a cosa servono gli allenamenti – dice il pugile Clemente Russo – a creare condizioni mentali che ti facciano sentire fiducioso in te stesso e nelle tua capacità». E dunque la fiducia in sé, la creazione salutare di un Vuoto (meccanica fondante del judo) in cui far convogliare la forza del mondo, percepirla in tutta la sua dirompenza per poi sapersene servire. È di questa fatica che la scuola e noi adulti in generale è importante che facciamo manutenzione: la fatica che produce vuoti da riempire, che spalanca la fame di altro mondo, di conoscenza.
Di quella fatica è importante che i ragazzi stessi sentano prima di tutto il piacere ( il piacere dopo la gara, dopo la fatica). Soprattutto alla fatica è connesso il superamento di un limite, il raggiungimento di un obiettivo ulteriore. È la fatica che fa pronunciare a Federica Pellegrini – cronaca di questi giorni – parole di fuoco contro il doping: la fatica della disciplina e del confronto con se stessi contro la scorciatoia di una medaglia al collo presa in pasticche. La sanno gli alpinisti raccontati da Marco Albino Ferrari, che si fanno largo in mezzo alle ostilità, sia esterne (il freddo, il vento) sia interne (scoraggiamento, solitudine) per conquistare cinque minuti di sconfinamento in cima a una montagna, e poi tornare giù. Ma quello sconfinamento è l’unica replica possibile, l’unico perché con cui ribattere a chi chiede conto di un’azione tanto inutile ( I conquistatori dell’inutile , ricorda Ferrari, è il titolo di un libro fondamentale per la letteratura d’alta quota), com’è quella di camminare per giorni da soli in condizioni impossibili. Rivendicare la via lunga e faticosa, sceglierla. Rivendicare, come resistenza, un tempo lungo contro il tempo breve, da cui il moltiplicarsi – con la conseguente e fatale deriva modaiola – di ogni estetica Slow, dal cibo, al running di massa alla meditazione.
In tempi di “industria della non fatica” (come la definisce il pugile Clemente Russo) val la pena riportare l’attenzione su quell’esigenza di spalancare vuoti, liberare spazio, far confluire mondo. È lì che va a inserirsi quel detonatore micidiale e impagabile che è la conoscenza, che rivoluziona – traumatizza, persino – quel che eravamo, per farci diventare quello che ancora non sappiamo. Attraverso un libro, un quadro, una relazione, un’equazione. Cosa c’è di più inutile – stando all’ideologia della non fatica – che il sapere? Eppure quali sono i mondi che di colpo spalanca? Ce lo ricorda il Giacomo Leopardi di Mario Martone in quel film struggente e potentissimo – tra poche settimane in sala – che è Il giovane favoloso. Cosa si può fare se non rifiutare la siepe, pretendere l’infinito che nasconde? L’alternativa è quella di un mondo in cui crescere diventa troppo faticoso perché si abbia voglia di farlo, o perché la società – attraverso il lavoro, tra gli altri – incoraggi a farlo. Lo ricordano Aime e Pietropolli Charmet, che riflettono sui riti di passaggio che sbiadiscono, in un momento storico come questo in cui diventare adulti è una faccenda da rimandare a data da definirsi. E non perché, come dice il Leopardi di ripreso da Martone, «non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita», ma se mai perché quel fanciullo l’hanno prima soffocato e poi messo sul divano tra i peluche a fare da guardie del corpo contro il mondo. Meglio, apparentemente, restare in una condizione conosciuta che sfidare un limite oltre il quale forse davvero non c’è niente. Perché nessuno si aspetta niente da te. Ecco, forse bisognerebbe rivalutare, insieme alla fatica, l’aspettativa, quel motore che non ha pari e con cui un maestro, un genitore incoraggia un bambino o un ragazzo ad andare verso di lui. O una società, appunto, a far crescere un adulto. Perché di quel gesto – aspettarsi qualcosa da loro – ci si assume la responsabilità, che è una fatica e una protezione insieme. Di tutto questo ricordiamoci in questi giorni che si ritorna tra i banchi di scuola e che il mondo si rimette in moto. E di quello sguardo che ha il bambino la prima volta che riesce a fare qualche passo senza appoggiarsi al divano o alle gambe della mamma. Chiunque l’abbia visto lo sa: c’è un trionfo che è la conseguenza diretta di tutti i tentativi falliti. Il bambino fa i suoi primi passi per la stanza, con le ginocchia piene di lividi per le cadute, e quasi non ci crede di essere proprio lui a camminare, e che quel mondo sia lo stesso di quando stava giù per terra.

