Latest Posts

"Autonomia scolastica: intesa bipartisan per cambiare le regole?", di R.P.

Le norme sulla autonomia delle istituzioni scolastiche potrebbero essere riviste nei prossimi mesi. E forse questa volta fra maggioranza e opposizione potrebbe persino esserci un accordo. La previsione è legata ai contenuti di una risoluzione presentata da 5 deputati in rappresentanza di Pdl, PD, Idv, Lega e Udc che a partire dai prossimi giorni verrà esaminata dalla Commissione Cultura della Camera.

La risoluzione parte dalla constatazione che la legge 440 del 1997, che rappresenta la norma di finanziamento della legge istitutiva dell’autonomia scolastica, ha ormai 13 anni di vita e richiederebbe quindi una “verifica profonda”.

“L’intento originario e l’obiettivo prioritario della legge – osservano i parlamentari firmatari del documento – erano quelli di accompagnare l’impegnativa riforma di sistema dell’autonomia scolastica finanziando in modo mirato la scuola con un fondo permanente, che, destinato particolarmente ai territori, anticipava l’idea di un fondo perequativo”.

Ma a questo punto è anche necessario capire se davvero i fondi della legge 440 e più in generale l’intera normativa sulla autonomia sono davvero serviti a migliorare l’efficacia e l’efficienza del nostro sistema scolastico.

D’altronde, osservano ancora i deputati, diverse indagini internazionali rilevano che il sistema scolastico italiano è ancora caratterizzato da un eccessivo centralismo e da scarsa autonomia.

Sulle modalità da seguire per promuovere l’autonomia scolastica, i firmatari della risoluzione hanno anche qualche idea.

Per esempio propongono che vengano promosse iniziative volte a sviluppare fra il personale scolastico “un’aggiornata cultura dell’organizzazione che consenta ad ogni comunità scolastica di utilizzare tutti gli strumenti previsti dal decreto del Presidente della Repubblica n. 275 del 1999 (il Regolamento sulla autonomia, ndr)”.

Senza dimenticare la necessità di “realizzare – a livello di scuola – sistemi di autovalutazione e di verifica degli apprendimenti, dell’insegnamento e dell’organizzazione, in correlazione con futuri ed auspicabili organismi di valutazione esterna, per favorire una maggiore riflessione dell’istituzione scolastica sul proprio lavoro e per favorire forme di rendicontazione pubblica (esempio: bilancio sociale)”.

Più di ogni altra cosa sarebbe però indispensabile “sostenere la cultura e la pratica della rete e della concertazione tra le scuole, per contrastare fenomeni di autarchia e competizione, rafforzare i sistemi educativi territoriali, agevolare i rapporti con gli enti locali, anche in previsione di una più incisiva partecipazione degli stessi alla gestione del sistema educativo”.

L’autonomia scolastica potrebbe insomma entrare in una nuova fase anche in considerazione del fatto che l’intero “pacchetto” sul federalismo fiscale prevede “la necessità di definire i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) in materia di istruzione”.

Il dibattito che inizierà nei prossimi giorni alla Camera fornirà indicazioni politiche importanti che consentiranno di capire se – al di là della questione dei “tagli” – fra maggioranza e opposizione si possa realizzare qualche forma di intesa in materia di politica scolastica.

