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"Per salvare il nostro patrimonio serve un’alleanza con i cittadini", di Daniele Manacorda

Al grido di “dobbiamo salvare le soprintendenze” anche un intellettuale di rara intelligenza come Carlo Ginzburg paventa nel suo articolo apparso su Repubblica il 29 luglio il ridimensionamento delle loro competenze con i conseguenti danni al nostro patrimonio e al paesaggio. Il decreto Franceschini — di cui Ginzburg parla per sentito dire — attribuirebbe a persone «prive di conoscenze specifiche » scelte importanti, che decideranno nientemeno che «della sopravvivenza di opere, di edifici, di equilibri paesaggistici fragilissimi». Il decreto in realtà dice tutt’altro, attribuendo compiti di coordinamento a commissioni regionali per il patrimonio culturale composte dagli stessi
soprintendenti.
Siamo come paralizzati da conservatorismi non più giustificabili da parte di una fetta di classe dirigente, anche colta ma elitaria, che ha paura di cimentarsi con le sfide affascinanti che ci propone
l’economia della conoscenza. L’articolo 9 della Costituzione parla infatti di Repubblica e non di Stato, e parla di «promozione della cultura», cioè di valorizzazione: una parola demonizzata da chi la traduce in monetizzazione.
Le radici di molti dei problemi attuali stanno nella stagione laica della demanializzazione dei beni artistici e del processo di affrancamento e civilizzazione portato avanti dalla borghesia italiana del tardo Ottocento. La tutela legale, fatta di divieti e sanzioni, con tutte le sue benemerenze storiche, prese allora il posto di quella che viene ritenuta una sorta di spontanea conservazione sociale.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, anche nel rapporto beni culturali/cittadinanza. Già quarant’anni fa uno storico dell’arte come Andrea Emiliani denunciava il fossato che la cultura ufficiale e l’amministrazione del settore avevano scavato tra i beni culturali e il comportamento della società e additava nel 1923 l’anno in cui, con la definizione della figura del soprintendente, il patrimonio fu «definitivamente sottratto agli italiani». Vero? Falso? Quanto meno è legittimo discuterne, al di fuori dei corporativismi fortissimi che si oppongono, dentro e fuori dell’amministrazione, a tutto ciò che sa di innovazione in questo settore.
Nelle democrazie di massa il potere decisionale lo esercitano anche quelle maggioranze che sono state escluse dalla percezione del valore dei beni culturali, chiusa in una ristretta cerchia di addetti ai lavori. E infatti, se si parla di «restituzione» dell’Italia agli italiani dobbiamo pur domandarci chi gliel’ha tolta! L’amministrazione pubblica della tutela richiede una riforma radicale, che è d’ordine culturale prima ancora che politico e amministrativo, per metterla al passo con la società del XXI secolo. Un nuovo «sistema del servizio di tutela » richiede la partecipazione di più attori e richiede un ribaltamento di concezioni nel rapporto fra Pubblica amministrazione e cittadinanza.
Una tutela contestuale, intesa come sistema inclusivo, servizio pubblico, luogo della ricerca e della formazione condivise, comunicazione e democratizzazione della cultura, superamento di una
concezione elitaria e gelosa del patrimonio, richiede la chiamata a raccolta di tutte le energie positive del paese, con l’obiettivo di creare una rete diffusa di gestione socialmente allargata del patrimonio.
La riforma Franceschini non è la riforma che vorrei (e temo che sia in alcuni suoi aspetti farraginosa), ma va nella direzione del cambiamento. L’amministrazione pubblica deve smetterla di difendere l’Italia dagli italiani. Corrotti e corruttori, ignoranti devastatori del patrimonio ci sono sempre stati. Ma c’è un’enorme fetta di Paese pronta a difendere con i denti il futuro del patrimonio, sol che le si faccia intendere che si è capita la lezione: che l’Italia è loro. Con loro occorre allearsi. Stato, regioni, comuni, università, associazionismo culturale, singoli cittadini per il bene comune sanno di avere di fronte due avversari agguerriti: i marioli di sempre e la conservazione culturale scontenta del presente, ma paurosa del futuro. ( L’autore è docente ordinario
di Metodologia e tecnica della ricerca archeologica all’Università di Roma Tre)