Mafia al nord, conoscere per contrastarla – Manuela Ghizzoni 20.09.14

“La mafia è anche qui” era il ritornello ripetuto ieri sera a Modena durante la presentazione del primo rapporto sulla presenza mafiosa al nord curato dall’Osservatorio nazionale per la criminalità organizzata. Lo hanno messo nero su bianco i dati del documento, lo hanno ribadito la presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, il prefetto Michele Di Bari, il procuratore Lucia Musti.
Il terreno è favorevole: la crisi economica, il cedimento della coesione sociale, la diffusione della corruzione. Fenomeni diversi ma connessi che favoriscono la corrosione anche delle strutture istituzionali. Se l’Emilia Romagna da un lato è l’unica regione che non ha mai avuto un’amministrazione comunale sciolta per mafia, è anche vero che le province di Reggio Emilia e Modena hanno il triste primato di maggior numero di infiltrazioni al nord. A rischio sono i piccoli comuni: più facile stringere legami, più facile infiltrarsi nelle maglie di un’economia oggi fragile, più facile manovrare voti per condizionare l’azione amministrativa. A rischio anche gli appalti per la ricostruzione post terremoto.
“Dobbiamo diventare tutti ricercatori dei segnali di mafia” – ha detto Rosy Bindi – il che significa non abbassare mai la guardia, sostenere gli “anticorpi” civili, saper individuare l’illegalità in tutte le sue forme, perché l’omertà non è solo mafiosa, da noi può essere un’omertà di convenienza. Bene ha fatto il sindaco di Modena a proporre la centrale unica degli appalti per non lasciare soli i piccoli comuni, ma c’è anche un grande lavoro da fare per creare consapevolezza e non voltare la testa davanti ai segnali di illegalità.
Il primo passo è conoscere e fare conoscere, mettere i dati a disposizione di tutti, istituzioni, associazioni, agenzie educative, cittadini, organi di informazione. I mezzi di controllo e di contrasto messi in campo dalle amministrazioni e dalle forze dell’ordine avranno più efficacia se a sostenerli ci sarà una rete di cittadini educati alla legalità e alla responsabilità. E’ un percorso che già può cominciare nelle scuole e nelle famiglie. Lo ha detto Falcone: “La mafia è un fenomeno umano e come tale è destinato a finire”. Il rischio è che si estingua insieme alla razza umana. Ecco perché tutti dobbiamo impegnarci in prima persona.

 

PRIMO RAPPORTO TRIMESTRALE SULLE AREE SETTENTRIONALI PER LA PRESIDENZA DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL FENOMENO MAFIOSO

a cura dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano

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http://www.stefanoesposito.net/wp-content/rapporto_mafie_nord.pdf

 

"La laurea ultimo baluardo contro la disoccupazione giovanile", di Cristina Da Rold – 20.09.14

Cresce il numero degli under 29 disoccupati. Eppure ancora oggi il titolo di studio fa la differenza: i laureati sono l’unica fascia fra gli under 29 in cui il numero di assunzioni a tempo indeterminato previste, seppure in progressivo calo rispetto al 2010, supera quelle a tempo determinato. La fetta più grande dei nuovi contratti a tempo indeterminato andrà ai laureati in discipline economiche (37%) seguiti da ingegneri elettronici e della comunicazione (16%) e industriali (12%). Ma si tratta di pochi fortunati: solo il 5,6% dei laureati riesce a strappare un contratto di assunzione a tempo determinato o indeterminato

I dati sul lavoro parlano chiaro: la crisi non è finita. Sia per i giovani che per i meno giovani i contratti a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato continuano a diminuire anno dopo anno, mentre aumentano quelli che una volta messa la corona d’alloro al collo assaporano il senso dell’horror vacui.

