L’Europa non avrà un ferragosto economico buono perché deluderanno i dati sul Pil dell’Eurozona (Uem) di oggi. È infatti (quasi) certo che crescita del Pil nel secondo trimestre del 2014 subisca una frenata sino a passare in territorio negativo. La settimana scorsa l’Italia ha registrato un calo del Pil trimestrale (congiunturale e tendenziale) che ha preoccupato anche con qualche eccesso di enfasi. Adesso il ribasso toccherà anche la Germania (e non solo per la crisi Russia-Ucraina) accentuando le preoccupazioni per la non ripresa dell’Uem. L’Italia non deve però consolarsi né porre troppa enfasi sulla nostra produzione industriale di giugno che è andata meglio di quella della Uem e della Germania.
Dell’Eurozona sono responsabili infatti tutti i 18 Paesi ed in particolare i tre maggiori (Germania, Francia e Italia) ciascuno dei quali deve contribuire a rilanciare una crescita sostenibile.
È importante che ciò avvenga con quella pari dignità da conquistare con diuturna fatica avendo però chiaro un disegno strategico. Confidiamo che anche di questo Matteo Renzi abbia trattato nei suoi recenti incontri con Mario Draghi e con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al quale certamente non sfugge anche l’importanza di avere un italiano quale Commissario europeo forte all’economia reale.
La difficile ripresa. Purtroppo il Pil del II trimestre e la produzione industriale di giugno della Uem ci dicono che potremmo andare in una quasi stagnazione con deflazione come risulta da una dinamica dei prezzi che si avvicina allo zero. Così non è in Germania ma ciò non la esime da impegni per la Uem e da una autovalutazione circa la correttezza delle sue politiche nel periodo che inizia dal 2008.
Il paradigma del rigore (fiscale) non controbilanciato dal rilancio (degli investimenti) e dal rafforzamento dell’economia reale (industria) ovvero il paradigma del rigore virtuoso che auto-genera crescita senza politiche economiche per rafforzare le infrastrutture materiali ed immateriali non regge.
Lo dimostra il confronto tra i dati della Uem (ovvero i 18 Paesi dell’euro) con quelli di 34 Paesi avanzati (ivi compresi quelli Uem) sui due quinquenni 2010-14 e 2015-19. Gli stessi corrispondono alla durata di mandato della Commissione e del Parlamento europeo ad esclusione di qualche mese del 2009 che è meglio lasciar fuori per un crollo epocale del Pil nell’aggregato dei Paesi considerati.
Nel 2010 s’ebbe la “risposta” della Uem alla crisi con politiche fiscali per riportare sotto controllo i deficit e i debiti pubblici sui Pil senza preoccuparsi del rallentamento (o caduta in vari Paesi) nella crescita. Gli effetti negativi sono evidenti perché l’aumento del Pil dei Paesi avanzati (inclusi quelli della Uem) è stata di 6 punti percentuali superiore a quella dell’Eurozona. La disoccupazione conferma il peggioramento della Uem che passa da un tasso del 10,2% (2010), al 12% (2013), all’11,9% (2014) mentre la media dei Paesi avanzati scende dall’8,3% (2010) al 7,5% (2014).
Una strategia di riforme. Dunque la Uem nella crisi ha deluso. Anche perché, malgrado le regole di bilancio rigide e irrigidite con il fiscal compact, non è riuscita a evitare un aumento del debito sul Pil di 30 punti percentuali tra il 2008 e il 2013. La concomitanza degli aumentati interessi sul debito e del calo nella crescita del Pil ma anche l’inadeguatezza degli stabilizzatori automatici e i confusi salvataggi di vario tipo ha creato lo stallo odierno fatto di frammentazione e di bassa crescita.
La Uem dovrà perciò reagire nei prossimi 5 anni sui quali le previsioni la danno in minor crescita di 4 punti percentuali rispetto ai Paesi avanzati la cui disoccupazione scenderebbe al 6,4% mentre quella dell’Eurozona rimarrebbe al 9,85%.
Tra le molte indichiamo due strategie per ridurre la frammentazione della Uem e quindi per aumentare la sua compattezza competitiva nell’economia mondiale. Una riguarda le riforme interne ai singoli Paesi, l’altra le riforme della Uem.
Le riforme strutturali nazionali. Negli anni “buoni” ,fino al 2008, molti Paesi della Uem non ha saputo fare le riforme strutturali, a cominciare dalla riduzione della spesa pubblica e della sua riallocazione da spesa corrente a investimenti anche da sostenere con una fiscalità più leggera. L’Italia è tra i Paesi inadempienti (che è ricorso all’aumento della pressione fiscalesu imprese e lavoro) contribuendo alla frammentazione della Uem. La Germania ha fatto le riforme ed è un modello da seguire malgrado nella crisi sia stata miope con vantaggi di breve andare.
Adesso i Paesi più deboli devono fare le riforme che non sono eguali per tutti ma che sono ben individuate nelle valutazioni del Semestre europeo. Bisogna però che il cronoprogramma delle riforme sia dosato alla situazione di recessione-deflazione strisciante di cui molti Paesi soffrono con alti livelli di disoccupazione. Non si può infatti esaltare e generalizzare il modello greco o spagnolo con il 25% di disoccupazione.
