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Studenti, siate parte attiva di una comunità educante – comunicato stampa 15.09.14

“Care ragazze e cari ragazzi, non accontentatevi di risposte preconfezionate e di soluzioni standard”: la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Istruzione della Camera, si rivolge con una lettera aperta ai giovani che oggi sono tornati tra i banchi di scuola in Emilia-Romagna e cita, come esempio, di buone prassi e buoni risultati scolastici due studentesse modenesi. Ecco quanto scrive:

“Tra nuove attese, consueti timori e annosi problemi, anche per i giovani emiliano-romagnoli oggi iniziano le lezioni. La campanella del nuovo anno scolastico per gli insegnati, i dirigenti e gli Ata è suonata il primo di settembre. Oggi é alle ragazze e ai ragazzi che tornano tra i banchi di scuola che voglio rivolgere un auspicio. Care ragazze e cari ragazzi, non accontentatevi di risposte preconfezionate e di soluzioni standard: apprezzate la complessità, siate curiosi e pronti a superare ogni orizzonte che starà di fronte a voi. Esercitate il principio della responsabilità nelle attività quotidiane: sarete più forti nell’esigere i diritti che discendono dal vostro essere cittadini a pieno titolo. Siate esigenti, con voi stessi e con gli adulti che vi stanno intorno. Non dimenticate mai che siete parte attiva di una comunità educante, che si deve fare carico collettivamente del successo formativo di ciascuno di voi. Ma soprattutto, siate donne e uomini con la forza e la dignità che la giovane età rivendica per voi. Non è un fervorino etico, il mio. Si tratta di quello che hanno suscitato in me due recenti episodi che vedono protagoniste due studentesse modenesi. La prima – di cui non conosco il nome – era presente al dibattito dedicato alla scuola e che si è svolto alla Festa provinciale del Pd domenica scorsa. La sua presenza tra il pubblico non mi era passata inosservata, per la giovane età e per il fatto che fosse la sola a prendere appunti. Al termine del dibattito si è avvicinata e mi ha posto domande puntuali e di “visione” sul progetto governativo “la buona scuola”: lo ha fatto con rispetto, ma senza timore per l’esercizio della critica e con la voglia evidente di approfondire e di cercare risposte non superficiali. Ho pensato, poi, a lei nei giorni successivi – con senso di fiducia nel futuro – come ad un seme che nel terreno della scuola ha attecchito ed è ben germogliato e ora si appresta a diventare un’adulta consapevole. Il secondo episodio riguarda Michela Grandi, diplomatasi quest’anno al Liceo scientifico “Paradisi” di Vignola e protagonista di una impresa affatto banale: alle olimpiadi internazionali di biologia, che si sono svolte a luglio in Indonesia e alle quali partecipava con altri tre coetanei italiani (dopo selezioni molto dure), ha conquistato la medaglia d’argento! Un risultato di grande soddisfazione per lei, per la sua famiglia e per la sua scuola. Un risultato personale di eccellenza, è vero, ma che esemplifica le buone prassi che nella scuola italiana sono molto più diffuse di quanto non si creda e che gratifica la fatica quotidiana di insegnanti e studenti. Due episodi di vita quotidiana. Due fiammella di luce che accendono la speranza”.

XII Rapporto di Cittadinanzattiva "Sicurezza, qualità, accessibilità a scuola" – Roma

Presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini (Via Poli, 19) a Roma, giovedì prossimo 18 settembre, Cittadinanzattiva presenta il XII Rapporto “Sicurezza, qualità, accessibilità a scuola”, con il seguente programma:

