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"Il museo di massa", di Rachel Donadio

Milioni di visitatori, soprattutto d’estate, affollano il Louvre e il Prado, il British Museum e gli Uffizi. La ressa davanti a quadri e dipinti dura il tempo di un selfie, ma alle volte danneggia i capolavori. E ora si cercano soluzioni per conciliare accessibilità e tutela delle opere
 
IL tempo è uggioso e la coda per entrare al Louvre in questi giorni gira attorno alla piramide di vetro e acciaio e prosegue per tutti e due i cortili. All’interno del museo una piccola folla è assiepata davanti alla Gioconda a scattare foto e selfie con i cellulari. Nella ressa accanto alla Nike di Samotracia Jean-Michel Borda, che arriva da Madrid, esclama: «Sembra di stare sul Métro la mattina presto».
In estate sono milioni i visitatori che affollano il Louvre (al primo posto nel mondo con 9,3 milioni di presenze nel 2013) e gli altri grandi musei europei. Ogni anno aumentano, con l’emergere delle nuove classi medie soprattutto in Asia e in Europa dell’Est. L’estate scorsa il British Museum ha registrato un record di presenze e nel 2013 ha totalizzato 6,7 milioni di visitatori, guadagnandosi il secondo posto nella lista dei musei più visitati stilata da The Art Newspaper . Nella prima metà del 2014 gli Uffizi a Firenze hanno registrato un’affluenza del 5 per cento superiore rispetto all’anno precedente.
Vedere i capolavori dell’arte può essere considerato un rito culturale di passaggio, un arricchimento spirituale, ma l’affollamento ha ormai trasformato molti musei in una sorta di sauna, costringendo le istituzioni a confrontarsi con il problema di conciliare l’accessibilità con la tutela delle opere.
Per gestire il flusso dei visitatori i musei prevedono in genere biglietti a orario, oppure prolungano l’apertura. Per proteggere le opere esposte si installano nuovi impianti di condizionamento d’aria, ma secondo alcuni non è sufficiente.
L’anno scorso i Musei Vaticani hanno toccato il record di 5,5 milioni di visitatori. Quest’anno, grazie alla popolarità di Papa Francesco, sono previste 6 milioni di presenze. Si sta provvedendo all’installazione di un nuovo impianto di climatizzazione nella Cappella Sistina per proteggere gli affreschi di Michelangelo dall’umidità prodotta dalle 2.000 persone che, a intervalli, affollano l’ambiente, 22.000 al giorno secondo gli ultimi dati. I lavori dovrebbero essere terminati in ottobre. Il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, spiega che bisognerebbe porre una soglia agli ingressi ma «il valore simbolico e religioso che la Cappella Sistina ha per i cattolici ci impedisce di farlo».
La politica della soglia agli ingressi in genere non è gradita ai musei. All’Hermitage, 3,1 milioni di visitatori nel 2013, l’unica limitazione posta agli accessi viene «dalle dimensioni dello spazio stesso o dal numero di appendiabiti nel guardaroba in inverno», dice Nina V. Silanteva, responsabile per i servizi ai visitatori. La Silanteva spiega che l’obiettivo del museo è garantire l’accesso al maggior numero possibile di persone, ma ammette che il sovraffollamento crea problemi. «Un numero così enorme di spettatori contemporaneamente non giova alle opere d’arte e crea problemi anche ai visitatori stessi. Grazie a Dio non abbiamo mai avuto guai». A volte però i guai succedono. Per colpa del sovraffollamento la Venere di Townley, statua romana risalente al I-II secolo, ospitata al British Museum, negli ultimi anni ha subito varie volte danni alle dita della mano.
Anche in condizioni di sicurezza l’affollamento può disturbare. Patricia Rucidlo, guida della Context Travel a Firenze, definisce «un incubo » le visite alla Galleria dell’Accademia dove è esposto il David di Michelangelo, perché da quest’anno si è consentito di scattare fotografie: «La gente si accalca davanti ai dipinti, spintona, sgomita, scatta una foto e prosegue senza neppure guardare il quadro».
Le code per entrare agli Uffizi sono tristemente famose. Il museo ha registrato lo scorso anno 1,9 milioni di presenze. La vendita dei biglietti è gestita da una società privata che incassa il 14 per cento del prezzo ma i biglietti a orario li offrono anche i bagarini. L’amministrazione del museo afferma che l’accesso è consentito a 980 persone alla volta, come previsto dalla normativa di sicurezza, ma alcuni dipendenti sostengono che gli accessi sono stati superiori con il rischio che questo comporta per le opere d’arte.
Tomaso Montanari, storico dell’arte fiorentino e docente all’Università Federico II di Napoli, intervistato telefonicamente, critica aspramente l’affollamento degli Uffizi, considerandone anche le dimensioni ridotte rispetto agli altri grandi musei. «Sembra una serra tropicale, non si respira. Se un cinema ha 100 posti non si possono far entrare 300 persone. Se scoppia un incendio è una tragedia». Marco Ferri, portavoce degli Uffizi, spiega che il museo è in restauro dal 2006 ma alcune stanze non sono state ancora climatizzate: «Entro i prossimi due anni tutto verrà modernizzato».
Il Louvre, gli Uffizi, il Vaticano, il Rijksmuseum di Amsterdam e il Prado a Madrid propongono tutti biglietti a orario per evitare le code. Anche i musei che consentono l’accesso gratuito alle collezioni permanenti, come il British Museum e la National Gallery di Londra, ospitano mostre temporanee con ingresso a pagamento. Nel 2011 i biglietti per la mostra delle opere di Leonardo da Vinci alla National Gallery, del costo di 25 sterline, venivano rivenduti sul web a 400.
La maggior parte dei musei prevede un giorno di chiusura, ma dal 2012 il Prado è aperto sette giorni su sette fino alle 8 di sera nei giorni feriali. La decisione è stata presa dopo la ristrutturazione del 2007 ad opera dell’architetto Rafael Moneo, che ha migliorato la circolazione dei visitatori rendendo più fruibili i capolavori di Velázquez e Goya.
Per ogni museo c’è il modo di evitare la ressa. Al Louvre, ad esempio, conviene andare la sera del mercoledì e del venerdì, perché l’orario è esteso fino alle 21.45. È inoltre previsto un abbonamento annuale che dà diritto all’accesso prioritario.
L’autunno scorso il Louvre è rimasto chiuso una giornata per lo sciopero dei custodi contro i borseggiatori, fattisi sempre più aggressivi. Da allora sono state rafforzate le misure di sicurezza e il numero dei borseggi è calato del 75 per cento secondo quanto riferisce un portavoce del museo.
Accanto alla piramide all’ingresso del museo Manu Srivastan, 46 anni, di Jabalpur, in India, racconta che è qui con la moglie, le figlie e il padre. Sono in coda da 45 minuti e ne avranno per almeno un altro quarto d’ora, ma questo non li disturba. Del Louvre dice: «È un’esperienza fantastica. Ogni volta ti lascia col desiderio di tornarci».
( © 2-014 The New York Times. Traduzione di Emilia Benghi)  