La Repubblica 01.08.14

"E Terracini non voleva Palazzo Madama", di Guido Crainz

“LE REGIONI e i Comuni eleggeranno la seconda Camera”: è un titolo dell’ Unità del 17 ottobre del 1946 e dà conto dei lavori della Assemblea Costituente.
CITA, più esattamente, un ordine del giorno approvato dalla seconda sottocommissione con l’astensione di comunisti e socialisti: prevede che il Senato sia eletto per un terzo dalle Regioni e per due terzi dai Comuni. Nello stesso numero del giornale un autorevole costituzionalista come Vezio Crisafulli critica appunto “la struttura della seconda Camera”(questo il titolo dell’articolo), vi vede un contrappeso conservatore. Solo curiosità d’epoca, naturalmente, ma ben al di là di esse il clima generale del dibattito di allora andrebbe ricordato a quanti urlano di “Costituzione stracciata” o minacciano di abbandonare il Parlamento (per la verità lo aveva già fatto Silvio Berlusconi l’autunno scorso, e sappiamo come è andata a finire). Quel clima andrebbe ricordato soprattutto perché spiega bene le ragioni per cui si affermò allora il bicameralismo perfetto: è sufficiente rileggere il discorso con cui De Gasperi inaugurò a Roma nel maggio del 1946 la campagna elettorale della Dc per la Costituente. In esso vi è un attacco frontale alla “dittatura di una sola assemblea” che non ha nulla di astratto ed è in polemica aperta con le sinistre: critica infatti duramente “quei partiti che, come s’è visto in Francia, vogliono condurci ad una Repubblica dominata da una sola assemblea, il che vuol dire quasi sempre dagli uomini più audaci e senza scrupoli, assemblea che finisce nel comitato di salute pubblica e nella dittatura di un partito o di un uomo”. Il riferimento alla Francia era fondato: per la forte spinta di quel partito comunista la Costituente aveva varato una Carta che aveva al centro appunto il monocameralismo e il “governo dell’assemblea”. E il leader del Pcf Maurice Thorez aveva evocato addirittura i soviet per rivendicare sostanzialmente all’assemblea potere legislativo ed esecutivo insieme (poi attenuerà questi toni, del tutto assenti nelle posizioni del Pci). Le forze moderate francesi avevano fatto leva proprio su questo per alimentare la paura di un governo “giacobino” e nel previsto referendum quella Carta Costituzionale era stata affossata pochi giorni prima del discorso romano di De Gasperi. In Francia si vota per una nuova Costituente il 2 giugno, contemporaneamente all’Italia, e alla vigilia Pio XII alza il suo monito: sapremo domani, dice, se “queste due sorelle latine vorranno affidare il loro avvenire alla impassibile onnipotenza di uno Stato materialista, senza religione e senza Dio”. O con Cristo o contro Cristo, insomma. Questo era il clima che spingeva alla messa a punto di contrappesi e di organi di garanzia, e in Italia i risultati elettorali di quei mesi non potevano che ingigantire le paure. L’incertezza fu
a lungo massima, e l’esito finale — il plebiscito democristiano del 18 aprile 1948 — fu di fatto il rovesciamento, non la conferma, delle dinamiche che avevano tenuto il campo nei due anni precedenti (nel periodo, cioè, in cui la Carta fu scritta). Già il 2 giugno del 1946 la somma dei voti socialisti e comunisti aveva sopravanzato nettamente quelli della Dc, e le consultazioni immediatamente successive registrarono veri e propri crolli del partito cattolico: a partire dalle elezioni amministrative dell’autunno del 1946, che a Roma e in tutte le principali città del Mezzogiorno videro l’esplosione dell’Uomo qualunque e delle destre (vi furono arretramenti significativi della Dc anche nelle città del nord in cui si votò allora, da Torino a Genova e a Firenze). Nel febbraio del 1947, poi, le elezioni siciliane sancirono sia un importante successo del “Blocco del popolo” — una anticipazione dello schieramento che le sinistre avrebbero messo in campo il 18 aprile — sia un nuovo, forte arretramento della Dc. Si tenga conto che le elezioni politiche erano inizialmente previste per l’autunno del 1947 e si comprenderà ancor meglio quell’insistita e quasi esasperata attenzione all’inserimento di contrappesi e garanzie: dal bicameralismo perfetto alla difficoltà stessa di modificare la Carta e sino alla Corte Costituzionale e ad altro ancora. Attenzione ingigantita, naturalmente, dalla “cortina di ferro” — per dirla con Winston Churchill — che stava calando nell’Europa orientale, sino al “colpo di stato di Praga” del febbraio 1948 (in questo caso la definizione è di François Feitö). E la paura, naturalmente, era reciproca.
Quello era il clima, ed esso in qualche modo continuò con segno rovesciato dopo il 18 aprile: all’indomani del proprio trionfo la Democrazia cristiana si guardò bene dal dare attuazione agli organi di garanzia previsti, a partire dalla Corte Costituzionale (furono le sinistre a chiederlo con insistenza). E Mario Scelba nel 1950 esplicitò brutalmente la filosofia di allora: la Costituzione, disse, non può “divenire una trappola per la libertà del popolo italiano”. Ci vollero molti anni perché la Costituzione fosse più largamente attuata e quel clima cambiasse: e quando esso mutò Umberto Terracini, che della Costituente era stato Presidente, fu tra i primi a dire che il Senato era ormai superato ed era meglio abolirlo. Lo scrisse già alla fine degli anni settanta: ma chi sarà mai Umberto Terracini in confronto a quella Loredana De Petris che sta guidando ad un soddisfatto suicidio i residui irresponsabili di Sel? Per non parlare naturalmente della deriva nullista dell’estremismo grillino, tornato a prevalere dopo la breve illusione di un ripensamento. I tempi cambiano, naturalmente, ma quel che si è visto al Senato è davvero un pessimo segnale.