9.45 Saluti del Ministro dell’Istruzione, dell’Università, della Ricerca*, Stefania Giannini
10.15 Presentazione XII Rapporto “Sicurezza, qualità, accessibilità a scuola
Adriana Bizzarri, Coordinatrice nazionale Scuola di Cittadinanzattiva
Marilù Pacetta, Scuola di Cittadinanzattiva
10.45 Tavola rotonda
Modera
Anna Petroni, Giornalista Sky TG24
Partecipano:
Cinzia Caggiano, mamma di Vito Scafidi
Marco De Ponte, Segretario generale Action Aid Italia
Manuela Ghizzoni, VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione, Camera dei Deputati
Roberto Giarola, Dirigente del Servizio Volontariato, Dipartimento della Protezione Civile
Cinzia Pagni, Vicepresidente vicario CIA – Confederazione Italiana Agricoltori
Francesca Puglisi, VII Commissione Istruzione Pubblica, Beni culturali, Senato della Repubblica
Matteo Ricci, Sindaco di Pesaro, Delegato ANCI
Milena Santerini, VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione Camera dei Deputati
Testimonianze
Giovanni Del Bene, ex Dirigente scolastico e Responsabile Ufficio “Scuole Aperte”, Comune di Milano
Valentina Grippo, Vicepresidente XI Commissione Scuola, Comune di Roma
Annamaria Serratore, Coordinatrice regionale rete scuola, Cittadinanzattiva Calabria
Domande dal pubblico
13.30 Conclusioni
Anna Lisa Mandorino, Vice Segretario generale Cittadinanzattiva

"Beni culturali, pubblicato il bando per i «tecnici» del restauro", di Claudio Tucci – Scuola24 15.09.14

Bando per qualifica collaboratore restauratore
Dario Franceschini pubblica il bando pubblico per l’acquisizione della qualifica di collaboratore restauratore di beni culturali , tecnico del restauro: «Da dieci anni i professionisti del restauro – ha dichiarato il ministro per i Beni culturali – attendevano il pieno riconoscimento della propria qualifica, così come previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio. Il bando risponde finalmente a questa esigenza e valorizza così una delle eccellenze tecniche italiane più apprezzate nel mondo».

I requisiti del bando
Il provvedimento è consultabile nella sezione «avvisi e circolari» della home page del sito istituzionale www.beniculturali.it . Possono partecipare i laureati in Conservazione e restauro del patrimonio storico-artistico, Conservazione e restauro di beni culturali, Conservazione dei beni culturali, Beni culturali e Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali, i diplomati in Restauro presso accademie di belle arti, i diplomati presso una scuola di restauro statale o regionale, i dipendenti di amministrazioni pubbliche preposte alla tutela di beni culturali inquadrati come assistente tecnico restauratore, i professionisti che abbiano svolto attività di restauro per non meno di quattro anni con regolare esecuzione certificata.

Presentazione domande
Le domande di partecipazione al bando devono essere inviate esclusivamente in via telematica entro le ore 12 del 24 ottobre 2014. Per eventuali chiarimenti e supporto alla compilazione e trasmissione del modulo è attiva la casella di posta elettronica collaboratorirestauratori@beniculturali.it.

"Dopo due anni di attesa parte oggi il bonus per assumere dottori di ricerca e laureati "tecnici", di Marzio Bartoloni – Scuola24 15.09.14

Ci sono voluti più di due anni di attesa, ma alla fine da oggi è finalmente operativo il credito d’imposta per tutte quelle imprese che assumeranno a tempo indeterminato personale altamente qualificato. E cioè: dottori di ricerca e laureati in discipline tecnico-scientifiche. Da questa mattina sarà dunque possibile inserire i dati del personale assunto e allegare i documenti sulla piattaforma elettronica messa a punto dal ministero dello Sviluppo economico.

Finita la lunga attesa per il bonus su assunzioni di dottori di ricerca e laureati
La vicenda di questa agevolazione ha i contorni di un romanzo kafkiano, soprattutto per un Paese come il nostro che ha bisogno di innovazione e che invece deve continuare a scontrarsi con la burocrazia ministeriale che in questo caso ha risposto con un ritardo che probabilmente ha dimensioni da primato. Il primo decreto crescita di Monti, 83/2012, entrato in vigore il 26 giugno 2012, aveva infatti istituito un credito d’imposta pari al 35% dei costi aziendali sostenuti per le assunzioni o trasformazioni di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato di personale altamente qualificato, con un limite massimo di 20mila euro all’anno per impresa. Un bonus rivolto all’assunzione di due categorie di lavoratori: persone in possesso di un dottorato di ricerca universitario conseguito in una università italiana o estera (se riconosciuto equipollente); persone in possesso di laurea magistrale nelle discipline in ambito tecnico o scientifico (43 in tutto, dall’ingegneria al design). Per dare attuazione a quella norma le imprese, e gli aspiranti ricercatori da assumere, hanno però dovuto aspettare prima il decreto attuativo del luglio scorso e poi l’attivazione della piattaforma elettronica dove inserire i dati. Piattaforma che appunto sarà disponibile da oggi alle 9.00 per la presentazione delle istanze di credito d’imposta.