Da Tecnica della Scuola 18.09.10

"La Cgil riapre al confronto su contrattazione e fisco", di Giorgio Pogliotti

La Cgil deve uscire dall’angolo e «riconquistare il potere contrattuale», senza arroccarsi nella difesa dell’esistente. Parlando al direttivo che oggi avvierà le procedure per la sua successione, Guglielmo Epifani ha sottolineato – con chiaro riferimento alla Fiom che preme per lo sciopero generale –, che pur senza chiedere passi indietro a nessuno, occorre abbinare alla protesta la capacità propositiva: «Di fronte ad un attacco di queste proporzioni non sarà solo il conflitto a consentire la riconquista dei tavoli di confronto – ha detto –. Al conflitto bisogna unire capacità di proposta, la difesa del contratto nazionale è essenziale, ma passa per l’innovazione del contratto nazionale stesso».
Quindi tutta la Cgil sosterrà la giornata di mobilitazione della Fiom del 16 ottobre perché «non possiamo accettare che il sindacato più grande non sieda ai tavoli e non faccia gli accordi», ma al tempo stesso «bisogna trovare assieme le vie d’uscita da questa situazione». Per Epifani è «pretestuoso e falso dire che la Cgil non firma contratti», a questo proposito ha ricordato i «50 contratti nazionali firmati unitariamente e i 12mila accordi aziendali fatti in 2 anni, molti dei quali firmati solo dalla Fiom». Il problema, insomma, va circoscritto al contratto dei metalmeccanici e alla Fiat, «non bisogna generalizzare».
Contro la politica economica del governo la Cgil scenderà in piazza a Roma a fine novembre per «sollecitare una svolta» e denunciare «gli attacchi ai diritti lavoratori dei settori pubblici e privati», ma prima di questa data, il 29 settembre, aderirà alla giornata di mobilitazione promossa dal sindacato europeo. Ieri, in mattinata Epifani aveva espresso solidarietà ai tre operai della Fiat di Melfi licenziati dall’azienda e reintegrati dal giudice del lavoro, ancora in attesa di tornare in fabbrica, ricevuti nella sede della confederazione insieme al segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, e al vicesegretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Al termine delle consultazioni tra i 161 membri del direttivo promosse dal comitato dei saggi che sarà eletto oggi, Camusso con ogni probabilità è destinata a novembre a diventare il nuovo segretario generale della Cgil.
In risposta alla lettera inviata ai sindacati dalla presidente degli industriali, Emma Marcegaglia (si veda l’articolo a pagina 5), invitati ad un tavolo sulla crescita e le riforme, Epifani ha proposto due temi di discussione: il peso del fisco sul lavoro dipendente, la democrazia e la rappresentanza sindacale. Ed ha aggiunto un accenno polemico: «c’è bisogno che Confindustria decida perché non può confrontarsi con la Cgil e poi mettere all’angolo la Fiom». L’iniziativa del presidente di Confindustria è stata accolta positivamente dai segretari generali di Cisl e Uil: «Fa bene Marcegaglia – ha detto Raffaele Bonanni (Cisl) –. Il Paese progredisce se c’è sviluppo e questo ci sarà solo se c’è cooperazione tra le parti sociali». Luigi Angeletti (Uil) ha definito il tavolo «una buona idea, l’approccio è corretto, giusto per affrontare i problemi che abbiamo» e si è detto «pronto a discutere sulle regole per la rappresentanza» ricordando «abbiamo già fatto un accordo unitario diverso tempo fa, ma se qualcuno non è d’accordo ridiscutiamolo».
Tornando al direttivo della Cgil, Landini ha preso le distanze dall’attacco ad Epifani, lanciato il giorno precedente dal collega della Fiom Sergio Bellavita, («non è la Fiom a rischio isolamento semmai lo è la Cgil»), sostenendo che si tratta di una posizione personale, non parlava a nome della Fiom».

Il Sole 24 Ore 18.09.10

"La febbre delle riforme sbagliate", di Luigi La Spina

L’invito, del tutto condivisibile, arriva anche da personalità molto autorevoli, come il presidente della Repubblica: basta con le polemiche a suon di pettegolezzi e di insulti, discutiamo e variamo finalmente le grandi riforme necessarie per l’avvenire del nostro Paese. L’intento è lodevole, ma il riformismo, di per sé, non garantisce un buon risultato. Anche se la diagnosi del male che si vuol curare è giusta, ci sono terapie inefficaci e addirittura medicine che aggravano il male, con effetti opposti a quelli che si volevano ottenere. Come ha scritto, qualche giorno fa, Bill Emmott sulla Stampa, pure copiare la formula vincente all’estero non assicura all’Italia lo stesso successo.

L’esempio più efficace e clamoroso di questo cattivo riformismo si trova nel settore dove, negli ultimi tempi, più si è rovesciata la furia di cambiamento dei vari governi, di entrambi gli schieramenti: l’università. Una specie di campo di esercitazione per la volontà dei vari ministri che si sono succeduti su quella poltrona di iscrivere il loro nome nella storia delle «svolte epocali» di questa istituzione. Con il risultato di rischiare di essere ricordati come i volenterosi ma maldestri becchini del futuro di tanti giovani italiani. Per poter giudicare gli effetti di una riforma, però, ci vuole soprattutto pazienza, perché solo dopo un congruo periodo di tempo si possono confrontare i traguardi sperati con i risultati ottenuti. Così, per l’università, l’esercizio si può tentare per quella riforma, davvero «epocale», che, circa 10 anni fa, varò, negli atenei italiani, il famoso «tre più due» al posto dei canonici quattro anni per arrivare alla laurea, com’era stabilito nella maggior parte delle nostre facoltà. Ricordiamo le finalità di quella legge, invocata, tra gli altri, anche da Confindustria e sindacati come la terapia giusta per combattere i tre gravi mali della formazione universitaria in Italia: il ritardo con il quale i giovani si inserivano nel mondo del lavoro, la quantità di abbandoni degli studi prima di arrivare alla laurea, cioè la cosiddetta «mortalità universitaria», l’alto costo per lo Stato di ogni studente parcheggiato in quelle aule. La soluzione del problema era semplice: bastava copiare la struttura della formazione accademica europea fondata su lauree brevi di tre anni, lauree magistrali di altri due e, poi, il dottorato di ricerca.

