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“Liberalizzazioni, lobby all´assalto”, di Massimo Giannini

Come il sonno della ragione, l´incrocio tra governo «strano» e Parlamento sovrano genera mostri. Duemilaquattrocento emendamenti presentati al Senato sul decreto legge per le liberalizzazioni sono un´offesa al buon senso e al buon gusto. Tradiscono un´idea malintesa, che allontana sempre di più gli eletti dagli elettori. Non si vuole difendere la sovranità del potere legislativo. Si vuole proteggere l´intangibilità del sistema corporativo. La «lenzuolata» appena varata da Monti e Passera non ha la stessa forza di quelle introdotte da Prodi e Bersani nel 1998 e nel 2006. Come conferma il rapporto della Commissione europea anticipato ieri da «Repubblica», è ancora troppo timida. Non affonda la lama della concorrenza nel ventre molle della rendita, in aree strategiche come le banche e le reti, le assicurazioni e le professioni. Ma rappresenta comunque un enorme salto di qualità, rispetto alla palude di statalismo e di immobilismo della legislatura berlusconiana. Non farà risparmiare 1.800 euro l´anno ad ogni famiglia italiana, né farà crescere il Pil dell´1,4%, l´occupazione dell´8% e i salari reali del 12%, come spera il governo. Ma è sicuramente la prima, salutare scossa a un´economia paralizzata, a una società bloccata.
Un Parlamento responsabile, invece di partorire i suoi Frankenstein, avrebbe il dovere di convertire in fretta il decreto. E se proprio volesse rifiutare la logica del prendere o lasciare, dovrebbe apportare poche modifiche, e solo migliorative, nell´unica direzione possibile: quella dell´ulteriore apertura al mercato nei troppi settori ancora troppo protetti.
Per esempio, facendo scattare da subito lo scorporo dall´Eni della rete di trasporto del gas della Snam. Accelerando la separazione della rete ferroviaria da Trenitalia. Scardinando definitivamente il diritto di esclusiva per i gestori delle pompe di benzina. Imponendo l´immediata riduzione delle commissioni bancarie a carico degli esercenti per l´utilizzo delle carte di credito. Aprendo definitivamente a tutti i più giovani le porte d´accesso alle professioni. Rimuovendo i vincoli agli agenti monomandatari delle compagnie d´assicurazione riunite nell´indifendibile cartello della Rc-auto. Estendendo il meccanismo del price cap per le tariffe autostradali anche alle concessioni in essere (compresa quella di Autostrade) e non solo a quelle future. Moltiplicando le licenze dei taxi. Ripristinando la libera vendita dei farmaci di fascia C nelle para-farmacie.
L´elenco potrebbe continuare. Con una decina di emendamenti di questo tenore, il pacchetto Monti-Passera diventerebbe davvero la «rivoluzione liberale» di cui c´è bisogno, nell´Italia delle mille corporazioni e dei cento forconi. Invece a Palazzo Madama è partito il vecchio, caro assalto alla diligenza. Duemilaquattrocento proposte di modifica. Una sparuta minoranza, per lo più firmata da esponenti del centrosinistra, introduce alcuni effettivi rafforzamenti al testo. Ma per il resto la quasi totalità degli emendamenti, 700 firmati da senatori del solo centrodestra, recepiscono altrettante richieste delle solite lobb in guerra permanente contro qualunque cambiamento: avvocati, farmacisti e tassisti. Il presidente del Consiglio lo aveva previsto, giusto una settimana fa, durante il videoforum su «Repubblica Tv». «Sono preoccupato, ma non molleremo», aveva detto. Forse neanche lui aveva immaginato una reazione così abnorme delle «caste» che purtroppo trovano ascolto in Parlamento.
È un pessimo segnale. Non bastano le buone intenzioni bipartisan dei relatori, che in vista del dibattito in aula sperano di sfoltire questa selva ingestibile di emendamenti. Il governo sarà comunque obbligato a porre la fiducia, se non vuole che la lenzuolata del decreto Cresci-Italia finisca in mille pezzi, com´è già in parte successo con il decreto Salva-Italia. Sarebbe la quinta fiducia in tre mesi e mezzo, con un bottino di voti in calo costante: dai 556 sì all´insediamento dell´esecutivo tecnico, il 18 novembre, ai 420 sì al decreto svuota-carceri del 9 febbraio. Anche questo è un modo per logorare un governo che toglie ossigeno politico a un agguerrito e disperato drappello di «riluttanti» della ex maggioranza. Pur di sabotare il manovratore, cavalcano qualunque rivolta delle categorie. Se ha davvero l´ambizione di «cambiare il modo di vivere degli italiani», come ha annunciato da Washington, Monti non può e non deve cedere a questa destra sudamericana, che agonizza tra le macerie del berlusconismo. Ne va della modernizzazione del Paese.