da la Repubblica

"È la terza volta che ci spengono, ma non ci fermiamo", di Luca Landò

L’Unità chiude di nuovo. Era accaduto nel luglio del 2000. E restò via dalle edicole per otto mesi. Ora succede un’altra volta e non sappiamo se e quando ritornerà dai suoi lettori. E già questa incertezza la dice lunga su come viene gestito il presente e il futuro, se ce ne sarà uno, di questo giornale che deve sospendere le pubblicazioni ma non ha nessuna intenzione di morire, come dimostrò durante gli anni del fascismo, quando riuscì a sopravvivere diciassette anni di clandestinità: stampato in fretta e di nascosto, persino scritto a mano pur di continuare a far sentire la propria voce nell’Italia dei manganelli e dell’olio di ricino. O quando il 24 marzo 2001, contro ogni pronostico e fatto unico al mondo (i giornali che a volte ritornano di solito durano poco) si ripresentò con forza in edicola ritrovando subito la sua voce e il suo spazio.

L’Unità chiude di nuovo perché anche ieri, come da troppo tempo, i soci della Nie, la società che edita il giornale e che da un mese è entrata in liquidazione, si sono riuniti in assemblea ma non sono riusciti a trovare un accordo, anche in virtù di un assurdo statuto che impone una maggioranza del 91% per prendere qualunque decisione, regalando un potere di veto che nemmeno al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Così anche se sul tavolo dei liquidatori c’era un’offerta avanzata dall’attuale socio di maggioranza (e, fatto non secondario, appoggiata dalle rappresentanze sindacali di giornalisti e poligrafici) il veto di qualcuno ha pesato più del progetto imprenditoriale di rilancio.

L’Unità chiude di nuovo, nonostante quei segnali inconfondibili venuti in questi mesi dalle edicole con gli allegati per i novant’anni di questo giornale che, ironia della sorte, sono caduti proprio quest’anno, il 12 febbraio. È il caso dello speciale con le prime pagine più belle e significative, ovviamente novanta, che è andato esaurito in due ore vendendo 120 mila copie. O dell’inserto sulla satira di Tango, Cuore, Staino, ElleKappa e tutti gli altri, o l’album di famiglia con le foto e i racconti di lettori e diffusori. O, ancora, di quello, davvero emozionante, dedicato a Enrico Berlinguer nel trentennale della sua morte.

Qualcuno ha provato a sminuire queste iniziative come frutto di un amarcord legato al passato e non più al presente. Peccato che dieci anni fa, per gli ottant’anni del giornale, non ci furono esauriti e nemmeno le tante lettere di dispiacere, a volte di rabbia, di tutti quei lettori che non sono riusciti a trovare la “loro” copia. Perché queste risposte, così immediate e forti, sono arrivate oggi e non ieri? Un amarcord a scoppio ritardato? No, quei segnali arrivati dalle edicole indicano qualcosa di più profondo e più importante. Il legame con un giornale che è una parte della storia d’Italia, certamente. Ma anche il fatto che, proprio nel pieno di una crisi economica e sociale che morde sempre e che non molla mai, hai ancora più bisogno di un giornale politico e di sinistra. E anche, perché no, di riprendere una bandiera editoriale che ha sempre sventolato nei momenti più bui e difficili.

L’Unità chiude di nuovo perché, come ha sostenuto qualcuno in assemblea, «non ci sono più le garanzie per andare avanti». Ma quali garanzie: economiche o di altro tipo? Perché non si è voluto accogliere un’offerta accettata dai liquidatori e sostenuta dagli stessi lavoratori? E qui si apre una pagina inquietante di quanto è accaduto negli ultimi mesi ed esploso in tutta la sua gravità ieri nell’assemblea dei soci. La verità, inutile girarci intorno, è che il Pd non ha fatto molto per impedire che l’Unità cadesse di nuovo nel buio della chiusura. Certo, l’Unità ha criticato più volte le scelte di Renzi, ma lo stesso abbiamo fatto con Cuperlo e Civati. È vero, abbiamo ospitato e ospitiamo volentieri le voci dissidenti del Pd, come Chiti e Mucchetti, ma abbiamo fatto lo stesso con quelle di Guerini e Gozi, Boschi e Taddei. E questo, non per una inutile equidistanza (che sia inutile lo dimostrano queste righe) ma perché crediamo che i lettori e gli elettori del Pd abbiano il diritto di conoscere le opinioni e le voci che si agitano all’interno del loro partito. E se non è l’Unità a farlo, chi dovrebbe essere di grazia?

Ma qui spunta insolente una domanda: se voleva una linea politica ed editoriale diversa, non poteva il Pd sostenere una cordata di imprenditori capace di fare un’offerta alternativa a quella messa sul tavolo da Fago? Davvero quello che viene chiamato «Mister 41%» in Europa, non è in grado di parlare con quattro imprenditori in Italia?