Ebbene, dopo quasi 10 anni, chiunque frequenti un ateneo, per qualsiasi ragione e in qualsiasi ruolo, dovrà riconoscere che quella legge non solo non ha curato quei mali, ma li ha aggravati. Il mondo del lavoro rifiuta la laurea triennale, a cominciare dallo stesso Stato che per gli insegnanti, ad esempio, richiede quelle magistrali. Per non parlare degli ordini professionali, come quello degli ingegneri, degli architetti, degli avvocati. Così, la stragrande maggioranza degli studenti prosegue gli studi dopo i tre anni, con il risultato concreto di allungare e non di diminuire il loro inserimento nel mondo del lavoro. Per non parlare della sorte dei «dottori di ricerca», assorbiti in minima parte dagli atenei e universalmente osteggiati e non assunti dalle aziende.

A questa disgraziata «eterogenesi dei fini», si aggiunge un paradosso che tutti i docenti dei nostri atenei possono confermare. Trascorrere un anno di più, al minimo, nelle aule di giurisprudenza, matematica, lettere o economia non garantisce affatto una migliore preparazione. Anzi, nella grande maggioranza dei casi, il livello culturale dei laureati è peggiorato negli ultimi dieci anni. L’alta quota di «mortalità universitaria», poi, è rimasta costante o è cresciuta, per cui le distanze, rispetto ai Paesi dell’Occidente con i quali ci dobbiamo confrontare, restano umilianti. Il fenomeno del parcheggio di studenti fuori corso da anni si è aggravato, perché la poca spendibilità della laurea triennale ha spinto a un affollamento, di iscrizioni se non di frequenze, verso quella magistrale di allievi poco motivati o non meritevoli, per varie ragioni, di conseguirla. Con l’effetto di mantenere troppo alto e del tutto sproporzionato ai risultati il costo pro-capite dello studente per lo Stato. Dal momento che, come si sa, solo una parte di quel costo viene pagata dalle rette, mentre il resto è a carico della fiscalità generale.

Questo pessimo bilancio della più importante riforma che si sia abbattuta sugli atenei italiani, però, sembra non insegnare nulla ai successori di quelli sciagurati padri portatori di questa insana febbre riformistica che, come un contagioso focolaio di pericolosi germi, infetta inesorabilmente i ministri competenti (?!). Con entusiasmo assolutamente bipartisan, consigliati da esperti disposti, con la massima disinvoltura, a mettere i frutti delle loro fantasie a disposizione di entrambi gli schieramenti politici, i responsabili di quel dicastero non hanno pace. Ogni due, tre anni sfornano una riforma che rivoluziona la precedente. Senza aspettare che il tempo faccia capire gli effetti delle loro mosse. Non li spaventano proteste, critiche, perplessità. Verrebbe voglia davvero di rivolgere un appello controcorrente: ministri, faticate un po’ di meno e pensate un po’ di più.

La Stampa 18.09.10

""Aiuto, ci è scomparso il supplente" Caos nelle nomine, ne mancano migliaia", di Salvo Intravaia

Alunni in classe e cattedre vuote. Ad una settimana dal suono della prima campanella nella maggior parte delle regioni, mancano ancora all’appello tantissimi supplenti. Il numero esatto non è ancora noto, ma potrebbero essere 10 o addirittura 20 mila le cattedre scoperte, come si dice in gergo. In questa prima settimana, nelle scuole senza prof, gli alunni vengono liquidati dopo poche ore di lezione e per le famiglie, costrette ad una organizzazione “giornaliera flessibile”, i problemi crescono. In parecchi casi sono ad attendere un docente anche gli alunni disabili: i più deboli.
Un avvio di scolastico particolarmente caotico. La principale causa dei ritardi è l’avvio della riforma della scuola secondaria superiore. A Milano, dove le lezioni sono iniziate il 13 settembre, come – denuncia la Flc Cgil – devono essere nominati ancora 2 mila e 400 insegnanti. E nel capoluogo lombardo gli impiegati dell’Ufficio scolastico provinciale si sono fatti in quattro già dal mese di agosto per nominare i supplenti. In provincia di Cuneo i supplenti della scuola superiore sapranno soltanto martedì prossimo quando potranno scegliere le sedi ancora libere. A Napoli, la prima campanella è suonata il 15 settembre, ma le convocazioni sono iniziate ieri. Nella provincia campana occorre nominare qualcosa come 3 mila e 800 insegnanti e di tempo ce ne vuole. Anche perché per inviare tutti i docenti in cattedra non basta una sola convocazione. E la fretta, si sa, gioca brutti scherzi. Nel capoluogo campano, le convocazioni effettuate ieri per l’assegnazione delle supplenze di sostegno della scuola dell’infanzia, per un errore nella pubblicazione delle sedi disponibili, dovranno essere ripetute il 21 settembre. Mentre quelle del secondo grado partiranno domani.
A Roma si è iniziato a nominare il 2 settembre, ma il 23 i supplenti della scuola dell’infanzia saranno ancora chiamati a scegliere le sedi rimaste vacanti. Quando in una provincia, come quella di Roma, occorre nominare 8 mila supplenti anche il più piccolo imprevisto può fare slittare tutto di una o due settimane. Quest’anno, come ha avuto modo di scrivere al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, il provveditore di Firenze, Claudio Bacaloni, gli organici sono stati comunicati agli uffici periferici solo il 5 agosto. E il ritardo era quindi più che prevedibile: le iscrizioni al superiore sono state chiuse a fine marzo e tutte le operazioni (trasferimenti, organici di fatto, assegnazioni provvisorie, utilizzazioni), sono slittate in avanti. In provincia di Firenze, il secondo calendario delle convocazioni è previsto per il 22 settembre. E a Reggio Emilia occorre individuare ancora un centinaio di supplenti, ma se ne parlerà la prossima settimana. A Palermo, dove le lezioni sono iniziate ieri, le supplenze per la scuola superiore sono state avviate oggi. Mentre in provincia di Messina per avere un supplente di Italiano alla media o al superiore occorrerà aspettare giovedì prossimo.