La misura dovrebbe consentire almeno 3mila assunzioni
Come detto da questa mattina possono essere presentate le domande per le assunzioni effettuate dal 26 giugno al 31 dicembre 2012. Il ministero dello sviluppo Economico ha messo a punto un’apposita sezione del suo sito istituzionale con tutte le informazioni e anche due filmati sul funzionamento e la registrazione sul portale. Per le assunzioni effettuate nel corso del 2013 le istanze dovranno invece essere presentate a partire dal 10 gennaio 2015. Mentre per quelle relative a quest’anno la data per cominciare a presentare le domande è fissata all’11 gennaio 2016. La presentazione di una specifica istanza è obbligatoria se si vuole sfruttare il bonus fiscale – utilizzabile in F24, per pagare tasse e contributi – per le assunzioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato di personale altamente qualificato. La misura dell’incentivo è del 35% del costo aziendale sostenuto, con un limite massimo pari a 200 mila euro annui per impresa, e i nuovi assunti devono essere destinati a specifiche attività di sperimentazione e ricerca. Per le assunzioni sono stati stanziati 25 milioni per il 2012, 33 milioni per il 2013, e 35 milioni sia per quest’anno che per il prossimo anno. Fondi che dovrebbero garantire, almeno sulla carta, almeno 3mila assunzioni l’anno. Previsto anche un canale d’accesso “privilegiato” per le start up. Che avranno la priorità al bonus, insieme agli incubatori certificati, e potranno non solo presentare un’istanza semplificata ma potranno anche beneficiarne per soggetti assunti con contratti di apprendistato.

"Giovani e donne: bonus a passo lento", di Valentina Melis – Il Sole 24 Ore 15.09.14