Le vecchie professioni “sicure” come il medico o l’avvocato non assicurano più i frutti di un tempo, ma ciò non significa che studiare serva sempre meno, anzi. I laureati sono l’unica fascia fra gli under-29 in cui il numero di assunzioni previste a tempo indeterminato, seppure in progressivo calo rispetto al 2010, supera quelli a tempo determinato. Le cose vanno male insomma, ma vanno ancora peggio per chi ha un titolo di studio basso o non ne ha nessuno.

Non si tratta del solito allarmismo basato sui racconti dei molti che a più di un anno dal temine degli studi non sano più dove sbattere la testa, ma di un trend la cui evidenza è dimostrata dalla banca dati ufficiale Excelsior costruita da Unioncamere a partire dal 2010, che fa il punto sui nuovi contratti di lavoro dichiarati dalle aziende italiane. Il dato meno incoraggiante emerge considerando i contratti non stagionali a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato, esclusi gli ”interinali”, i contratti di apprendistato e le sostituzioni.

È evidente che il mercato del lavoro è oggi assai più complesso rispetto al binomio indeterminato-determinato: ci sono parecchie tipologie contrattuali, oltre all’avanzare del fenomeno del lavoro sommerso e dei sempre più numerosi casi delle “false partite iva”. Quello che emerge dai dati Unioncamere è dunque un calo progressivo dei contratti di lavoro standard per come siamo stati abituati a intendere il lavoro negli ultimi decenni.

Non è però il caso di fare di tutta l’erba un fascio. Se questo mercato del lavoro offre sempre meno, a ben vedere non pare però che i contratti a tempo indeterminato siano una mosca bianca, specie tra i giovani laureati.

Se consideriamo le stime sugli assunti per titolo di studio, scopriamo che i laureati sono l’unica fascia in cui il numero di contratti a tempo indeterminato dovrebbe superare quelli a tempo determinato. Se complessivamente nel 2014 Unioncamere prevede che ci saranno 32.610 nuove assunzioni a tempo indeterminato per gli under-29 e quasi 60.000 nuovi contratti a tempo determinato – i dati relativi al 2014 sono stime riferite all’intero anno sulla base di una rilevazione effettuata nel periodo marzo-aprile 2014 – per i laureati la previsione si ribalta. I nuovi contratti a tempo indeterminato dovrebbero superare quelli a tempo determinato: 8.710 contro 7.200. Previsioni, si direbbe. Certo, ma a ben vedere la stessa situazione si osserva anche esaminando i dati rilevati negli ultimi anni.

Secondo le statistiche dunque studiare paga. Pare. Il punto è che cosa studiare e qui la situazione è decisamente più sfaccettata e a tratti sorprendente, anche perché con buona pace delle varie statistiche sulle lauree più o meno “utili”, a fare la differenza sono molto spesso l’intraprendenza e la creatività del giovane, oltre a un’eventuale specializzazione post-lauream. Se è vero infatti che nel 2014 la fetta più grande dei nuovi contratti a tempo indeterminato sarà occupata dal laureati in discipline economiche (37%) seguiti da ingegneri elettronici e della comunicazione (16%) e industriale (12%) – mentre i vecchi laureati in discipline umanistiche se la passano decisamente peggio – nei contratti a tempo determinato stimati gli umanisti battono architetti, psicologi, ingegneri ambientali e civili e biotecnologi.

Queste cifre però si riferiscono comunque ai più fortunati, a quelli a cui è stato proposto un contratto di lavoro. Se consideriamo infatti le statistiche Miur sul numero dei laureati italiani degli ultimi anni ci rendiamo immediatamente conto che la statistica Unioncamere racconta, malgré soi, solo una parte dei giovani. 9.100 laureati sono stati assunti a tempo indeterminato nel 2013 e 7.800 a tempo determinato, una percentuale comunque bassissima sul totale dei 297.000 laureati nell’anno solare 2012.

Una forbice che si va progressivamente allargando dal 2010. Quattro anni fa i laureati italiani sono stati 292.810 e gli assunti a tempo indeterminato e determinato rispettivamente 13.420 e 10.940. Evidentemente, ancora una volta andrebbero considerati per una valutazione completa delle condizioni lavorative anche i liberi professionisti e, come si diceva, le “false partite iva”, ma rimane il fatto che per un giovane, laureato o no, entrare nel mondo del lavoro come dipendente è sempre più difficile.

