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"La cultura per la crescita della città" – Festareggio 13.09.14

reggio 4Identità, narrazione, stato d’animo, giacimento; molteplici, e con diverse sfaccettature, le definizioni di “cultura” emerse durante l’incontro “Cultura, territorio, sviluppo urbanistico” condotto in tenda centrale da Marco Barbieri, consigliere regionale Pd, con relatori Lucio Argano, project manager di Perugia 2019 (città candidata a capitale europea della cultura), Manuela Ghizzoni, deputata Pd e membro della commissione cultura e un ospite quanto mai insolito ma degno di nota ovvero Angelo Luigi Crespi, responsabile cultura di Forza Italia.

Come strutturare il nostro sguardo culturale nel lungo periodo, affinché segua lo sviluppo tumultuoso delle città? Come intervenire, “culturalmente” sulle periferie urbane? In quale modo inserire biblioteche e musei, ovvero le “agorà” del terzo millennio? Ma anche, per calarsi ancora più nel concreto, e in un ambito a noi drammaticamente così vicino, come ripensare le città colpite da eventi catastrofici come i terremoti? Questi, fra i tanti, gli stimoli offerti dalla serata.

“Rethink”, ovvero “ripensare” è la chiave di volta secondo Lucio Argano, forte anche della sua lunga esperienza internazionale; “Ripensare il rapporto città/cittadini, ripensare il valore dell’identità culturale che ci rende partecipi di un sentire comune. L’Unione europea, da questo punto di vista, sta dimostrando di essere interessata alla cultura proprio in questo senso, ovvero al concetto di identità culturale come leva di rigenerazione sociale”.

Partendo proprio dai presupposti offerti da Argano è intervenuto Angelo Crespi: “Il nostro è un paese che non è mai d’accordo su nulla, eppure ci sentiamo tutti profondamente italiani. Perché? Perché prima di essere fattore economico, la cultura è identità, è narrazione di una storia che ci accomuna, è “parola””. E ha lanciato una provocazione: “Architettonicamente parlando, dobbiamo per forza stupire? Dobbiamo per forza colpire lo sguardo? Ricordate cosa diceva il grande scrittore Tom Wolfe: il ‘900 è pieno di “maledetti architetti” che hanno realizzato, ad esempio, musei in cui non è possibile esporre alcuna opera”.

Manuela Ghizzoni, la quale prima di diventare onorevole ha ricoperto il ruolo di assessore alla cultura di Carpi, è invece partita da considerazioni più pratiche: “L’Italia è piena di professionisti formati, di competenze di altissimo livello. Partiamo dunque, in questo corretto “ripensare”, dalla tutela di questo patrimonio “umano” che così tanti paesi ci invidiano. Ripensiamo il nostro sviluppo urbanistico, le nostre periferie come i nostri centri storici, educhiamo nelle scuole i ragazzi al “gusto”, al “bello”, ma anche al “funzionale”, al “rispettoso”. Guardiamo alle nostre piazze come fossero priorità cultural/sociali, lottiamo contro le brutture ma anche contro la standardizzazione. Le città sono fatte di persone: permettermi dunque di filosofeggiare dicendovi che le città sono, innanzitutto, stati d’animo”.

"Eccellenze italiane, il laboratorio di restauro dei film da fare invidia al mondo", di Maria Cinquepalmi – Pagina99 13.09.14