Il monitoraggio della Uem sulle riforme nei singoli Paesi è essenziale ed eventuali riduzioni di discrezionalità statuali (dette impropriamente cessioni di sovranità) non ledono gli interessi nazionali purché si mantengano nei limiti istituzionalmente concordati.
Le riforme strutturali dell’Eurozona. La Uem deve però riformare anche se stessa a cominciare dalla sue intricatissime regole di bilancio alle quali anche l’Fmi ha rivolto critiche. Per noi bisogna anche cambiare l’irrealizzabile obiettivo del debito pubblico sul Pil al 60%. Sarebbe ragionevole un livello del 100% che è la media tra l’attuale livello del 105% dei Paesi avanzati e il 95% della Uem. A questa convergenza graduale dovrebbero contribuire anche i Paesi che possono fare politiche espansive.
Cruciale per le politiche espansive è anche un forte rilancio degli investimenti senza i quali la crescita competitiva dell’Eurozona non ci sarà. La quota degli investimenti (pubblici, privati e in partenariato pubblico privato) dall’attuale 18% del Pil dovrebbe essere spinta verso il 23% mentre le previsioni la danno al 19% nel 2019. Anche l’Fmi suggerisce di spingere sugli investimenti transeuropei nelle infrastrutture materiali e immateriali. Quanto al finanziamento bisogna riflettere anche sull’utilizzo dei 1.000 miliardi di euro che la Bce (Tltro) si accinge a immettere da settembre e nei prossimi due anni a tassi molto bassi e con rientri entro il settembre 2018.
Una conclusione. Noi ci siamo riferiti qui all’Eurozona pur sapendo che i poteri sono della Commissione e del Parlamento europeo incardinati nella Ue a 28 Paesi. I poteri istituzionalizzati della Uem, che per ora vanno poco oltre quelli dell’Eurogruppo, vanno perciò potenziati con le cooperazioni rafforzate essendo l’Eurozona il motore della Ue.
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Innovazione 30 anni dopo – Manuela Ghizzoni
Anche se è Ferragosto, o forse proprio per questo, ho scelto un articolo di Francesco Clementi apparso oggi sul Sole 24 ore che mi dà lo spunto per qualche riflessione. Il tema sono ancora le riforme costituzionali, un processo che si è avviato verso una strada di rinnovamento delle istituzioni che sembra finalmente condivisa e attuabile. Ma anche in questo caso ci arriviamo dopo almeno trent’anni di dibattito, come sempre succede quando i cambiamenti si attorcigliano in una sorta di avvitamento inerziale.
Nell’anno in cui celebriamo i trent’anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer basti pensare che nel 1983 la sua relazione al congresso del PC parlava di “proposte innovative, come il superamento del bicameralismo, della efficienza e dei poteri dell’esecutivo, dei criteri di nomina negli enti pubblici in modo da dare spazio alle competenze e porre fine alle lottizzazioni”. Sono parole (riprese oggi sempre sul Sole 24 ore da una lettera di Emanuele Macaluso) che definiscono chiaramente quello slancio riformatore che oggi sembra riemergere, dopo 30 anni di involuzione e dispersione. Vale la pena ricordarle, perché la memoria non sempre è un esercizio sterile.
Il Sole 24 ore – 13.08.14
LA RIFORMA DEL SENATO E’ UN PROGETTO COERENTE MA RESTA IL NODO REGIONI
di Francesco Clementi
Quaranta articoli in quattro mesi. È lungo questo percorso che, per ora nella prima lettura delle quattro previste, si è sviluppato il disegno di legge costituzionale mirante a riformare il bicameralismo paritario (composizione, poteri e funzioni), a sopprimere il Cnel, ad abolire le province e a rivedere il Titolo V della Costituzione.
Si tratta evidentemente di un risultato importante, tanto per chi l’ha promosso quanto per chi l’ha sostenuto, a maggior ragione perché – ed è la prima volta dalla Costituente – voluto da eletti di schieramenti opposti; a riprova che, pur con tutte le difficoltà del presente e le tante zavorre del passato sulle spalle, questo Paese ha dentro di sé la forza necessaria per cambiare. Superando sue supposte genetiche “anomalie”.
In questo senso, prima del merito dunque rileva il valore simbolico che questa votazione rappresenta, come ha sottolineato ieri Stefano Folli su questo giornale. È stata, infatti, una iniezione di fiducia – uno “yes, we can” – molto importante; per certi aspetti addirittura più della stessa approvazione in sé, perché dà credibilità alla politica verso l’esterno e, al contempo, verso l’interno, le dà la forza per rimuovere i non pochi ostacoli che impediscono una reale ripresa economica, dando modo di portare a termine con coraggio, anche contro il consenso del day by day, le dure scelte sociali da compiere.