Un tesoretto per rilanciare il lavoro. Dal bonus per i ricercatori a quello per gli over 50, dagli incentivi per l’occupazione femminile alla garanzia giovani: sul piatto, per chi assume quest’anno e il prossimo, ci sono quasi 2,5 miliardi, in base ai conteggi realizzati dal Sole 24 Ore del Lunedì sugli ultimi incentivi alle assunzioni introdotti dai governi Monti e Letta per porre un freno all’emergenza lavoro e spingere le aziende a rafforzare gli organici. La dote aumenta di oltre un miliardo se si considerano le minori entrate contributive stimate dalla legge Fornero fino al 2021 per gli sgravi legati all’assunzione di donne svantaggiate e lavoratori ultracinquantenni.
Mentre i ministri dell’Economia della zona euro concordano sulla necessità di ridurre le tasse sul lavoro per ritrovare la competitività, e il governo Renzi studia nuovi tagli all’Irap, che dovrebbero premiare i contratti a tempo indeterminato, la platea su cui si inseriranno le prossime mosse dell’Esecutivo vede un carnet di oltre 20 incentivi alle assunzioni, in molti casi difficili da ottenere per budget limitati, ritardi nell’attuazione, iter complicati e requisiti stringenti.
Il flop del bonus giovani
Si Prenda, a esempio, il bonus giovani, introdotto dal Dl 76/2013, che negli obiettivi dell’allora ministro del welfare, Enrico Giovannini, avrebbe dovuto creare 100mila posti di lavoro stabili. Le domande ricevute dall’Inps fino all’8 settembre sono 30.998, ma solo 24mila sono state le assunzioni confermate entro i termini previsti. I numeri, confrontati con quelli di fine giugno, registrano un timido aumento dell’8,4%, frenando il già debole ritmo di crescita dei due mesi precedenti (+10%). Troppi requisiti da rispettare o la crisi che frena la voglia di assunzione delle imprese? «Una ragione del flop – spiegano da Confartigianato – è la previsione, per non collidere con la normativa europea, di erogare il bonus solo per le assunzioni che comportano un incremento degli occupati in azienda, costringendo le imprese a continui calcoli sulla permanenza o meno di questo requisito». L’incentivo – un terzo della retribuzione per una durata massima di 18 mesi – è infatti assegnato solo per le assunzioni o stabilizzazioni di under 30 a condizione che la new entry porti a un aumento dell’organico rispetto all’anno precedente. In più: l’assunzione, che deve riguardare giovani senza impiego da almeno sei mesi o senza diploma, va formalizzata entro sette giorni dalla prenotazione dell’incentivo. L’aiuto vale fino all’esaurimento delle risorse stanziate: circa 800 milioni tra il 2013 e il 2016 (ma le domande devono essere inviate entro il 30 giugno 2015). Ipotizzando un ritmo di crescita come quello attuale anche nei prossimi cinque bimestri, si arriverebbe a un totale di 45-46mila richieste, meno della metà di quelle preventivate.
Donne e over 50
Ma non ci sono solo i giovani. Nel panorama dei bonus sulle assunzioni, infatti, alcuni puntano a favorire la ricollocazione degli over 50 (uomini e donne), disoccupati da oltre 12 mesi, e delle donne di qualsiasi età residenti in aree svantaggiate: dopo l’entrata in vigore della legge Fornero (92/12), sono arrivate solo nel 2013 (con un anno di ritardo) le istruzioni operative per richiedere gli incentivi. Si tratta dell’abbattimento del 50% dei contributi Inps e Inail, che dura 18 mesi per le assunzioni a tempo indeterminato e fino a 12 mesi per i contratti a termine. Finora sono state inviate all’Inps quasi 48mila domande riferite a un anno e mezzo. Delle 47.520 approvate, otto su dieci si riferiscono all’assunzione di donne, e più della metà riguarda contratti a termine.
Ritardo record per i ricercatori
Un altro esempio eclatante dei ritardi con cui le agevolazioni sono tradotte in pratica è offerto dal «bonus ricerca», il credito d’imposta del 35% per assumere personale altamente qualificato nella ricerca e nello sviluppo, istituito nel 2012 dal Dl 83. Ebbene, da oggi, 15 settembre 2014, a distanza di due anni, le imprese possono inviare le richieste di incentivo per le assunzioni avvenute dal 26 giugno al 31 dicembre 2012. Chi ha assunto nel 2013, invece, potrà fare domanda solo dal prossimo 10 gennaio.
La strada per ottenere gli sconti sui reclutamenti, peraltro, è tutta in salita, dopo che la legge Fornero ha rivisto i requisiti generali di accesso: i datori di lavoro e gli utilizzatori, a esempio, non devono avere in atto sospensioni dell’attività per crisi o riorganizzazione, non devono esserci collegamenti tra il datore che assume e quello che ha licenziato; bisogna osservare limiti al cumulo dei bonus.
«L’appeal degli incentivi temporanei alle assunzioni – commentano da Confindustria – è “appannato” anche dal fatto che la prassi amministrativa interpreta alcuni requisiti di legge in modo tale da rendere inaccessibile la fruizione dei benefici». Un esempio di questo, secondo viale dell’Astronomia, è il concetto di «diritto di precedenza», che esclude dalle agevolazioni. Nel caso di un’assunzione a termine di oltre sei mesi e di riassunzione nei sei mesi successivi dello stesso lavoratore svantaggiato a tempo indeterminato, la prassi ritiene che non siano riconoscibili gli incentivi al datore, perché il lavoratore ha maturato un diritto di precedenza alla successiva riassunzione.

"Io che vengo dalla scuola pubblica", di Alan Bennet (trad. Emilia Benghi), La Repubblica 14.09.14

Ecco il discorso con cui lo scrittore ha stupito la platea degli studenti di Cambridge.
E riguarda anche noi