Difficile crederlo, a meno che l’obbiettivo non fosse quello di utilizzare il potere di veto per portare l’Unità sull’orlo del fallimento o anche oltre. E poi avanzare un’offerta assai più ridotta per rilevare la testata e solo quella. Col senno di poi, e di quanto accaduto ieri, assume un altro senso anche l’uscita di Renzi all’ultima Assemblea nazionale del Pd quando parlò di salvare, non un giornale, ma un brand, un marchio. Come pure l’idea di unire l’Unità ed Europa, proposta ragionevole in linea astratta, ma che non regge dal punto di vista economico e sindacale (se fondi due giornali in crisi e con esuberi, non fai che accrescere la crisi e sommare gli esuberi). A meno che, ecco il punto, l’obbiettivo non fosse prendere solo i due marchi (i brand) e gettare il contenuto (i lavoratori): ma è questo il disegno? Chiudere l’Unità per cacciare i giornalisti? Prendere il nome per un piatto di lenticchie?

Ci auguriamo ovviamente di no, visto che Renzi, non è solo il presidente del Consiglio, ma il segretario di un partito che è il riferimento politico ed editoriale di questo giornale. E vorremmo davvero poter escludere che il Partito democratico abbia preferito arrotolare una bandiera e mandare a casa 80 lavoratori, piuttosto che impegnarsi davvero per garantire un presente e un futuro a questo giornale. Magari aprendo un confronto franco e schietto con lo stesso Matteo Fago.

Ieri sera Renzi ha detto che l’Unità non chiuderà perché è un pezzo importante della sinistra. Giusto, ma intanto l’Unità chiude un’altra volta e proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. Non sappiamo se e quando questa storia, come in passato, comincerà di nuovo. Forse qualcuno prenderà davvero la testata per pochi soldi, dopo averla svuotata di contenuti, valori e lavoratori. O forse no. L’unica certezza, nel frattempo, è che quella di ieri è stata una pagina triste, non solo dell’Unità, ma di tutto il Partito democratico.

Domani, come hanno scritto i liquidatori nel comunicato che riportiamo in pagina, uscirà l’ultimo numero di questo giornale. Oggi invece troverete soltanto pagine bianche: sono pagine di protesta, ovviamente, ma soprattutto di allarme. Per spiegare, senza troppi giri di parole, come sarà il mondo dell’informazione senza la voce dell’Unità.

da L’Unità

"Perché Fi non può più permettersi liste bloccate", di Roberto D'Alimonte

Sulle preferenze Berlusconi e Verdini sbagliano. A loro non piacciono. Neanche a me piacciono. Non piacciono né a loro né a me perché con il voto di preferenza i partiti rischiano di spaccarsi e di diventare una rete di comitati elettorali dei vari candidati. Le preferenze favoriscono la corruzione, l’influenza delle lobbies, il potere delle organizzazioni criminali in certe aree del paese. Quando i partiti erano forti facevano meno danni. Ai tempi della Prima Repubblica il Pci ha convissuto tranquillamente con il voto di preferenza. I suoi candidati in lista non si azzardavano a fare campagna elettorale per conto proprio. La mattina delle elezioni i militanti passavano in sezione a ricevere istruzioni su chi votare. E tutto filava liscio. Gli eletti erano esattamente quelli che aveva deciso il partito, nell’ordine deciso dal partito. Era come se il voto di preferenza non ci fosse. Partito e ideologia erano gli strumenti di raccolta del consenso.
Per la Dc era diverso. Il voto di preferenza era il meccanismo su cui si reggeva l’organizzazione delle correnti su cui era strutturato il partito. Ma era anche uno strumento formidabile per la raccolta dei voti. Certo, già allora si vedeva come le correnti minassero la coesione del partito. Ma il partito c’era, se non altro perché era stabilmente al potere. La Dc ha convissuto con il voto di preferenza adattandovisi alla sua maniera. E poi c’era il collante dell’anticomunismo che, insieme alle spoglie da distribuire, teneva insieme il sistema delle correnti.
Oggi è diverso. Con partiti deboli come gli attuali il voto di preferenza è rischioso. Ma senza cosa succede? Succede che Berlusconi può scegliersi i candidati che vuole ed evitare una competizione fratricida tra i suoi. Ma a che prezzo? Al prezzo di rinunciare all’attivismo dei suoi in campagna elettorale. Infatti che interesse può avere un candidato in una lista bloccata a fare campagna elettorale? Nessuno. La sua elezione dipende dal suo posto in lista. Se è in cima si può vincere anche senza darsi da fare. Se è in fondo perde anche dandosi da fare. È il partito che ha interesse a raccogliere voti perché senza voti ovviamente non si prendono seggi. Ora, fino a quando il partito era “lui”, il Cavaliere vincente, non c’era bisogno di candidati che facessero campagna elettorale per mobilitare gli elettori moderati. Ci pensava “lui” e bastava. Anzi candidati attivi potevano essere fastidiosi, potevano frammentare il messaggio. La competizione doveva essere tutta incentrata su di “lui”. Era il cavaliere che prendeva i voti, non i candidati. Loro erano comprimari. Il protagonista assoluto era “lui”.
Ma “lui” oggi non è più quello di una volta. È un cavaliere dimezzato che alle ultime elezioni politiche ha perso più di sei milioni di voti. Forse si illude di poterli recuperare ma non è così. Il ciclo berlusconiano imperniato sulla sua figura è vicino alla fine. Forse comincerà una seconda fase del berlusconismo. Non si può dire. Le scelte del fondatore non sono note. Probabilmente nemmeno a “lui”. Ma in questa fase non potrà mai esserci un capo come “lui”. Ed è qui che Berlusconi e Verdini sbagliano sul voto di preferenza. Quando c’era “lui” le preferenze non servivano. Con un altro al suo posto servono, eccome. Nella seconda fase del berlusconismo, accanto a un nuovo candidato premier, ci vogliono candidati di lista da sguinzagliare sul territorio a caccia di voti per sé e quindi per il partito. Tanto più che i candidati comunque verranno scelti da “lui”. A furia di parlare di preferenze ci si dimentica che per procurarsele occorre prima essere messi in lista. E questo potere di nomina è saldamente in mano a chi comanda dentro i partiti.
Insomma, Forza Italia non si può più permettere le liste bloccate. Ma questo non vuol dire che il voto di preferenza sia diventato lo strumento ideale. Non è così. Resta uno strumento con tanti difetti e qualche pregio. Ma cambiano i tempi e cambiano le convenienze. Bisogna adattarsi. Tutto qui. Ma Berlusconi e Verdini non lo hanno ancora capito. Toti forse sì. Una soluzione di compromesso sulla questione delle preferenze conviene a tutti. Anche a chi le preferenze non le ama.