La Repubblica 18.09.10

"Noi ad Adro per difendere il tricolore", di Giuseppe Civati

Eppur si muove, questo partito. Quando ho raccolto l’invito di Silvio di Adro (che si chiama davvero così, e fa il coordinatore del Pd locale) e di Filippo di Coccaglio, non immaginavo che la sfida sarebbe stata raccolta da tutti. E invece, per una volta, è andata così. Stamattina ad Adro, nonostante i giornali fatichino a dare notizia della nostra mobilitazione (troppo impegnati a parlare del famoso dibattito interno tra le diverse componenti), ci sarà tutto il Pd. Tutti assieme contro l’uso dei simboli di partito in una scuola pubblica. A partire da Francesca Puglisi, responsabile nazionale della scuola, Filippo Penati, già candidato alla presidenza della Regione, e Gianni Girelli, collega consigliere di Brescia. Chissà che a questo punto a qualcuno non venga voglia di parlarne. Di dirlo in giro.
E chissà che a tutto il Pd non venga voglia, finalmente, di fare così.
Ogni volta che può, ogni volta che serve.
Anche perché in questa vicenda il comportamento del ministro della fu pubblica istruzione è incredibile. Prima bolla l’iniziativa della scuola leghista di Adro come folcloristica. Poi precisa che non le piace molto. E però trova spazio per la polemica, proprio lei che ha sempre diffidato di chi faceva politica a scuola. Gelmini infatti coglie l’occasione per prendersela con quelli che a scuola portano i simboli della sinistra. Ci ho pensato un po’ su, e ho capito a che cosa si riferisce: la foto del presidente della Repubblica, la bandiera italiana e gli insegnanti. Veri simboli di una cultura democratica. Che resiste, nonostante questo governo.
Però forse la cosa più grave di tutte, è che ad Adro, alla mensa scolastica tristemente famosa, si mangia etnico. Nel senso di monoetnico. Maiale a profusione, per tenere lontani i bambini islamici.
Chissà se anche in questo caso il ministro Gelmini parlerà di Adro come di un modello. Chissà che qualcuno voglia dire qualcosa, in proposito. E voglia ricordare che la scuola dovrebbe essere di tutti. Nessuno escluso. Per quello si chiama pubblica. Per quello la Costituzione sancisce il diritto all’istruzione.
Intanto, forse disturbato dai troppi simboli di partito, il sindaco di Adro preferisce la scuola privata (lo avevamo capito) e spiega che anche la Rosa Camuna, simbolo della Regione Lombardia, potrebbe insospettire qualcuno (ma chi?).
Nel frattempo, però ha rimesso il tricolore. Gli suggerirei di fare ancora uno sforzo. Togliere i settecento (700!) simboli riconducibili alla propaganda di partito. E chiedere scusa a tutti.

Da Europa Quotidiano 18.09.10

******

“Scuola di classe”, di Massimo Gramellini

La scuola pubblica di Adro griffata col simbolo di un partito meriterebbe uno stato di indignazione permanente effettiva (e invece è già stata digerita con un’alzata di spalle fra l’abulico e il rassegnato), ma esiste un altro aspetto della vicenda che apre squarci lancinanti sul futuro. Quella scuola è un gioiello d’avanguardia, con i robottini che puliscono il prato, i banchi ergonomici, le lavagne elettroniche. Sta alle strutture cadenti e carenti in cui si muove la maggior parte degli insegnanti e dei ragazzi come una fuoriserie fiammante a un’utilitaria scassata.