ALAN BENNETT
Salire sul pulpito è un rischio quando si scrive per il teatro. Nessuno se lo aspetta da te e, se lo fai, ti viene rimproverato. Ai poeti è concesso, ma non ai commediografi che, se hanno delle opinioni nude, è meglio che le vestano delle decorose ambiguità dei loro personaggi o le nascondano nella selva, a volte poco fitta, della trama. Basta non parlare al pubblico.
Ho sempre trovato difficile rispettare questo divieto. John Gielgud, che recitò nella mia prima commedia, pensava che rivolgersi al pubblico fosse volgare. Poi lo convinsero a provare e da allora solo in rare occasioni ha parlato con altri. Lo capisco, e anche nelle mie pièce più realistiche ho escogitato e assaporato i momenti in cui un personaggio, inaspettatamente, si volta e si rivolge al pubblico e, in poche parole, predica.
Può darsi che sia perché da bambino frequentavo regolarmente la Chiesa di St Michael a Headingley e ascoltavo tantissimi sermoni. Andavo anche alle pomeridiane del sabato al Grand Theatre di Leeds, ma a volte i sermoni erano più teatrali delle commedie. Questo in particolare quando sul pulpito erano invitati i padri della Comunità della Resurrezione di Mirfield, dal fervore quasi revivalista, che ammaliavano il pubblico dei fedeli.
Non sorprende quindi che il primo monologo da cabaret cui pensai da ragazzo sia venuto fuori in forma di sermone.
Come tutte le parodie nasceva dall’affetto e dalla familiarità e dalle funzioni anglicane che avevo nelle ossa, e c’è una certa simmetria con il primo sermone che tenni su un vero palcoscenico una cinquantina di anni fa all’Arts Theatre nel varietà Beyond the Fringe. Il testo era “Mio fratello Esaù è peloso, ma io sono glabro”. A parte quel sermone non sono mai più salito su un pulpito e lo faccio di nuovo qui a Cambridge. Avevo visto Cambridge per la prima volta quando, diciassettenne, ero venuto giù da Leeds nel dicembre 1951 per sostenere l’esame di ingresso per la facoltà di storia, alloggiando per il fine settimana, come si faceva allora, nel college che era in cima alla lista delle mie preferenze, il Sidney Sussex. Il luogo e l’università mi lasciarono a bocca aperta. Leeds, dove ero nato e cresciuto, nel 1951 era ancora intatta come le altre grandi città del nord, ma benché non fossi ignaro dei suoi splendori architettonici, per quanto all’epoca non fossero in voga, era una città annerita dalla fuliggine, prettamente ottocentesca, e da ragazzo, come Hector nel mio Gli studenti di storia, ero affamato di antichità. Non ero mai stato in un posto in cui la bellezza sbocciava di continuo come Cambridge. Quel dicembre il freddo era eccezionale, il Cam era gelato e uno spesso strato di brina ricopriva ogni corte e cortile, conferendo alla città una bellezza irreale e celestiale. Ed era vuota, come lo erano allora i posti di provincia. Mi vedo diciassettenne a zonzo per i college, come si poteva fare allora, senza licenze, fermo nel Trinity Great Court sotto la luna senza riuscire a concepire di poter essere ammesso a studiare in quei luoghi stupendi. Al Trinity non fui ammesso, infatti. Il Sidney Sussex non era proprio il massimo per i miei gusti sotto il profilo architettonico, ma bisognava essere più intelligenti di me o più in alto nella scala sociale per avere la prima scelta. Però l’esame di ammissione si teneva alla Senate House, il cui interno, fosse stata a Leeds, sarebbe stato isolato dietro cordoni rossi, e andai ad ascoltare la preghiera della sera al King’s, stupefatto che si potesse semplicemente entrare e sedersi negli stalli del coro. Era l’avvento o, come si dice oggi, il conto alla rovescia prima di Natale e uno degli inni cantati era Vieni, vieni Emmanuel , che sembra un po’ una marcia funebre, ma che da allora mi è rimasto dentro. Al colloquio con i benevoli assistenti del Sidney mi resi conto per la prima volta di avere l’accento del nord.
