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Calamità, parlamentari Pd “Bertelli, persona giusta per il ruolo” – comunicato stampa

I parlamentari modenesi del Pd Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari esprimono soddisfazione per la nomina di Alfredo Bertelli quale nuovo Commissario competente per i territori colpiti dagli eventi sismici e dalle successive calamità naturali verificatesi in Emilia Romagna. Ecco la loro dichiarazione:

“Esprimiamo soddisfazione per la nomina dell’attuale sottosegretario alla presidenza della Regione Emilia Romagna Alfredo Bertelli quale nuovo commissario delegato dal Governo per la realizzazione degli interventi per la ricostruzione, l’assistenza alle popolazioni e la ripresa economica dei territori colpiti dagli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012 in Emilia Romagna. La nomina prevede che la competenza del commissario riguardi anche quelle aree del cratere sismico colpite da successive emergenze, trombe d’aria ed alluvione. Si tratta della persona giusta e più adeguata al ruolo in questione, vista la conoscenza diretta di tutto ciò che è stato fatto dal 2012 ad oggi su terremoto e poi su alluvione e trombe d’aria. Non possiamo che augurarci che ora si prosegua celermente nell’adozione dei provvedimenti ancora necessari per le imprese e i cittadini danneggiati, attraverso, naturalmente, il consueto coinvolgimento degli Enti locali nel comitato istituzionale e che si riattivi con il Governo un tavolo di confronto per le questioni ancora in sospeso come l’istituzione delle zone franche urbane, le risorse mancanti per il recupero dei beni pubblici, la proroga dello stato di emergenza e da ultimo ma non per importanza (come evidenziato dal caso di Cavezzo) la modifica del regime IVA per le donazioni”.

" Se a sbagliare non sono solo i politici", di Nadia Urbinati – La Repubblica 26.08.14

Questa crisi, se qualche cosa di buono ci lascerà, sarà probabilmente la rivalutazione di credito della politica e il ridimensionamento del potere degli esperti di dirigere il governo della cosa pubblica. Le parole pronunciate qualche giorno fa dal ministro Pier Carlo Padoan confermano questa considerazione: «Sfortunatamente, non lo dico come scusa, ci siamo tutti sbagliati. Intendo organizzazioni internazionali, governi e via di seguito. Tutti prevedevano una crescita maggiore per quest’anno nella zona euro e nessuno fino ad ora ci ha visto giusto». A seguire le cronache di questi giorni: sembra di registrare una Caporetto degli esperti nel governo delle società europee in crisi e l’ammissione seppur prudente che, alla fine, quando si tratta di prendere decisioni i modelli servono poco o nulla mentre resta preponderante la forza delle convinzioni ideologiche e dei pregiudizi nazionali.
Scriveva Federico Fubini su Repubblica di qualche giorno fa che la storia di questa cri-
si interminabile è lastricata di errori commessi e poi corretti (e ancora ricommessi). Errori che sono in effetti esito di calcoli tinti di emozioni poco scientifiche, come l’identità nazionale o il pregiudizio verso gli Stati “spreconi” che hanno mosso le decisioni dei decisori reali, ovvero gli esperti della Bundesbank, i teorici dell’austerity. Che hanno sempre sostenuto che creare moneta e allargare il bilancio della Bce avrebbe creato inflazione e sono ora clamorosamente smentiti dai fatti — perché il bilancio dell’Eurotower è cresciuto mentre l’inflazione è scesa. Con l’esito che, lo ha ben messo in evidenza Joseph Stiglitz, famiglie e imprese non consumano e non investono e in questa staticità a rimetterci sono le finanze nazionali perché il debito pubblico aumenta ma non a causa di Stati spreconi (in questi anni sono stati fatti tagli draconiani sui servizi che hanno peggiorato le condizioni di vita di milioni di cittadini) bensì per gli interessi sui debiti.
Se i tecnici e gli esperti hanno sbagliato nel prevedere crescita dove crescita non c’è stata e nel prevedere inflazione dove inflazione non c’è stata, allora perché prendersela con l’incompetenza dei politici? Ricapitoliamo brevemente la logica che ha governato molti Paesi europei in questi anni, da quando dopo il 2008, molti pensavano che i tecnici al governo avrebbero finalmente portato beneficio generale anche a costo di prendere decisioni dure e indigeste. Le posizioni che invocavano decisioni governative che non guardassero in faccia nessuno, nemmeno gli elettori potenziali o reali, hanno avuto molta fortuna e hanno spinto osservatori e commentatori politici a ritenere che i rappresentanti eletti non fossero in grado di suggerire le decisioni giuste perché mossi da giudizi intrinsecamente contaminati da considerazioni strumentali e ideologiche. La tecnocrazia che è entrata di prepotenza nei governi dei Paesi promettendo buone decisioni deve ora riconoscere con onestà che in materia di scelte politiche non ha fatto meno errori della politica. L’evolvere della crisi rilancia la politica invece di indebolirla. Il riconoscimento del ministro Padoan che nessuno degli esperti degli organismi finanziari internazionali e bancari ha saputo prevedere questa recessione europea significa che in effetti le scelte che dirigono questi istituti non politici sono tutt’altro che semplicemente tecniche. Se questo è vero allora si deve concludere che quella contro l’austerity sia una battaglia tutta politica e che sia la strada più “competente” da prendere, come sostiene anche il governo italiano.
Questa situazione favorevole alla prudenza politica deve essere messa in luce con forza perché, come sosteneva Luigi Einaudi, i tecnici da soli sono ciechi e hanno bisogno dell’orientamento di chi affronta comunque il rischio del verdetto dei cittadini. I quali, in fin dei conti, fanno le scelte primarie sul mercato e decidono se investire o ritirarsi, dando la sentenza più competente sullo stato dell’economica. Nessuno meglio dei diretti interessati, scriveva Jeremy Bentham, sa giudicare con prudenza quel che è penalizzante o soddisfacente. Su questa premessa molto semplice trova fondamento il governo politico democratico.