Bologna non è soltanto la capitale del tortellino o degli studenti fuorisede. Il capoluogo emiliano ha un primato che pochi conoscono. Dal 1992 ospita, in un palazzone del centro storico, l’Immagine Ritrovata, laboratorio di restauro cinematografico ad alta specializzazione apprezzato in tutto il mondo.
Nelle sale del laboratorio sono stati restituiti agli appassionati e non solo il cinema pioneristico dei fratelli Lumière, le comiche di Charlie Chaplin, il neorealismo italiano da Rossellini a De Sica, Sergio Leone e la trilogia spaghetti western, solo per citare i più famosi.
L’Immagine Ritrovata nasce da una precisa esigenza della Cineteca di Bologna, quando all’inizio degli anni ‘90 decise di fare restauro perché insoddisfatta di quello che offrivano i normali laboratori. «L’idea – spiega Davide Pozzi, direttore del laboratorio – era che se la Cineteca spendeva dei soldi, voleva un lavoro ben fatto. In questo Gian Luca Farinelli e gli altri della Cineteca sono stati pioneristici, sono stati i primi a parlare di restauro». All’ombra delle due Torri viene organizzato, grazie anche a un fondo regionale, un corso di due anni in cui vengono i maggiori specialisti della conservazione, del restauro. Da quelle lezioni nasce il laboratorio, nel 2006 acquisito dalla Fondazione Cineteca di Bologna.
Oggi l’Immagine Ritrovata è un punto di riferimento internazionale perché, tra il 2007 ed il 2010, ha investito sulla tecnologia digitale e questo gli permette di essere all’avanguardia rispetto a tutte le altre realtà che operano nel settore.
Nelle stanze di via Riva di Reno sono una settantina, soprattutto donne, ad occuparsi delle pellicole. Di rigorosa formazione damsiana, provengono da diciotto regioni italiane, ma negli ultimi anni la compagine si è arricchita di tecnici provenienti da numerosi paesi europei ed extraeuropei, come Francia, Brasile, Indonesia, Messico e Cina. Il gigante asiatico è uno dei bacini più ricchi per quanto riguarda le partnership che il laboratorio ha stretto. Uno dei partner storici e più importanti del laboratorio bolognese è il regista Martin Scorsese con i suoi TFF – The Film Foundation e WCP – The World Cinema Project. Con TFF sono stati realizzati i restauri più famosi, quello del Gattopardo, della Dolce vita e di Per un pugno di dollari.
All’Immagine Ritrovata piace ridare vita anche a pellicole meno famose. È quello che accade con The World Cinema Project, progetto spin-off di TFF voluto nel 2007 sempre da Martin Scorsese. Uno dei film restaurati nell’ambito di questo progetto è Manila in the Claws of Light, diretto nel 1975 dal regista filippino Lino Brocka, che all’Immagine Ritrovata è valso nel 2013 “l’Oscar del restauro”, ovvero il Focal International Award promosso dal British Film Institute. Il restauro è stato presentato in prima mondiale al Festival di Cannes nel maggio del 2013, nella sezione Cannes Classics, e in prima italiana a giugno dello stesso, nell’ambito della ventisettesima edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. A conclusione del festival che ogni anno raccoglie i migliori restauri del mondo si tiene per due settimane una scuola internazionale di restauro. Quest’anno per la settima edizione sono stati ospitati 40 studenti da 28 paesi diversi. La scuola riscuote un buon successo ed è l’unica iniziativa a livello mondiale di formazione sul campo, sulle macchine di operatori per il restauro cinematografico. Nel novembre 2013 la scuola si è spostata a Singapore e quest’anno volerà in India. Dai paesi orientali, grazie anche a sinergie con ex studenti, è molto forte la richiesta di imparare a conservare il proprio patrimonio cinematografico.
Se un film nasce da un libro o da un’idea, il restauro di una pellicola nasce invece da circostanze molto diverse, come ad esempio l reperimento di materiale o l’accordo con gli aventi diritto del film. Un restauro non è mai uguale all’altro. Difficile stabilire il costo medio di un intervento perché questo dipende dalla lunghezza del film, dall’anno in cui è stato realizzato e dalle condizioni di conservazione. In laboratorio hanno risistemato pellicole dei Lumière conservate meglio di alcuni film degli anni ‘80. In via Riva di Reno hanno impiegato cinque anni per far rivivere le prime comiche di Charlie Chaplin, quelle fatte nel 1914 e di cui non esisteva niente, hanno messo a confronto le copie 16 e 35 millimetri. Alle ragazze e ai ragazzi dell’Immagine Ritrovata si deve anche il restauro dei primi girati dei fratelli Lumière: «Il primo restauro lo abbiamo fatto nel 2009 e adesso lo stiamo rifacendo ad una risoluzione 4k. Abbiamo avuto in mano il primo film della storia del cinema e per chi ha studiato cinema e fa questo lavoro non puoi non avere emozioni. Quello è stato particolarmente difficile perché le pellicole dei fratelli Lumière erano particolari, larghe 35 millimetri, ma avevano solo una perforazione per lato e non quattro. Abbiamo dovuto far cambiare i trascinamenti, i rocchetti delle macchine. Da lì non abbiamo avuto più timori. Il restauro più difficile? Il prossimo. Ogni restauro ha sempre un problema nuovo e questo è il bello del nostro mestiere o sei vuoi, le sfide. Un restauro non è mai uguale all’altro».
cineteca

Venerdì sera a Festareggio per parlare di cultura e territorio – comunicato stampa 11.09.14

La parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, la sera di venerdì 12 settembre, prenderà parte, alla Festa Pd di Reggio Emilia, a un dibattito sui temi della cultura, del territorio e dello sviluppo urbanistico. Dalle ore 21.00 si confronteranno l’on. Ghizzoni, Lucio Argano, project manager Perugia 2019, città candidata a capitale della cultura europea, il responsabile Cultura di Forza Italia e l’architetto Mauro Severi. Conduce Marco Barbieri, consigliere della Regione Emilia Romagna. Ecco una dichiarazione di Manuela Ghizzoni:

“Quella di Reggio Emilia è un’occasione di confronto interessante perché unisce le voci di diversi schieramenti politici alle esperienze di imprenditori e professionisti. Il tema centrale è quello della programmazione del territorio e della responsabilità che l’amministratore assume in rapporto a un patrimonio che abbiamo ereditato e che lasceremo in eredità, senza depredarlo, ma utilizzandolo consapevolmente. A maggior ragione nelle nostre zone colpite dal sisma, dove è aperta una riflessione in ambito urbanistico sulla ricostruzione, quella che risponde alle emergenze della comunità, con la costruzione di nuovi quartieri e poli da connettere al tessuto già esistente, e quella degli interventi sui centri storici, disegni urbani consolidati che richiedono interventi condivisi e soprattutto di qualità”.