Se gli assistenti erano cordiali, alcuni dei candidati lo erano di meno. Quel fine settimana per la prima volta mi trovai di fronte a una massa di alunni di scuola privata e rimasi esterrefatto. Erano rumorosi, disinvolti e sembrava che si conoscessero tutti, urlavano da un capo all’altro del tavolo per dimostrarlo ed erano anche scandalosamente ingordi. Saranno anche andati alla scuola privata ma erano degli zotici. Seduti ai lunghi tavoli del refettorio sotto i ritratti pacati dei grandi delle dinastie Tudor e Stuart, ordinati, timorosi e cortesi, noi ragazzi del liceo pubblico eravamo gli intrusi; quei maiali, così li consideravo, la parte proprietaria.
Di quella parte mi sarebbe stato concesso di diventare membro dato che, pur essendo io ben lungi dall’ ottenere l’agognata borsa di studio, il Sidney Sussex mi offrì un posto per studiare storia, dopo il servizio militare.
Anche questo porta a Cambridge e se vi state chiedendo se il mio, più che un sermone, sia una camminata sul sentiero della memoria rincuoratevi, perché è a questo punto che l’omelia incerta inizia a mettere il naso sopra l’orizzonte.
Dopo un corso di avviamento in fanteria mi mandarono a imparare il russo a Cambridge, un anno senza uniforme, a ritmi molto rilassati. L’atmosfera era inebriante, sotto un certo profilo molto più che all’ università vera e propria, meta di molti dei miei colleghi dopo il servizio militare. Alcuni di loro erano di un’intelligenza sconcertante, alunni di scuola privata che parlando dei tempi del liceo spesso ricordavano un insegnante memorabile, del quale raccontavano aneddoti e citavano i detti – insegnanti che, ricordo di aver pensato con amarezza, avevano presumibilmente contribuito a far ottenere a gran parte di loro la borsa di studio per Oxford e Cambridge. Per quei ragazzi l’esame di ingresso, che a me aveva fatto racimolare un posto, era stato quasi una formalità. La scuola li aveva preparati all’ esame e ai colloqui successivi, a dare quasi per scontate le borse di studio dei due livelli che ne conseguivano. Erano Oxford e Cambridge in fin dei conti; loro avevano le carte in regola. Se lo consideravo ingiusto, non era allora per altruismo. Pensavo a me stesso, mi reputavo svantaggiato assieme ai ragazzi come me. Dovrei scusarmi per il fatto di coniugare questa mia storia costantemente al maschile ma la mia istruzione, la scuola, l’esercito e infine l’università erano tutte, all’ epoca, istituzioni maschili.
Come ho detto mi sentivo svantaggiato ma mi consolava un po’ il pensiero, credo in genere condiviso dagli educatori, che la situazione fosse inevitabilmente destinata a cambiare e che la percentuale degli iscritti a Oxford e Cambridge provenienti dalle scuole statali avrebbe gradualmente superato quella dei diplomati alle scuole private per arrivare a una rappresentanza adeguata e proporzionale. Fu solo col passare del tempo senza che avvenisse nulla di tutto ciò che la mia protesta inizialmente egoistica, addirittura un piagnisteo, si fece più agguerrita, estendendosi dall’ ammissione a Oxford e Cambridge all’ accesso all’ istruzione superiore in generale, mentre anno dopo anno la lotta per i posti all’ università si faceva più disperata. Per non parlare dei costi. Ben altri cervelli si sono confrontati e si confrontano con il problema e pretendere di avere in mano la soluzione sarebbe folle da parte mia. Ma so che del problema fa parte l’istruzione privata. La mia critica a quest’ultima è molto semplice. È ingiusta. Dire che nulla è giusto non è una risposta. I governi, anche quello attuale, esistono per rendere più giusta la realtà del Paese, ma nessun governo, di qualsiasi colore, ha osato toccare l’istruzione privata.
Sarebbe stato fattibile all’ epoca delle riforme di Butler nel 1944 ma c’era altro in pentola. Il governo laburista nel 1945 avrebbe potuto tentare, ma aveva troppo da fare in altri campi. Non si presentò altra occasione fino al 1997, quando la stragrande maggioranza dei laburisti avrebbe quantomeno acconsentito a un tentativo in quella direzione, peccato che il primo ministro avesse frequentato egli stesso una scuola privata, apparentemente con soddisfazione. Così anche quell’ occasione andò sprecata.