"Il coraggio di rispondere «non so» L’insicurezza (buona) delle donne", di Maria Luisa Agnese e Daniela Monti – Corriere della Sera 26.08.14

I personaggi e le questioni aperte per leggere la mappa del nuovo potere femminile in Italia. La lezione degli uomini, che non si fanno fermare nella propria corsa, e la consapevolezza che la nostra cronica mancanza di fiducia può diventare un punto di forza se accettata senza reticenza, facendoci i conti fino in fondo Siamo portate a dubitare, anche di noi stesse. E se fosse una possibile risorsa?

Ti senti a tuo agio a dire «non so»?
Katty Kay: «Sì, ho imparato a sentirmi a mio agio».
Claire Shipman: «All’inizio no. Quando ho cominciato a seguire come giornalista la Casa Bianca, sentivo di dover sapere tutto. Politica estera, bilancio. Sono una perfezionista. Poi, con il tempo, ho imparato che è ok anche dire: su questo tema ci sto ancora lavorando».
Ci vuole coraggio a rispondere «non so». E infatti non tutti lo fanno. Lo fanno le donne, molto più degli uomini. Ma pochissime di loro sarebbero disposte a chiamare «coraggio» questo ammettere di non sapere, soprattutto durante una importante riunione di lavoro o nel corso di una discussione in cui sarebbe utile — per la carriera, ma anche semplicemente per l’amor proprio — fare bella figura. Più che di «coraggio» viene spontaneo parlare di «suicidio», professionalmente parlando. Chi dice «non so» si mette all’angolo da solo. È come un terreno arido, gli altri distolgono lo sguardo. Del resto «il deserto è un luogo privo di aspettative», scriveva Nadine Gordimer.
A Katty Kay e Claire Shipman, le giornaliste protagoniste dello scambio di battute (tratto da un’intervista al New York Times ) che apre questo articolo, il merito di aver rilanciato il dibattito sulla cronica mancanza di fiducia in se stesse delle donne. Il «non so» è una delle espressioni più cristalline di questa mancanza. È un dubitare non solo di ciò che si sa, ma anche di ciò che si è. «Proponetevi per le promozioni! — esorta Laszlo Bock, manager di Google —. Se una donna dice di sentirsi pronta, lo è già da un anno». Ma come mai le donne raramente si sentono pronte? Perché hanno sempre mille dubbi: «Non so se sono abbastanza preparata per quell’incarico»?
Anche gli uomini hanno qualche dubbio, ma non per questo si fanno fermare nella loro corsa. Anzi tirano a indovinare, quando non sanno, e magari vanno a segno. Perché il punto è che non sempre si tratta di spacconate, ma, appunto, di fiducia in se stessi. E il fattore «sicurezza» – rivela un cospicuo numero di studi — è più importante della competenza nel favorire la carriera. Chi è convinto delle proprie capacità è più convincente. «Avere talento non è sufficiente — avverte Cameron Anderson, psicologo dell’Università di Berkeley —. La fiducia in sé, reale, non costruita, è parte del talento. E bisogna averla per eccellere».
Il saggio delle due giornaliste, Confidence Code , ormai citatissimo, parte dalla constatazione che anche le donne di grande successo hanno una irreversibile e insospettabile tendenza a sottovalutarsi, a sedersi all’angolo del tavolo. Alcune addirittura si sentono un po’ impostore, se non delle usurpatrici, quando occupano posti di comando. Capita a donne che hanno scalato tutte le posizioni come Arianna Huffington e Sheryl Sandberg — due fra i nomi più celebrati — e capita a tutte noi, infinitamente più in basso nella scala evolutiva del potere al femminile. Le donne si interrogano, dubitano e, a un certo punto, si fermano. Come convincerle a proseguire? Le possibili vie d’uscita sono due: o smettiamo di dire «non so», imparando la lezione maschile, o cominciamo a considerare quel modo di porci non come una mancanza, ma come un passaggio a Nord Ovest, un valore da consegnare alle generazione future.
«Qualche anno fa, sulla scia della crisi finanziaria, si è riconosciuto come l’eccessiva sicurezza in se stessi di molti uomini fosse un pericolo per loro stessi e per il loro Paese. E adesso viene chiesto alle donne di scimmiottare il comportamento dello sbruffone di successo?», s’interroga Amanda Hess su Slate . No, non può essere questa la strada.
«In generale, prendo positivamente il “non so” delle donne di fronte a una domanda di cui non conoscono la risposta come una dimostrazione concreta di una evoluta coscienza del limite», riflette Anna Rosa Buttarelli, docente di Ermeneutica e Filosofia della storia all’Università di Verona, impegnata da anni nel pensiero e nella politica della differenza. Per Buttarelli quella femminile non è una vocazione speculativa al dubbio, piuttosto una vocazione alla auto consapevolezza e a coltivare una particolare coscienza critica che non scivola mai nel dubbio a oltranza. «Non commettiamo l’errore di inserire le donne nella tradizione cartesiana in cui si assimila l’essere al pensare dubbioso — avverte —. Niente di più lontano. “Non so” significa riconoscere che il sapere e la capacità di conoscere sono limitati».