Un esercito di precari con otto anni in più – Manuela Ghizzoni 08.09.14

Solo in provincia di Modena i precari sono il 30% del corpo docente. E’ un dato locale rappresentativo dei temi affrontati nel dibattito di ieri alla Festa de l’Unità di Modena a cui ho partecipato. Ne traggo alcune considerazioni, in merito al primo capitolo de #labuonascuola sulle soluzioni al problema del precariato storico (non mi riferisco quindi ai precari più giovani recentemente abilitati attraverso i TFA e i PAS: anche nei loro confronti chi ha la responsibilità delle politiche scolastiche del PD porrà la massima attenzione ed elaborerà delle proposte rispettosa della loro formazione e delle loro attese:)

1 – dall’ 1 settembre 2015 si annuncia un’assunzione di precari molto significativa (150.000), un “plotone” di nuovi insegnanti di ruolo che potrà favorire la serenità del lavoro ai docenti e la continuità didattica ai ragazzi. (v. “La buona scuola” – tabella pag. 34 http://passodopopasso.italia.it/video/la-buona-scuola).
Mi appello alla memoria, esercizio sempre utile e poco praticato, per tornare al piano Fioroni – Bastico del 2007 che già prevedeva la stabilizzazione dello stesso numero di insegnanti in tre anni, attuata solo nella prima tranche per la caduta anticipata del governo Prodi. Nel 2008 la Ragioneria dello stato si rifiutò infatti di convalidare la richiesta di immissione in ruolo di ulteriori 50.00 precari già avanzata dal MIUR. Il governo successivo come si sa cambiò rotta, da una politica di investimenti alla politica dei tagli della Gelmini. In sintesi, non è vero che tutti i governi sono uguali, e nel frattempo abbiamo perso otto anni. Se avessimo concluso quel lavoro avremmo dato un colpo significativo a questa storica piaga della scuola italiana e avremmo potuto avviare quel reclutamento connesso alla formazione e alla selezione dei docenti realmente rispondente alle necessità della scuola;

2 – ritengo positivo che, sempre nel primo capitolo de #labuonascuola, si parli di organico funzionale all’offerta formativa delle istituzioni scolastiche: è sempre stato un punto dei nostri programmi perché è la chiave che serve per realizzare l’autonomia progettuale delle scuole;

3 – in questo anno che ci separa dall’assunzione dei 150.00 precari ci si aspetta una soluzione anche per i docenti che hanno raggiunto i requisiti per il pensionamento nell’ anno scolastico 2011/2012. Se a 4000, tra docenti e Ata, fosse finalmente garantita l’esigibilità di questo diritto, avremmo altrettanti nuovi posti da mettere a disposizione per il reclutamento dei precari. E’ una delle questioni che ho posto al sottosegretario Reggi nell’ incontro di Modena. Anche Renzi ne ha fatto un veloce accenno sempre ieri alla chiusura della Festa nazionale di Bologna: rivolgendosi ai rappresentanti del comitato Quota96 ha detto che questo è uno dei tanti problemi della scuola. Sprezzante, come alcuni lo hanno definito? Personalmente direi invece che si è dichiarato consapevole di una questione ancora aperta, di cui tutti, io per prima, ci aspettiamo una chiusura che ponga fine alle frustrazioni e alle delusioni generate dalla mancata attuazione del mese di agosto.

"Il coraggio di Lorenza e il comando impossibile", di Roberto Napoletano – Il Sole 24 Ore 07.09.14

