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Polinago (MO), Scuole Aperte

Alle 15.30 a Polinago Capoluogo in via Sorbelli 2 si festeggia la conclusione dei lavori di messa in sicurezza del Plesso Scolastico, consistiti nella copertura della palestra e nell’adeguamento e ristrutturazione dei solai, per un importo di 100.000 euro di cui un contributo dello Stato tramite la Regione di 50.000 euro. Il Plesso Scolastico del territorio comprende la scuola dell’infanzia, le scuole primarie e le scuola secondarie di primo grado. Un riferimento per tutta la comunità, che si avvia all’inizio di un anno scolastico buono e sicuro.

Programma
Interventi:
Gian Domenico Tomei – Sindaco di Polinago
Rodolfo Biondi – Ingegnere, Tecnico Progettista dei Lavori
Gianni Ravaldi – Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo “G. Dossetti” di Lama Mocogno
Paola Gazzolo – Assessore Regionale alla Difesa del Suolo e della Costa, Protezione Civile e Politiche Ambientali e della Montagna;
On. Manuela Ghizzoni – Vice Presidente Commissione Cultura, Scienze e Istruzione;

Taglio del nastro

Visita agli ambienti scolastici ristrutturati

Rinfresco a base di crescentine offerto dalla Pro-Loco di Polinago

Scuola, Manuela Ghizzoni “La bufala del gender” – comunicato stampa 09.09.15

Anche in provincia di Modena viene segnalata, soprattutto sui social, la diffusione di allarmismi ingiustificati e notizie infondate sull’introduzione nella scuola della cosiddetta “teoria del gender”. “Si tratta di una assoluta bufala – conferma la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Istruzione della Camera – La scuola non trasmette e non trasmetterà alcuna imposizione di orientamenti sessuali. La legge 107 “Buona scuola” semplicemente recepisce quanto disposto dalla Convenzione di Istanbul, che tutte le forze politiche hanno votato in Parlamento, per promuovere l’educazione alla parità tra i sessi e contro ogni tipo di violenza e discriminazione”. Ecco la sua dichiarazione:
“Anche nella nostra provincia, stanno circolando con insistenza sui social, e tra le famiglie, notizie del tutto infondate sulla introduzione della “teoria del gender” a scuola in conseguenza della approvazione della legge 107 “Buona scuola”. Lo ribadisco: è una bufala. La scuola non trasmette e non trasmetterà alcuna imposizione di orientamenti sessuali. È in malafede chi in queste ore fa credere invece alle famiglie che a scuola si farà lezione sulla “masturbazione infantile” o sulla “destrutturazione della famiglia”. La peggior forma di ideologia è quella che mistifica la realtà per renderla conforme ai propri pregiudizi. E sul gender siamo purtroppo di fronte ad una grande mistificazione. Cosa dice infatti la legge 107? Si limita a recepire quanto disposto dalla Convenzione di Istanbul, che tutte le forze politiche hanno votato in Parlamento, per promuovere l’educazione alla parità dei diritti e delle opportunità tra i sessi – che passa attraverso il contrasto agli stereotipi culturali – contro ogni tipo di violenza e di discriminazione, per il rispetto della persona e della dignità umana. Riporto il testo esatto del comma 16 della legge, unico punto in cui si usa il termine “genere”: “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119”. Il decreto legge 93 citato è quello che ha introdotto nel nostro ordinamento norme per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, adottate anche sotto la spinta del drammatico fenomeno dei femminicidi. In sostanza, a scuola, luogo della crescita e della formazione, si ribadiranno i concetti, presenti nella nostra Costituzione e nelle Carte internazionali, sul rispetto dei diritti e doveri della persona, sul sostegno alle pari opportunità tra i sessi, per contrastare ogni tipo di violenza o di istigazione all’odio. Concetti che verranno mediati dalla sensibilità e dalle competenze dei docenti, in modo adeguato al livello cognitivo e di maturità degli alunni. Voglio sottolineare, infine che non è in corso alcuna raccolta di firme per un referendum abrogativo della norma sull’insegnamento della teoria del gender, poiché non si può abolire ciò che non c’è!”.