Il Sole 24 Ore 29.07.14

"Quando deve andare in pensione un professore?", di Simonetta Fiori

Notti insonni per molti professori universitari. La riforma della Pubblica amministrazione manda in pensione un cospicuo numero di docenti oltre i 65 anni di età. È vero che devono avere maturato 42 anni sei mesi e un giorno di contributi (gli uomini) e 41 anni sei mesi e un giorno di contributi (le donne), una cifra che può apparire irraggiungibile. In realtà per molti di coloro che sono entrati nelle università negli anni Ottanta il riscatto della laurea era un passaggio naturale. Così si calcola che nel giro di un paio d’anni l’università rischi di perdere un paio di migliaia di professori. E certo non tra i peggiori. Con gravi conseguenze per i dipartimenti delle facoltà umanistiche e i reparti di medicina.
Gli accademici protestano, con ragioni anche condivisibili. Mentre le università europee allungano i tempi della pensione, in conseguenza dell’aumento delle aspettative di vita, in Italia si anticipa la rottamazione. Negli Stati Uniti era stato Reagan a eliminare il mandatory retirement nelle università — fissato intorno ai 70 anni — e oggi si può andare in pensione quando si vuole (ma con verifiche molto rigorose). Da noi la legge stabiliva che i professori potevano restare in cattedra fino ai 70 anni. La nuova norma viene giudicata da molti «un errore» sotto il profilo culturale ed economico. Un appello firmato da alcuni filosofi – tra i quali Roberto Esposito, Michele Ciliberto, Maurizio Ferraris,
Remo Bodei – denuncia la «dispersione di competenze e saperi di cui invece università e sanità hanno vitale bisogno». Viene messo in evidenza anche quello che può essere considerato un vulnus per la Costituzione: ossia la discrezionalità di ogni singola università nel decidere se un docente deve o non deve andare in pensione («un elemento insostenibile di condizionamento e ricattabilità dei pensionabili»). Alle proteste degli accademici si affianca quella di Paola Binetti, deputata dell’Udc: «Mandare in pensione a 65 anni tutto il personale medico universitario non è frutto di una buona logica».
Il governo argomenta la “rottamazione” dei più vecchi con la necessità di far posto ai più giovani.
«Nessun problema di lesa maestà», dice Marianna Madia, la ministra artefice della riforma. «Restano salve le eccellenze», che però saranno giudicate tali da ogni singolo ente. Il quale valuterà se non sia opportuno dare nuove possibilità ai più giovani. I professori dissenzienti obiettano che non è così che si garantisce il lavoro dei nuovi ricercatori (i docenti pensionati non vengono sostituiti).
Da un parte gli argomenti populistici dei governanti — giovani versus vecchi, liquidati in massa dalla Madia come “cattivi maestri” —, dall’altra il sospetto d’una difesa corporativa che s’allunga sul ceto accademico: il terreno appare molto scivoloso. Ecco qui di seguito due pareri discordanti.

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“Dare false speranze ai giovani è una forma di populismo”

«ARISTOTELE sosteneva che il massimo dell’energia intellettuale si esprime a 49 anni. E ora vogliono decapitare un’intera classe accademica di poco più anziana?». Remo Bodei appare tra i firmatari di un appello contro la nuova norma che anticipa il pensionamento degli universitari.
Perché è contrario?
«Mi appare gravissima la dispersione di competenze: non mi riferisco solo alle nostre facoltà umanistiche, ma anche a quelle scientifiche e soprattutto mediche. Una successione che non è stata minimamente predisposta».
Si faciliterebbe in questo modo l’ingresso dei più giovani.
«Una falsa illusione. Il turnover è bloccato da tempo. Molti miei colleghi andati in pensione non sono stati ancora sostituiti».
Però esiste il problema di ricercatori bravissimi costretti a emigrare.
«Un problema molto serio, che non si risolve certo in questo modo improvvisato. L’università italiana ha bisogno di più docenti, non di meno professori. E si poteva pensare anche di abbassare l’età pensionabile, ma dando il tempo di riorganizzare reparti e dipartimenti».
La nuova norma sembra contraddire la logica del legame tra pensionamento ed evoluzione demografica.
«E infatti altrove in Europa, in conseguenza dell’aumento delle aspettative di vita, è aumentata l’età pensionabile dei professori. In America, dove insegno da molti anni, non c’è limite di età».
In Italia potrebbe essere pericoloso…
«Sono d’accordo: settanta anni mi sembra l’età giusta. Ma ora la vogliono abbassare di cinque anni».
Per lo Stato ci sarebbe un doppio peso economico: i pensionati e i nuovi assunti.
«Certo. Anche in termini economici non mi sembra un buon affare. Ma non facciamoci troppe illusioni sui nuovi assunti: quella di Renzi mi sembra una proposta populistica. Un populismo del terzo tipo: il migliore, ma pur sempre populismo».
Quali sono gli altri due?
«Il populismo illusionistico di Berlusconi — ghe pensi mi, un milione di posti di lavoro — e quello gridato, carico di risentimento contro la casta, che propone Grillo. Ma è una forma di populismo anche dare speranze senza poterle realizzare: non si investe abbastanza nel campo della formazione e della ricerca ».
Non crede però che da parte dei professori ci sia il rischio di una difesa corporativa? Non sono gli unici ad andare in pensione a 65 anni. Nell’editoria succede molto prima.
«Certo, il rischio esiste. Io però resto fuori dal “pelago”: sono professore emerito a Pisa e insegno nell’Università della California».
Lei no, non è sospettabile di corporativismo. Ma i professori interessati?
«Le rispondo così: il corporativismo verrebbe meno se davvero fosse garantito un ricambio di qualità. Posso usare estremizzando una metafora militare? È come se lo stato maggiore di un esercito venisse decapitato e la guida delle operazioni militari passasse
a capitani e sottotenenti. Il caos».
Magari qualche capitano messo alla prova si rivela migliore di un generale.
«Il problema dei talenti espatriati è molto grave. Ma – esagerando di nuovo – non si può fare come accadeva a Roma nel 390 a. C. sotto l’assedio dei Galli. I vecchi venivano buttati nel Tevere per permettere ai più giovani di nutrirsi. Una soluzione per molti versi efficace, ma temo non risolutiva».
( s. fio.)

