Latest Posts

Il mio augurio per il nuovo anno scolastico – Manuela Ghizzoni 01.09.14

Oggi inizia l’anno scolastico. Come i precedenti si annuncia quantomeno “faticoso” per chi nella scuola opera. Perché faticoso? Perché sempre di più mi pare che l’insegnamento e l’educazione siano lasciate agli “sforzi” (da qui il la fatica) dei singoli – docenti, dirigenti, Ata – mentre la politica non riesce ad assumere decisioni (ma spesso non ha voluto) che possano concretamente alleviare tali sforzi. Penso, per il recente passato, al decreto Carrozza, che contiene molti spunti positivi ma che non si sono tradotti in interventi decisivi rispetto alla “fatica” dell’orientamento, dell’aggiornamento, dell’apprendimento facendo…
Ecco perché il mio augurio per il nuovo anno è:
1. un ringraziamento anticipato a chi – tra annunci, attese e speranze – farà funzionare la nostra scuola al meglio delle proprie possibilità e per il bene dei nostri ragazzi;
2. l’auspicio che la politica riesca finalmente a farsi carico, lei, della fatica della sfida educativa con provvedimenti dal “pensiero lungo”, che promuovano le opportunità, le competenze, l’inclusione.
Oggi per 4000 lavoratori anziani della scuola doveva essere l’inizio della “terza età” e per altrettanti lavoratori giovani doveva essere l’inizio della stabilità. Non è stato così, per un errore reiterato della politica. Ecco allora un altro auspicio: che la politica apprenda finalmente dai propri errori, pena il fallimento della propria missione.

"Siamo tornati a cinquantacinque anni fa", di Alberto Statera – La Repubblica 30.08.14