È un cambiamento di prospettiva: il «non so» da paradigma di sfiducia in se stesse a dubbio fecondo, che porta dei frutti. «La forma mentis generale delle donne che coraggiosamente sopportano il “non sapere” (ne faccio proprio una questione di coraggio) può essere una grande risorsa rivoluzionaria per la condizione umana storica — riprende Buttarelli —. Unire pensiero e azione, pensare e parlare in pubblico, nelle donne segue un processo e delle difficoltà che non vanno d’accordo con le prassi pubbliche attuali. Ci sono donne che, sentendosi così differenti rispetto ai comportamenti imposti generali, perdono fiducia nella loro capacità di agire e di pensare. Questo è un problema. Ma è un problema anche che in area anglosassone le femministe insistano a leggere i comportamenti femminili non allineati ai paradigmi maschili come difetti delle donne, come inadeguatezze colpevoli. Lamentarsi continuamente indebolisce e immiserisce, ed è un errore di pensiero».
La paure di fallire, che blocca molti talenti femminili su posizioni di retroguardia, più semplici da presidiare, va affrontata a viso aperto. Jessica Bacal nel suo Mistakes I Made at Works , errori che ho fatto sul posto di lavoro, racconta i fallimenti che sembravano catastrofici di 25 donne di successo, le quali hanno saputo trarre da quegli episodi insegnamenti per rialzarsi. Il messaggio è: così come ci sono molti modi per avere successo, ci sono molti modi di vacillare. E comunque andare avanti.
Teresa Budetta, 26 anni, laurea in Bocconi, racconta sul blog di Corriere.it La27esimaora il trauma dell’ingresso nel mondo del lavoro. «Il mio primo stage è stato in una banca d’investimento a Londra. L’autostima che avevo coltivato con gli ottimi voti è crollata. Avevo molte idee, ma ogni volta che dovevo proporle al mio capo mi assaliva una sensazione di nausea. Stanca di restare dietro le quinte ne ho parlato con un’ex compagna di università e ho capito che è un problema condiviso, solo che nessuna lo ammette ad alta voce». Teresa continua il suo racconto spiegando come il mentoring abbia dato una svolta alla sua carriera: «Confrontarmi con donne di successo, talento e di straordinaria ispirazione mi ha dato la forza per credere che anch’io posso farcela e di trovare dentro di me il coraggio per superare queste paure».
Ridurre tutto all’individuo, alle insicurezze che ciascuna si porta dentro, è dunque un errore di prospettiva. Perché, come dimostra il racconto di Teresa, l’autostima personale può di più se poggia su un’autostima di genere, come un nano sulle spalle di un gigante. E qui nasce spontanea la domanda: la mancanza di fiducia non sarà dunque il riflesso di una cultura che non dà alle donne alcuna ragione per sentirsi sicure di sé? Buttarelli ha provato a rispondere con il libro «Sovrane. L’autorità femminile al governo», uscito per il Saggiatore, dove mostra il sesso femminile come esempio eccellente di autorevolezza amorosa e di sapienza imprevista e differente. «Bisogna dare sempre più spazio e voce a donne sapienti — spiega —. Poi bisogna far studiare l’immenso patrimonio di cultura scritta che ormai abbiamo prodotto. Bisogna farlo studiare nelle scuole e nelle università (che seguono bibliografie arretratissime e tutte maschili). Bisogna farlo studiare ai formatori e alle formatrici. Oramai ci sono tutte le condizioni per affermare l’autorità, la libertà, il pensiero delle donne. La misoginia maschile è ben radicata e fa ancora ostacolo, ma la realtà e la sua complessa trasformazione sono completamente favorevoli alla nostra differenza».
Carol Gillian, prima accademica ad affermare il valore della differenza di genere nell’etica, spiega con un esempio quale sia il potenziale di trasformazione che nasce dall’incontro di due culture di leadership diverse, quella maschile e quella femminile, senza che l’una debba appiattirsi sull’altra: «Un bambino e una bambina stanno negoziando il loro gioco, la bambina vorrebbe giocare a “vicini di casa”, il bambino ai pirati. Una giusta soluzione sarebbe quella di giocare ai pirati e poi ai vicini di casa per lo stesso lasso di tempo. Ma la bambina ha un’altra soluzione e suggerisce di fare il gioco in cui un vicino di casa è un pirata».
«Sono una fanatica del dubbio, mi esercito tutti i giorni, appena alzata dubito sempre almeno una buona mezz’ora», dice la Bambina filosofica di Vanna Vinci. La piccola peste dei fumetti, con la sua ironia da rompiscatole, ci viene in soccorso. Il «non so» è una cifra femminile, tanto vale farci i conti fino in fondo.