La Repubblica 11.02.12

"L´Occidente davanti ai massacri di Damasco", di Adriano Sofri

C´è una domanda: “Che cosa faremmo noi se fossimo nei panni di governanti o responsabili internazionali di fronte al massacro perpetrato giorno dietro giorno, da undici mesi, in Siria?” C´è un altro modo di formulare la domanda: “Che cosa faremmo, che cosa possiamo fare noi, nei nostri panni?” Le due domande sono legate. Quello che noi – le persone, l´opinione pubblica – potremmo fare, si proporrebbe di esercitare un´influenza sulle scelte di governanti e responsabili internazionali. Di chi può decidere. Ma intanto bisogna constatare qualcosa che viene prima di quelle domande: che noi, persone, opinione pubblica, non stiamo facendo pressoché niente di fronte al massacro siriano. Qualche iniziativa “pacifista” – raccolte di firme, cose così – vede all´opera in Siria un disegno di provocazione “imperialista”, rifiuta di riconoscere una responsabilità del regime, rivendica una “neutralità” internazionale, vuole sventare una “guerra contro la Siria”, come se esistesse oggi “una” Siria. Per il resto, pigrizia e distrazione regnano. Naturalmente, “noi” non siamo mai adeguati alle violenze che si compiono sulla terra, e c´è una buona dose di retorica nel denunciare volta per volta questa inadeguatezza di fronte a iniquità e guerre milionarie. Tuttavia deve esistere un metro per le nostre reazioni. In Siria si ammazza all´ingrosso, e si gioca la partita decisiva di quel sommovimento inaspettato e imprevedibile che ha sconvolto il mondo arabo.
Il campo delle ipotesi sembra di nuovo stringersi all´alternativa fra un´azione militare internazionale o no. Il precedente della Libia non è incoraggiante, la preoccupazione su un esito che metta in sella correnti fondamentaliste e comunque intolleranti è forte. Soprattutto, si ripete che la Siria non è la Libia, e si vuol dire che dopotutto, petrolio compreso, la Libia era periferia, e la Siria è al centro di un groviglio geopolitico e militare tale da rendere pressoché inevitabile ed esplosivo il contagio di un intervento internazionale. Gli attori di primo piano di questo groviglio sono Israele e l´Iran. Ogni mossa sulla scacchiera siriana richiama quel confronto. Nel 2007 si compì, pressoché in sordina, un´azione israeliana contro un sito nucleare siriano. Ben altra portata ha oggi lo scontro sul nucleare iraniano.
La Siria ne è una pedina minore, ed è di fatto ricattatrice e ostaggio della sua collocazione internazionale. La dinastia degli Assad se ne è servita per perpetuarsi (dal 1970, “fino all´eternità e oltre l´eternità”, come una Nord-Corea) e per perpetuare la farsa di uno “stato di emergenza” proclamato nel 1963! È grazie a questo domino che Bashar el-Assad procede a oltranza nella guerra guerreggiata contro la gran parte del “suo” popolo, benché abbia davanti agli occhi la sorte di colleghi come Mubarak o, soprattutto, Gheddafi. Se ne fa forte: “Toccate la Siria, e infiammerete l´intero Vicino Oriente”. Ha dalla sua la Russia e la Cina. La Russia, per un cinico calcolo di tattica – è l´unico puntello rimasto alla sua influenza regionale, oltre che un grosso cliente alle sue vendite d´armi; la Cina per un principio strategico – mostrarsi estranea a ogni ingerenza negli altri Stati, e farci affari d´oro. E ambedue, Cina e Russia, per una gran paura che le primavere a casa d´altri vogliano prima o poi soffiare anche in casa loro. Il veto di Russia e Cina a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che si era ridotta a una mera raccomandazione senza corollari pratici, discende soprattutto da questa paura, e intanto agisce come un´autorizzazione alla brutalità della repressione. Durante la visita del ministro degli Esteri russo Lavrov a Damasco il cannoneggiamento di Homs è spettacolarmente cresciuto.
Lo slogan della “primavera” si inaugurò a Damasco nel 1999-2000 al passaggio da Assad padre al figlio, giovane, “moderno”, addottorato in medicina a Londra. Non bastava, come la London School of Economics di Saif Gheddafi. Prima o poi le nostre università d´eccellenza dovranno porsi il problema. Quando la primavera araba tornò, a cominciare dalla Tunisia, Bashar el-Assad proclamò che in Siria non poteva succedere: “Il mio popolo non si ribella”. Poi dei ragazzi di Deraa graffiarono un po´ di muri, e successe. Dopo di allora sono venute le migliaia di morti, soprattutto civili, e centinaia bambini, le decine di migliaia di profughi, le città bombardate e il “suo popolo” insultato come “terrorista”. Amnesty International ha già raccolto “più di 5.400 nomi di vittime”. La ribellione è rimasta non violenta molto a lungo, prima della defezione di militari male armati, che si chiamano ora “Libero esercito siriano”. Ogni giorno a Homs, una città di 800 mila abitanti, l´artiglieria di carri armati e mortai si misura con i kalashnikov dei disertori.
In Siria si compiono da undici mesi crimini contro l´umanità, che la comunità internazionale non sa sventare né arginare. Vengono bombardati ospedali, torturati prigionieri, massacrati civili. Esiste un Tribunale penale internazionale, costituito per procedere in giustizia contro crimini come questi. Le persone, le associazioni, l´opinione pubblica, hanno il diritto di rivendicarne l´iniziativa.
I governi e i responsabili internazionali, dalla Lega araba alle Nazioni Unite, possono formulare piani per un ricambio nel potere siriano, studiare soluzioni che, come l´esilio del despota di Damasco, mettano fine alle violenze ed evitino la guerra civile. E´ la scelta che non si perseguì abbastanza – e forse non si volle perseguire – con Saddam, né con Gheddafi. Si è attuata, dopo troppo sangue, nello Yemen. È tipico dei tiranni non voler credere alla propria rovina nemmeno quando si è già consumata, e tuttavia è importante far loro sentire lo sdegno delle persone nel resto del mondo, e far sentire la solidarietà con il coraggio delle loro vittime. Da noi, intanto, che dimentichiamo troppo disinvoltamente il nostro amore per la pace quando la violenza soverchiante di un “sovrano nazionale” si rovescia contro il suo stesso popolo. E in paesi che le prestano una complicità speciale, come la Russia, nella quale una nuova opposizione civile ricca di speranze deve mostrare di non essere prigioniera di un pregiudizio nazionalistico. All´indomani dell´abietto veto al Consiglio di Sicurezza, Putin – quello che giurava di snidare i ceceni “fin dentro il cesso” – ha delicatamente rimproverato alla diplomazia internazionale di muoversi in Siria “come un elefante in una cristalleria”. Il cinismo politico delle potenze pensa di poter ignorare i sentimenti della propria gente e del resto del mondo. Alla vigilia del malaugurato intervento in Iraq ci fu una memorabile sollevazione dell´opinione pubblica mondiale, lusingata come una nuova specie di grande potenza. Gridò forte contro la guerra, ma ebbe la debolezza di non gridare altrettanto forte contro la tirannide di Saddam. Che se ne rafforzò nell´inganno di non poter essere attaccato, e di uscire vittorioso da un attacco. Oggi bisogna risalire una doppia corrente: rimettere in campo quella forza d´opinione e di sentimenti, e avvertire il nuovo pazzo di Damasco che la sua ora è suonata.