Messi insieme, sapevano a malapena che cosa fosse l’inflazione. Figurarsi la deflazione (o Keynes), oggi citata da una comunicazione che talvolta non tiene vergogna, come nel caso dell’evento storico che lega in qualche modo le presenti ambasce economiche dell’Italia a quelle di mezzo secolo e passa fa.
Magari fosse vero il paragone col Cinquantanove del Novecento. Matteo Renzi potrebbe brindare a spumante di Valdobbiadene e Padoan e Cottarelli potrebbero tornare felici ad attività meno stressanti nella Grande Mela. Vorrebbe dire che siamo alla vigilia del «boom», come lo battezzò il britannico Daily Mail, raccontando del «miracolo economico del continente europeo».
Guido Carli – allora ex ministro tecnico di un tipo che si chiamava Adone Zoli e di lì a poco governatore della Banca d’Italia al posto di Donato Menichella, il quale bollava il telefono in ogni famiglia come un’inutile avventura consumistica perché il telefono «serve solo al medico condotto e all’ostetrica» – lo ammise: «Il miracolo economico dell’ultimo
biennio degli anni Cinquanta era del tutto inaspettato perché nessuno aveva previsto le conseguenze di decisioni prese forse con altre motivazioni». Il piano Marshall, il Mec, la libertà dei cambi. Fatto sta che nel Cinquantanove, l’anno della deflazione, che è una diminuzione dei prezzi al consumo derivante dalla scarsa domanda di beni e servizi, con un possibile avvitamento nell’ulteriore depressione economica, parte il quadriennio del miracolo.
Purtroppo, mai paragone storico fu dunque più fallace. Con i poveri Segni, Tambroni e soci stralunati, i consumi privati, dopo la stasi, cominciarono a volare: le famiglie in possesso di un frigorifero passano in tre anni dal 13 al 55 per cento, quelle col televisore dal 12 al 49 per cento. Tanto che Giorgio Amendola, leader comunista ma considerato allora il più liberista dei liberisti di sinistra, esclama: «Noi non ci faremo incantare dalla civiltà dei frigoriferi e dei televisori! ». Non si fece poi incantare neanche Ugo La Malfa, grande protagonista dei dibattiti economici dell’epoca, che anni dopo non se la prese con i frigoriferi, ma con la televisione a colori, che in Italia non doveva proprio entrare. In quegli anni, che oggi vengono a sproposito citati come paragone delle attuali intemperie, il reddito nazionale aumentò del 7,5 all’anno, gli impiegati e gli operai, certi del loro posto di lavoro, facevano la fila per comprare la Seicento o la Cinquecento della Fiat: da un milione e 400 mila auto in circolazione nel 1958 si passò a quasi 4 milioni nel 1963, da una ogni 24 italiani a una ogni 11, mentre gli aumenti salariali degli operai-consumatori oscillavano tra il 5 e il 6 per cento.
«La società può permettersi un saggio di inflazione meno elevato o addirittura nullo, purché sia disposta a pagarne il prezzo in termini di disoccupazione », diceva l’economista Robert Slow, ponendo la diretta relazione tra inflazione e disoccupazione. Oggi, con il numero dei disoccupati che stiamo pagando, anche noi lo sappiamo bene, pur senza trovare — purtroppo — riferimenti nel Cinquantanove. Adesso niente inflazione, più disoccupazione, carrelli della spesa all’osso, economia che si avvita. Quelli che gli 80 euro al mese di Renzi non li vanno a spendere al supermercato non hanno certo bisogno di conoscere la curva di Phillips per vincere l’incertezza non di domani, di oggi.
“Macchine o maccheroni”? Così si intitola — guarda un po’ come è attuale — una celebre polemica di più di mezzo secolo fa tra l’antico governatore della Banca d’Italia Menichella e il leader liberale Giovanni Malagodi. Meglio favorire le aziende per l’acquisto di beni strumentali o le famiglie sui beni di consumo? Più beni di consumo significa meno inflazione, domanda soddisfatta nel medio termine e ciò — diceva Menichella — aumenta il potenziale di sviluppo perché l’aspettativa di minore inflazione incide positivamente sull’aspettativa degli investitori. O più inflazione rispetto al meno di oggi? E poi: “Ruota o rotaia”? Il Pci di allora non aveva dubbi a favore dei treni, mentre il capo della Fiat Vittorio Valletta preferiva ovviamente i nastri d’asfalto.
Il balletto degli economisti, grandi e piccoli (oltre che degli interessi) viene da lontano, aruspici di una scienza che li porta a pontificare insieme ai politici negli studioli televisivi, ma talvolta, nel mondo, conduce anche alle guerre. Keynes è lontano e bistrattato da molti, Einaudi è un campione disperso della Repubblica italiana. Ed è difficile oggi chiedere a un qualsivoglia economista se sia meglio la deflazione o l’inflazione controllata. Forse una vera riflessione sull’ormai mitico Cinquantanove, assunto ieri come improprio paragone, risulterebbe persino utile, nonostante la similitudine storica sia del tutto improponibile, se non nelle semplificazioni che sono ormai il pane della nostra vita quotidiana.
Scriveva il governatore della Banca d’Italia Guido Carli nelle sue Considerazioni finali: «Gli aspetti congiunturali che hanno caratterizzato l’attività economica italiana durante il 1960 sono stati originati, almeno in parte, dalle vicende delle due annate precedenti». Per l’appunto, il Cinquantotto e il Cinquantanove: «La formazione di una elevata liquidità e il ribasso dei tassi d’interesse avevano fornito la premessa per quello sviluppo che poi si ebbe nella seconda metà del 1959, allorché l’espansione della domanda estera, prima, e l’aumento degli investimenti produttivi, poi, dettero nuovo impulso all’attività economica».
Quell’anno, Celentano cantava “Il tuo bacio è come un rock”, Italo Calvino scriveva “Il Cavaliere inesistente” sul ruolo degli intellettuali nella società di massa del miracolo economico, e il Mago Zurlì conduceva lo “Zecchino d’Oro”. Ora facciamo di latta?