Questo perché gli abitanti di Adro si sono autotassati per finanziarla, nell’applicazione più estrema e gratificante del federalismo fiscale. Fino a prova contraria, infatti, è come se ogni cittadino di quel Comune lombardo avesse pagato le tasse due volte. La prima, obbligatoria, per sovvenzionare le scuole scalcinate del resto d’Italia. La seconda, volontaria, per edificare a due passi da casa il capolavoro destinato ai propri figli.

E’ la rappresentazione plastica della crisi dello Stato Sociale. Il Pubblico non ce la fa e il Privato, inteso come fondazioni e sponsor, non è in grado di colmarne le lacune. Così la palla torna ai cittadini e la qualità dei servizi tenderà sempre più a corrispondere alla loro condizione sociale. I Paesi e i quartieri benestanti avranno le scuole e gli ospedali migliori, mentre gli altri dovranno accontentarsi di passeggiare fra i ruderi del Welfare, come ben sanno gli studenti e i degenti che si portano la carta igienica, e non solo quella, da casa.

La Stampa 18.09.10

«Piovono tagli sull'università», di Roberto Ciccarelli

La riforma Gelmini dell’università verrà discussa dalla Camera a partire dal prossimo 15 ottobre. Il calendario strettissimo è stato stabilito ieri dalla commissione cultura dove è iniziato il secondo round della discussione su un provvedimento che cancellerà il ruolo dei ricercatori, moltiplicherà il numero dei docenti precari e trasformerà gli atenei italiani in un feudo a disposizione dei rettori e dei docenti ordinari. «Mi pare che ci stiamo avvicinando al traguardo», ha affermato il ministro Gelmini in occasione dell’avvio del dibattito in commissione, dopo avere ricordato che la sua riforma «è frutto di un lavoro di due anni e di una consultazione amplissima» con la comunità universitaria.
Nessun accenno alla protesta dei ricercatori che si riuniranno in assemblea domani alla Sapienza di Roma, né agli innumerevoli pronunciamenti degli organi accademici che in tutti gli atenei italiani si sono espressi contro una riforma che non è mai stata accompagnata dal consenso di chi lavora nelle università e dal favore degli studenti che dovrebbero trovare nell’università una prospettiva per il proprio futuro. E nessuna parola su una nuova, gravissima, denuncia del Consiglio universitario nazionale (Cun) che ieri ha rivelato l’esistenza di un nuovo taglio di 279 milioni al Fondo ordinario di finanziamento (Ffo).
In un decreto del 13 settembre il ministero dell’economia ha stabilito che il Ffo del 2011 ammonterà a 7.485 milioni di euro. Da questa cifra verranno detratti altri 279 milioni da sommare al taglio della legge 133 del 2008 che prevede nel 2011 una sforbiciata di 1 miliardo e 76 milioni e nel 2012 un altro miliardo e 154 milioni. Quando ad ottobre il sospirato finanziamento ministeriale arriverà con un anno di ritardo nelle casse degli atenei, la novità sarà sotto gli occhi di tutti. Per la prima volta il Ffo, subirà una riduzione in termini assoluti del 3,72 per cento rispetto all’anno precedente.
Fino a quest’anno il fondo per l’università è stato incrementato. Nel 2009 era a quota 7485 milioni (più 63 milioni rispetto all’anno precedente). Nel 2008 c’erano 7422 milioni di euro (più 289 milioni rispetto al 2007). «Ad essere cambiato – conferma Sergio Zilli, ricercatore a Trieste e membro del Cun – è il meccanismo di adeguamento automatico del Ffo rispetto alle spese per gli stipendi. Da quest’anno, il Ffo viene tagliato in termini assoluti e questo significa che il governo contribuirà sempre di meno alle spese, mentre gli stipendi seguiranno il loro normale incremento portando le università a superare la soglia del 90 per cento oltre la quale il ministero deciderà di sottrargli altri fondi perché non saranno più soggetti virtuosi».
Il nuovo taglio, continua Zilli, crea una situazione per cui anche l’università che si è classificata agli ultimi posti della speciale classifica ministeriale del merito e dell’eccellenza avrà una perdita non superiore al 5 per cento rispetto al 2010, cioè la stessa percentuale che perderanno gli atenei virtuosi. È quindi inutile dire che il merito viene premiato se questa politica dei tagli tratta nello stesso modo i virtuosi e i viziosi. «Per evitare uan divarizazione estrema della forbice dei finanziamenti – ha spiegato Francesco Favotto, coordinatore della commissione programmazione del Cun – sono stati apportati dei correttivi che limitano nei fatti al 5 per cento gli aumenti o i tagli così da calmierare i premi da distribuire ai più bravi e permettere ai meno bravi di sopravvivere ancora».
In parole meno tecniche, ma che vanno al sodo della mistificazione in atto, il Cun sostiene che la politica dei tagli del duo Tremonti e Gelmini rende velleitarie e poco praticabili le istanze di innovazione, di merito, di programmazione, di risultato, di miglioramento dell’attività delle università che il governo intende soddisfare approvando velocemente, e prima che le proteste invadano le strade di tutto il paese.
Ma in questo calcolato progetto di distruzione dell’università pubblica non è ancora stato valutato il peggio. Dal Cun viene un’altra denuncia, ancora più preoccupante. Se la sforbiciata del 13 settembre rischia di azzoppare la punta di diamante di una riforma sedicente, all’inizio del prossimo anno il mondo universitario dovrà affrontare altri tagli.
Dal Ffo verranno detratte risorse diverse da quelle già tagliate dalla legge 133 del 2008. Si tratta dei 550 milioni di euro che la finanziaria del 2007 ha stanziato per l’università nell’arco di un triennio. A questi bisogna aggiungere anche i 436 milioni di euro che Tremonti ha prelevato dal fondo per l’università e ha usato per finanziare una parte del taglio dell’Ici. Questo provvedimento è stato votato nel 2009 ed entrerà in vigore nel 2011. E infine ci sono altri 400 milioni, quelli che sono stati coperti quest’anno dallo scudo fiscale e che nel 2011 non hanno ancora copertura: il finanziamento del Ffo passerà da 7,2 a 6,1 miliardi.
Hanno creato un deserto. La chiamano riforma.