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“Il nostro è un corpo malato ci vogliono energie nuove” di RAFFAELLA DE SANTIS
QUALCHE anno fa ha fatto parlare di sé con I baroni (Feltrinelli), libro dal titolo esplicito nel quale raccontava in forma narrativa il suo calvario nell’accademia italiana e la sua fuga da Palermo a Oxford, dove insegna dal 2007 Letterature comparate e Letteratura del Rinascimento. Oggi Nicola Gardini, professore cinquantenne, osserva con distacco partecipato la situazione italiana, ha un saggio in uscita a settembre con Einaudi intitolato Lacuna, in cui non parla di politiche universitarie ma di procedimenti narrativi, e si augura che la riforma dell’età pensionabile sia il primo passo per un ricambio generazionale dei professori nei nostri atenei.
Professore, come funziona il sistema inglese?
«In Inghilterra i professori vanno in pensione a 67 anni, dunque più o meno alla stessa età prevista dalla riforma. La differenza è che lì nessuno si lamenta. Eppure lasciare le università inglesi significa davvero uscire di scena: una volta fuori è impossibile continuare ad esercitare forme di influenza e ingerenza, come accade in Italia».
Dunque è giusto pensare di rottamare i professori?
«La parola rottamazione è dettata dal risentimento ed è carica di una certa emotività. È legittimo che ci sia un cambio di guardia, che si faccia spazio alle nuove generazioni. L’insegnamento universitario è un lavoro che richiede energia. Più si va avanti con gli anni, più si ha la testa impegnata in altre cose».
Lei pensa che i sessantenni siano tutti baroni?
«È vero che esistono anche baroni in pectore trentenni, ma per statuto il barone deve aver superato i 60 anni. Il potere accademico si acquista attraverso contrattazioni di anni. Non credo sia una perdita se si fa spazio ai giovani. In realtà questa riforma è una misura antibaronale ».
Il rischio è che si mandino via persone senza che vengano sostituite e che le università non facciano nuove chiamate.
«E invece non deve essere una misura per risparmiare ma per ringiovanire il sistema, per investire in nuove energie intellettuali. Ci sono molti atleti in panchina che non aspettano altro che riuscire a giocare la partita».
Può bastare la riforma delle pensioni a cambiare un sistema?
«È un primo passo. Certo, l’università italiana è un corpo malato, un luogo allo sbando, sarebbe meglio intervenire su più fronti. Per esempio iniziare a distinguere tra un ateneo che funziona e uno che non funziona, aprire agli stranieri e cambiare radicalmente il rapporto tra docente e discente per aiutare gli studenti a sviluppare senso critico. In Italia domina il modello feudale, i giovani sono bravi ma passivi, asserviti ai professori dai quali dipende il loro futuro».
Più che una rivoluzione burocratica quindi servirebbe una rivoluzione culturale?
«L’accademia risente del degrado morale del paese, vive una mostruosa asfissia. E’ maschiocentrica, familista e chiusa agli stranieri. Retta da una logica che andrebbe combattuta».
Crede che i giovani sapranno essere diversi?
«Certo potrebbero riprodurre gli stessi ingranaggi, ma bisogna dargli fiducia. Impensabile che stiano con la testa sott’acqua troppo a lungo».

La Repubblica 29.07.14

"Dall’ “Art bonus” alla carta del turista. Ecco tutte le novità del decreto cultura", da La Stampa

La novità più importante riguarda le agevolazioni fiscali per i mecenati del patrimonio pubblico. Ma nel decreto cultura, che con il voto di fiducia del Senato è legge, arrivano tante misure inedite, dalle commissioni ministeriali che dovranno vagliare i ricorsi contro le decisioni e i vincoli dei soprintendenti, all’autonomia gestionale e amministrativa per i musei più importanti. Oltre a interventi per velocizzare i restauri di Pompei, assunzioni a tempo indeterminato per under 40, il tax credit per agenzie di viaggio e operatori turistici incoming, start up per le imprese turistiche gestite da giovani.

Soddisfatto il ministro Franceschini: «Il decreto ArtBonus è legge. È arrivato il momento di investire in cultura e turismo. La legge abbatte, infatti, le barriere e supera le vecchie contrapposizioni ideologiche».

ART BONUS Il credito d’imposta del 65% è riconosciuto anche alle donazioni per concessionari e affidatari di beni culturali pubblici per interventi di manutenzione, protezione e restauro. Su un portale del Mibact tutte le informazioni sulle donazioni e sugli interventi realizzati e in corso d’opera. Inserita anche la possibilità di un crowfounding online.

POMPEI Rafforzamento della normativa anticorruzione, innalzamento delle garanzie a corredo delle offerte delle imprese (dal 2% al 5% del prezzo base del bando), adozione di un piano di gestione dei rischi e di prevenzione della corruzione e individuazione di un responsabile «di comprovata esperienza e professionalità».

DECORO Procedure più snelle per tutela e decoro di monumenti. In caso di revoca delle autorizzazioni l’indennizzo sarà commisurato ai redditi dichiarati.

TAX CREDIT PER PICCOLE SALE CINEMATOGRAFICHE Le piccole sale (purché esistenti dal 1980) potranno beneficiare per il 2015 e 2016 di un credito di imposta del 30% dei costi sostenuti per restauro e adeguamento.