Inoltre i laureati rimangono una piccola parte degli under 29 che cercano di entrare nel mondo del lavoro. La fetta più grande è costituita dai diplomati, seguiti dai giovani senza titolo di studio e infine da coloro che hanno un diploma professionale, con la percentuale più bassa di assunzioni a tempo determinato.

A discapito dunque dei luoghi comuni, pare che anche in questo Alto Medioevo del mercato del lavoro studiare o meno faccia ancora qualche differenza.

Le diseguaglianze – e questo non è certo un dato nuovo – sono ancora una volta anche geografiche. Se osserviamo la “mappa del tempo indeterminato” basata sempre sulla banca dati Excelsior di Unioncamere, notiamo immediatamente che le differenze regionali ci sono eccome, anche se a ben vedere i treni carichi di giovani che da sud vanno verso nord in cerca di fortuna non dovrebbero poi essere così pieni. Se proviamo a paragonare le regioni simili come dimensioni, vediamo che in Lombardia i contratti a tempo indeterminato per gli under-29 sono un numero molto maggiore rispetto al resto d’Italia, ma non pare sarà così in Piemonte, in Veneto e soprattutto in Toscana, dove l’offerta sembra si rivelerà, secondo le stime, minore rispetto a Lazio e Campania e non di molto maggiore rispetto alla Sicilia.

Insomma, sebbene questi dati Unioncamere facciano riferimento solo al lavoro dipendente, permettono di mettere un po’ d’ordine su cosa si salva e cosa no in questa complessa crisi che ha travolto il mondo del lavoro.

Scordiamoci dunque i benefici a breve termine dello scegliere la professione medica o l’avvocatura. Ma anche scordiamoci l’adagio tanto di moda oggigiorno secondo cui per assicurarsi un buon posto di lavoro è meglio un diploma professionale che una laurea. E pare dobbiamo scordarci anche che da questo punto di vista a sud si sta peggio che a nord.

Cultura e Turismo – Festa prov.le PD, Modena

Lunedì 22 settembre alle ore 21, presso il Palaconad della 7ima Festa provinciale del Partito Democratico di Modena (stradello Anesino Nord 50 località Ponte Alto) si svolgerà il dibattito “Cultura e Turismo, chiavi dello sviluppo”.
Intervengono:
Manuela Ghizzoni, deputata Pd
Massimo Mezzetti, assessore alla Cultura Regione Emilia-Romagna
Michelina Borsari, direttore Festival Filosofia

"Con «Se chiudo gli occhi non sono più qui» la scuola torna sul grande schermo", di Maria Piera Ceci – Scuola 24 19.09.14

«Credo che ci siano due tipi di insegnanti: gli insegnanti doganieri e gli insegnanti stella cometa».”Se chiudo gli occhi non sono più qui”, di Vittorio Moroni, nei cinema da ieri, è un film che racconta di insegnanti doganieri e ragazzi che si perdono. «I doganieri sono gli insegnanti che controllano i bagagli, che accertano che le cose che si trasportano siano quelle giuste e rimandano indietro se i bagagli sono inadeguati», spiega il regista. «La stella cometa è quell’insegnante che si mette a disposizione, che sa che ogni studente può soltanto autoeducarsi, può fare il suo percorso che dipende dalle sue specifiche urgenze e si mette a disposizione orientandolo, non pretendendo di proiettare una definizione del percorso sui ragazzi». 