La Repubblica 10.02.12

“L´Occidente davanti ai massacri di Damasco”, di Adriano Sofri

C´è una domanda: “Che cosa faremmo noi se fossimo nei panni di governanti o responsabili internazionali di fronte al massacro perpetrato giorno dietro giorno, da undici mesi, in Siria?” C´è un altro modo di formulare la domanda: “Che cosa faremmo, che cosa possiamo fare noi, nei nostri panni?” Le due domande sono legate. Quello che noi – le persone, l´opinione pubblica – potremmo fare, si proporrebbe di esercitare un´influenza sulle scelte di governanti e responsabili internazionali. Di chi può decidere. Ma intanto bisogna constatare qualcosa che viene prima di quelle domande: che noi, persone, opinione pubblica, non stiamo facendo pressoché niente di fronte al massacro siriano. Qualche iniziativa “pacifista” – raccolte di firme, cose così – vede all´opera in Siria un disegno di provocazione “imperialista”, rifiuta di riconoscere una responsabilità del regime, rivendica una “neutralità” internazionale, vuole sventare una “guerra contro la Siria”, come se esistesse oggi “una” Siria. Per il resto, pigrizia e distrazione regnano. Naturalmente, “noi” non siamo mai adeguati alle violenze che si compiono sulla terra, e c´è una buona dose di retorica nel denunciare volta per volta questa inadeguatezza di fronte a iniquità e guerre milionarie. Tuttavia deve esistere un metro per le nostre reazioni. In Siria si ammazza all´ingrosso, e si gioca la partita decisiva di quel sommovimento inaspettato e imprevedibile che ha sconvolto il mondo arabo.
Il campo delle ipotesi sembra di nuovo stringersi all´alternativa fra un´azione militare internazionale o no. Il precedente della Libia non è incoraggiante, la preoccupazione su un esito che metta in sella correnti fondamentaliste e comunque intolleranti è forte. Soprattutto, si ripete che la Siria non è la Libia, e si vuol dire che dopotutto, petrolio compreso, la Libia era periferia, e la Siria è al centro di un groviglio geopolitico e militare tale da rendere pressoché inevitabile ed esplosivo il contagio di un intervento internazionale. Gli attori di primo piano di questo groviglio sono Israele e l´Iran. Ogni mossa sulla scacchiera siriana richiama quel confronto. Nel 2007 si compì, pressoché in sordina, un´azione israeliana contro un sito nucleare siriano. Ben altra portata ha oggi lo scontro sul nucleare iraniano.
La Siria ne è una pedina minore, ed è di fatto ricattatrice e ostaggio della sua collocazione internazionale. La dinastia degli Assad se ne è servita per perpetuarsi (dal 1970, “fino all´eternità e oltre l´eternità”, come una Nord-Corea) e per perpetuare la farsa di uno “stato di emergenza” proclamato nel 1963! È grazie a questo domino che Bashar el-Assad procede a oltranza nella guerra guerreggiata contro la gran parte del “suo” popolo, benché abbia davanti agli occhi la sorte di colleghi come Mubarak o, soprattutto, Gheddafi. Se ne fa forte: “Toccate la Siria, e infiammerete l´intero Vicino Oriente”. Ha dalla sua la Russia e la Cina. La Russia, per un cinico calcolo di tattica – è l´unico puntello rimasto alla sua influenza regionale, oltre che un grosso cliente alle sue vendite d´armi; la Cina per un principio strategico – mostrarsi estranea a ogni ingerenza negli altri Stati, e farci affari d´oro. E ambedue, Cina e Russia, per una gran paura che le primavere a casa d´altri vogliano prima o poi soffiare anche in casa loro. Il veto di Russia e Cina a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che si era ridotta a una mera raccomandazione senza corollari pratici, discende soprattutto da questa paura, e intanto agisce come un´autorizzazione alla brutalità della repressione. Durante la visita del ministro degli Esteri russo Lavrov a Damasco il cannoneggiamento di Homs è spettacolarmente cresciuto.