CAPITALE CULTURA ITALIANA Ogni anno il Cdm sceglie la `Capitale italiana della cultura´. Finanzia il Cipe, su proposta del Mibact, a valere sulla quota nazionale del Fondo per lo sviluppo e la coesione.

PROGRAMMA ITALIA 2019 Nasce il “Programma Italia 2019” per i le città italiane candidate alla “Capitale europea cultura”.

ASSUNZIONI In deroga ai tetti della pa, istituti e i luoghi della cultura pubblici potranno assumere a tempo determinato professionisti under 40.

3% ALLA CULTURA E INVESTIMENTI NELLE PERIFERIE dal 2014, il 3% delle risorse aggiuntive previste ogni anno per le infrastrutture e iscritte nello stato di previsione della spesa del ministero dei trasporti è destinata a investimenti per cultura. Per i prossimi tre anni, 3 milioni di euro per progetti culturali nelle periferie.

TAX CREDIT PER AGENZIE DI VIAGGIO E TOUR OPERATOR Anche le agenzie di viaggi e i tour operator incoming (ovvero solo quelli che portano turisti in Italia) potranno beneficiare per tre anni di un credito di imposta del 30% per digitalizzazione.

CAMBIA CLASSIFICAZIONE ALBERGHI Entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge il Mibact rivedrà le classificazioni degli alberghi per adeguarle a quelle internazionali. Premiate accessibilità ed efficienza energetica.

BUROCRAZIA ZERO PER DISTRETTI TURISTICI Per rafforzare le imprese turistiche e la loro aggregazione in distretti e reti d’impresa sono individuate zone a `burocrazia zero´ dove con procedure più snelle per avvio e gestione imprese

TAX CREDIT PER AMMODERNARE ALBERGHI Una quota del credito d’imposta per la ristrutturazione degli alberghi potrà andare a favore delle spese sostenute per l’ammodernamento degli arredi.

FARI E CASE CANTONIERE IN CONCESSIONE A OPERATORI UNDER 35 Beni demaniali possono essere concessi in uso gratuito per 7 anni a imprese, cooperative e associazioni costituite in prevalenza da giovani fino a 35 anni.

LIRICA Misure per aiutare l’elaborazione l’attuazione dei piani di risanamento, semplificano le procedure di collocamento del personale e consentono ulteriori risparmi di spese. Vantaggi per fondazioni virtuose, volte a rafforzarne l’autonomia.

SOPRINTENDENZE I pareri delle soprintendenze potranno essere riesaminati d’ufficio o su istanza di un’altra amministrazione (non di un privato). Il riesame dovrà avvenire entro 10 giorni dalla richiesta, affidato a una commissione regionale interna al Mibact. In caso di mancata risposta da parte della commissione vale il parere espresso dal soprintendente.

GRANDI MUSEI, AUTONOMIA E SELEZIONE PUBBLICA PER I DIRETTORI Autonomia scientifica, finanziaria, contabile e organizzativa per i grandi musei che potranno avere un direttore esterno «di comprovata esperienza».

FOTO LIBERE NEI MUSEI Ok a scatti e selfie libero nei musei, purché per uso personale. Non vale per archivi e biblioteche.

CARTA DEL TURISTA servirà per sconti e promozioni per trasporto, biglietti di musei e luoghi della cultura.

START UP Dal 2015 anche le imprese turistiche create da under 40 potranno godere delle agevolazioni fiscali previste per le start up.

La stampa 29.07.14

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“Il decreto Cultura passa al Senato. Allo studio anche il tax-free shopping – Agevolato l’impiego di giovani nei beni culturali”, di
Antonello Cherchi

C’è voluta la fiducia per convertire in legge il Dl cultura, che sarebbe scaduto domani. Un rischio che il Governo non poteva correre. Così ieri al Senato il ministro per le Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, ha posto a nome dell’Esecutivo la questione di fiducia in modo da scongiurare che il provvedimento che contiene l’artbonus – oltre a una serie di altre misure su lirica, cinema e turismo – non si perdesse per strada. Arrivano, dunque, al traguardo i crediti di imposta studiati per dare ossigeno al patrimonio, allo spettacolo e alla rete alberghiera, così come gli interventi per velocizzare il Grande progetto Pompei, per restituire la Reggia di Caserta alla propria vocazione culturale, per contrastare il degrado dei luoghi d’arte, per dare un manager ai grandi musei, per rifondare l’Enit.
La legge – voluta dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini («Finalmente anche in Italia ci sono strumenti fiscali adeguati per sostenere la cultura e rilanciare il turismo», ha affermato) e che arriva dopo quella varata nell’estate scorsa dall’ex ministro Massimo Bray, rimasta in larga parte inattuata – si contraddistingue per gli incentivi fiscali studiati per aiutare la cultura e il turismo. La leva più potente è quella definita artbonus, ovvero un credito d’imposta del 65% per il 2014 e 2015 e del 50% per il 2016 riconosciuto a chi finanzia la conservazione del patrimonio pubblico e sostiene le attività artistiche. Durante l’iter parlamentare l’agevolazione è stata estesa ai soggetti concessionari o affidatari di beni culturali pubblici.
Altro credito d’imposta è quello concesso al turismo. In questo caso il bonus fiscale scende al 30% e interessa sia gli interventi di digitalizzazione sia di riqualificazione (ristrutturazione, eliminazione delle barriere architettoniche, incremento dell’efficienza energetica, acquisto di mobili) degli esercizi ricettivi.
Ci sono, infine, le agevolazioni concesse al cinema. In questo caso si tratta di benefici già esistenti che vengono aumentati – passa da 5 milioni a dieci il tax credit riconosciuto ai film stranieri girati in Italia con manodopera italiana e da 100 a 115 milioni, a partire dal 2015, la dote per i bonus fiscali di cui possono beneficiare cinema e audiovisivo – e di un altro introdotto durante il passaggio parlamentare. Quest’ultimo è il credito d’imposta del 30% a cui sono ammesse, fino a un massimo di 100mila euro e comunque nei limiti di un budget di 3 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2015 al 2018, le sale cinematografiche in attività almeno dal 1° gennaio 1980.
Sempre in tema fiscale, c’è un’altra novità inserita durante l’esame del provvedimento alla Camera: si tratta dell’istituzione di una commissione che dovrà esaminare la disciplina del tax free shopping, ovvero l’esonero dalle imposte degli acquisti fatti in Italia da turisti extra–Ue, per individuare risorse da destinare alla promozione del turismo.
Altre novità scaturite dal dibattito parlamentare riguardano il riconoscimento dello status di start-up innovative anche alle società che intendono promuovere il turismo attraverso tecnologie e software originali, la possibilità di far riesaminare i pareri dei soprintendenti da apposite commissioni di garanzia formate da personale del ministero, le misure per agevolare l’occupazione di giovani nei beni culturali. A tal riguardo è stata riscritta la norma del Dl che consente di impiegare con contratti a tempo determinato professionisti fino a 40 anni (prima il limite era 29 anni) da impiegare nella tutela e valorizzazione dei luoghi d’arte. Sempre per favorire l’occupazione giovanile si possono concedere a cooperative e associazioni costituite da soggetti fino a 40 anni (il Dl poneva il limite dei 35 anni) beni pubblici (cantoniere, caselli, stazioni ferroviarie e marittime, fortificazioni, fari) per la realizzazione di percorsi pedonali, ciclabili, equestri, mototuristici, fluviali e ferroviari.