da la Repubblica

"Il silenzio dell'Europa", di Andrea Bonanni

ORMAI sembra quasi un luogo comune dire che, di fronte all’eterno massacro che si consuma in Medio Oriente, l’Europa è assente. Ma non è un luogo comune.
UN dato di fatto che dovrebbe pesare dolorosamente sulla coscienza di mezzo miliardo di cittadini europei incapaci di fermare la carneficina e anche solo di tentare di farlo. E dovrebbe spingerci a chiederci il perché di questa nostra impotenza che sconfina in una tragica ignavia. Mentre a Gaza la gente muore nelle scuole, nei mercati, negli ospedali bombardati, stritolata tra due poteri che sembrano aver perso di vista il più elementare senso di umanità, l’Europa se ne è andata in vacanza rinviando al 30 di agosto la scelta dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. Non sappiamo se la titolare della poltrona tuttora in carica, lady Ashton, sia andata in vacanza pure lei. Di certo, se è al lavoro, non se ne vede traccia. Né si vede traccia di Tony Blair, inviato speciale per il Medio Oriente del Quartetto composto da Russia, Stati Uniti, Onu e, appunto, Unione Europea. Né, in questo silenzio assordante, si vede traccia di una iniziativa della presidenza italiana dell’Ue, che forse potrebbe supplire, almeno con un gesto, alle latitanze altrui, come fece il presidente francese Sarkozy ai tempi della guerra in Georgia. È vero che la creazione di una politica estera comune è forse la più appariscente tra le molte opere incompiute che costellano la costruzione europea, nonostante i titoli altisonanti che sono attribuiti al rappresentante di una diplomazia Ue che non esiste ma che conta migliaia di funzionari e costa ai contribuenti europei un fiume di denaro. Ed è anche vero che persino un’autentica grande potenza globale come gli Stati Uniti, più forte, efficiente e determinata dell’Europa, non è mai riuscita a risolvere la crisi mediorientale. Ma almeno Washington ci prova, sia pure con i propri criteri e le proprie priorità. E gli sforzi, i successi o i fallimenti del presidente americano in questa impresa vengono misurati dalla sua opinione pubblica e pesano sul risultato delle elezioni.
In Europa, che per motivi storici e geografici dovrebbe essere interpellata dalla tragedia mediorientale in modo molto più diretto, non succede nulla di tutto questo. Le innumerevoli risoluzioni votate dal Parlamento europeo restano appese nel vuoto. E ogni volta che il massacro ricomincia, i governi si presentano all’appuntamento in ordine sparso, ma tutti pronti a brandire il diritto di veto per bloccare qualsiasi presa di posizione che non sia talmente generica da risultare anodina e totalmente inefficace. E tutto questo lo fanno senza dover rendere conto alle proprie opinioni pubbliche della loro impotenza collettiva, che è comunque la somma di ventotto impotenze nazionali. Eppure, se solo sapesse cosa dire, se solo avesse il coraggio di sporcarsi le mani e di guardare i torti e le ragioni delle parti in causa, l’Europa, che è il principale partner commerciale di Israele e il principale donatore di aiuti ai palestinesi, avrebbe la possibilità di farsi sentire.
Invece tace. Perché questo è il paradosso della mai nata politica estera europea. Oggi, di fronte a qualsiasi crisi internazionale, dall’Ucraina a Gaza, dalla Libia alla Siria, nessun singolo Paese dell’Ue ha alcun potere di intervento, né in campo economico né in campo militare. Eppure ogni Paese conserva un potere enorme, di cui spesso fa un uso indiscriminato e irresponsabile: il potere di veto, la capacità di bloccare, con il solo inarcamento del ciglio di un ministro, ogni azione comune dell’Europa. La prassi dell’unanimità in politica estera è talmente radicata che questo potere di veto non viene neppure esercitato in modo esplicito. Basta sapere che il tal governo è potenzialmente contrario a qualsiasi sanzione contro Israele, o che il tal altro si oppone ad un possibile taglio ai finanziamenti per i palestinesi, che la questione non viene neppure posta, né messa ai voti. E così i titolari del veto non ne devono rendere conto né all’opinione pubblica europea e al suo Parlamento e neppure alle loro opinioni pubbliche nazionali e ai Parlamenti nazionali. Che in tal modo evitano di interrogarsi su scelte che hanno gravi implicazioni etiche prima ancora che politiche.
Una simile situazione, è chiaro, non può essere cambiata dall’oggi all’indomani. Ma sarebbe bello che il governo italiano, che dice di volere «un’Europa diversa» e che pure ambisce alla poltrona, ora puramente simbolica, di ministro degli esteri dell’Unione europea, almeno ponesse il problema e costringesse le altre capitali se non altro a guardarsi in faccia. I morti bambini di Gaza pesano sulla coscienza di tutti: di chi mette i veti e di chi se li lascia mettere, di chi non fa nulla e di chi lascia che non si faccia nulla. Di chi rinvia le nomine europee e di chi subisce questi rinvii, magari nella speranza di guadagnare una poltrona che, comunque, resta per ora vuota di potere e anche di significato.