Non sono del tutto sicuro del motivo. Quando si solleva la questione si fa un gran parlare delle conseguenze negative a livello sociale, quasi si trattasse di una novella soppressione dei monasteri. Ma sarebbe così? Dopo tutto non suggerisco l’abolizione delle scuole private, ma una riforma graduale, che inizi dalla fusione delle scuole pubbliche e private a livello di sesta classe, ad esempio, dovrebbe essere fattibile e per nulla rivoluzionaria, se c’è la volontà. E questo, ovviamente, è il problema. In parte questa mancanza di volontà è imputabile all’ ansia generalizzata dei genitori espressa in maniera che oggi suona quasi comica, nei versi di Stephen Spender del 1930: «I miei genitori mi tenevano lontano dai bambini villani che lanciavano parole come pietre e vestivano di stracci».
In breve, ancora una questione di classe. Meno comprensibile è la riluttanza a condividere in maniera più ampia (e quindi a diluire) gli indubbi vantaggi dell’istruzione privata: classi meno numerose, strutture migliori e, a quanto pare, tuttora maggiori opportunità di accedere all’ università. Al di là di questo, però, sono meno sicuro dei vantaggi sociali nel lungo periodo, di cui un tempo avrebbe fatto parte l’accento, oggi difficilmente. Però, senza nulla togliere alle molte scuole statali eccellenti, un alunno di capacità medie avrà verosimilmente risultati migliori in una buona scuola privata. Altrimenti perché ce lo manderebbero? Se si arrivasse a una riforma credo che i meno preoccupati all’ idea della commistione sarebbero proprio i ragazzi e le ragazze.
Non mi sorprenderebbe se doveste ignorare queste mie opinioni schiette considerandole le farneticazioni di un vecchio. Ho ormai ottanta anni, un’età in cui ti si può ascoltare senza per forza darti retta. Non mi sono mai occupato molto di politica fino agli anni Ottanta, quando divenne arduo astenersene. Senza essere stato particolarmente di sinistra sono lieto di non aver mai fatto quel triste safari da sinistra a destra che in genere è conseguenza dell’età, un viaggio che sembra attirare in particolare gli scrittori, Amis, Osborne, Larkin, Iris Murdoch, tutti vanno a finire all’ estremità burbera e stereotipata del ventaglio.
Se per me non è stato così è in parte dovuto alle circostanze: dagli anni Ottanta in poi è successo così poco in Inghilterra di apprezzabile e degno di appoggio, a mio giudizio. Per diventare radicale è bastato star fermo. Ma anche queste sembrano le parole di un vecchio. Eppure non mi dispiace ed è sempre bello vedere in televisione quei programmi sugli attivisti di un tempo ancora battaglieri, anziane signore che raccontano le loro lotte per i diritti delle donne o per il controllo delle nascite, veterane delle proteste antinucleari, briose, allegre e radicali come sono sempre state, ancora volitive dopo tutti questi anni. Questa per me è saggezza, la disillusione no. Un altro motivo per cui manca la volontà e si è riluttanti alla prospettiva di una commistione – riluttanza che, va detto, non protegge l’ambito statale in cui non passa settimana che non venga annunciata qualche nuova iniziativa – è che l’istruzione privata è apparentemente intoccabile. Questo credo dipenda dal fatto che ormai la divisione tra istruzione pubblica e privata viene data per scontata. Il che non vuol dire che sia giusto, ma solo che non c’è nulla da poter o dover fare a riguardo. Ma se si crede che il Paese sia ancora generoso, magnanimo, e soprattutto giusto, è difficile non pensare che tutti sappiamo che subordinare l’accesso all’ istruzione non alle capacità dell’alunno bensì allo status sociale dei suoi genitori è sbagliato ed è uno spreco. L’istruzione privata è ingiusta. Chi la fornisce lo sa. Chi la paga lo sa. Chi deve sacrificarsi per acquistarla lo sa. E chi la riceve lo sa, o dovrebbe saperlo. Se non se ne rende conto quando ha completato il percorso vuol dire che l’istruzione è andata sprecata. Suggerirei quindi – timidamente, perché non ho la competenza sufficiente a seguire i dibattiti etici connessi – che se è ingiusta forse allora non è neanche cristiana. Non so bene in che misura dobbiamo al cristianesimo le nostre idee di giustizia. Le anime dopo tutto sono uguali agli occhi del Signore e meritano quindi pari opportunità, come si dice oggi. Certo non è così nel campo dell’istruzione e mai lo è stato, ma non significa che si debba rinunciare a provare. Non è ora di fare un tentativo serio?