Lo slogan della “primavera” si inaugurò a Damasco nel 1999-2000 al passaggio da Assad padre al figlio, giovane, “moderno”, addottorato in medicina a Londra. Non bastava, come la London School of Economics di Saif Gheddafi. Prima o poi le nostre università d´eccellenza dovranno porsi il problema. Quando la primavera araba tornò, a cominciare dalla Tunisia, Bashar el-Assad proclamò che in Siria non poteva succedere: “Il mio popolo non si ribella”. Poi dei ragazzi di Deraa graffiarono un po´ di muri, e successe. Dopo di allora sono venute le migliaia di morti, soprattutto civili, e centinaia bambini, le decine di migliaia di profughi, le città bombardate e il “suo popolo” insultato come “terrorista”. Amnesty International ha già raccolto “più di 5.400 nomi di vittime”. La ribellione è rimasta non violenta molto a lungo, prima della defezione di militari male armati, che si chiamano ora “Libero esercito siriano”. Ogni giorno a Homs, una città di 800 mila abitanti, l´artiglieria di carri armati e mortai si misura con i kalashnikov dei disertori.
In Siria si compiono da undici mesi crimini contro l´umanità, che la comunità internazionale non sa sventare né arginare. Vengono bombardati ospedali, torturati prigionieri, massacrati civili. Esiste un Tribunale penale internazionale, costituito per procedere in giustizia contro crimini come questi. Le persone, le associazioni, l´opinione pubblica, hanno il diritto di rivendicarne l´iniziativa.
I governi e i responsabili internazionali, dalla Lega araba alle Nazioni Unite, possono formulare piani per un ricambio nel potere siriano, studiare soluzioni che, come l´esilio del despota di Damasco, mettano fine alle violenze ed evitino la guerra civile. E´ la scelta che non si perseguì abbastanza – e forse non si volle perseguire – con Saddam, né con Gheddafi. Si è attuata, dopo troppo sangue, nello Yemen. È tipico dei tiranni non voler credere alla propria rovina nemmeno quando si è già consumata, e tuttavia è importante far loro sentire lo sdegno delle persone nel resto del mondo, e far sentire la solidarietà con il coraggio delle loro vittime. Da noi, intanto, che dimentichiamo troppo disinvoltamente il nostro amore per la pace quando la violenza soverchiante di un “sovrano nazionale” si rovescia contro il suo stesso popolo. E in paesi che le prestano una complicità speciale, come la Russia, nella quale una nuova opposizione civile ricca di speranze deve mostrare di non essere prigioniera di un pregiudizio nazionalistico. All´indomani dell´abietto veto al Consiglio di Sicurezza, Putin – quello che giurava di snidare i ceceni “fin dentro il cesso” – ha delicatamente rimproverato alla diplomazia internazionale di muoversi in Siria “come un elefante in una cristalleria”. Il cinismo politico delle potenze pensa di poter ignorare i sentimenti della propria gente e del resto del mondo. Alla vigilia del malaugurato intervento in Iraq ci fu una memorabile sollevazione dell´opinione pubblica mondiale, lusingata come una nuova specie di grande potenza. Gridò forte contro la guerra, ma ebbe la debolezza di non gridare altrettanto forte contro la tirannide di Saddam. Che se ne rafforzò nell´inganno di non poter essere attaccato, e di uscire vittorioso da un attacco. Oggi bisogna risalire una doppia corrente: rimettere in campo quella forza d´opinione e di sentimenti, e avvertire il nuovo pazzo di Damasco che la sua ora è suonata.