da La Repubblica

"C'è una sola domanda su l'Unità: non com'è stata ma come sarà", di Walter Veltroni

Come sarà l’Unità? Non cosa è stata e cosa è. Credo che l’ambizione che oggi deve muovere la redazione e tutti quelli che hanno a cuore il destino del giornale, a cominciare dal Pd, sia quella di guardare al futuro, non alla sopravvivenza. Lo dico non per un ottimismo di maniera ma perché questo è scritto nel dna dell’Unità e, aggiungo, nelle necessità della sinistra italiana.

Persino chi ne scrive male (anche oggi sui giornali) deve ammettere che è stata sempre una presenza indispensabile, che ogni santa mattina quel quotidiano proprio non si poteva saltare. Quando in anni lontani veniva definita come «il Corriere della sera degli operai» non lo si faceva per iperbole, perché l’Unità era un grande giornale politico, ma insieme un giornale di frontiera, il luogo di battaglie sociali e civili, la sede non formale di un dibattito culturale profondo e insieme aperto, anche nei momenti più difficili. Perdere tutto questo sarebbe grave non solo per chi ci lavora e per i lettori, sarebbe grave innanzitutto per la sinistra e per l’informazione italiana.

Sapete quanto sia forte il mio legame con il giornale: gli anni passati alla direzione sono stati una esperienza fondamentale. Anni bellissimi, di tantissimo lavoro con una redazione splendida, con un gruppo di collaboratori che messi tutti insieme sembrano il catalogo della cultura italiana di questi anni a cavallo tra i due millenni. Anni di cambiamenti radicali nella politica e nella comunicazione in cui l’Unità fu protagonista e spesso anticipatrice. Era un giornale che riusciva a vendere e ad aumentare le copie, crescevamo ogni anno di più del quindici per cento, e questo ancor prima di introdurre innovazioni come la diffusione col quotidiano delle cassette coi grandi capolavori del cinema italiano e internazionale che ci fecero arrivare quasi a cinquecentomila copie.

Dentro quel giornale c’era una idea di cultura e di apertura (pubblicammo e con enorme successo i Vangeli e facemmo nascere l’Unità due, un giornale dedicato alle idee) che coglieva l’Italia nel passaggio epocale della fine della prima Repubblica. Era un giornale nuovo con radici profonde e antenne ben alzate e anche questo era insieme frutto di una innovazione ma anche di una “tradizione”, quella del giornale pensato da Gramsci come popolare e colto, che era tutto meno che grigiore.