Lorenza Cappanera ha superato da qualche anno la cinquantina ed è una donna soddisfatta del suo lavoro, vent’anni fa ha avuto la forza di dimettersi da archivista in prefettura a Ferrara e ha scommesso su se stessa. Ha scelto di vivere a Jesi ma non ha mai lasciato sentimentalmente Ancona, la sua città, e ha saputo mettere a frutto i suoi studi e il suo talento. Racconta e “vende” le colline delle Marche nel mondo via internet, si è inventata qualcosa che parte da casa sua e vince sui mercati globali, è riuscita soprattutto, sono parole sue, «a mettersi in contatto con un mondo pieno di senso, per anni ho lavorato staccata dalla gente del territorio nel quale sono nata e cresciuta, posso dire che è stata la mia salvezza, anche psichica. Io amo la mia fantastica regione, la mia adorata Italia, ma gli italiani devono impararla ad amare senza sfruttare la gente che ci vive e non aspettare che Dio o Marx trovi loro un lavoro, perché attaccarsi a questi falsi miti distorce la funzione stessa del lavoro che è quella invece di realizzare la propria vocazione o almeno di assecondare le proprie tendenze, non di ammiccare e fregare il prossimo».
Mi è sembrato (molto) interessante il racconto che lei mi ha fatto dell’inizio di questa sua avventura e del contesto di vizi e distorsioni dal quale è voluta coraggiosamente scappare e che (molto) avrebbe contribuito a determinare la situazione terribile di oggi: «Avevo 30 anni nel ’91 e mi ero da poco sposata, ma da molto tempo soffrivo di una depressione da mancanza di prospettive certe, sì anche allora…le grandi masse di giovani che inondavano gli uffici statali e bancari si erano fermate alla generazione dei sessantottini, detta la generazione pigliatutto, e a noi erano rimasti solo gli scarti, a me un milione e 400mila come archivista nella prefettura di Ferrara quando l’affitto di un monolocale era 500mila e, quindi, anche allora c’era il problema di come campare». Sentite, come prosegue il racconto, riguarda il passato ma parla all’oggi: «Dopo una settimana avevo già capito tutto, avevo capito come andava quel lavoro. In un’ora avevo sbrigato pratiche di una settimana e mi chiedevo: perché sono qui? Qual è la mia vita? E poi mi chiedevo ancora: qual è la funzione di uno Stato che permette a gente potenzialmente attiva di diventare dei cadaveri viventi? Io non ero nulla, uno sputo, e avevo capito cose a cui potevano arrivare tutti già tanto tempo prima. Mia madre e i miei amici mi dicevano: pensa alla pensione, e io dai…a 30 anni pensi alla pensione? Gli amici erano già entrati da anni in strutture analoghe, in posti pubblici senza senso ad alimentare una massa che forse pensava già a come far entrare, tramite raccomandazione, i loro futuri figli in posti senza senso. Una catena inutile di gente il cui scopo non mi era chiaro, ma per me, forse senza fede e senza chiesa, una cosa mi appariva chiara: non avrei mai fatto figli in una società del genere, in una società senza merito e senza senso». Poi, l’accusa impietosa, in molti casi certamente ingiusta: «Quei giovani che ora non trovano lavoro sono figli di coloro che l’hanno trovato in maniera del tutto distorta e immeritata. Potrei citare mille esempi. Nessuno, complice il Pci, la DC e poi la Chiesa e ora forse la massoneria o altri club esclusivi, ha insegnato loro a cercare il senso del loro lavoro. Nessuno gli ha detto: conosci te stesso. Nessuno gli ha insegnato a chiedersi chi sei e che cosa vuoi fare».
La crisi di oggi è una crisi seria, viene da lontano e dura da troppo tempo per non ferire in profondità. Ho già detto e ripetuto tante volte che il lavoro è la prima emergenza e tutta la politica economica deve mettere al centro gli investimenti, per ricreare una domanda interna effettiva, e una riforma vera del mercato del lavoro, per valorizzare le risorse migliori, il resto lo deve fare l’Europa cambiando per davvero. Però, quella “cultura terribile” italiana di cui parla Lorenza è il male sottile della nostra economia e della nostra società. Mi viene in mente Il comando impossibile un libro della fine degli Anni 80 di Raffaele Romanelli che racconta di uomini del calibro di Quintino Sella, Minghetti, Spaventa che volevano fare subito del Regno d’Italia uno Stato con un sistema costituzionale avanzato come quello inglese e arrivarono a ordinare ai cittadini di “essere liberi” nella stagione della sua fondazione (1860/1890). Si illudevano di imporre per legge la libertà ma non avevano fatto i conti con i familismi, i corporativismi e gli interessi locali di quella comunità. Pensare che (molto) oltre un secolo dopo sopravvive parte di quei vizi è un qualcosa che ti fa correre un brivido lungo la schiena. Sembra impossibile, ma purtroppo è così.

Atenei e ricerca, Ghizzoni “Più investimenti già in Legge stabilità” – comunicato stampa 05.09.14

“L’Italia è il fanalino di coda per quanto riguarda gli investimenti sia pubblici che privati in ricerca e sviluppo. L’esito scontato di questa scelta è che il nostro Paese ha una minore capacità di produrre e diffondere conoscenza”: è partendo da questo assunto che la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Istruzione della Camera, lancia il programma #labuonauniversitaericerca che contiene le priorità di intervento per rendere competitivo il nostro sistema universitario. “Come legislatori abbiamo da fare molte cose – conferma Manuela Ghizzoni – già a partire dalla imminente legge di stabilità: da qui dovrà arrivare in primo luogo la certezza di maggiori risorse.