La Repubblica 10.02.12

"Spread in calo, la Spagna si avvicina", di Maximilian Cellino

Con un orecchio rivolto ad Atene e l’altro a Francoforte. La seduta di ieri degli operatori è trascorsa più o meno in questo modo, con un’attesa in gran parte frustrata dagli eventi. Certo, c’è stata la diffusione della notizia dell’accordo per il salvataggio della Grecia attorno metà giornata, che è stata però poi superata nel pomeriggio da una serie di «se» e «ma» che rischiano di riportare la vicenda quasi al punto di partenza. E c’è stata ovviamente la decisione della Banca centrale europea (Bce) sui tassi di interesse dell’Eurozona (invariati all’1%, come nelle previsioni) e la successiva conferenza stampa del presidente, Mario Draghi, ma evidentemente le novità non sono state tali da mutare l’atteggiamento attendista dei mercati.
Così le Borse hanno «navigato a vista», come si dice in gergo, finendo poco lontane dai valori della vigilia: Francoforte è salita dello 0,59%, Parigi dello 0,43%, Londra dello 0,33% e anche Wall Street si è adeguata al panorama generale con l’S&P 500 a +0,15% e il Nasdaq a +0,39%. Anche Milano ha chiuso sostanzialmente piatta (-0,09%), ma in Italia ci si è consolati con gli acquisti sui BTp e con l’ennesima discesa del differenziale di rendimento nei confronti del Bund tedesco, quello spread che ieri è tornato a 347 punti base, ovvero gli stessi livelli di inizio settembre.
L’onda lunga dei titoli del Tesoro, conseguenza della maxi-asta di fine dicembre con cui la Bce ha pompato nel sistema finanziario liquidità per quasi 500 miliardi di euro, sembra proseguire visto che il tasso del decennale del nostro Paese si è ridotto fino al 5,48% (anche in questo caso siamo ai minimi da 5 mesi). E nel frattempo continua anche a ridursi lo scarto nei confronti della Spagna (29 punti base sui titoli decennali, 39 ancora su quelli a 5 anni), a testimonianza che il miglioramento della situazione non è probabilmente soltanto merito delle mosse di Draghi.
Ma il dato di mercato di rilievo di ieri, sempre rimanendo sul tema dello spread, è stato semmai quello del decennale tedesco, il cui rendimento è risalito per la prima volta da metà dicembre oltre il 2% (contribuendo ulteriormente alla riduzione della forbice). Al di là dei pochi centesimi di differenza rispetto al giorno precedente, è significativo che il movimento sia avvenuto quasi tutto nel primo pomeriggio, proprio quando le indicazioni di una chiusura favorevole dell’affaire Grecia si facevano più insistenti. Ed è altrettanto interessante notare che la stessa sorte ieri è toccata al Treasury, il titolo a 10 anni degli Stati Uniti che condivide con il pari grado tedesco il ruolo di «bene rifugio», i cui tassi ieri sono anch’essi risaliti sopra il 2 per cento.
Tradotte nel linguaggio dei mercati, queste vendite sui titoli tedeschi e Usa segnalano la volontà degli operatori di mettersi alle spalle il periodo più buio della crisi e di premere con decisione sul pulsante «risk on». Così si spiega anche il recupero dell’euro, il cui andamento è almeno da un anno a questa parte fortemente correlato con l’appetito per il rischio degli investitori, che ieri ha fatto capolino oltre quota 1,33 dollari (massimi da due mesi) prima di ripiegare leggermente in serata fino a 1,3280. Una volontà che però, almeno per il momento, è frenata dalla perdurante incertezza sull’esito delle partite in gioco, Grecia in primis.Alla risoluzione dei dubbi degli investitori non giova infatti il continuo balletto dei Governi europei sul salvataggio di Atene, né l’atteggiamento attendista della Bce. Dalla riunione di ieri a Francoforte è emersa una visione meno pessimistica sullo stato di salute dell’Eurozona, cosa che allinea i banchieri al clima moderatamente fiducioso che si respira sui mercati nelle ultime settimane, ma che al tempo stesso allontana l’ipotesi di nuovi tagli del costo del denaro che non farebbero certo dispiacere agli operatori. Il convitato di pietra, però, rimane l’asta a 3 anni di fine febbraio, il nuovo evento in grado di sparigliare di nuovo le carte sulla tavola di chi investe.