Nel merito, si riscontra un disegno in gran parte coerente; un progetto, per lo più, equilibrato, nel cui iter – come ha sottolineato il Presidente Napolitano nella cerimonia del Ventaglio – non c’è stata «né improvvisazione né improvvisa frettolosità», e che testimonia pure il valore e l’importanza dei lavori e del dibattito avvenuto in Commissione e in Aula. Questa dinamica peraltro, vieppiù su tali questioni, contribuisce a rafforzare pure il prosieguo dei lavori in Parlamento, soprattutto ora che, da settembre, inizierà la prima lettura ad opera della Camera dei deputati, momento nel quale qualche modifica sarà comunque necessaria, come già lo stesso governo ha sottolineato.
Tre grandi assi sostengono questo testo: la scelta che sia una camera rappresentativa delle autonomie – cioè di un Senato federatore e non invece di un Senato federale – in modo tale da dare finalmente un senso concreto alla forma di Stato di tipo poliarchica, già delineata nel 2001; quella che sia espressione appieno della partecipazione alle funzioni di raccordo e sostegno delle scelte del nostro Paese riguardo all’Unione europea, affiancandosi all’indirizzo politico di governo e rendendosi esso stesso “motore” di europeizzazione per le autonomie da e verso Bruxelles; infine, il fatto che sia espressione della funzione di un controllo, tanto delle attività delle pubbliche amministrazioni quanto dell’attuazione delle leggi dello Stato e delle politiche pubbliche, concorrendo peraltro ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge.
Tra le novità rilevare, ad esempio, vi è la possibilità di sottoporre le leggi elettorali al sindacato preventivo della Corte costituzionale, ad un migliore riparto di competenze tra Stato e Regioni che, pur riportando circa venti materie allo Stato, definisce meglio l’identità del legislatore regionale, potenzialmente riducendo di molto il contenzioso di fronte alla Corte e, del pari, responsabilizzando pure di più le regioni con la costituzionalizzazione del principio, tra entrate e spese, delle condizioni di equilibrio di bilancio regionale. Così come, in tema di procedimento legislativo, al voto a data fissa in Parlamento per alcuni provvedimenti del Governo corrisponde una maggiore responsabilità dello stesso nell’uso della decretazione d’urgenza.
Cosa manca? Di sicuro il Parlamento non ha avuto il coraggio di affrontare né lo squilibrio di una specialità regionale che ormai mal si giustifica, tanto in ragione dell’Unione europea quanto per evidenti motivi di tenuta economica, né si è pronunciato con forza, pur essendo normativa di rango ordinario, sulla permanenza o meno del cosiddetto sistema delle Conferenze tra lo Stato e le autonomie in regime di nuovo Senato. Vedremo. Di certo, intanto, un Senato che cambia il Senato non è poco. Tutt’altro.
"Lettera Ue bacchetta l’Italia “Non avete una strategia” a rischio 40 miliardi di fondi", di Valentina Conte da La Repubblica del 13.08.14
Indispensabile per sbloccare i singoli programmi, nazionali e regionali. Senza l’assenso di Bruxelles su questo particolare Accordo si ferma tutto, non arrivano i soldi e non si inizia a spendere. Una partita che vale per l’Italia 41 miliardi e mezzo in sette anni. Cifra che raddoppia con il cofinanziamento nazionale. E che ora dunque si congela. Con lo svantaggio per l’Italia di partire male e in ritardo sui fondi strutturali, pure stavolta. Ma Bruxelles è categorica. Senza un piano e una strategia chiari ed efficaci, appunto, l’assenso non c’è. Anche perché – ed è questa la critica più forte – l’Italia ha gravi problemi di governance. La sua pubblica amministrazione non è efficiente e ben funzionante. E quando il motore è inceppato, non si può sperare che la linfa europea contribuisca a rivitalizzare il paese. Anzi i fondi rischiano di imboccare di nuovo la via, biasimata, degli incentivi a pioggia. Se non è una bocciatura, poco ci manca.
CAPACITÀ ISTITUZIONALE
In 249 punti e 37 pagine, la Commissione europea analizza passaggio per passaggio tutto il piano italiano. E chiede ancora una volta al governo, come aveva raccomandato già in marzo, di rispondere sulla sua «capacità amministrativa ». Se sia cioè migliorata e come, non tanto l’abilità e l’organizzazione tecnica nel gestire i programmi operativi. Quanto il quadro complessivo, la cornice in cui si muove questo fiume di denaro: la pubblica amministrazione. Per Bruxelles l’Italia confonde tra «assistenza tecnica » e «capacità istituzionale». Se la prima si può ovviare con l’Agenzia per la coesione (istituita di recente e coordinata direttamente da Palazzo Chigi, sotto la supervisione del sottosegretario Graziano Delrio), per la seconda occorre «sostenere ampie e orizzontali riforme» della p.a. e «buone iniziative di governance». Di più, «il ruolo delle diverse istituzioni deve essere chiarito, definendo chi fa cosa, quando e come ». Punto fondamentale, visto che si tratta di una spesa ad alta incidenza territoriale. Laddove però centro e periferia (assai parcellizzata) faticano a coordinarsi. Con i magri risultati di questi anni: soldi spesi tardi, male, in qualche caso persi in mille rivoli o restituiti al mittente.