“Dalla costruzione della crescita per i prossimi vent’anni auspicata dal premier Renzi non possono essere esclusi interventi e investimenti sul sistema universitario e sulla ricerca pubblica, due settori strategici per la promozione sociale e civile del Paese e per la capacità di ripresa della nostra economia”: lo ha ribadito la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, intervenendo, nella serata di giovedì 4 settembre, al dibattito su Università e ricerca alla festa del Pd “Saperi 2.0” in corso di svolgimento a Orvieto. Parafrasando il progetto del Governo sulla scuola, ha indicato nel programma #labuonauniversitaericerca le priorità di intervento per rendere più competitivo il nostro sistema di istruzione e formazione superiore. “L’Italia è il fanalino di coda per quanto riguarda gli investimenti sia pubblici che privati in ricerca e sviluppo, nonché in formazione universitaria. L’esito scontato di questa scelta è che l’Italia ha una minore capacità di produrre e diffondere conoscenza. Nonostante ciò, nonostante l’alto numero di ricercatori precari e sebbene le politiche di valorizzazione del personale di ruolo siano inesistenti, nel nostro Paese si fa tanta e buona ricerca. Si formano anche buoni laureati che occorre trattenere con politiche di reclutamento aggiuntive e favorendo il turn over nelle università italiane, che si stanno impoverendo drammaticamente di personale di ruolo anche a causa del fatto che le assunzioni sono sostanzialmente bloccate da sei anni. Come legislatori abbiamo da fare molte cose, già a partire dalla imminente legge di stabilità: da qui dovrà arrivare in primo luogo la certezza di maggiori risorse e la loro stabilizzazione. Per il nostro sistema di istruzione superiore e di ricerca bisogna mettere in campo una organizzazione più flessibile in grado di competere con la velocità decisionale e attuativa che oggi caratterizza lo scenario initernazionale. Sarà necessario riordinare le norme sul finanziamento delle università e dei centri pubblici di ricerca, in modo da restituire autonomia budgetaria; rivedere le norme sulla contribuzione studentesca, per garantire, da un lato, maggiore progressività e, dall’altro, l’esenzione dei redditi medio-bassi; semplificare la selva contrattuale pre-ruolo del personale precario e valorizzare il dottorato di ricerca anche nel mondo del lavoro. Altrettanto necessario è semplificare le norme che regolano la gestione e la valutazione delle università e degli enti di ricerca, evitando criteri meramente quantitativi e adempimenti puramente burocratici e puntando a una valutazione che aiuti a migliorare piuttosto che a sanzionare e punire. Infine, a tre anni dalla sua approvazione occorre valutare molto attentamente i risultati ottenuti dall’applicazione della “Legge Gelmini” (L. 240 del 2010) rispetto a quelli attesi, apportando tutte le modifiche legislative necessarie per rilanciare l’istruzione universitaria e la ricerca in un quadro di maggiore autonomia istituzionale e di deburocratizzazione. Ciò che auspico – conclude la parlamentare – è che Governo e Parlamento, nell’approntare le misure sopra delineate, ascoltino le istanze di chi la ricerca la fa “sul campo”: di policy cadute dall’altro (quattro in 10 anni) non se ne sente proprio il bisogno”.

Programma #labuonauniversitaericerca, scenari e proposte oltre gli slogan – Manuela Ghizzoni 04.09.14i

C’è la necessità di un progetto #labuonauniversitaericerca, per parafrasare il programma lanciato dal governo in ambito scolastico? E’ la domanda alla quale proveremo a rispondere nel dibattito che alle 18 si terrà a Saperi 2.0 Festa nazionale tematica PD su Scuola e Università – che si sta svolgendo a Orvieto – e al quale parteciperò insieme alla ministra Giannini e ad autorevoli rappresentanti del mondo accademico, della ricerca e delle istituzioni, tra cui Giovanni Fabrizio Bignami, presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e Maria Cristina Pediccio, presidente dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale.