Il Sole 24 Ore 10.02.12

“Spread in calo, la Spagna si avvicina”, di Maximilian Cellino

Con un orecchio rivolto ad Atene e l’altro a Francoforte. La seduta di ieri degli operatori è trascorsa più o meno in questo modo, con un’attesa in gran parte frustrata dagli eventi. Certo, c’è stata la diffusione della notizia dell’accordo per il salvataggio della Grecia attorno metà giornata, che è stata però poi superata nel pomeriggio da una serie di «se» e «ma» che rischiano di riportare la vicenda quasi al punto di partenza. E c’è stata ovviamente la decisione della Banca centrale europea (Bce) sui tassi di interesse dell’Eurozona (invariati all’1%, come nelle previsioni) e la successiva conferenza stampa del presidente, Mario Draghi, ma evidentemente le novità non sono state tali da mutare l’atteggiamento attendista dei mercati.
Così le Borse hanno «navigato a vista», come si dice in gergo, finendo poco lontane dai valori della vigilia: Francoforte è salita dello 0,59%, Parigi dello 0,43%, Londra dello 0,33% e anche Wall Street si è adeguata al panorama generale con l’S&P 500 a +0,15% e il Nasdaq a +0,39%. Anche Milano ha chiuso sostanzialmente piatta (-0,09%), ma in Italia ci si è consolati con gli acquisti sui BTp e con l’ennesima discesa del differenziale di rendimento nei confronti del Bund tedesco, quello spread che ieri è tornato a 347 punti base, ovvero gli stessi livelli di inizio settembre.
L’onda lunga dei titoli del Tesoro, conseguenza della maxi-asta di fine dicembre con cui la Bce ha pompato nel sistema finanziario liquidità per quasi 500 miliardi di euro, sembra proseguire visto che il tasso del decennale del nostro Paese si è ridotto fino al 5,48% (anche in questo caso siamo ai minimi da 5 mesi). E nel frattempo continua anche a ridursi lo scarto nei confronti della Spagna (29 punti base sui titoli decennali, 39 ancora su quelli a 5 anni), a testimonianza che il miglioramento della situazione non è probabilmente soltanto merito delle mosse di Draghi.
Ma il dato di mercato di rilievo di ieri, sempre rimanendo sul tema dello spread, è stato semmai quello del decennale tedesco, il cui rendimento è risalito per la prima volta da metà dicembre oltre il 2% (contribuendo ulteriormente alla riduzione della forbice). Al di là dei pochi centesimi di differenza rispetto al giorno precedente, è significativo che il movimento sia avvenuto quasi tutto nel primo pomeriggio, proprio quando le indicazioni di una chiusura favorevole dell’affaire Grecia si facevano più insistenti. Ed è altrettanto interessante notare che la stessa sorte ieri è toccata al Treasury, il titolo a 10 anni degli Stati Uniti che condivide con il pari grado tedesco il ruolo di «bene rifugio», i cui tassi ieri sono anch’essi risaliti sopra il 2 per cento.
Tradotte nel linguaggio dei mercati, queste vendite sui titoli tedeschi e Usa segnalano la volontà degli operatori di mettersi alle spalle il periodo più buio della crisi e di premere con decisione sul pulsante «risk on». Così si spiega anche il recupero dell’euro, il cui andamento è almeno da un anno a questa parte fortemente correlato con l’appetito per il rischio degli investitori, che ieri ha fatto capolino oltre quota 1,33 dollari (massimi da due mesi) prima di ripiegare leggermente in serata fino a 1,3280. Una volontà che però, almeno per il momento, è frenata dalla perdurante incertezza sull’esito delle partite in gioco, Grecia in primis.Alla risoluzione dei dubbi degli investitori non giova infatti il continuo balletto dei Governi europei sul salvataggio di Atene, né l’atteggiamento attendista della Bce. Dalla riunione di ieri a Francoforte è emersa una visione meno pessimistica sullo stato di salute dell’Eurozona, cosa che allinea i banchieri al clima moderatamente fiducioso che si respira sui mercati nelle ultime settimane, ma che al tempo stesso allontana l’ipotesi di nuovi tagli del costo del denaro che non farebbero certo dispiacere agli operatori. Il convitato di pietra, però, rimane l’asta a 3 anni di fine febbraio, il nuovo evento in grado di sparigliare di nuovo le carte sulla tavola di chi investe.