Chi ascolta le voci della scuola? – Manuela Ghizzoni

Oggi i quotidiani dedicano ampio spazio alla riforma della scuola. Poiché l’annuncio è stato dato ieri dalla ministra Giannini solo per titoli, che si sommano a quelli pronunciati da Renzi il giorno precedente, i resoconti giornalistici sono diventati un florilegio di ipotesi e retroscena. Poca informazione quindi (e come potrebbe essere diversamente dato che un testo nero su bianco non c’è), ma tante illazioni (il numero dei verbi al condizionale raggiunge infatti vette da primato!). Pertanto non è sulla riforma “rivoluzionaria” che voglio soffermarmi. Non mancherà l’occasione dopo il 29, a carte scoperte, quando sapremo esattamente quali strumenti il governo metterà in campo per valorizzare la professione docente. Magari si potrebbe iniziare basando gli apprendimenti dei ragazzi sulle competenze, o dando gambe all’autonomia delle istituzioni scolastiche, o magari “liberando” quel personale della scuola che per un mero errore della riforma Fornero si appresta ad iniziare un altro anno scolastico, sempre che il 29 non venga varato un decreto ad hoc come richiesto da tanti dopo il dietro front nel DL Madia.
Mi soffermo, invece, sul fatto che a fronte di tante, troppe riforme (epocali o rivoluzionarie) settembrine non si senta:
a) la necessità di valutare gli esiti ex post di tali interventi;
b) il bisogno di ascoltare il complesso, variegato e fecondo mondo della scuola.
Dal primo punto (generato dalla nostra estraneità culturale e politica alla valutazione come metodo per governare i fenomeni) deriva la rincorsa a riforme susseguenti e affannose: ma se non si sa come stanno esattamente le cose, come si può pretendere di modificarle per migliorarle? Del secondo punto si parla dai tempi della Moratti, ma gli stati generali di allora nulla avevano a che fare con un ascolto vero della scuola. Anche i fecondi tavoli istituiti dall’attuale ministra non possono essere sostitutivi di una spazio di confronto reale con chi nella scuola ci studia, ci lavora o ci fa ricerca. Stamattina ho potuto ascoltare le telefonate del pubblico che seguono la rassegna stampa di Radiotre: molte di esse erano dedicate alla riforma della scuola e venivano da docenti, da genitori, da esperti (mancava la voce degli studenti, che a quell’ora probabilmente si godono gli scampoli delle vacanze estive). Insieme hanno rappresentato un ventaglio colorato e ampio di riflessioni appassionate, meditate, propositive. Una bella lezione per la politica che ha voglia di ascoltare. Appunto, c’è questa voglia? Me lo auguro, perché il rischio, in caso contrario, sarebbe l’ennesimo provvedimento calato dall’alto, che non aderisce alla complessa situazione della scuola italiana. Nel 1946, quando cioè la sfida era costruire il sistema scolastico repubblicano, l’allora ministro Gonella coinvolse tutte le scuole inviando un questionario. Dall’esito di quella interlocuzione uscirono vere riforme epocali, come quella della diffusione capillare della scuola elementare statale (in progressiva sostituzione di quella popolare) e quella successiva che istituì le medie in sostituzione delle scuole di avviamento. Guardare al passato, come in questo caso, non è operazione nostalgica, ma è farsi accompagnare dalla nottola di Minerva.