"Coppie gay, la prima bimba che avrà due mamme per ordine del tribunale", di Cristiana Salvagni – Repubblica 30.08.14

Per la prima volta in Italia una bambina di cinque anni è ufficialmente figlia di una coppia gay: ha due mamme e porta i loro due cognomi. Una, riconosciuta da sempre dalla legge, è la madre biologica che l’ha partorita. L’altra è la madre “sociale”: la compagna degli ultimi dieci anni di vita, sposata all’estero, che con la partner ha desiderato e cercato un figlio con la fecondazione eterologa in Spagna e che dopo la nascita ha svolto in tutto e per tutto il ruolo di genitore. Per lo Stato italiano lo è esattamente da due mesi, da quando il 30 giugno scorso il Tribunale dei minorenni di Roma ha accolto il suo ricorso per l’adozione, riconoscendo la piccola come figlia della coppia. Una decisione che ha acceso l’entusiasmo della comunità omosessuale (una «sentenza storica che infrange un tabù») e spaccato il mondo politico tra chi vuole una legge il prima possibile e chi difende a spada tratta la famiglia tradizionale.
«È il primo caso in cui nell’interesse del bambino — spiega la presidente del Tribunale dei minorenni Melita Cavallo — è stata riconosciuta la qualità e solidità del rapporto e si è stabilito che anche un’altra donna può assumere la figura del secondo genitore». La decisione è stata presa in base all’articolo 44 della legge 184 del 1983, che contempla l’adozione in casi particolari, nonostante il parere negativo del pubblico ministero per cui mancava il presupposto costituito «da una situazione di abbandono» e che ora potrebbe fare ricorso. «Si è tenuto conto dell’interesse del minore a mantenere con la madre sociale quella relazione di affetto e convivenza consolidato nel tempo — continua Cavallo — tanto più che la madre della bambina ha espresso il suo consenso e che negare tale diritto a una coppia lesbica solo in ragione dell’omosessualità sarebbe stato lesivo del principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione».
La sentenza tecnicamente dà il via anche nel nostro Paese all’istituto anglosassone chiamato stepchild adoption, letteralmente “adozione del figliastro”, che all’estero si riferisce in particolare all’adozione nelle coppie gay dei figli del partner. E che da noi potrebbe aprire la strada a decine di analoghi ricorsi: «Solo nella nostra associazione sono centinaia i bambini nella stessa situazione — spiega la presidente di “Famiglie Arcobaleno” Giuseppina La Delfa — e siamo in migliaia ad aspettare di sistemare la questione della protezione dei minori e dei coniugi non riconosciuti dalle possibili crisi e casi della vita. Ma perché lo Stato obbliga i cittadini che vogliono assumersi responsabilità a agire presso i tribunali invece di provvedere con una legge?».
Il provvedimento, arrivato dopo la sentenza della Cassazione che l’11 gennaio 2013 apriva alla possibilità che i figli vengano cresciuti da coppie gay e dopo il via libera della Corte di Strasburgo, non riconosce in generale l’adozione alle coppie gay né concede un diritto ex novo. «Ma garantisce nell’interesse di una minore la copertura giuridica a una situazione consolidata» chiarisce il legale della coppia Maria Antonia Pili, presidente dell’associazione italiana degli avvocati per la famiglia e per i minori del Friuli Venezia Giulia, «riconoscendo diritti e tutela a quei cambiamenti sociali e di costume che il legislatore fatica a considerare, nonostante le sempre più diffuse e pressanti rivendicazioni».
Subito si sono alzate le barricate della destra e dei cattolici. Carlo Giovanardi (Ncd) parla di «una sentenza eversiva che scardina i principi della Costituzione », Maurizio Gasparri (Fi) minaccia di denunciare i magistrati mentre Lucio Malan (Fi) grida al «golpe contro il potere legislativo del Parlamento e la Costituzione ». Altrettanto critici i cattolici: «È una fuga in avanti — dice il presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani Francesco D’Agostino — e una sentenza ideologica che crea un paradigma presente in altri Paesi, dove però c’è una legge che lo riconosce».

"Sui magistrati compromesso ragionevole", di Carlo Federico Grosso – La Stampa 30.08.14