SPECIALIZZAZIONE INTELLIGENTE
L’altro buco nero italiano, che la Commissione torna a denunciare come fa da almeno tre anni, è quello delle “Strategie di specializzazione intelligente”. Una definizione burocratica per intendere, in buona sostanza, un piano su come far ripartire il Paese (anche con i soldi europei), ora necessario più che mai, visto il ritorno dell’Italia in recessione. Non solo il governo non ha «per il momento» ancora adottato queste Strategie, «a livello nazionale e regionale». Ma risulta, agli occhi della Ue, deficitario praticamente in tutti gli ambiti che contano per il rilancio. Agenda digitale: «Manca una vera strategia». Innovazione: «Calo significativo dei fondi», ma «ciò non deve comportare un calo delle risorse per la ricerca industriale nel settore privato». Aziende: «Identificazione ancora insufficiente degli interventi strutturali necessari per riguadagnare competitività». Anzi, sottolinea Bruxelles, «regimi di aiuto “generalisti” orizzontali andrebbero evitati». E sostituiti da «un sostegno mirato alle imprese legato allo sviluppo tecnologico ». A questo proposito, la Commissione si chiede anche che fine abbia fatto il piano Giavazzi per sfoltire incentivi alle aziende.
E quale effetto abbiano avuto i crediti d’imposta concessi dai vari governi. Cultura: «Assenza di un progetto strategico e di cenni alle lezioni apprese dal periodo di programmazione 2007-2013». E cioè il disastro Pompei (fondi ancora non spesi pari a 105 milioni, rimessi da poco in pista) e 15 milioni restituiti. Addirittura, la Commissione ricorda che «il Fesr (uno dei fondi strutturali, ndr) non sostiene “eventi” culturali e turistici che sono considerati a basso valore aggiunto». Ma «solo interventi strutturali e che possono avere un impatto strutturale ». Insomma, meno sagre e più patrimonio culturale da curare, restaurare, far fruttare. Infine, istruzione: «Le percentuali di risorse destinate all’abbandono scolastico per le regioni meno sviluppare (12%) e di partecipazione all’istruzione superiore (2%) sembrano basse rispetto alla portata dei problemi in queste aree».
PROGRAMMI A RISCHIO
Il governo Renzi dovrà rispondere su questi e altri punti. Ma è chiaro che la tirata d’orecchie non fa piacere, specie in un momento non proprio brillante per l’Italia sul fronte dei risultati economici. Se la Commissione da una parte dà pur adito all’esecutivo di voler accentrare, per meglio fluidificare, la gestione dei fondi europei – anzi si dice «favorevole al rafforzamento degli interventi gestiti dalle amministrazioni centrali» – dall’altra parte «sospende le sue considerazioni in attesa di una valutazione approfondita degli obiettivi» su tre proposte: legalità, aree metropolitane e cultura. In particolare, ritiene che l’attuazione del programma nazionale sulle Città metropolitane «appare a rischio, in considerazione della architettura complessa e dei rischi di sovrapposizione con programmi regionali». Insomma troppa confusione, tra piani nazionali per città metropolitane che ancora non esistono e piani regionali per città non metropolitane, spesso assai piccole (5 mila comuni italiani su 8 mila hanno meno di 5 mila abitanti). La domanda di Bruxelles sembra essere: ma ce la fate?
CRONOPROGRAMMA
Tra l’altro, osserva ancora la Commissione, in molti casi non ci sono proprio le premesse per spendere. Mancano o sono insufficienti le «condizioni ex ante». In particolare, considera «solo parzialmente soddisfatte», tra le altre, le condizionalità in materia di «agenda digitale, gestione delle acque, trasporti, politiche del lavoro, abbandono scolastico, sistemi di controllo sugli aiuti di Stato». Per questo chiede al governo italiano di «fornire un cronoprogramma plausibile per l’adozione dei vari provvedimenti». E «si riserva di valutare l’effettivo soddisfacimento delle condizionalità quando tutte le informazioni saranno disponibili». Altra bacchettata. Infine un richiamo pure sul «gran numero» dei soggetti chiamati ad attuare questo Accordo di partenariato. Può anche andar bene, ma Bruxelles vorrebbe che fossero esplicitati «i criteri per la selezione dei partner ». Anche qui troppa superficialità.
MEZZOGIORNO IN AFFANNO
È chiaro che una pagella siffatta fa male soprattutto alle regioni meridionali, destinatarie del 71,1% delle risorse messe a disposizione dall’Europa, come calcola il Servizio politiche territoriali della Uil. Un Sud Italia che non sempre è stato messo in condizione, dalla politica locale e nazionale, di lavorare bene. Ne parlerà forse Renzi con gli amministratori delle città che visiterà a partire da domani.