"Sette anni di crisi infinita mai una depressione è stata così devastante", di Maurizio Ricci – La Repubblica 24.08.14

Le parole cominciano a farsi pesanti. Di fronte alla crisi europea, il premio Nobel Joseph Stiglitz parla ormai, apertamente, non più di semplice recessione, ma di vera e propria depressione: il cupo scenario di un’economia che affonda sempre di più e non sembra capace di scuotersi. Al confronto, il «decennio perduto» del Giappone, a cavallo del secolo, appare quasi una prospettiva benigna. E ci sono confronti anche più imbarazzanti. Se quella degli anni ‘30 viene chiamata la Grande Crisi, forse bisogna cominciare a chiamare quella in corso la Grandissima Crisi: a sette anni dal suo innesco, l’economia dell’eurozona sta peggio di quanto stesse l’economia europea a sette anni dal 1929.
«Magari fossero gli anni ‘30» ha scritto Nicholas Craft, lo storico inglese dell’economia che ha messo a confronto l’Europa dopo il «venerdì nero» di Wall Street e l’Europa dopo la domenica buia del collasso Lehman. L’impatto iniziale della crisi fu più brusco, ottant’anni fa, ma la ripresa più vivace e veloce. Soprattutto, in una parte d’Europa. I paesi del blocco della sterlina (Regno Unito e paesi scandinavi, in sostanza) decisero già nel 1931 di abbandonare il collegamento con l’oro. La sterlina fu svalutata, ma i governi furono in grado di varare decisive misure di stimolo monetario e fiscale. Al contrario, i paesi dell’oro (Francia, Italia, Olanda) restarono ancorati al gold standard, sottoponendosi ad un bilancio d’austerità dopo l’altro, fino a che il circolo vizioso fra prezzi in caduta, disoccupazione crescente e tagli di bilancio sempre più grandi non li costrinse a mollare l’oro e a svalutare.
Era l’autunno del 1936: la ripresa comincia allora. Oggi, l’economia europea è ferma, ancora al di sotto ai livelli pre-crisi. Con la Germania che perde anch’essa colpi, praticamente nessuno prevede un rimbalzo nella seconda metà dell’anno. Il risultato è che, a fine 2014, guardando indietro di sette anni, l’eurozona risulterà più lontana dalla ripresa anche dei fanatici del gold standard del secolo scorso, alla stessa fase della traiettoria post-crisi.
I giudizi di una parte crescente della comunità degli economisti sono aspri. Ad un recente convegno di premi Nobel, in Germania, Stiglitz e i suoi colleghi hanno escluso circostanze eccezionali e hanno parlato esplicitamente di «fallimento della politica», cioè della strategia di austerità imposta da Berlino. Chiamata in causa, Angela Merkel ha risposto a muso duro, ribadendo che è possibile crescere e, contemporaneamente, tagliare i bilanci. Tuttavia, l’attaccamento, in particolare della Germania, al rigido rispetto dei parametri dell’austerità sta già producendo risultati paradossali e le contraddizioni rischiano di esplodere. La lunga crisi, infatti, ha ridotto il Pil potenziale (cioè quello che risulterebbe con il massimo di occupazione e investimenti) ad esempio dell’Italia, perché ha intaccato, con la chiusura di impianti e l’espulsione di manodopera, la sua capacità produttiva. Potrebbe essere una curiosità da econometristi, ma il Pil potenziale è cruciale per determinare il deficit strutturale, cioè il disavanzo pubblico che ci sarebbe, anche con la congiuntura più favorevole. E il deficit strutturale è il parametro chiave delle nuove regole europee. Il risultato è perverso. Se il Pil potenziale si abbassa, si allarga il deficit strutturale, cioè il disavanzo che ci sarebbe anche con l’economia a pieno regime, visto che quel pieno regime non è poi granché. Deficit strutturale più alto significa austerità più severa, come rischia di sperimentare l’Italia nei prossimi mesi.
In altre parole, un devastante circolo vizioso in cui le regole sull’austerità impongono automaticamente sempre più austerità, mentre l’economia va in catalessi.
Finora, le speranze di rompere il circolo vizioso si sono appuntate sulla Bce, ma i margini di manovra di Mario Draghi appaiono ristretti. Il compromesso raggiunto a giugno fra falchi e colombe, nel board di Francoforte, ha dato via libera a massicce iniezioni di liquidità attraverso le banche, ma con l’intesa di aspettare fine anno, prima di decidere nuove e più incisive misure. In una parola, prima di sparare la cartuccia del «quantitative easing», l’acquisto massiccio di titoli (in particolare di Stato) sui mercati, nel tentativo di inondare e drogare l’economia, come hanno già fatto le banche centrali negli Usa, in Gran Bretagna e in Giappone. Tuttavia, di fronte all’avanzare della crisi, anche il «quantitative easing » non appare più, ad alcuni, l’arma decisiva. «La Bce — ha detto un analista — ha perso l’attimo ». Avrebbe dovuto essere varata un anno fa, con i tassi ancora positivi e un’economia ancora immune dalla spirale psicologica della deflazione.
Se i margini della politica monetaria si sono esauriti, cosa resta? Dall’ala keynesiana degli economisti si alza, per la prima volta, in modo esplicito l’appello ad una massiccia manovra espansiva di bilancio: investimenti pubblici, rimpolpamento dei redditi. Perché, anche se, in prospettiva, le riforme di struttura sono importanti, qui ed ora quello che si impone è un massiccio rilancio della domanda, che rianimi subito una congiuntura esangue, nella più pura ortodossia keynesiana. L’appello è abbastanza convinto da aver spinto un economista autorevole come Willem Buiter (capoeconomista a Citigroup) a pubblicare un ponderoso saggio accademico, denso di equazioni, per valutare l’efficacia di quello che gli americani chiamano «helicopter money», soldi buttati dall’elicottero (in una versione più elegante, assegni che arrivano dal Tesoro a casa dei contribuenti). Funziona, assicura Buiter. Sempre.