Il Sole 24 Ore 10.02.12

"Cetta, Giuseppina e le altre. La ribellione delle donne" di Francesca Barra

Mamma tu sei mamma e solo tu puoi capire, ti affido i miei figli. A loro dai una vita migliore di quella che ho avuto io. Sposata a 13 anni per avere un po’ di libertà, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava né l’amo, e tu lo sai. Dagli quello che non hai dato a me. Ti voglio bene. Non lasciarli a loro non sono degni di loro di nessuno. Mamma Addio e Perdonami, Perdonami se puoi. So che non ti vedrò mai perché questa sarà la volontà dell’onore che ha la famiglia. Per questo avete perso una figlia. Addio ti vorrò sempre bene. Perdonami ti chiedo perdono».
Quante volte Maria Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia, 31 anni, aveva scritto nella sua ultima lettera alla mamma quelle parole: addio e perdonami. Si fidava di lei. Le aveva affidato i figli e la loro educazione. Lo aveva fatto prima
di raggiungere una località segreta dalla quale ritornò perché sottoposta a insostenibili pressioni proprio dai suoi genitori.
Il 20 agosto, Maria Concetta rinunciò alla sua libertà. Si tolse la vita ingerendo un litro di acido muriatico: sostanza simbolo che nel linguaggio mafioso significa cancellare, pulire i peccatori dal tradimento. I suoi genitori e suo fratello sono stati arrestati ieri perché responsabili di induzione al suicidio.
Il destino di Maria Concetta sembra legato ad altre donne che hanno deciso di collaborare. Non può essere una coincidenza. Tita Buccafusca. Trentotto anni, anche lei morta ingerendo acido muriatico. Moglie di Pantaleone Mancuso, boss di Nicotera. Si tolse la vita il 18 aprile 2011. Aveva deciso di collaborare ma qualcosa, qualcuno l’aveva indotta a tornare sui suoi passi.
Lea Garofalo, trentacinque anni. Più nota alle cronache perché rapita al nord, nel novembre del 2010, in corso Sempione a Milano e sciolta nell’acido dall’ex compagno Carlo Cosco, in un capannone della periferia milanese. Sua figlia Denise ha testimoniato nel processo contro i presunti assassini della madre, costituendosi parte civile. Una nuova generazione che prende posizione. Con coraggio e dolore. Come quello contenuto nelle lettere disperate scritte dal carcere da Giuseppina Pesce, amica di Maria Concetta Cacciola. Parole struggenti ai figli per convincerli a distinguere fra il male e il bene. Fra vita e sopravvivenza. Per evitare che suo figlio finisca in carcere, come altri uomini della famiglia, e che le due figlie sposino uomini di ’ndrangheta.
Facendo la sua fine. Giuseppina ha deciso infatti di collaborare fornendo informazioni fondamentali per ricostruire l’organigramma della famiglia ndranghetista e ammettendo le proprie responsabilità.
Storie di donne tradite dalle loro famiglie. Ma anche di donne che stanno piegando le mafie. Preoccupano perché creano scompiglio e insinuano dubbi, danno “cattivo esempio”.
Prima di loro era accaduto alla siciliana Rita Atria, la giovane testimone di giustizia di Partanna, che invece di andare a scuola, un giorno, dopo la morte del padre e di suo fratello coinvolti in affari mafiosi, invertì la rotta e decise di collaborare. Abbandonando la madre e la sua Sicilia. E fidandosi di un uomo, Paolo Borsellino, che fu per lei un padre.
«Forse un mondo onesto non esisterà mai ma chi ci impedisce di sognare? Forse, se ognuno di noi prova a cambiare. Forse, ce la faremo». Lo scrisse Rita nel suo diario prima di buttarsi dal settimo piano del palazzo a Roma in cui stava provando a
ricrearsi una vita. Lo fece ad una settimana dalla strage di via d’Amelio convinta che, dopo la morte del giudice Borsellino, nessuno avrebbe potuto proteggerla davvero. Sua madre, dopo il funerale, prese a bastonate la sua lapide.
Non la perdonò mai. La famiglia di Maria Concetta, secondo le indagini condotte dal Tribunale di Palmi, le impediva di uscire di casa e di avere amicizie, soprattutto da quando il marito Salvatore Figliuzzi era in carcere a scontare otto anni per associazione mafiosa, condannato nell’ambito dei processi “Passo Passo” e “Bosco Selvaggio”. La facevano pedinare. A giugno del 2010 il padre Michele e il fratello di trent’anni, Giuseppe, avendo appreso da lettere anonime che Maria Grazia aveva una relazione extraconiugale, le avevano fratturato una costola impedendole qualsiasi cura in ospedale. La costrinsero
a rimanere chiusa in casa dove veniva curata di nascosto.
Bisogna dire basta. Quello che non riuscì ad Angela Donato, ex
‘ndranghetista che decise di cambiare vita quando cullò per la primavolta suo figlio Santino. Exmoglie e amante di due boss, lei che i codici d’onore e la ‘ndrangheta li conosceva bene, partorendo aveva deciso di cambiare vita. Ma suo figlio Santino si innamorò della moglie di un boss in carcere, firmando la sua condanna a morte. Molti errori commessi da ‘ndranghesti sono avvenuti per amore. Vendette, tradimenti, ripercussioni per lavare il peccato. Perché la ndrangheta non dimentica. E così, per una lenta vendetta, Santino venne sequestrato e fatto a pezzi nel 2002 e di lui si ritrovò solo l’osso di un piede da cui fu possibile risalire al Dna.
Don Ciotti, nel libro «L’osso di Dio»di Cristina Zagaria che ne raccoglie la storia, scrisse che anche le donne, soprattutto, le donne possono sfidare e battere le mafie.