C’è la necessità di un progetto #labuonauniversitaericerca, per parafrasare il programma lanciato dal governo in ambito scolastico? E’ la domanda alla quale proveremo a rispondere nel dibattito che alle 18 si terrà a Saperi 2.0 Festa nazionale tematica PD su Scuola e Università – che si sta svolgendo a Orvieto – e al quale parteciperò insieme alla ministra Giannini……
Se abbiamo in mente – per usare le parole del premier Renzi – di “costruire la crescita dei prossimi vent’anni” nonché – aggiungo io – quella del più immediato futuro, allora il nostro sistema universitario e della ricerca pubblica non possono essere esclusi da un programma di interventi e di investimenti: su di essi si misurerà il reale interesse per due settori strategici sia per la promozione sociale e civile del Paese sia per la capacità di ripresa della nostra economia e per le sue prospettive di crescita a lungo termine.
Vanno assunte quindi decisioni che non possono non tenere conto dei dati di contesto, troppo spesso obliterati da informazioni superficiali, mendaci o addirittura mitologiche, quali: “troppi laureati e troppe università”, “il pezzo di carta non serve a nulla”, “un lavoro è meglio della laurea”, “in Italia non si fa buona ricerca”, “scialate le risorse investite in università e ricerca”, “le tasse universitarie sono troppo basse”.
Il Consorzio interuniversitario Almalaurea, che studia la condizione occupazionale degli studenti e dei laureati, fornisce qualche dato certo, molto utile per indirizzare le scelte di governo del sistema universitario, della sua offerta formativa e del rapporto con il mondo del lavoro.
Un primo dato, tanto semplice quanto terribile: facendo pari a 100 la spesa per ogni laureato italiano, la Francia spende 175, la Spagna 180 e la Germania 207.
La media della popolazione di 25-34 anni con istruzione universitaria dei paesi UE21 è del 36%, quella italiana è solo del 21%, cioè ultimi nell’area OCSE! A questo proposito, la Commissione Europea ha fissato di raggiungere, nel 2020, il 40% di laureati nella fascia 30-34 anni: il Governo italiano ha rivisto l’obiettivo puntando al massimo al 26-27%.
Rispetto poi al rapporto laurea-lavoro, il prof. Cammelli, che di Almalaurea è fondatore e direttore, ha fornito recentemente informazioni più puntuali, che non possono sfuggire all’attenzione della politica e del mondo produttivo, perché mostrano un paese nel quale l’ascensore sociale della formazione universitaria da noi è bloccato, mentre in Europa ancora funziona: la colpa non può essere solo della crisi economica. La responsabilità, a ben cercare, sta anche in alcune peculiarità “culturali” del capitalismo nostrano e soprattutto in quelle del suo management, familiare e “familistico”. Nel rapporto con la Germania, ad esempio, se la percentuale di imprese a proprietà e a gestione familiare italiane è simile (86 in Italia, 90 in Germania), in Germania però è bassa la percentuale di amministratori delegati e di management di famiglia (pari al 28%), mentre è molto alta in Italia, pari al 66%.
Ecco i dati. Fra il 2007 e il 2012 in Italia la quota di occupati nelle professioni ad elevata specializzazione (legislatori, imprenditori ed alta dirigenza; professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione), la più bassa in Europa, è scesa al 17% mentre in tutta l’UE è cresciuta da poco più del 21 per cento al 24%. Infatti, gli occupati con qualifica di manager in possesso del titolo di scuola dell’obbligo (o inferiore) in Italia sono ben il 28% contro il 5% della Germania, il 9% della Francia e il 19 della Spagna. I manager con laurea (o titolo superiore) in Italia sono solo il 24% mentre nell’UE sono il 53%, e nessun paese scende sotto il 51%. Il livello di formazione dei manager non è un dato neutro, né per le politiche aziendali di innovazione né per quelle relative al personale da assumere, cioè le politiche di investimento sul capitale umanano: infatti, uno studio del 2011, dimostra come un imprenditore laureato – a parità di condizioni – assuma il triplo di laureati rispetto all’imprenditore non laureato!
Ciononostante, i dati su occupazione e disoccupazione sono a favore dei laureati, anche in Italia. Tra il 2007 e il 2013, nella fase di entrata nel mondo del lavoro, il tasso di disoccupazione è aumentato di ben il 23% per coloro i quali sono in possesso solo della licenza media (di età tra i 15 e i 24 anni), del 15% per i diplomati (età 18-29) e solo del 6,5% per i laureati (età 25-34). Senza dimenticare che il tasso di occupazione è del 76% per i laureati e del 63% per i diplomati di scuola media superiore. A favore dei laureati anche la retribuzione: fatta 100 quella dei diplomati, per i laureati è pari a 148!
A questo punto, è utile sfatare un altro mito, quello che vorrebbe una percentuale troppo alta di laureati in discipline umanistiche. In Italia, infatti, la percentuale di laureati e di dottori di ricerca nelle discipline tecnico-scientifiche coincide con quella della Germania: 40%, superiore di 3 punti a quella di Francia e UK e di ben 14 rispetto a quella Usa, dove, peraltro, l percentuale dei laureati in scienze sociali, economiche e giuridiche arriva al 45% rispetto al 38 nostrano. Per quanto riguarda l’area umanistica siamo al 22%, mentre la Germania è al 31, il Regno Unito al 27% e gli Usa al 29!