Per una coincidenza che non richiede aggettivi, proprio oggi se n’è andato Fausto Ibba. Solo raccontare quello che ha fatto e quello che era Fausto occuperebbe un libro. Era un uomo silenzioso e forse anche tra i lettori non molti ricorderanno la sua firma, altri lo ricorderanno sul giornale, a me preme soltanto dire che c’era nella sua figura minuta di sardo (con dei capelli neri un po’ alla Berlinguer e un po’ alla Gramsci) la sintesi delle mille doti di quella storia: un intellettuale colto e serissimo, un politico persino troppo sottile per tempi così poco raffinati, una scrittura secca senza nessun orpello ma mai grigia, una storia privata tra Mosca e la rivendicazione della propria indipendenza. Ecco cos’era la storia su cui innestavamo le nostre idee e le nostre innovazioni.

L’Unità è a un passaggio difficile. Come nell’estate del 2000. Allora – ero alla guida dei Ds – fummo costretti ad una chiusura resa necessaria da un flusso di debiti che rischiavano di sommergere tutto, giornale e partito. Fu una chiusura di otto mesi che permise poi una rinascita vera. Da allora e per 14 anni l’Unità è tornata ad essere protagonista con la direzione di Furio Colombo, di Antonio Padellaro, di Concita De Gregorio, di Claudio Sardo e infine di Luca Landò.

E torno da dove ero partito. Sono convinto che vi sia lo spazio e la necessità di un giornale che innovando riprenda questa storia. Una ricchezza per la sinistra, un luogo di informazione seria, di discussione e di confronto, uno strumento di esplorazione del nuovo. Senza, siamo tutti più poveri. E allora abbiamo il dovere di farci una sola domanda: come sarà l’Unità?

da www.unita.it

"Stranieri e città d’arte tengono a galla il turismo italiano. Record di americani", di Flavia Scicchitano

Gli italiani tornano (lentamente) a viaggiare: almeno in Italia, dove nei primi sei mesi del 2014 il flusso dei vacanzieri connazionali è cresciuto dell’1,8%. Numeri che lasciano ben sperare, quelli forniti dall’Osservatorio nazionale del turismo (dati Bankitalia-Istat, rielaborati da Ciset) e presentati ieri al ministero dei Beni culturali. Ma ancora poco competitivi con il turismo straniero che, per lo stesso periodo e con un aumento del 2,3%, si conferma traino del settore. Per il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, però, non basta. «Dobbiamo moltiplicare l’offerta turistica, lavorare sulla digitalizzazione e sulla qualità dell’ospitalità — ha detto — e promuovere il Paese in modo compatto, superando la concorrenza tra regioni».
Se «investire nel turismo è una delle condizioni fondamentali per far crescere l’economia», il piano di azione del ministero punta tutto sul Mezzogiorno: «Al Sud si trovano dei tesori unici come Pompei, i Sassi di Matera, i Bronzi di Riace e i turisti scelgono sempre le grandi città d’arte. Bisogna lavorare per renderlo più attrattivo». È anche dai dati che emerge come gli stranieri in vacanza in Italia preferiscano la componente culturale: quasi la metà dei pernottamenti estivi e ben il 58% della spesa turistica. Ma con una scelta mirata su Lazio, Lombardia, Veneto e Toscana (in particolare Roma, Milano, Venezia e Firenze) che accolgono da sole il 60% della spesa estera. Gli introiti del Mezzogiorno restano, invece, fermi al 13%. A spendere di più i turisti provenienti dalla Germania (5 miliardi di euro), Stati Uniti (4 miliardi), Francia (3 miliardi). Seguiti da Regno Unito, Svizzera, Austria, Spagna, Russia (in crescita dal 2012 con un +11,5%), Olanda e Australia. Nel complesso, sono però gli italiani (il 51% del totale) a contribuire maggiormente all’economia nazionale: 63 miliardi di euro di consumi nel 2013. Che sommati ai 33 prodotti dagli stranieri, fanno un totale di 96 miliardi (pari al 10% dei consumi finali interni). In sostanza, considerando che mille euro di consumo turistico generano 727 euro di ricchezza, altri 70 miliardi di ricchezza prodotta l’anno. Ma nel secondo trimestre 2014 è anche l’occupazione nelle imprese alberghiere, di ristorazione e servizi turistici ad evidenziare un saldo positivo (con previsioni per il prossimo quinquennio di performance migliori di altri settori dei servizi e dell’industria). In sostanza l’andamento del turismo internazionale mostra segni di ripresa, con un saldo dell’Italia sempre positivo (il 2013 si è chiuso a +10,4%). E anche in termini di arrivi e di entrate l’Italia può vantare davanti il segno più: quinta al mondo per arrivi (+2,9%) e sesta per entrate da turismo internazionale (+3,1). I flussi dall’estero vedono in testa la Germania, secondi gli Usa a +11% e terza la Francia a +4,5%.
Ma oltre alle misure già messe in campo nei primi cinque mesi di governo — agevolazioni fiscali per il settore contenute nella legge Cultura e turismo — allo studio del ministero dei Beni culturali c’è di più: ad esempio una «tassa di soggiorno più equa». «Serve una ridefinizione nazionale di cosa è questa tassa — ha spiegato Franceschini — di come si può estendere la platea di chi la paga e distinguere in base al luogo visitato. In Parlamento ci sono già diverse proposte». «Nel lavoro che stiamo portando avanti per la nuova Enit poniamo grande attenzione alla digitalizzazione del settore turistico e delle attività promo-commerciali — ha aggiunto il commissario straordinario dell’Agenzia italiana per il turismo – Enit, Cristiano Radaelli — ma anche alla riorganizzazione degli uffici all’estero».