L’Unità 10.02.12

“Cetta, Giuseppina e le altre. La ribellione delle donne” di Francesca Barra

Mamma tu sei mamma e solo tu puoi capire, ti affido i miei figli. A loro dai una vita migliore di quella che ho avuto io. Sposata a 13 anni per avere un po’ di libertà, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava né l’amo, e tu lo sai. Dagli quello che non hai dato a me. Ti voglio bene. Non lasciarli a loro non sono degni di loro di nessuno. Mamma Addio e Perdonami, Perdonami se puoi. So che non ti vedrò mai perché questa sarà la volontà dell’onore che ha la famiglia. Per questo avete perso una figlia. Addio ti vorrò sempre bene. Perdonami ti chiedo perdono».
Quante volte Maria Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia, 31 anni, aveva scritto nella sua ultima lettera alla mamma quelle parole: addio e perdonami. Si fidava di lei. Le aveva affidato i figli e la loro educazione. Lo aveva fatto prima
di raggiungere una località segreta dalla quale ritornò perché sottoposta a insostenibili pressioni proprio dai suoi genitori.
Il 20 agosto, Maria Concetta rinunciò alla sua libertà. Si tolse la vita ingerendo un litro di acido muriatico: sostanza simbolo che nel linguaggio mafioso significa cancellare, pulire i peccatori dal tradimento. I suoi genitori e suo fratello sono stati arrestati ieri perché responsabili di induzione al suicidio.
Il destino di Maria Concetta sembra legato ad altre donne che hanno deciso di collaborare. Non può essere una coincidenza. Tita Buccafusca. Trentotto anni, anche lei morta ingerendo acido muriatico. Moglie di Pantaleone Mancuso, boss di Nicotera. Si tolse la vita il 18 aprile 2011. Aveva deciso di collaborare ma qualcosa, qualcuno l’aveva indotta a tornare sui suoi passi.
Lea Garofalo, trentacinque anni. Più nota alle cronache perché rapita al nord, nel novembre del 2010, in corso Sempione a Milano e sciolta nell’acido dall’ex compagno Carlo Cosco, in un capannone della periferia milanese. Sua figlia Denise ha testimoniato nel processo contro i presunti assassini della madre, costituendosi parte civile. Una nuova generazione che prende posizione. Con coraggio e dolore. Come quello contenuto nelle lettere disperate scritte dal carcere da Giuseppina Pesce, amica di Maria Concetta Cacciola. Parole struggenti ai figli per convincerli a distinguere fra il male e il bene. Fra vita e sopravvivenza. Per evitare che suo figlio finisca in carcere, come altri uomini della famiglia, e che le due figlie sposino uomini di ’ndrangheta.
Facendo la sua fine. Giuseppina ha deciso infatti di collaborare fornendo informazioni fondamentali per ricostruire l’organigramma della famiglia ndranghetista e ammettendo le proprie responsabilità.
Storie di donne tradite dalle loro famiglie. Ma anche di donne che stanno piegando le mafie. Preoccupano perché creano scompiglio e insinuano dubbi, danno “cattivo esempio”.
Prima di loro era accaduto alla siciliana Rita Atria, la giovane testimone di giustizia di Partanna, che invece di andare a scuola, un giorno, dopo la morte del padre e di suo fratello coinvolti in affari mafiosi, invertì la rotta e decise di collaborare. Abbandonando la madre e la sua Sicilia. E fidandosi di un uomo, Paolo Borsellino, che fu per lei un padre.
«Forse un mondo onesto non esisterà mai ma chi ci impedisce di sognare? Forse, se ognuno di noi prova a cambiare. Forse, ce la faremo». Lo scrisse Rita nel suo diario prima di buttarsi dal settimo piano del palazzo a Roma in cui stava provando a
ricrearsi una vita. Lo fece ad una settimana dalla strage di via d’Amelio convinta che, dopo la morte del giudice Borsellino, nessuno avrebbe potuto proteggerla davvero. Sua madre, dopo il funerale, prese a bastonate la sua lapide.
Non la perdonò mai. La famiglia di Maria Concetta, secondo le indagini condotte dal Tribunale di Palmi, le impediva di uscire di casa e di avere amicizie, soprattutto da quando il marito Salvatore Figliuzzi era in carcere a scontare otto anni per associazione mafiosa, condannato nell’ambito dei processi “Passo Passo” e “Bosco Selvaggio”. La facevano pedinare. A giugno del 2010 il padre Michele e il fratello di trent’anni, Giuseppe, avendo appreso da lettere anonime che Maria Grazia aveva una relazione extraconiugale, le avevano fratturato una costola impedendole qualsiasi cura in ospedale. La costrinsero
a rimanere chiusa in casa dove veniva curata di nascosto.
Bisogna dire basta. Quello che non riuscì ad Angela Donato, ex
‘ndranghetista che decise di cambiare vita quando cullò per la primavolta suo figlio Santino. Exmoglie e amante di due boss, lei che i codici d’onore e la ‘ndrangheta li conosceva bene, partorendo aveva deciso di cambiare vita. Ma suo figlio Santino si innamorò della moglie di un boss in carcere, firmando la sua condanna a morte. Molti errori commessi da ‘ndranghesti sono avvenuti per amore. Vendette, tradimenti, ripercussioni per lavare il peccato. Perché la ndrangheta non dimentica. E così, per una lenta vendetta, Santino venne sequestrato e fatto a pezzi nel 2002 e di lui si ritrovò solo l’osso di un piede da cui fu possibile risalire al Dna.
Don Ciotti, nel libro «L’osso di Dio»di Cristina Zagaria che ne raccoglie la storia, scrisse che anche le donne, soprattutto, le donne possono sfidare e battere le mafie.

L’Unità 10.02.12