"Né congedi né aiuti ecco perché l’Italia non è un paese per mamme precarie", di Maria Novella De Luca da La Repubblica del 13.08.14
Siamo un paese ostile alla maternità e sempre più refrattario ai bambini. Le desolanti statistiche dell’Istat lo testimoniano ad ogni rapporto annuale, fotografando la nostra progressiva discesa agli ultimi posti nella classifica demografica mondiale. Puntualmente ogni volta ci chiediamo perché. Eppure basta leggere la lettera pubblicata ieri su “Repubblica”, per rendersi contro di quanto l’Italia sia diventata ormai un luogo inospitale per chiunque decida di rischiare l’avventura della famiglia. Soprattutto se si è una lavoratrice precaria, ma che nonostante tutto si “azzarda” a mettere al mondo dei figli, ben tre in questo caso. Perché non solo il nostro non è un paese per mamme, ma in particolare non è un paese per mamme “atipiche”, quelle cioè che in assenza di un contratto di lavoro definito, non hanno diritto praticamente a nulla. Né prima della nascita, né dopo. Un’incredibile mancanza di tutele e di sostegni che Belinda Malfetti, giornalista freelance, ben descrive nella sua lettera “La mia odissea di mamma precaria alla ricerca del sussidio negato”. In Italia infatti le leggi ci sono, ma valgono soltanto perle mamme che hanno un contratto di lavoro. Per le altre, che sono sempre di più, resta soltanto il deserto. Ecco a confronto i diritti delle une e delle altre.
MATERNITÀ
L’Italia ha una ottima legge sul congedo di maternità, la numero 1204 del 1971, rivista nel 2000 e nel 2001. Prevede che le future madri continuando a percepire lo stipendio pieno, si astengano obbligatoriamente dal lavoro per cinque mesi, due prima della nascita e tre dopo, oppure 30 giorni prima e quattro mesi dopo. La legge prevede poi un congedo parentale di altri 10 mesi di cui la madre o il padre possono usufruire fino ai 10 anni del figlio, e un orario ridotto al rientro al lavoro per l’allattamento. Tutto questo però è garantito unicamente alle lavoratrici dipendenti. Per le altre, collaboratrici a progetto, freelance o partite Iva (ma non iscritte alle casse previdenziali del proprio ordine professionale), il congedo di maternità spetta soltanto se si è iscritte alla gestione separata dell’Inps. Ossia le future madri devono aver versato, nei dodici mesi precedenti alla gravidanza, 3 mesi di contribuzione. «Si tratta però di congedi a cui riescono ad accedere in pochissime — spiega Claudio Treves della Cgil — perché quasi mai le aziende versano i contributi dovuti, o magari non nei tempi previsti. Ma oltre a questa misura non è previsto null’altro». Dunque il deserto. Chi non ha un contratto alle spalle non ha diritto alla maternità.
ASILI NIDO
Strutture educative e di welfare fondamentali per tutte le famiglie, lo sono ancora di più nelle situazioni di disagio. Infatti qui le priorità di entrata si invertono. Ad avere la precedenza nelle graduatorie per i nidi (al 90% a gestione comunale), sono le donne senza lavoro, le mamme single, le famiglie con redditi bassi, i bimbi con handicap. E dove i nidi funzionano, pochissimo al Sud, sempre di più al Nord e al Centro, il sostegno è evidente. A parte casi d’eccellenza come Reggio Emilia, o l’Alto Adige, molti nidi pubblici sono aperti dalla prima mattina al pomeriggio e offrono buoni servizi. Ma la crisi oggi rende sempre più difficile a molte famiglie riuscire a pagare la mensa dell’asilo. E così le madri “atipiche” smettono di cercare un’occupazione e restano a casa con i figli. Riportando la condizione femminile indietro di decenni.
SOSTEGNI ECONOMICI
Esistono assegni familiari e assegni di maternità. Possono erogarli i comuni, o possono essere misure decise dallo Stato. Ma come ben racconta la lettera inviata a “Repubblica” accedere ai “fondi per il terzo figlio” o ai vari “bonus bebè”, è spesso una tale corsa ad ostacoli, tra trappole burocratiche e vincoli di reddito, che soltanto un irrisorio numero di madri riesce ad ottenerli. E si torna poi alla discriminazione tra le “dipendenti” e le “atipiche”. Il voucher della riforma Fornero ad esempio, quegli assegni da 300 euro mensili da destinare alle baby sitter per le madri che volessero tornare in anticipo al lavoro, sono destinati unicamente alle dipendenti. O alle iscritte alle gestione separata dell’Inps. Per tutte le altre, per cui quei 300 euro al mese avrebbero forse costituito un sussidio fondamentale, non è previsto nulla.
CONGEDI PER LA MALATTIA DEI FIGLI
Non è molto quello che spetta a chi ha un contratto stabile, ma è qualcosa. I genitori di bambini sotto gli otto anni, possono astenersi dal lavoro per cinque giorni ogni 12 mesi per malattia del figlio. Per le lavoratrici precarie invece, la malattia del loro bebè resta un fatto privato. A meno di una nonna disponibile o di una vicina collaborativa, quel giorno anche la madre “atipica” resterà a casa. Ma nessuno a lei riconoscerà economicamente il diritto ad accudire un bambino con la febbre.