da Il Corriere della Sera

"Scuola, immissioni in ruolo saranno oltre 30mila. Ma è scontro tra Istruzione ed Economia", di Salvo Intravia

GUERRA DI NUMERI, e di nervi, per le immissioni in ruolo nella scuola. Ma alla fine saranno più del doppio dell’anno scorso. Mentre il tempo per avviare la macchina delle assunzioni è quasi agli sgoccioli e i sindacati premono perché i ministeri dell’Economia e dell’Istruzione avviino le procedure prima possibile. I rappresentanti del lavoratori temono che i ritardi accumulati sui trasferimenti della scuola secondaria possano mettere a rischio l’avvio dell’anno scolastico, con nomine ad anno scolastico già iniziato. Ma non solo: hanno il timore che il Mef voglia accordare un numero di assunzioni soltanto pari al turn over. E non a tutti i posti vacanti, come stabilito nel 2013 dal Piano triennale che l’allora ministro Maria Chiara Carrozza firmò con i sindacati.

Ma andiamo con ordine. Qualche giorno fa, il segretario generale della Uil scuola chiede ufficialmente al ministro Stefania Giannini di avviare le immissioni in ruolo su tutti i posti vacanti e disponibili per il prossimo anno scolastico: circa 40mila tra docenti e Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari). Qualche giorno prima, la Flc Cgil paventa addirittura la possibilità che quest’anno le assunzioni nella scuola possano addirittura saltare. Una eventualità che sarebbe una vera e propria iattura per le migliaia di precari della scuola e di vincitori di concorso in attesa da anni della cattedra fissa. La Cisl scuola, fa sapere, di essere preoccupata per il ritardo accumulato finora.

L’anno scolastico prende il via il prossimo due settembre, quando si riuniranno i collegi dei docenti per programmare le attività dell’anno scolastico. A quella data i provveditorati dovrebbero avere nominato tutti i nuovi assunti. Ma prima dovranno avere ricevuto i contingenti dal ministero dell’Istruzione, indire le convocazioni e conoscere le cattedre effettivamente libere. Cosa che per la scuola superiore non potrà avvenire prima di dopodomani, quando il ministero – dopo più rinvii – ha promesso i trasferimenti del superiore. Ma quanti saranno i posti assegnati quest’anno? Secondo la Uil dovrebbero essere 39.340 così suddivisi: 21.399 docenti su posto comune, 4.599 Ata e 13.342 docenti di sostegno.

Ma, secondo alcune voci, il ministero dell’Economia non ne vuole sentire di autorizzare le assunzioni su tutti i posti vacanti e disponibili, come è previsto dal Piano triennale della Carrozza. Per autorizzarli tutti, sembra che via XX settembre voglia una contropartita sui docenti di ruolo. Ed è in atto un vero e proprio braccio di ferro sulla questione. Il Mef vorrebbe autorizzare soltanto i posti che scaturiscono dal turn-over: 15.414 docenti comuni, 4.599 Ata e i 13.342 docenti specializzati nel seguire gli alunni disabili previsti dal governo Letta per stabilizzare in tre anni l’organico di sostegno. In totale, 33.355. Comunque il doppio, rispetto al 2013, quando videro concretizzarsi l’assunzione a tempo indeterminato in 14.998.

da www.repubblica.it