La fretta non è, di regola, buona consigliera; fare non significa d’altronde fare automaticamente bene. Ecco perché quando Renzi, nel suo discorso programmatico, aveva annunciato che prima dell’estate il governo avrebbe approvato una riforma globale della giustizia molti avevano sorriso. Non perché non ritenessero importante quella riforma, ma perché appariva poco credibile che in un batter di ciglio il nascente esecutivo, affidato ad una maggioranza poco solida e coesa, riuscisse, in una materia incandescente, là dove nessuno prima era riuscito.
Meglio sarebbe stato, qualcuno sussurrava, procedere per gradi. Affrontare la riforma del processo civile, la meno divisiva e soprattutto la più urgente, dato che in tale settore recuperare efficienza significava aiutare in maniera diretta l’economia. Rinviare ad un secondo tempo le altre riforme, tutt’al più concentrandosi, nel primo passaggio, su taluni dei profili incalzanti della giustizia penale, quali (anche qui nella prospettiva di favorire gli investimenti) la tutela dell’economia legale e l’eliminazione dello scandalo delle prescrizioni facili.
La riforma approvata ieri conferma, a posteriori, che le preoccupazioni non erano infondate. Pressoché tutti i punti considerati nelle «linee guida» sono stati approvati dal governo. Le divisioni fra i due maggiori partiti di maggioranza su temi importanti quali la prescrizione, il processo breve e le intercettazioni, hanno determinato comunque una sorta di corto circuito. Il governo ha approvato, in un testo esaustivo, e nella forma del decreto legge, la riforma del processo civile e lo smaltimento dell’arretrato civile. Per il resto sono passati disegni di legge (o di legge-delega), alcuni dei quali espressione di compromessi fra linee politiche molto divergenti. E’ pertanto prevedibile che i contenuti potranno essere profondamente cambiati e che passeranno comunque anni prima che taluno di essi possa essere approvato dal Parlamento.
Cionondimeno, non si può dire che l’operazione/riforma sia a questo punto fallita. Tutt’altro. Ciò che soprattutto premeva al governo, era rendere celeri i tempi della giustizia civile. Se davvero le norme approvate ieri saranno ratificate dal Parlamento, e se davvero esse rispetteranno le aspettative, il risultato sarà comunque di grandissimo rilievo.
Ma veniamo alle altre parti della riforma. Meritano piena approvazione la rivitalizzazione del falso in bilancio e la previsione del reato di autoriciclaggio. Bene sarebbe stato rinforzare tuttavia, altresì, la forza di fuoco investigativa nei confronti della corruzione (parificando tali reati a quelli di mafia) e soprattutto, per rispondere alla urgenza, utilizzare nei confronti di questa parte della riforma penale lo strumento del decreto-legge.
In tema di responsabilità civile dei magistrati, la soluzione adottata (eliminazione di ogni filtro; responsabilità diretta dello Stato e indiretta del magistrato; diritto di rivalsa da parte dello Stato; limite quantitativo entro cui potrà essere chiesta la rivalsa) rappresenta un compromesso, tutto sommato ragionevole, fra i diversi punti di vista affiorati nel corso del dibattito.
Più articolata non può che essere la valutazione delle altre parti della riforma penale, innanzitutto di quelle concernenti la prescrizione e la ragionevole durata dei processi.
Il tema della prescrizione, in astratto, è assolutamente chiaro. I tempi necessari a prescrivere devono essere commisurati alla durata effettiva dei processi; se tali tempi sono troppo brevi rispetto alla gestibilità concreta dei procedimenti, il risultato è, inevitabilmente, la creazione di una massa di colpevoli impuniti. Di fronte ai guasti prodotti dalla legge ex Cirielli (che ha dimezzato i tempi della prescrizione senza assicurare un’abbreviazione degli iter processuali), si trattava di riallungare ragionevolmente i tempi della prescrizione e di accorciare, possibilmente, i tempi processuali. La riforma prevede, opportunamente, di sospendere la prescrizione per due anni nel corso del giudizio di primo grado. Su indicazione di Ncd sono state tuttavia, nel contempo, introdotte regole cogenti sulla durata processuale successiva (il processo dovrebbe, di regola, estinguersi se l’appello non dovesse chiudersi entro due anni). In questo modo si sono tuttavia, contraddittoriamente, introdotti principi che rischieranno di cagionare, per altro verso, abnormi cancellazioni di responsabilità.
La riforma ha nel contempo previsto alcune modifiche processuali dirette a ridurre la durata dei processi: es., interventi sull’udienza preliminare, sul patteggiamento, sulla riduzione delle impugnazioni (tema, peraltro, particolarmente controverso). Poiché si tratta d’interventi di impatto tutto sommato circoscritto, mentre i grandi temi che avrebbero potuto incidere davvero sulle lunghezze dei processi (es., forte riduzione del numero dei reati; regolamentazione dell’azione penale; conseguente drastica riduzione del numero dei processi) non sono stati affrontati, è verosimile che i risultati saranno, corrispondentemente, molto ridotti. Di qui l’importanza, allo stato decisiva, dell’allungamento dei tempi della prescrizione.
Su indicazione (sempre) dell’Ncd, è stata infine approvata, sia pure nella forma meno stringente del mero disegno di legge-delega, anche una nuova disciplina delle intercettazioni. Non s’intenderebbe, a quanto pare, circoscrivere il potere d’indagine della magistratura ma, semplicemente, ridurre la possibilità di pubblicare contenuti intercettati riguardanti terzi e non attinenti al processo. Il nodo delle intercettazioni, pur affrontato formalmente, dovrebbe essere comunque sospeso in attesa della, annunciata, consultazione dei direttori delle testate e delle proprietà dei media. Anche qui, vedremo. Sul tema l’attenzione deve essere comunque molto vigile, essendo in ogni caso in gioco il diritto di informare ed il diritto di essere informati.