Una buona notizia per la ricerca, ma in ritardo di due anni – Manuela Ghizzoni
In calce trovate l’articolo di Matteo Prioschi che dà conto – finalmente – della emanazione del decreto attuativo per l’erogazione del cosiddetto “bonus ricercatori”, cioè un credito di imposta alle imprese che hanno assunto un cervello non in fuga. Ottima cosa: peccato che la norma che ha previsto questo beneficio risalga al lontano giugno 2012!
Oltre due anni per rendere operativa una buona disposizione a vantaggio dei giovani altamente qualificati, che sempre più numerosi emigrano all’estero per veder valorizzati i proprio talenti e le proprie competenze, e delle imprese che investono nell’innovazione per la propria crescita. Un lasso di tempo che lascia basiti (e che fa passar la voglia di complimentarsi con chi ha finalmente portato a termine tutto l’iter attuativo) e rafforza la consapevolezza che l’Italia non può affrontare la sfida dell’innovazione – che corre nelle due dimensioni della velocità d’azione e della internazionalizzazione – con una burocrazia barocca che, al massimo, può generare inerzia e non sviluppo. Prima si correrà concretamente ai ripari e meglio sarà per il Paese (e per tutti noi).
Il Sole 24 Ore – 12.08.14
ALLA CASSA IL BONUS RICERCATORI
di Matteo Prioschi
Chi, nell’estate del 2012, ha assunto un “cervello non in fuga”, da metà settembre potrà richiedere di beneficiare del credito d’imposta previsto dal decreto legge “sviluppo” (Dl 83/2012). Sulla Gazzetta Ufficiale del 9 agosto, infatti, è stato pubblicato il decreto direttoriale del ministero dello Sviluppo economico contenente i termini e le indicazioni per accedere all’agevolazione introdotta due anni fa.
Il bonus consiste in un credito d’imposta pari al 35% del costo aziendale per dodici mesi determinato dall’assunzione a tempo indeterminato di personale in possesso di un dottorato di ricerca universitario conseguito in Italia o all’estero se equipollente, oppure in possesso di una laurea magistrale in ambito tecnico o scientifico e impiegati in attività di ricerca e sviluppo. Secondo quanto indicato dal decreto direttoriale, chi ha effettuato un’assunzione tra il 26 giugno e il 31 dicembre 2012 potrà presentare la richiesta per il credito d’imposta tra il 15 settembre e il 31 dicembre 2014; per le assunzioni avvenute nel 2013 la domanda andrà presentata dal 10 gennaio 2015; per quelle del 2014 i termini si apriranno dal 10 gennaio 2016. La richiesta dovrà essere inoltrata esclusivamente tramite la procedura informatica disponibile sul sito del ministero dello Sviluppo economico.
La misura è finanziata con 25 milioni di euro per il 2012 e con 50 milioni all’anno a partire dal 2013. Secondo le stime effettuate a suo tempo dal governo, tali importi dovrebbero coprire 2mila assunzioni nel 2012 e 4mila per le annualità successive a fronte di un risparmio medio per il datore di lavoro di 12.250 euro per ogni addetto. Nel momento in cui si effettuerà la richiesta, il sistema informatico comunicherà la disponibilità o meno di risorse residue e, in caso di accettazione, il relativo provvedimento sarà trasmesso con posta elettronica certificata.
Il diritto al bonus decade se l’assunto non viene tenuto in servizio per almeno 3 anni (2 per le Pmi) e se non si realizza un incremento occupazionale; se l’azienda delocalizza al di fuori dell’Ue riducendo l’attività produttiva in Italia nei tre anni successivi al periodo di imposta in cui ha fruito del contributo; se vengono accertate violazioni non formali alla normativa fiscale e contributiva; in caso di condotta antisindacale del datore di lavoro.
L’agevolazione viene riconosciuta per un massimo di 200mila euro all’anno per impresa. Il decreto ministeriale precisa che per le start up innovative, gli incubatori certificati e le aziende con sede o unità locali nelle aree colpite dal terremoto del maggio 2012 (Emilia-Romagna) il credito d’imposta è concesso nel rispetto degli aiuti “de minimis”. Per questi soggetti è riservata ogni anno una quota dei fondi a disposizione. Tuttavia, come precisato nel decreto interministeriale del 23 ottobre 2013 di attuazione dell’agevolazione queste aziende possono richiedere di accedere in regime “de minimis” oppure secondo le regole generali, senza far valere le loro prerogative.
"L’armadio della vergogna: settant’anni fa la strage impunita di Sant’Anna di Stazzema", di Gabriele Scarparo
Verità a lungo nascoste, processi troppo spesso negati, memorie alterate e discussioni storiografiche sacrificate al cospetto della realpolitik hanno privato l’Italia di un normale processo di elaborazione del lutto nazionale
A Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, la mattina del 12 agosto 1944 si consumò un orribile eccidio di civili ad opera dell’occupante tedesco, secondo solo, per numero delle vittime, a quello di Monte Sole. In poche ore tre reparti della XVI SS Panzergrenadier Division circondarono le località limitrofe, risalendo fino allo spiazzo principale del paese dove sorgeva la chiesa, lasciandosi alle spalle una scia di morte, sangue e fiamme; un quarto reparto rimase nelle retrovie, impedendo di fatto ogni via di fuga. La scure nazista si abbattè improvvisa e implacabile, tanto sugli uomini quanto sulle donne e i bambini: in pochi riuscirono a salvarsi da quell’inferno.