dal manifesto

«Le mani della lega sulla scuola pubblica», di Salvatore Settis

In attesa che Bossi riceva l´annunciata laurea honoris causa da un qualche Ateneo presuntivamente celtico, la Lega allunga le mani sulle scuole pubbliche. È di domenica la notizia della scuola di Adro «leghizzata» con gran dispiego di «sole delle Alpi» dai banchi al tetto; intanto a Bosina di Varese la moglie di Bossi dirige la scuola «dei Popoli Padani», privata ma con una dotazione di 800.000 euro decisa dal governo con la cosiddetta «legge mancia» (Il Giornale.it, 13 settembre). È dunque il momento giusto per interrogarsi sui meriti culturali di Bossi, che fanno tutt´uno coi progetti scolastici del suo partito. Secondo i suoi detrattori, il futuro dottore sarebbe capace solo di gestacci, insulti alla bandiera ed altre volgarità: grandi virtù comunicative, meglio di una tesi di laurea. Ma gli orizzonti culturali di Bossi sono assai più ampi. In un discorso del 27 gennaio 2004, dal titolo Dio salvi la Padania (visibile sul sito della Lega), egli traccia addirittura un quadro della «rottura geopolitica del mondo» dopo l´11 settembre, colpa di «Roma ladrona» oltre che dell´attacco alle Torri gemelle. Sull´Italia, la dottrina di Bossi è questa: «quando uno Stato è eterogeneo dal punto di vista etnonazionale, i problemi girano attorno a due lealtà, la lealtà alla Nazione e quella verso lo Stato. Per i popoli che non sono dominanti, come noi padani, le due lealtà sono distinte e possono entrare in competizione tra loro. In questi casi la minoranza chiede l´autodeterminazione nazionale, un diritto sancito dall´Onu». Eterogeneità etnonazionale, «comuni matrici etnoculturali» dei popoli padani: ecco un linguaggio «dotto» dove non ce lo aspetteremmo. Da dove viene?
Il miglior parallelo sono le elaborazioni «teoriche» del «Pensiero Etnonazionalista» e dell´«Idea Völkisch nelle comunità Alpino-Padane» che si possono leggere in un libro, Fondamenti dell´Etnonazionalismo Völkisch (2006), firmato da Federico Prati, Silvano Lorenzoni e Flavio Grisolia. Secondo loro, «le comunità padane» sono la miglior risposta a «un´epoca etnicamente e culturalmente decadente», all´«immigrazione allogena, al materialismo comunista, al mondialismo massonico». Fin troppo chiare le matrici razziste e fasciste, anzi naziste, della terminologia usata (völkisch , «sangue, suolo e conoscenza»). Silvano Lorenzoni, festeggiato nel giorno del suo compleanno come « un vero identitario/razzialista bianco veneto/europeo», è stato presidente dell´Associazione Culturale Identità e Tradizione, che si ispira a Julius Evola, e capogruppo della Liga Veneta nel Consiglio Comunale di Sandrigo (Vicenza). La casa editrice Effepi (Genova), che ha pubblicato questo e altri volumi su tale «etnonazionalismo», si distingue anche per i suoi libri di «storia non convenzionale» del Novecento, per esempio quello di Udo Walendy che considera l´Olocausto un prodotto della propaganda antitedesca ottenuto con abili fotomontaggi.
Ma la neoideologia padana non si affermerebbe senza mettere le mani in pasta nell´educazione delle nuove generazioni: nella scuola. Guardiamo quel che succede in Spagna, nazione anche in questo sorella, dove l´insorgere delle autonomie regionali si lega strettamente alla fine del franchismo e alla fortuna delle lingue diverse dallo spagnolo (specialmente il catalano e il basco), fondata sulla loro lunga e nobile tradizione culturale, ma anche su una sacrosanta reazione alla repressione franchista. Ma l´ondata degli autonomismi regionali ha generato e diffuso nelle scuole una manualistica rivendicativa di altrettanti «spiriti nazionali» (basco, catalano, galiziano, andaluso…), puntualmente riflessi nel linguaggio degli storici «allineati», come ha mostrato Pedro Heras in un bel libro recente (La España raptada: la formación del espíritu nacionalista , Barcelona, Altera, 2009). Analizzando manuali scolastici e pratiche dell´insegnamento, Heras ha dimostrato che tali «processi di ri-nazionalizzazione» hanno adottato in pieno la stessa retorica del più vieto nazionalismo franchista, utilizzando per esaltare le nazionalità regionali le stesse identiche formule, gli stessi slogan che furono martellati per decenni dalla propaganda di regime, applicandoli al popolo spagnolo nel suo insieme, e usandoli allora anche per reprimere le lingue «proibite». Quasi che, se applicata mettiamo al catalano, quella stolta retorica fosse «sdoganata» d´incanto.
Per quanto rozzi e incolti, i tentativi di Bossi di creare dal nulla la neo-etnia dei padani hanno fatto lo stesso: pur senza rifarsi esplicitamente alla tradizione nazi-fascista, da essa hanno ripescato la terminologia «etnonazionale» con tutte le sue implicazioni, usandola simultaneamente per de-nazionalizzare l´Italia e «nazionalizzare» una Padania d´invenzione. Perciò i più agguerriti proclami in lode della “razza padana” (come quelli citati sopra) si trovano sul sito www.stormfront.org, alfiere del World Wide White Pride, fondato nel 1995 da Don Black, già leader del Ku Klux Klan, che usa come logo la cosiddetta «croce celtica», surrogato della svastica. La maggioranza dei leghisti, persino di quelli che usano quelle formule e quegli slogan, è presumibilmente inconsapevole di queste derivazioni e tangenze, anzi le negherebbe accanitamente. Non per questo esse sono meno preoccupanti, in una scena politica come quella italiana, in cui secessione e federalismo sono fratelli siamesi, e gli argomenti per l´una e per l´altro s´intrecciano e si confondono in una rincorsa senza fine; in cui, con la passività o la complicità delle sinistre, il maggior argomento in favore del federalismo è la minaccia di secessione, e chi detta le regole è solo la Lega. Vedremo se la spiritosa invenzione dell´etnonazionalismo padano risulterà merito sufficiente per una laurea honoris causa: in ogni modo, sotto quella pergamena non basta la firma di un qualche ateneo galloceltico, ci vuole anche (per legge) quella di un ministro nel suo ufficio di «Roma ladrona».