Passo dopo passo ma con i piedi per terra – Manuela Ghizzoni 30.08.14

Valuto positivamente che ieri il Consiglio dei Ministri non abbia varato la (nuova) riforma della scuola. Valuto negativamente che non abbia approvato la norma sul pensionamento dei cosiddetti Q96Scuola (ho già detto che é una denominazione fuorviante, ma la richiamo per brevità: affrettiamoci a trovarne una più consona), ma a questo solo provvedimento avrebbe dovuto limitarsi.
Il perché l’ho scritto in un precedente post: basta con le riforme calate dall’alto. Apprezzo quindi l’intenzione espressa dal Premier di un “percorso partecipato sulla scuola”. Un percorso che dovrà dare frutti per il prossimo anno scolastico, e non per quello che è alle porte. Anche le soluzioni anticipate per affrontare la piaga del precariato avranno validità solo dal 2015/2016 e credo che la legge di stabilità sia uno degli strumenti per darne attuazione concreta.
Che si inauguri quindi il cantiere per “la nuova scuola”, nel quale arruolare idee, proposte, suggestioni proprio a partire dal mondo della scuola. Con una sola raccomandazione: che non sia un cantiere interminabile, all’italienne…
Di certo, la delusione per il rinvio è la reazione naturale all’attesa alimentata dai reiterati annunci che hanno preceduto la convocazione del Consiglio dei Ministri. Maggiore cautela, in futuro, credo sarebbe auspicabile oltre che apprezzabile per dare ancora maggior forza e concretezza all’azione dell’esecutivo. Ok al passo dopo passo, ma con i piedi per terra.

"L'Unità torna on line" – www.partitodemocratico.it 28.08.14

“L’Unità non può tacere. Giornalisti e poligrafici hanno deciso di riattivare il sito del quotidiano www.unita.it. Il punto di vista de l’Unità tonerà su tutti i temi caldi. Grazie al lavoro gratuito e volontario dei lavoratori del giornale fondato da Antonio Gramsci, informazione, analisi, commenti saranno veicolati sul web. E’ un buon segno, la dimostrazione che l’Unità è viva e ha ancora molto da dire”. E’ quanto si legge sul sito informativo del giornale.
Ieri, dal palco della Festa Nazionale de l’Unità a Bologna, si è tenuta la conferenza stampa del Comitato di Redazione de l’Unità, dove è stata annunciata la riapertura del giornale online.
“La chiusura del giornale il 31 luglio scorso è stata una ferita profonda per tutta la sinistra italiana ed ha comportato un danno sia al mondo dell’informazione che ai lavoratori del giornale. 80 famiglie oggi sono senza reddito da aprile scorso e sono entrate in cassa integrazione”, ha esordito il comitato.
Il comitato si è dichiarato soddisfatto che il tesoriere Bonifazi e il segretario Matteo Renzi abbiano assicurato che “il giornale tornerà in edicola, con una formula solida e più moderna”, come ha detto Renzi, ma ha voluto inviare un messaggio preciso al PD: “Dopo le parole aspettiamo i fatti – ha concluso il comitato – e vorremmo che ci sia una proposta trasparente per i giornalisti, in merito all’offerta che il PD sta organizzando e che vorrà farci”.