"Riforma giusta, ma andiamo avanti" di Roberto Grossi presidente Federculture, Il Sole 24 Ore 24.08.14

La cultura deve guidare un nuovo progetto di Paese. È necessario ed è possibile. Ma, per farlo davvero bisogna liberare le energie migliori presenti nella società e nel tessuto economico, nel solco di quella cultura delle opportunità che ha fatto grande l’Italia e l’Europa.
In questi primi mesi il ministro Franceschini, proseguendo anche il lavoro avviato dal governo Letta, ha dato importanti segnali di attenzione verso un settore che per troppi anni ha subito l’assenza di azioni organiche e incisive di riforma. L’art bonus, l’introduzione di figure manageriali alla direzione dei musei statali, il ruolo riconosciuto allo sviluppo del contemporaneo e alle periferie urbane, alla formazione e all’educazione sono elementi qualificanti di una nuova politica per la cultura.
La strada è quella giusta. Ma serve più coraggio per superare le emergenze, ormai croniche, e abbattere antichi steccati ideologici e resistenze burocratiche per attuare una politica realmente rivoluzionaria.
Perché i musei, le biblioteche, i teatri sono, e tali devono essere considerati, un servizio pubblico, rivolto, quindi, a tutti i cittadini e alle famiglie con l’obiettivo di avvicinarli all’arte e di produrre cultura.
Se bastano pochi dipendenti in sciopero a bloccare la Bohème all’Opera di Roma con danni economici enormi e lesioni ai diritti di ogni cittadino, qualche problema c’è. Se appare normale che il 15% degli istituti statali nel 2013 non ha avuto né visitatori, né introiti e che ben un terzo di tutti i musei, le aree archeologiche e i monumenti statali ha una media di 13 visitatori al giorno, vuol dire che la malattia è grave.
Se non reagiamo con il massimo della determinazione di fronte al crollo degli spettatori nei teatri, o dei livelli di partecipazione culturale da parte degli italiani, significa che stiamo diventando un Paese incolto nonostante la storia e i monumenti che ci circondano. Se siamo indifferenti di fronte alla chiusura di archivi, biblioteche, teatri, festival e di centinaia di compagnie dello spettacolo e imprese della moda, nel design, nella produzione artistica allora non torneremo mai a essere un Paese che produce cultura, innovazione e benessere.
È stata la cultura la ricetta italiana al progresso. Non può essere una carta sacrificata nel gioco distruttivo della “peggiocrazia”. Per questo ci aspettiamo dal Governo ulteriori passi e il coraggio di alcune scelte.
Uno. Puntare su una vera autonomia gestionale per un’offerta culturale moderna, efficiente, al passo con l’innovazione tecnologica.
L’arretratezza della gestione di gran parte del patrimonio culturale pubblico è, purtroppo, cronaca di ogni giorno ed è nota a tutti. Non basta certo prevedere figure manageriali nei 20 grandi poli museali per risolvere i problemi, se non si assicura alle strutture indipendenza sul bilancio, sulla programmazione, sulla governance e sugli assetti del personale.
Perché allora non proseguire e dare forza al percorso che negli ultimi venti anni ha contribuito in modo determinante alla modernizzazione dell’offerta culturale e della gestione dei beni culturali?
Il Museo Egizio, bene statale, dopo la trasformazione in fondazione ha raggiunto una capacità di autofinanziamento del 90% circa, aumentando l’occupazione stabile del 20%, e la costituzione del Consorzio per la gestione del complesso della Venaria Reale ha dimezzato i disoccupati nell’area in pochi anni.