Anche i dati sulla percentuale di chi ha un lavoro a 5 anni dalla laurea restituiscono una realtà un po’ diversa da quella propinata dai luoghi comuni: tra le prime 5 stanno le professioni mediche con il 97% di chi lavora (non sarà che la straordinaria vocazione per il camice bianco che si registra in Italia dipenda anche da questo?), seguono ingegneria con il 92%, le professioni economico-statistiche con il 91%, architettura con l’87%, quelle politico-sociali all’84%.
Questi dati risultano ancora più interessanti se associati a quelli relativi al titolo di studio dei genitori dei laureati, a conferma che il sistema sociale ed economico italiano è bloccato e corporativo e perpetua, in buona sostanza, le condizioni di nascita. Tra i laureati di primo livello, infatti, ben il 74% ha entrambi i genitori con un titolo di studio inferiore alla laurea, percentuale che si abbassa di ben 20 punti (54%) tra giovani che escono da laurea a ciclo unico (ad esempio quella medica)!
Sempre Almalaurea ci dice, poi, che soltanto il 30% dei 19enni si iscrive alle università, e che questi provenendo da famiglie più socialmente agiate. Il restante 70% dei giovani non accede agli studi universitari spesso per l’assenza di una seria ed efficace politica del diritto allo studio. Nonostante che spesso si leggano infondate affermazioni contrarie, la contribuzione universitaria pagata dagli studenti universitari italiani e dalle loro famiglie è tra le più alte in Europa, a fronte di risorse per il diritto allo studio tra le più basse in Europa. Infatti, la contribuzione universitaria media italiana è la terza in Europa (dati dell’OCSE), dopo quelle del Regno Unito e dell’Olanda, e vi sono molti Paesi in cui l’università è gratuita: Austria, Polonia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia, Slovenia. D’altra parte, gli studenti italiani che fruiscono di borse per il diritto allo studio sono 141.310, a fronte di 305.454 spagnoli, 440.217 tedeschi e 629.115 francesi!
Ma tra i dati di contesto, seppur sinteticamente, non possiamo trascurare il problema della forte diminuzione in atto del numero di professori universitari che porteràà, se non arginata, ad avere nel 2018 addirittura la metà dei professori ordinari che erano in servizio nel 2008; tale depauperamento, unitamente all’esaurimento del ruolo dei ricercatori a tempo determinato avrà inevitabili gravi conseguenze sulla didattica e sulla ricerca negli atenei. La condizione lavorativa precipita, poi, se si prendono a riferimento i ricercatori dato che 1 su 2 è costretto ad andare avanti solo grazie agli assegni i ricerca o altre forme di contratti “precari” che, in sostanziale assenza di turnover, non possono trasformarsi in posti di ruolo per i giovani e le giovani più meritevoli e prepaarate. Una straordinaria e terribile perdita di competenze italiane (di cui beneficiano sempre più altri paesei, non solo europei) accompagnata da una condizione di incertezza che renda la vita ogni giorno più difficile e frustrante.
Veniamo, ora, alla ricerca.
La spesa pubblica e privata per Ricerca e Sviluppo come percentuale del PIL in Italia è 1,26 (0,68 sostenuta dalle imprese); in Spagna è 1,39 (0,72 sdi); nel Regno Unito 1,80 (1,10 sdi); in Francia 2,24 (1,41 sdi); in Germania 2,80 (1,88 sdi); in Svezia 3,39 (2,33 sdi).
Siamo fanalino di coda anche per quanto riguarda gli investimenti pubblici e provati in ReS, tanto da parte dello Stato e delle istituzioni pubbliche, quanto da parte delle imprese, che in Italia sono piccole e piccolissime e quindi tendono ad investire meno in questo settore. L’esito scontato di questa scelta è che l’Italia ha una minore capacità di produrre e diffondere conoscenza.
Eppure, come ben evidenziato anche da uno studio della Banca d’Italia, “se rapportato alle risorse impegnate e ai ricercatori, assai poco numerosi in rapporto alla popolazione, l’output in termini di ricerca prodotta risulta elevato. Nonostante il basso e decrescente sostegno finanziario pubblico alla ricerca, la qualità media della ricerca… non è lontana rispetto a paese prossimi come la Francia…”. Ancora “In termini di quantità di pubblicazioni prodotte dal complesso dei ricercatori pubblici e privati, l’Italia si posiziona sempre al quarto posto tra i paesi europei, qualsiasi analisi internazionale si consideri… La quota di lavori italiani sia cresciuta nel tempo, pure nell’ultimo decennio, nonostante l’ingresso di grandi paesi come la Cina e livelli di spesa complessivamente inferiori a quelli dei principali paesi sviluppati. Suddividendo in due sottoperiodi gli anni Duemila, la quota italiana è rimasta invariata, mentre è diminuita per Stati Uniti, Francia e Germania, è leggermente cresciuta per la Spagna ed è molto aumentata per la Cina… Per quanto complesse possano essere le analisi comparative, misure di “produttività” aggregata mostrano per l’Italia livelli tra i più elevati nel confronto tra i principali paesi. Ad esempio, nel rapporto britannico International Comparative Performance o f the UK Research Base del 2011, in cui si utilizzano i dati bibliometrici della banca dati Scopus, l’Italia figura – tra i paesi avanzati presi in esame – nel novero di quelli con un elevato numero di pubblicazioni e di citazioni per unità di spesa, inferiore soltanto a Regno Unito e Canada, ma superiore rispetto a Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone e Svizzera… Se si rapporta il numero di pubblicazioni al numero di ricercatori, l’Italia è di gran lunga il primo tra i paesi considerati. In base a nostre elaborazioni su dati SCImago e OCSE, nel 2010 sono stati pubblicati 726 articoli ogni mille ricercatori italiani, contro i 550 del Regno Unito e i 400 circa di Francia e Germania…”.