www.repubblica.it

******

«Il problema è Miglio, non Adro», di Federico Orlando
Se alle otto della sera il radioascoltatore voglioso di ascoltare la propria voce domanda al conduttore come mai Roma ladrona abbia “regalato” alla signora Manuela Marrone, coniugata Bossi, 800 mila euro per la scuola Bosina di Varese, da lei fondata e dove si insegnano “filastrocche locali e tante materie folk”, il conduttore social-forzista lo fulmina e lo manda a quel paese.
Lui non capisce e osa resistere: l’ho letto nella prima e seconda pagina del Messaggero , un’inchiesta di Mario Ajello su “Soldi facili per la scuola “padana”, favori ai parenti e corse in auto blu”.
Nient’affatto, l’ascoltatore ha le traveggole, deforma, ingigantisce una presenza muliebre nel consiglio direttivo della Bosina e ne vorrebbe menar scandalo contro il governo. È la Radio della repubblica.
Ma i moschettieri del duce o le amazzoni che montano la guardia a tutti i “fili diretti” dalle 6,10 del mattino alle 20,30 della sera, non gliele lasciano passare ai provocatori: «Qui non si fa politica o strategia, qui si lavora». Si lavora per il duce e, se lo richiede la congiuntura, anche per il gaulaiter padano.
Per ora, la gente coglie che la Lega, nella sua marcia di allontanamento dal “cancro” del Sud, non ne rifiuti più, tuttavia, la spesa clientelare e il familismo amorale, le due facce, pubblica e privata, del sottosviluppo. Ricordava in primavera Sergio Rizzo, nell’inchiesta La Cricca (Rizzoli), che anche i leghisti, come tutti, tengono famiglia. E giù nomi noti e ignoti. Alfabeticamente, si comincia da Bossi e si finisce con Zaia: il fratello del leader Franco ingaggiato come assistente dell’europarlamentare Salvini e il figlio Riccardo dell’europarlamentare Speroni. Mentre l’erede alla corona, Renzo la “Trota”, purificato domenica dal padre con l’ampolla del Dio Po, risulta per ora “nominato” nell’Osservatorio sulle Fiere lombarde. «Che cosa devono aver pensato – scriveva il giornalista del Corriere – i contribuenti che nel Veneto si son visti recapitare un’elegante rivista dal titolo Il welfare in Italia , col ministro delle politiche agricole Luca Zaia sorridente in copertina, apprendendo che quella pubblicazione patinata era stata stampata e distribuita in 500mila copie con i soldi dello stesso ministero, giusto alla vigilia delle elezioni regionali del 2010, alle quali il ministro era candidato?». Conflitto d’interesse? Si risponde Rizzo: «Dalla pagliuzza alla trave il passo è breve».
Aveva capito tutto, in largo anticipo, il grande Giorgio Gaber, che un giorno confessò: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”».