Ma gli esempi sono molti: a Roma l’Azienda Speciale Palaexpo con 8,5 milioni di ricavi propri nel 2013 si autofinanzia per il 53% compensando una diminuzione dei contributi pubblici del 30%; in Sicilia, invece, regione dove la gestione dei beni culturali esprime paradossi in cui musei con 40 dipendenti incassano 3mila euro l’anno, la Fondazione Federico II, che gestisce il complesso del Palazzo dei Normanni di Palermo, nel 2013 ha avuto introiti per 1,9 milioni di euro grazie a oltre 360mila visitatori, a fronte di risorse pubbliche vicine allo zero; a Venezia la fondazione che gestisce unitariamente tutta la rete dei Musei Civici, compreso Palazzo Ducale che è dello Stato, ha un bilancio di oltre 25 milioni di euro finanziato al 98% da entrate proprie e un numero di visitatori, 2,3 milioni, quasi pari a quelli di Pompei.
Le esperienze di gestioni autonome pubblico-private hanno, dunque, dimostrato di svolgere bene un servizio pubblico con beneficio per la comunità, maggiore efficienza organizzativa e capacità di autofinanziamento. Garantire l’autonomia ai soggetti gestori, semplificare le procedure e sostenere i processi di affidamento dei servizi pubblici locali a fondazioni ed enti autonomi deve diventare, dunque, una priorità nella riforma dei nostri beni culturali.
D’altronde occorre ricordare, quando richiamiamo i positivi esempi dei grandi musei stranieri, che quasi tutti sono enti autonomi, con meccanismi di gestione analoghi alle imprese, ma con una rigorosa programmazione culturale pubblica.
Lo sono il Louvre (Établissement Public Autonome), che riceve dallo Stato 98 milioni di euro l’anno ma ne ricava da entrate proprie 101, o il Museo del Prado (Ente di diritto pubblico) che ha un bilancio di 44 milioni di euro dei quali il 60% autofinanziati, o la Tour Eiffel affidata a una Spa che produce ricavi per quasi 6 milioni di euro l’anno.
Due. Favorire l’affidamento di siti culturali e di reti territoriali alle imprese e al privato sociale. L’Italia è notoriamente un museo diffuso non solo per i 50 siti Unesco riconosciuti, il numero più alto al mondo, ma anche in virtù di 46.025 edifici storici, 3.847 musei, 1.200 teatri e un ricchissimo patrimonio di tradizioni culturali immateriali.
La gran parte di questa ricchezza è di proprietà pubblica, in particolare dei Comuni che ne detengono oltre il 42%, ma solo in rare occasioni l’apparato pubblico, statale in particolare, si è dimostrato all’altezza dei beni che possiede.
È giunto il momento che lo Stato faccia un passo indietro rispetto alla gestione diretta. Perché non pensare a un programma volto a favorire progetti di valorizzazione per rendere fruibili e vitali luoghi altrimenti chiusi, non valorizzati, destinati all’oblio, anche coinvolgendo i giovani professionisti della cultura e prevedendo l’introduzione di agevolazioni per lo start up d’impresa in questo settore che può diventare un bacino di nuova e qualificata occupazione?
E, quindi, perché non affidare a soggetti privati, anche non profit, la gestione di musei e siti minori che lo Stato non riesce a valorizzare? Basterebbe un sistema di regole chiare ed efficaci.
La cultura può offrire una visione dello sviluppo, dare risposte ai temi della qualità della vita nelle nostre città, alla fame disperata di lavoro, alla riaffermazione della bellezza nella realtà di ogni giorno.
Se vogliamo che questo accada e i beni culturali non siano un peso ma una vera opportunità di conoscenza e di crescita è arrivato il momento di applicare anche nella cultura l’articolo 118 della Costituzione che afferma il principio della sussidiarietà e della collaborazione tra diversi livelli di governo e soggetti privati e sociali. Come a dire che la cultura deve essere un obiettivo di tutti e che ognuno deve fare bene la propria parte.