Insomma, a dispetto degli scarsi investimenti pubblici e privati, nonostante l’alto numero di ricercatori precari (e quindi privi di quella serenità e libertà che condiziona inevitabilmente e mortifica il loro fare ricerca) e sebbene le politiche di valorizzazione del personale di ruolo siano inesistenti, in Italia facciamo tanta e buona ricerca. Ma la condizione potrebbe migliorare? Certo. Intanto dando risposta alle 3 questioni appena enunciate e poi garantendo agli Enti pubblici di ricerca e alle università più autonomia, anche attraverso nuovi modelli organizzativi (che prevedano, finalmente, un’unica carriera tra Epr e università), meccanismi di incentivazione e uno status specifico che garantiscano la flessibilità necessaria alla rapida competitività internazionale.
E soprattutto migliorerebbe se governo e parlamento, nell’approntare le misure sopra delineate, prestassero attenzione alle istanze di chi la ricerca la fa davvero, sul campo: di policy cadute dall’altro (quattro in 10 anni) non se ne sente proprio il bisogno.
Insomma, il sommario quadro di contesto che ho provato a tracciare (e che, per brevità, ha tralasciato molte questioni) indica che di cose da dire ne avremo molte, stasera ad Orvieto.
E, come legislatori, abbiamo anche da fare anche molte cose, per tradurre in fatti quelle parole, a partire dalla imminente legge di stabilità. Ne elenco alcune.
Innanzitutto riordinare le norme sul finanziamento statale (FFO) delle università statali in modo da restituire autonomia budgetaria agli atenei e ai loro dipartimenti e da poter sostituire le norme di blocco parziale del turnover (che stanno soffocando gli atenei per carenza di personale in assenza di reclutamento: a questo proposito occorre prevedere un piano straordinario triennale di assunzioni contingentate di professori ordinari e di ricercatori a tempo determinato, che si aggiungerebbe a quello già stabilito dalla legge nel 2010 per i professori associati: al termine del triennio si può provvedere alle nuove assunzioni e agli incrementi stipendiali utilizzando esclusivamente le risorse liberate dai pensionamenti, garantendo così un sistema regolare di assunzioni e di carriere che purtroppo manca ormai da molti anni). Lo stesso dovrebbe essere fatto per il personale e per il finanziamento statale (FOE) agli enti pubblici di ricerca. Inoltre, riallineare gradualmente il finanziamento statale alle università e agli enti pubblici di ricerca almeno alle medie europee.
Poi dobbiamo riordinare le norme sulla contribuzione studentesca abbandonando gli indicatori collegati al FFO (per evitare l’assurdo di tasse studentesche che potrebbero aumentare quando aumentasse il finanziamento statale e viceversa) e quelli eccessivamente penalizzanti per gli studenti in ritardo (come se ogni ritardo dipendesse dal fatto che si pagano poche tasse, il che non è affatto vero) e passando invece a condizioni di contribuzione media (correlata al reddito medio regionale) con opportune regole che garantiscano da un lato maggiore progressività, dall’altro l’esenzione per i redditi medio-bassi (ceto medio impoverito). Occorre poi completare la normativa del diritto allo studio con i LEP.
È necessario poi ripristinare la norma che stabiliva che una quota prefissata del FIRST (Fondo Investimenti Ricerca Scientifica e Tecnologica) sia riservata al finanziamento di progetti di ricerca in tutte le discipline liberamente proposti da professori e ricercatori delle università e degli enti pubblici di ricerca e stabilire che questa quota sia pari almeno al 30%. Senza questa norma la ricerca universitaria (di qualità) sparirà per la sparizione dei PRIN e dei FIRB (che fanno parte del FIRST) e con essa la natura stessa delle università come luoghi in cui coesistono inscindibili didattica e ricerca che si sostengono a vicenda.
Dobbiamo anche ripensare ai meccanismi di reclutamento e di carriera dei docenti universitari, ora che l’abilitazione scientifica nazionale è stata trasformata “a sportello” (cioè con valutazione scientifica del curriculum del singolo candidato e non invece con valutazione comparativa dei candidati di tipo concorsuale). Dobbiamo necessariamente semplificare la selva contrattuale pre-ruolo, valorizzare il dottorato di ricerca anche nel mondo del lavoro ed eliminare le norme che limitano gli anni di precariato e che tra breve porteranno alla scadenza di migliaia di contratti senza possibilità di rinnovo, mentre le assunzioni sono sostanzialmente bloccate da sei anni. Lo stesso vale per i ricercatori degli enti pubblici di ricerca. Dobbiamo puntare ad una carriera unica con passaggi di fascia regolati da valutazione.
È necessario chiarire e riordinare le norme riguardanti la valutazione e il ruolo e i compiti dell’ANVUR, puntando ad una valutazione che aiuti a migliorare piuttosto che sanzionare e punire. Altrettanto necessario è semplificare, ove possibile, le norme che regolano la gestione e la valutazione delle università evitando criteri meramente quantitativi e adempimenti puramente burocratici.
Infine, a tre anni dalla sua approvazione occorre valutare molto attentamente i risultati ottenuti dall’applicazione della “Legge Gelmini” (L. 240 del 2010) rispetto a quelli attesi, apportando tutte le modifiche legislative necessarie per rilanciare l’istruzione universitaria e la ricerca in un quadro di maggiore autonomia istituzionale e di deburocratizzazione. Lo stesso andrebbe fatto per le norme sull’autonomia didattica (dm 270/2004).

Intervista Manuela Ghizzoni