Il Sole 24 Ore 29.07.14

"Il grande freddo tra Washington e Gerusalemme", di Gianni Riotta

Per tutto lo scorso week end editoriali compunti hanno spiegato ai nostri nonni come facilmente si sarebbe potuta evitare la Prima Guerra Mondiale un secolo fa. Se solo il Kaiser fosse stato meno militarista, l’Imperatore meno decrepito, le democrazie meno avide, i nazionalisti meno settari… Peccato che noi, nel 2014, siamo incapaci di spegnere i conflitti in Libia, brucia l’aeroporto a Tripoli e l’ambasciata Usa viene evacuata, in Egitto dove solo la repressione, perfino contro i giornalisti di Al Jazeera, permette al regime di governare, in Siria, 170.000 morti e milioni di profughi, in Iraq con le milizie di Stato Islamico ad occupare le città mentre i peshmerga curdi si armano a Nord, per non dire del confine Russia-Ucraina della bara volante MH17, Gaza, Hamas, Israele.

Risolvere le guerre lontane, libro ingiallito, filmato bianco e nero, dagherrotipo color seppia dei caduti malinconici, è war game per accademici, far arretrare Putin, sedare lo scontro tribale libico, chiudere la jihad sunniti-sciiti tra Iran, Siria, Libano e Iraq, impresa ardua. Facciamo male a irridere i nonni, i nipoti irrideranno noi. E di tutte le guerre che non sappiamo comporre, nessuna come quella che infuria dal 1948 tra Israele e arabi scandalizzerà in futuro, perché dopo frettolosi premi Nobel per la pace – il martire Rabin, Arafat, Obama -, convegni, manifestazioni, tomi a iosa, la vecchia fiaba del buon senso «Due popoli, Due Stati» strappa sempre l’applauso dei bene intenzionati e un buon voto nella tesi di laurea, ma sul campo, in Cisgiordania, a Gaza, a Gerusalemme, è equazione impossibile.

All’inizio della sua avventura alla Casa Bianca il cerebrale presidente Barack Obama auspicò che non essere unilaterale come George W. Bush, parlare a cuore aperto all’Università del Cairo, bastasse a sciogliere la storica diffidenza araba. Sei anni dopo, prende atto di non avere fatto breccia nella umma musulmana, di avere pessimi rapporti con l’Egitto, di aver perduto contatto con la Libia, di non aver piegato Assad in Siria, come era possibile senza tentennare, lasciando l’Iraq in mano alla minaccia fondamentalista. Perfino con Israele – storico alleato Usa – i rapporti sono pessimi, l’85% degli israeliani approva il raid contro Hamas del bizzoso premier Benjamin Netanyahu. Le personalità dei due leader, l’ex professore di diritto ad Harvard Barack contro l’ex commando delle Forze Speciali «Sayeret Matkal» Bibi, sono opposte, i due si detestano, ma chi crede che Washington e Gerusalemme non si intendano per questo è ingenuo, come gli strateghi che spengono la Prima Guerra Mondiale sull’iPad.

Per capire cosa sta accadendo nell’asse sterminato dal Nord Africa a Donetsk, passando per Gaza e arrivando nel Sud Est asiatico che la Cina vuole sotto la sua influenza, dovete partire dal punto che elude diplomatici ed analisti fermi allo status quo del Novecento: il mondo non ha guida, l’equilibrio bipolare Usa-Urss della Guerra Fredda è finito con il Muro di Berlino e l’effimero Nuovo Ordine Mondiale della globalizzazione a guida Usa del sottovalutato presidente Bush padre s’è arrestato l’11 settembre 2001. Il gelo tra Casa Bianca e Netanyahu non è «colpa» dall’algido presidente Obama: al contrario, Obama è stato eletto proprio perché la maggioranza degli americani non ritiene che, nella crisi economica e con il ceto medio che perde status e lavoro davanti all’industria robotizzata, gli Usa debbano essere vigile urbano del pianeta. Un tempo l’Aipac, il gruppo di pressione legato a Israele, era il più potente a Washington, adesso è uno fra i tanti, sui media Usa, online e nei talk show, la versione filo palestinese riceve spazio come la israeliana, non è più scandaloso evocare «la lobby ebraica». Obama sa di non avere né strategia, né diplomazia o consenso popolare per imporre pace o tregua, a Gaza. Netanyahu sa che Israele ha guai peggiori che non il broncio del generoso, e isolato, segretario di Stato Kerry. Intanto l’Onu, bloccata da Cina e Putin, ricorda un poco il Rotary Club, dibattiti felpati, e l’Europa attende dopo Ferragosto di lottizzare le sue nomine, poi interverrà.