Verosimilmente Sant’Anna fu oggetto di una strategia terroristica volta a fare terra bruciata intorno al campo d’azione dell’esercito nazista, impedendo in questo modo la prosecuzione di qualsiasi resistenza armata contro i tedeschi. Fu una delle più tristi pagine della «guerra ai civili» messa in atto da Hitler e dal feldmaresciallo Kesselring, all’epoca comandante di tutte le forze germaniche in Italia.
Quel giorno furono trucidate 560 persone (questa almeno è la cifra accettata dall’opinione pubblica, nonostante persistano notevoli dubbi considerato che un concreto lavoro di spoglio e incrocio delle fonti ancora non è stato fatto); la più piccola delle vittime aveva appena venti giorni. Molti civili trovarono la morte di fronte la chiesa del paese, in quello che è oggi l’episodio simbolo dell’eccidio. Secondo le testimonianze emerse solo in tempi recenti, come quella dell’ex SS Adolf Beckerth, alle persone radunate nel piazzale fu intimato di indicare la posizione dei partigiani che oggi sappiamo non fossero più nella zona già da svariati giorni. Allo scadere dell’ultimatum tutti i presenti, per lo più anziani, donne e bambini furono mitragliati e poi dati alle fiamme in una macabra pira alimentata dai mobili prelevati dalla vicina chiesa.
La sera stessa dell’eccidio, l’Ufficio Informazioni della XIV Armata tedesca redasse il bollettino con l’elenco delle operazioni condotte durante il mattino a Sant’Anna di Stazzema. La grigia burocrazia di guerra tedesca sintetizzò più di tre ore di massacro in poche righe nelle quali fu dichirato che nel paese ridotto in cenere erano stati trovati e distrutti sette depositi di munizioni, uno dei quali nella chiesa, ed eliminati 270 «banditi». Circa un mese dopo, quando gli Alleati giunsero a Sant’Anna, trovarono ancora centinaia di resti di cadaveri carbonizzati. Partì una prima indagine che portò alla compilazione di un dettagliato rapporto in cui furono raccolte le importanti testimonianze dei sopravvissuti italiani e dei disertori tedeschi.
Si giunse anche a identificare con certezza il reparto autore della strage ovvero il II battaglione del 35° reggimento della XVI SS Panzergrenadier Division, in cui era molto alta la presenza di giovani tra i diciotto e i vent’anni. Un anno dopo l’incartamento fu inviato alle autorità italiane che aprirono un fascicolo, il 2163 del Registro generale della Procura militare, in cui confluirono i risultati dell’inchiesta statunitense.
L’eccidio di Sant’Anna finì tra i capi d’accusa contro il generale Max Simon, il comandante della XVI Divisione SS, responsabile tra gli altri del massacro di Marzabotto. Il Tribunale Militare britannico di Padova, nel giugno del 1947, condannò a morte l’ex ufficiale nazista. Tuttavia, come accadde per molti altri criminali nazisti, la pena venne commutata prima in ergastolo e poi definitivamente cancellata, cosicché anche Simon fu libero di tornare a casa. Durante il processo sembrò emergere anche la responsabilità del maggiore delle SS Walter Reder, ma le prove a suo carico erano deboli e per questo assolto per non aver commesso il fatto (fu invece condannato per la strage di Monte Sole).
A quel punto anche per Sant’Anna di Stazzema si aprirono per poi richiudersi immediatamente le porte dell’Armadio della vergogna, rinvenuto nel 1944 a Roma nei locali della Procura Generale Militare, in cui per quasi cinquant’anni furono occultati 695 fascicoli su cui erano annotati i nomi delle vittime, quelli degli assassini e le località di numerosi eccidi nazisti tra cui quelli di Monte Sole, delle Fosse Ardeatine, e appunto di Sant’Anna di Stazzema. Questi incartamenti, rinvenuti casualmente, furono prodotti, all’epoca della guerra e nei mesi successivi ad essa, dagli Alleati e dalla polizia italiana che raccolsero le denunce presentate dai parenti delle vittime, integrandole poi con accertamenti e istruttorie sommarie. L’attività giudiziaria, inizialmente frenetica, cominciò presto ad affievolirsi e quando i fascicoli furono consegnati alle autorità italiane, queste occultarono le prove nascondendole in un armadio con le ante rivolte verso il muro.
Nel mondo suddiviso in due blocchi che cominciava a delinearsi nell’immediato dopoguerra, si preferì tacere i crimini commessi dal nazismo per non turbare i rapporti con la nuova Germania federale che avrebbe dovuto costituire il fondamentale baluardo contro l’Unione Sovietica. Sullo sfondo dell’impellente scenario storico disegnato dalla Guerra fredda, le popolazioni vittime delle stragi tedesche si trovarono a dover pagare il prezzo per il reintegro della Germania e del suo esercito nella Nato: l’impunità dei criminali nazisti. Scomparvero così anche i fascicoli della strage di Sant’Anna.