"La testimone di Praga", di Emilio Gentile – Il Sole 24 Ore 24.08.14

Milena Jesenská, traduttrice di Franz Kafka e conosciuta come la sua amata, fu una grande giornalista e militante nella resistenza clandestina: morì in campo di concentramento

«Alle sette e mezza di mattina, i bambini cechi sono entrati a scuola come d’abitudine. Gli operai e gli impiegati sono andati al lavoro come al solito. I tram erano pieni come sempre. Solo le persone erano diverse. In piedi, fermi, stavano in silenzio. Non ho mai sentito così tanta gente tacere. Le strade erano immerse nel silenzio. Le persone non discutevano. Negli uffici nessuno alzava la testa dal proprio lavoro. …alle 9.35 del 15 marzo 1939 l’esercito del Reich ha raggiunto la Národní trvída (strada centrale di Praga). Su marciapiedi schiere di persone camminavano come sempre. Nessuno si è voltato a guardare».
Così, con una nota che sembra redatta da un’indifferente cronista, Milena Jesenská descriveva l’occupazione dello Stato cecoslovacco, sorto venti anni prima sulle rovine dell’impero asburgico. Eppure, l’indifferenza era sentimento estraneo alla personalità di Milena, che amava intensamente la sua città e la sua nazione. «Milena di Praga», come si faceva chiamare e si presentava, nel 1939 aveva quarantatrè anni e aveva già vissuto un’esistenza intensa, appassionata, animata dall’esuberante vitalità di donna precocemente ribelle e libera di frequentare i circoli artistici e intellettuali della sua città, immersa fra amicizie e amori. «Come amica – ricordava chi la conobbe negli anni giovanili – era inesauribile, una fonte inesauribile di bontà e di aiuti… prodiga di tutto in misura incredibile: della vita, del denaro, dei sentimenti». Il padre medico e professore universitario a Praga, nel 1918 aveva messo Milena in una casa di cura per impedirle di sposare, lei non ebrea, un intellettuale ebreo di Vienna, ma Milena era fuggita, si era sposata e a Vienna aveva lavorato come portabagagli alla stazione e come traduttrice per contribuire al modesto bilancio familiare. Fallito il matrimonio, era tornata a Praga dove visse nuove esperienze, nuove amicizie, nuovi amori.
Nel frattempo aveva conosciuto Franz Kafka, traducendo in ceco i suoi racconti. Fra il 1920 e il 1923, Kafka fu legato da un amore soprattutto epistolare a Milena, affascinato dalla sua vitalità: «Tu che vivi vivamente la tua vita fino a tali profondità», le scriveva. Le Lettere a Milena dello scrittore ceco, pubblicate dopo la Seconda guerra mondiale, l’hanno fatta conoscere per molto tempo come «l’amata da Kafka», mentre Milena merita d’esser conosciuta e apprezzata come scrittrice e grande giornalista.
Se grande è il giornalismo che anticipa la storia quando intuisce e narra con lucidità l’avvento di una tragedia, Milena fu una grande giornalista, come dimostrano gli articoli che pubblicò fra l’estate del 1938 e la primavera del 1939. Descrisse la crudele persecuzione degli ebrei austriaci dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich nel marzo 1938. Poi, nel settembre dello stesso anno, dopo la cessione dei Sudeti alla Germania nazista, imposta alla Cecoslovacchia dai governanti democratici di Francia e Inghilterra, illuse di saziare così la voracità imperialista del dittatore nazista, intuì che incominciava la tragedia del popolo ceco: «Siamo soli». Infine, testimoniò l’invasione pacifica della Boemia e della Moravia, che pose fine all’esistenza della Cecoslovacchia, trasformando Praga nella capitale di un piccolo Stato vassallo del nuovo impero hitleriano. «Come si presentano i più grandi avvenimenti della Storia? In maniera inaspettata e improvvisa», osservò Milena quando i tedeschi entrarono a Praga: «Ma una volta accaduto, ci rendiamo conto di non essere sorpresi». Lei non era sorpresa. Quando vide la persecuzione degli ebrei austriaci dopo l’Anschluss, si era resa conto che «l’odio contro gli ebrei alberga latente anche nelle persone migliori e che non c’è niente di più facile che risvegliarlo», mentre i nazisti attuavano un «pogrom freddo», come Milena lo definì, cioè «un’operazione programmata, calma, un decreto disposto dal governo che, pur non togliendo la vita agli ebrei, toglie loro qualsiasi possibilità di vivere». E aveva compreso che «proprio perché la diaspora ebraica è planetaria, il destino degli ebrei ha a che fare e dipende dal passo che il mondo farà in direzione della barbarie o verso la libertà». Quando le democrazie imposero al governo cecoslovacco la cessione dei Sudeti, Milena si unì alla gente di Praga che voleva reagire alla minacciosa potenza germanica: «Morire per la libertà è un dovere e un diritto», scrisse, perché «chi non si difende perde tutto». Ma nello stesso tempo ammise anche la «dolorosa necessità di arrendersi senza combattere». E quando Praga fu occupata senza un gesto di resistenza, e Mussolini disse che un popolo incapace di compiere almeno un gesto era «maturo per il destino che lo ha colpito. Più che maturo, marcio!», Milena rispose che il gesto che i cechi avrebbero potuto compiere il 15 marzo «non sarebbe stato altro che un gesto suicida». Forse sarebbe stato «bello versare del sangue compiendo un gesto eroico per la propria patria», ma «non siamo abbastanza per poterci permettere di compiere un gesto», mentre il popolo ceco aveva il dovere di stare tutti uniti e difendere la terra su cui camminiamo, la lingua che parliamo, la cultura che abbiamo creato, le canzoni che cantiamo. …Siamo otto milioni: troppo pochi, davvero troppo pochi per un suicidio. Ma abbastanza per vivere».
Il dovere di vivere non fu un appello alla rassegnazione. Militante nella resistenza clandestina, Milena aiutò partigiani ed ebrei a espatriare, girando per le strade di Praga, lei non ebrea, con la stella gialla sul cappotto. Fu arrestata dalla Gestapo nel novembre 1939 e deportata nell’autunno 1940 nel campo di concentramento di Ravensbruck. Margarete Buber-Neumann, sua compagna di prigionia, la descrisse sofferente, ma «piena di coraggio e di iniziative… Milena non divenne mai una detenuta, non poteva diventare ottusa e brutale come tanti altri». Morì per malattia renale il 17 maggio 1944, dopo aver accettato fino all’ultimo, soffrendo, il dovere di vivere.

Milena Jesenská, In cerca della terra di nessuno, postfazione di Marcella Filippa, traduzione di Chiara Rea, Castelvecchi, Roma, pagg. 90, € 12,00