A differenza degli ideologi di oggi che definirei ottusi nella loro determinazione, non ho paura dello Stato. Sono stato istruito a spese dello Stato, sia a scuola che all’ università. Lo Stato ha salvato la vita a mio padre e una volta anche a me. Questo sarebbe lo Stato assistenziale, il cosiddetto nanny state, appellativo beffardo che non tiene conto della mia esperienza. Senza lo Stato non sarei qui oggi. Non ho tempo per l’ideologia mascherata da pragmatismo che intende privare lo Stato delle sue funzioni filantropiche, trasformandole in occasioni di profitto. E perché scrollarsi di dosso lo Stato per poi farsi mettere sotto dalle imprese che sono state autorizzate, o meglio incoraggiate a prenderne il posto? Mi preoccupa la gestione secondo criteri aziendali delle carceri e dei servizi sanitari. Recuperare i detenuti e alleviare le sofferenze sono profitti umani che nulla hanno a che fare con i bilanci. E oggigiorno nessuna istituzione è immune. Nella mia ultima commedia la Chiesa d’Inghilterra ha in programma di vendere la cattedrale di Winchester. «Perché no?» dice un personaggio. «La scuola è privata, perché non dovrebbe esserlo anche la cattedrale?». È una battuta, ma non più inverosimile.
Con l’ideologia mascherata da pragmatismo il profitto è ormai l’unico metro con cui misurare tutte le nostre istituzioni, una politica che non deriva dall’ esperienza, ma da congetture – false – sulla natura umana, che vedono nell’ avidità e nell’ interesse gli unici attributi affidabili. Nella ricerca del profitto lo Stato, con i suoi annessi e connessi, viene venduto sotto banco in barba a noi che siamo i suoi legittimi proprietari con una foga e uno zelo che ricordano l’iconoclastia di un tempo.
Il che mi porta a concludere.
Un passatempo che avevo da bambino e che, grazie al mio partner, ho rispolverato nella mezza età, era visitare le vecchie chiese, «sbronzarsi di rovine», come diceva sprezzante Larkin, anche se forse noi vantiamo una competenza maggiore di quanta egli ipocritamente se ne attribuisse. Io conosco per esempio la denominazione specifica delle balconate che sostenevano i grandi crocifissi anche se, come Larkin, non sempre sono in grado di datare un tetto. Il fascino di gran parte delle chiese medioevali consiste nei lasciti della storia, si impara a deliziarsi dei rimasugli della storia: qualche pannello istoriato posto all’ estremità dei banchi nel XV secolo, un monumento sepolcrale in alabastro oppure, in relazione alle vetrate, solo avanzi di bigottismo, l’ideologia si indeboliva contro le decorazioni fuori portata – il martello troppo pensante, la scala troppo corta – così che sopravvivono solo i frammenti, un gruppo di ornamenti gotici e torri forse, il balenare di una città d’oro sotto lo sguardo malevolo di un diavolo.
Nei momenti di maggior sconforto questi frammenti di storia mi paiono emblematici di quanto è accaduto in Inghilterra nel passato, ovviamente, ma sono anche memento di ciò che sotto altri aspetti continua ad accadere nel presente, ora che il tessuto dello Stato e dello Stato sociale in particolare viene smantellato come un tempo lo fu, in maniera più rudimentale, il tessuto delle chiese, venduto, affittato; una nuova Soppressione ove il profitto ha la precedenza su ogni altra considerazione e gli autori dello scempio di oggi sono chiusi nella loro ideologia e convinti di essere nel giusto, come i selvaggi devoti che quattro e cinquecento anni fa infransero dall’ esterno le vetrate e cancellarono i volti dei santi come passaporto per il paradiso.
Termino con le ultime righe della mia prima commedia, Quarant’anni . È ambientata in una scuola il cui preside è alla vigilia del pensionamento ed è quello che oggi si definisce una pièce per l’Inghilterra. Termina con i ragazzi e il corpo insegnante che intonano l’inno All Creatures That on Earth Do Dwell, preceduto da questo annuncio immobiliare riferito all’Inghilterra.
«Affittasi. Area di valore al crocevia del mondo. Offerta attualmente riservata a società. Porzioni periferiche della proprietà già dotate di inquilini residenti. Di un certo interesse storico e d’epoca. Necessita di alcune modifiche e migliorie».
(Traduzione di Emilia Benghi) Questo testo è apparso per la prima volta su London Review of Books