Kiko, sedici anni, filippino, interpretato dall’esordiente Mark Manaloto, il suo insegnante stella cometa deve trovarlo fuori da scuola. Fra i banchi i suoi insegnanti sono distratti, colgono la sua vivacità intellettuale e il suo tormento interiore, ma non sono capaci di aiutarlo, chiusi come sono nei loro schemi fatti di verifiche scritte e formule da imparare a memoria. Così Kiko, che pure vorrebbe continuare a studiare, non ce la fa, cede ai ricatti psicologici di una madre debole (Hazel Morillo) e di un patrigno (Giuseppe Fiorello), arrogante caporale che sfrutta gli stranieri facendoli lavorare in nero e che pretende Kiko al suo fianco nei cantieri edili. Sarà invece Ettore (Giorgio Colangeli) ad accendere in Kiko la scintilla della passione per la conoscenza.
«Credo che ci siano dei bravissimi insegnanti e molti ne ho conosciuti lavorando a questo film», dice Moroni. «Ma la scuola rischia con il suo protocollo e le sue rigidità di essere un luogo dove paradossalmente imparare e venire a contatto con l’entusiasmo del conoscere più essere decisamente difficile».
E lo sa bene anche anche Mark Manaloto. Nato in Italia 19 anni fa, a tre mesi viene rimandato nelle Filippine. Torna nel nostro Paese a dieci anni. «Alle elementari la mia maestra mi aiutava perchè conosceva l’inglese e per me è stata una seconda madre», racconta. «Al liceo invece questo lavoro è impossibile. In una classe di trenta persone, i professori non possono seguire tutti. Viene a mancare il legame affettivo con lo studente».
Eppure Mark Manaloto si è diplomato al Liceo scientifico e ora ha passato il test per entrare alla Sapienza per studiare ingegneria meccanica. «Ce l’ho fatta grazie all’aiuto della mia maestra, poi degli amici che mi hanno dato una mano».
Nei prossimi quattro mesi il regista Vittorio Moroni andrà nelle scuole a far vedere il suo film e, grazie ad un accordo con Smemoranda e Save the children, chiederà ai ragazzi di raccontare le loro esperienze di scuola, di raccontare chi ha acceso in loro la passione per la conoscenza, di raccontare i maestri di vita che hanno incontrato. La storia migliore si trasformerà in un cortometraggio.

"Le invenzioni nascono tra i banchi: il Cnr e la Commissione Ue premiano l'Isis di Bibbiena", di Marzio Bartoloni – Scuola 24 19.09.14

Se si parla al cellulare al volante o, peggio ancora, si guida dopo aver bevuto un bicchiere di troppo l’automobile si blocca. Il prezioso dispositivo contro distrazioni e stragi del sabato sera – che segnala anche l’arrivo di un pedone o di un ciclista all’apertura della portiera – è stato inventato dalla scuola Isis «Enrico Fermi» di Bibbiena che ha vinto il primo premio della competizione «InvFactor – anche tu genio!» organizzata dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr e dalla rappresentanza in Italia della Commissione Ue.
La competizione ha coinvolto 47 scuole di tutta Italia
La gara quest’anno ha visto coinvolti 47 istituti da tutta Italia con team di studenti che, aiutati dagli insegnanti, hanno realizzato le loro invenzioni nel corso dell’anno scolastico. Ieri mattina a Roma – presso la sede della Commissione Ue – una giuria di esperti ha scelto tre innovazioni vincitrici tra le nove finaliste. «Le tematiche di ricerca più frequenti sono state ambiente, sicurezza e protezione dei più deboli», ha spiegato Rossella Palomba dell’Irpps-Cnr, coordinatrice della manifestazione. Per il direttore della rappresentanza di Bruxelles a Roma, Lucio Battistotti, «il futuro dell’economia europea, ma anche il futuro di noi stessi è sempre più legato alla ricerca e all’innovazione. Non a caso, per i prossimi 7 anni, l’Ue vi ha posto forte accento e dedicato più di 80 miliardi». Le tecnologie vincitrici saranno esposte venerdì 26 settembre al Museo Civico di Zoologia e l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù (sede di viale San Paolo) nell’ambito della «Notte dei ricercatori» promossa dall’Ue.

Tre le scuole vincitrici: Bibbiena, Cagliari e Fermo
Sono state tre le innovazioni vincitrici della quinta edizione. Il primo posto è stato assegnato, come detto, all’Isis di Bibbiena (Ar). Gli studenti hanno messo a punto tre dispositivi per auto assemblabili insieme: il primo attiva un display con messaggi luminosi e sonori se il guidatore usa il cellulare; il secondo è composto da tre sensori che rilevano la presenza di alcol nell’aria, e impediscono l’avviamento dell’auto; l’ultimo, con un sensore a ultrasuoni posizionato nello specchietto sinistro, rileva con un segnale luminoso e acustico l’arrivo di un mezzo. Il secondo premio è andato ai sonar – un cappellino e un pendaglio da portare al collo – realizzati per agevolare il movimento delle persone non vedenti messi a punto dagli studenti dell’Iti «Michele Giua» di Cagliari. Infine la carta d’identità chimica dei salumi Dop italiani degli studenti dell’Iti «Montani» di Fermo ha meritato il terzo premio.