E infatti la crisi istituzionale, morale ed economica che sta travolgendo il paese si alimenta della sostituzione del privilegio alla legge, dell’interesse al buongoverno. Via via che tale cultura berlusconiana dura nel tempo e si generalizza, la Lega cambia tattica: la rottura del paese resta sullo sfondo strategico, nella scena quotidiana domina la sua scomposizione, attraverso la conquista pezzo a pezzo. Fino a lambire la polizia, che a Venezia ferma i giovani col tricolore per non urtare i leghisti che festeggiano l’Ampolla sacra; e la Guardia di finanza, che acquatta i suoi uomini nelle motovedette libiche quando sparano sui pescatori italiani, scambiandoli per res nullius , ossia emigranti; e l’amministrazione scolastica, che consente di costruire scuole padane, come ad Adro, fra il plauso delle famiglie locali: «È bellissima, sembra un campus universitario». La Lega non è nuova alle conversione a U, reali o meglio apparenti: prima quella del 2000 dal secessionismo al federalismo, per uscire dall’isolamento e diventare forza di governo; ora, con l’avanzato stato di decomposizione del paese, provocato dai suoi governi con Berlusconi, l’affiancamento al federalismo dell’occupazione vietcong dei territori. Dopo c’è di nuovo il secessionismo di Gianfranco Miglio. Era stato lui, il preside di scienze politiche della Cattolica, a teorizzare le tre Italie legate da un blando vincolo federale a esaurimento, il Nord padano, il Centro papista e il Sud mafioso. Lui ne rideva diabolico nella bella villa sul lago di Como, quando lo intervistavo per recensirne i libri o la bozza di nuova Costituzione della repubblica (la bozza di Assago).
Al di là delle costruzioni da scrivania, Miglio avrebbe voluto “costituzionalizzare” di fatto la mafia, per affidarle il governo del Sud («con la mafia bisogna convivere », dirà qualche anno dopo il ministro berlusconiano Lunardi, a dimostrazione della comune cultura della destra, dal Po a Varese). E ieri l’informatissimo Barbacetto ha raccontato sul Fatto , attraverso atti giudiziari di Palermo, i tentativi leghisti di creare, dopo la Lega Nord, una Lega Sud appaltata a Cosa nostra: per “giustificare” la secessione, ma lasciando in piedi le condizioni per l’interscambio degli interessi criminali. Oggi a Miglio dedicano scuole, perché il suo disegno era il più radicale fra quanti se ne ideavano per ricomporre – attraverso lo smembramento “federale” del paese – l’unità di fatto degli interessi: mafiosi e nordisti, clericali e partitocratici, corporativi e castali, non più garantiti unitariamente dopo la caduta del Caf nelle elezioni del 18 aprile 1992.
Perciò, sotto il titolo La Cricca , sulla copertina di Rizzo si legge “Perché la repubblica italiana è fondata sul conflitto d’interessi”. Il conflitto d’interessi comprende gli illeciti possedimenti, le mariuolerie clientelari, le visioni federaliste, i ricatti secessionisti. È un gioco molto più grande di quello della Lega, la cui destrezza sta nello spostarsi dall’uno all’altro di questi piani, praticandone qualcuno e agitandone qualche altro, tenuto in riserva. Oggi è maturato il tempo del clientelismo e del familismo amorale, dopo la progressiva conquista dei territori (comuni, province, regioni, Asl, comunità). Ma non lasciamoci distrarre da mariuolerie e favori. Il problema resta il destino del paese, il suo smembramento, che Bossi simboleggia nel dito medio alzato. Come quello di Berlusconi.
da www.europaquotidiano.it