In Medio Oriente il gioco è ribaltato rispetto a una generazione fa, il duello tra missili di Hamas e Scudo di Ferro dell’Idf, l’esercito israeliano, che poi su twitter ingaggiano la guerra psicologica, è politico non militare. L’Egitto di Al Sisi è felice di vedere distrutti i tunnel dell’odiata Hamas, silente alleato di Netanyhau. L’Iran combatte la guerra civile sunniti-sciiti, Turchia e Qatar, ambasciatori di Hamas, condannano Israele, consapevoli che la battaglia finirà quando Netanyahu ed Hamas avranno ottenuti i loro obiettivi: per i primi dimostrare agli islamisti di essere a loro volta «duri», per Gerusalemme ottenere una stagione di tregua.

Verranno un nuovo presidente americano e un nuovo premier israeliano, ma il mondo cercherà ancora a lungo – per una generazione almeno – il nuovo leader, un equilibrio stabile, una Pax Globale. Nel frattempo la piramide dei morti innocenti crescerà, indifferente al chiasso volgare delle propagande che se ne contendono la memoria offesa.

La Stampa 29.07.14

"A chi tocca decidere", di Nadia Urbinati

Il Ministro Pier Carlo Padoan intervenendo alcuni giorni fa in Parlamento sugli esiti dell’Ecofin, ha chiuso la porta a facili entusiasmi sulla portata delle politiche sociali ed economiche in merito a crescita dell’occupazione e a rilancio dell’economia: «i progressi saranno indicati nel Def di settembre», ha detto il ministro, ma è indubbio che «per la crescita non esistono scorciatoie». Crescita che sarà debole e incerta, specchio degli stretti margini di manovra a disposizione del governo (e dei governi Ue). Si tratta di un riconoscimento dell’impotenza del potere decisionale degli Stati nazionali, non soltanto per i vincoli del Patto di Stabilità, ma ancora prima quelli imposti dalla crisi finanziaria, dai costi sempre più alti delle politiche sociali e dal peso del debito pubblico. L’unica progettualità certa sembra consistere nel restringimento del ruolo dello Stato nelle politiche sociali e nei tagli. E i dati Istat sulla crescita della povertà assoluta, l’erosione del benessere diffuso e del senso di sicurezza sul futuro lo confermano.
Ha scritto Zygmunt Bauman, in un saggio dal titolo significativo Verso un nuovo umanesimo , che se nel Ventesimo secolo la questione della politica era “che fare?” ora è invece “chi lo farà?”. L’attenzione si è spostata dalle visioni alle funzioni, dal progetto alla gestione. Chi sono i protagonisti della decisione in questa fase che, con le parole di Gramsci, si può chiamare di “inter- regnum”? La vecchia volontà era associata alla sovranità dello Stato Nazione: la divisione tra destra e sinistra che ne strutturava la politica era relativa agli equilibri sociali interni agli Stati, alle alleanze o alle alternative tra partiti rappresentativi di interessi socio-economici chiari. Quella volontà alla quale ancora oggi associamo la politica è in disarmo. Impotente e incapace a programmare nonostante sia ancora il volto del potere che si rivolge ai cittadini per chiedere loro sostegno, sacrificio, cooperazione.
Ma i poteri che decidono su come sarà la nostra vita, su che cosa possiamo sperare di realizzare, sono fuori dagli strumenti di controllo politico sui quali le nostre democrazie si sono stabilizzate e, ancora oggi, chiedono legittimità e consenso. La struttura democratica di decisione con sistemi elettorali di rappresentanza popolare, con il monopolio statale in settori nevralgici, con istituti di controllo costituzionale delle maggioranze: questa struttura democratica era basata sull’assunto che lo Stato Nazione avesse in mano il governo del territorio, che fosse sovrano.
Oggi, i governi sono ancora sottoposti al controllo dei cittadini e delle costituzioni, sennonché altri sono i vincoli determinanti: quelli dettati dai mercati finanziari e dalle politiche monetarie dirette dalle banche. Insomma i referenti ufficiali — coloro che portano la responsabilità e subiscono le conseguenze delle decisioni dei governi — sono i cittadini, ma le politiche messe in campo sono determinate non dalla loro volontà, bensì da altri referenti, il cui potere è informale e “soft”, non sottoposto allo stesso controllo al quale sono sottoposti i poteri politici tradizionali.
L’inter-regnum designa dunque una crisi di autorità. Perché l’attore della politica — lo Stato Nazione — non ha nelle sue mani le leve della decisione. Quel che promettono i governi sempre più aleatorio e incerto. Questa condizione è rappresentata dalle parole di Padoan che, da un lato fanno la cronistoria delle politiche messe in cantiere, e dall’altro spengono gli entusiasmi sulle reali opportunità che il governo ha di attuare il programma. Come reagisce la politica a questa fase?
A questa crisi di autorità corrisponde paradossalmente una mutazione della democrazia da parlamentare a esecutivista. È come se la riposta ai ristretti margini di libertà di azione spinga i governi a reclamare più potere decisionale, più libertà da lacci imposti dalle procedure e dalle istituzioni della democrazia costituzionale. Lo Stato nazionale è in una crisi di sovranità e i governi reclamano più potere. Ecco il senso della riflessione di Bauman per cui mentre nei decenni della ricostruzione democratica la domanda della politica era “che fare?” oggi la domanda è “chi lo farà?” Non il progettare ma il fare all’interno del corridoio stretto che la sovranità dei mercati finanziari picchetta. Al declino di autorità dello Stato le democrazie rispondono sacrificando il potere del parlamento ed estendendo quello del governo, una strategia emergenziale. In questa cornice va iscritto il processo di riequilibrio dei poteri dello Stato, senza alcuna certezza che più potere di decisione si traduca in decisioni meglio attrezzate a rispondere ai bisogni di una società impoverita e sfiduciata.

La Repubblica 29.07.14