Quell’armadio è il simbolo di una «cultura della vergogna» e di un’alterata politica della memoria che rende conto delle difficoltà da parte italiana, in parte ancora ai giorni nostri, di affrontare il proprio passato con distaccato occhio critico. Eppure c’è di mezzo il sangue di migliaia di innocenti, di moltissime donne e bambini che pagarono più di chiunque altro quella che fu a tutti gli effetti una sistematica guerra ai civili.
Nel 1996, grazie anche alle richieste sel Comune di Stazzema e del Comitato per le Onoranze ai Martiri di Sant’Anna, la Procura militare di La Spezia riaprì le indagini sull’eccidio che si conclusero nove anni più tardi. Il 22 giugno del 2005 dieci tra ex ufficiali e sottoufficiali nazisti vennero condannati all’ergastolo per aver preso parte al massacro. La pena anche in questo caso non fu scontata dagli imputati perché due anni più tardi il Tribunale di Stoccarda archiviò l’inchiesta per insufficienza di prove.
Verità a lungo nascoste, processi troppo spesso negati, memorie alterate e discussioni storiografiche sacrificate al cospetto della realpolitik hanno privato per Sant’Anna di Stazzema e per altre stragi di civili in Italia un normale processo di elaborazione del lutto nazionale. Cosicchè quello che è stato frettolosamente occultato nelle pieghe della storia e riemerso tardivamente è attualmente fonte di nuovi odi e vecchi rancori. Ci troviamo oggi, settant’anni dopo, a fare ancora i conti con il nostro passato.
da www.europaquotidino.it
"Quando la documentazione è inesistente", di Andrea Cammelli
Luigi Einaudi, nel volume Prediche inutili del 1956, scriveva “Conoscere per deliberare”. Oltre quattrocento anni prima, Galileo Galilei invitava inutilmente i Cardinali dell’Inquisizione a guardare dentro il cannocchiale: senza successo! Più tardi, nel 1937, J. M. Keynes scrisse nel The Times “Non c’è nulla che un governo odii di più dell’essere ben informato; poiché ciò rende molto più complicato e difficile il processo che conduce alle decisioni”.
La sensazione è che gli articoli comparsi in questi giorni sui quotidiani nazionali sui finanziamenti alle università italiane non tengano conto di diversi aspetti che possono aiutare a comprendere anche la scarsa capacità di valorizzazione del capitale umano palesata dal nostro Paese. Si tratta di aspetti e questioni che stanno condizionando la capacità di ripresa della nostra economia e le sue prospettive di crescita a lungo termine
Facendo pari a 100 la spesa per ogni laureato italiano, la Francia spende 175; la Spagna 180; la Germania 207; la Svezia 225 (fonte OECD, 2013; la spesa è in dollari a parità di potere d’acquisto).
La spesa pubblica e privata per Ricerca e Sviluppo come percentuale del PIL in Italia è 1,26 (0,68 sostenuta dalle imprese); in Spagna è 1,39 (0,72 sdi); nel Regno Unito 1,80 (1,10 sdi); in Francia 2,24 (1,41 sdi); in Germania 2,80 (1,88 sdi); in Svezia 3,39 (2,33 sdi).

La popolazione italiana di 25-34 anni con istruzione universitaria è del 21 per cento! La media dei paesi UE21 è del 36 per cento (39 per cento fra i paesi dell’OECD). La Commissione Europea ha fissato l’obiettivo del 40 per cento di laureati nella fascia 30-34 anni per l’anno 2020; il Governo italiano ha rivisto l’obiettivo puntando al massimo al 26-27 per cento.

Fra il 2007 e il 2012 in Italia la quota di occupati nelle professioni ad elevata specializzazione (secondo la classificazione internazionale, la definizione comprende 1. legislatori, imprenditori ed alta dirigenza; 2. professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione) è scesa al 17% mentre in tutta l’UE è cresciuta da poco più del 21 per cento al 24 per cento (Fonte Eurostat).

Gli occupati con qualifica di manager con la scuola dell’obbligo o titolo inferiore, in Italia sono il 28 per cento contro l’11 per cento della U.E:, il 5 per cento della Germania, il 13 per cento del Regno Unito e il 19 della Spagna. I manager con laurea o titolo superiore mentre nell’UE sono il 53 per cento, e nessun paese scende sotto il 51 per cento, in Italia sono solo il 24 per cento (Fonte Eurostat 2012).

Secondo le stime di AlmaLaurea, che si occupa ormai da 20 anni di analisi del sistema universitario, soltanto il 30 per cento dei 19enni si iscrive alle università, provenendo da famiglie più favorite. Il restante 70 per cento dei giovani non accede agli studi universitari spesso per l’assenza di una seria politica del diritto allo studio.
Siamo in periodo di carestia, è vero, ma non dimentichiamo che anche in periodo di carestia, il contadino taglia su tutto ma non sulla semina. E la semina deve essere effettuata con la dovuta cura: Plutarco ripeteva “I giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”.
da AlmaLaurea, 7 agosto 2014