Quota 96, Ghizzoni “A fianco dei lavoratori per il rispetto dei diritti”- comunicato stampa

“E’ giunto il tempo – anche se, scusate il gioco di parole, a tempo scaduto – che il Governo si assuma la responsabilità di una parola definitiva su questa vicenda”: la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, alla vigilia della manifestazione degli insegnanti in attesa, dal 2012, di andare in pensione, torna a sostenere le ragioni di chi, pur avendo maturato i requisiti richiesti, è rimasto impigliato in un errore della riforma previdenziale targata Fornero. Ecco la sua dichiarazione:

«C’è grande attesa, nel mondo della scuola, per le decisioni che il Consiglio dei ministri assumerà domani. Non potrebbe essere diversamente, dati gli annunci di interventi su questioni fondamentali per il nostro sistema scolastico, quali la valorizzazione della professione docente, l’apprendimento per competenze e la lotta al precariato (che significa dare, al contempo, stabilità e serenità al docente e continuità didattica ai ragazzi). Obiettivi ambiziosi che – se opportunamente condivisi, programmati e raggiunti – potrebbero cambiare in meglio l’assetto del nostro sistema scolastico. Ma tra i tanti annunci degli ultimi giorni c’è un grande assente, potremmo definirlo ormai un convitato di pietra che accompagna, dal 2012, l’avvio di ogni anno scolastico: mi riferisco al pensionamento di quel personale della scuola rimasto impigliato in un errore della riforma previdenziale – riconosciuto come tale anche dalla ministra Fornero – e che, pertanto, non ha potuto esercitare il diritto alla quiescenza il 1 settembre 2012 (l’unico giorno in cui a scuola si può andare in pensione coincide con l’avvio del nuovo anno). Non ho consapevolmente usato la definizione di “Quota96Scuola” perché fuorviante: non si tratta di personale che chiede un “prepensionamento” (come un certo dibattito agostano e superficiale ha lasciato intendere) ma di lavoratori che avevano raggiunto i requisiti richiesti nel corso dell’anno scolastico 2011/2012! Nessun accenno a questa delicata questione tra le dichiarazioni della ministra Giannini e del premier Renzi, sebbene essa abbia tenuto banco nell’ultima settimana di attività parlamentare data l’approvazione, alla Camera, di un emendamento risolutivo nell’ambito del DL Madia, poi cancellato durante l’esame al Senato. In quell’occasione il Governo è stato risoluto nell’esercitare tale stralcio, ma non ne ha dato una valida giustificazione, limitandosi a rivendicarne la responsabilità, com’è ovvio che sia. La questione dell’assenza di risorse, infatti, non è sufficiente, essendo più politica che sostanziale, poiché l’emendamento aveva come copertura finanziaria la medesima che sorreggeva l’intero decreto PA. E’ giunto il tempo – anche se, scusate il gioco di parole, a tempo scaduto – che il Governo si assuma la responsabilità di una parola definitiva su questa vicenda. E’ già stato mancato l’appuntamento con il DL Madia che, volendo ringiovanire il personale della PA per affrontare le sfide di una amministrazione al servizio dei cittadini con nuove competenze e maggiori motivazioni, era la sede “naturale” per dare risposta a questi lavoratori della scuola anche perché, lo ricordo ancora una volta, il personale scolastico italiano è il più anziano di Europa per età media. Ora, si vuole mancare l’appuntamento anche con l’annunciata riforma della scuola? Una scelta incomprensibile, soprattutto se al centro dei provvedimenti governativi ci stanno la valorizzazione dei docenti e la lotta al precariato. Se a 4000, tra docenti e Ata, fosse finalmente garantita l’esigibilità di un diritto “tradito” quale quello della pensione, è evidente che a 4000 giovani in attesa si darebbe la possibilità di entrare nella scuola. Solo così 2+2 farà 4. Domani, a Roma, si svolgerà una manifestazione in favore del pensionamento (e non “prepensionamento”) di questi lavoratori: esprimo convinto sostegno a questa iniziativa, nella speranza che possa essere l’ultima. Speranza che si associa a quella che il Consiglio dei ministri assuma, domani, la soluzione al problema da troppo tempo attesa».