“Ma servono nuovi incentivi e riforme serie”, di Massimo Anelli e Giovanni Peri – La Repubblica 08.09.15

I numeri non sono un’opinione, anche quando si parla di flussi migratori. Al di là delle interpretazioni di questi giorni, più o meno emotive e strumentali, l’analisi dei due studiosi pubblicata oggi da Repubblica riporta l’asse su un equilibrio di cifre che potrebbe fare considerare l’emigrazione non come un’emergenza ma come una risorsa

Ma servono nuovi incentivi e riforme serie
Massimo Anelli e Giovanni Peri

Vorremmo raccontare una storia di migranti, partendo dai dati invece che dalle immagini. Sarà meno suggestiva, ma è accurata. I dati che raccontiamo misurano flussi e caratteristiche delle persone che attraversano i confini dell’Italia. In questa storia più di 100mila persone hanno lasciato il loro paese per cercare lavoro e fortuna in un altro nel 2014: più del doppio rispetto al 2010. Di queste più della metà è tra i 25 e i 44 anni di età, il periodo più produttivo della vita lavorativa. La maggior parte sono migranti per ragioni economiche e spesso lasciano situazioni di scarse prospettive. Alcuni di loro saranno professionisti e scienziati, altri camerieri e cuochi.
Questi migranti che attraversano i confini del nostro paese ogni anno potrebbero provocare grande opposizione nelle aree che li ospitano. Se avessero viaggiato su barche ne avremmo vista una alla settimana con più di 2mila persone tutto l’anno. Ma non abbiamo visto nulla e quindi per noi non esistono. I dati da noi descritti sono relativi agli italiani che hanno lasciato l’Italia per andare a risiedere all’estero. Sono stati ottenuti dall’Anagrafe degli Italiani residenti all’estero (Aire). Anche se tutti i richiedenti asilo in Italia trovassero un modo per rimanervi, sarebbero meno della metà degli italiani che partono.
Non vogliamo equiparare le condizioni di emergenza reale dei migranti del Nord Africa a quella degli italiani che emigrano per scelta e in sicurezza. Tuttavia comparare questi flussi stimola due importanti riflessioni. Una ha a che fare con l’impatto economico dei migranti e l’altra riguarda la necessità di cambiare il modo in cui l’Italia considera la collaborazione con il resto d’Europa.
L’enfasi sui potenziali costi economici degli immigrati sollevata in questi giorni è mal riposta. La perdita fra il 2010 e il 2014 di 200mila giovani, dinamici e produttivi, il cui contributo all’economia italiana sarebbe grandissimo, è costo economico molto più significativo rispetto all’arrivo dei rifugiati. In un mondo integrato è fisiologico che le persone migrino tra paesi. In tale prospettiva i giovani immigrati sono potenzialmente una risorsa e potrebbero rimpiazzare i tantissimi italiani in partenza. È stato così in Irlanda dove la grande emigrazione (verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti) è stata controbilanciata da grande immigrazione (in gran parte dall’Est Europa) che ha stimolato il suo boom economico (tra il 2000 e il 2010).
Questo necessita di politiche di immigrazione lungimiranti, basate sulle opportunità di lavoro in certi settori e sulla previsione e gestione di flussi futuri. Inoltre, riforme del mercato del lavoro che introducano più competizione e flessibilità, aiuterebbero anche l’immigrazione a essere motore di occupazione e crescita. Vari studi mostrano che negli Stati Uniti gli immigrati, anche quelli con poca istruzione, stimolano la crescita economica con il loro lavoro e i loro consumi. Nei prossimi decenni molti abitanti di vari paesi dell’Africa e del Medio Oriente vorranno emigrare. Potremmo incentivarne un numero ragionevole a farlo, legalmente, come studenti, lavoratori e imprenditori, stimolando l’economia, creando connessioni tra paesi e infrastrutture che possono servire anche a gestire emergenze e rimpatriare chi non è legale.
La seconda riflessione evidenzia l’ingenerosità con cui l’Italia critica il resto d’Europa per la mancanza di aiuti nella gestione della “crisi dei migranti”. L’Italia non ha accettato negli ultimi anni che un minimo numero di rifugiati tra i richiedenti asilo che arrivavano ai loro confini. La Germania è il paese europeo che ha accolto più rifugiati, arrivando a più di 30mila nel 2014. L’Italia non ne ha mai accettati più di 3.500 all’anno. Allo stesso tempo, il resto d’Europa ha accolto negli ultimi due decenni centinaia di migliaia di nostri connazionali. Secondo l’Aire sono 873mila gli italiani migrati nel resto d’Europa dal 1992 a oggi e tuttora residenti all’estero. Di essi 221mila sono in Germania (il paese che ne accoglie di più), 120mila in Francia e in Regno Unito.
Il movimento internazionale di persone va visto come motore di crescita e sviluppo. L’immigrazione in Italia andrebbe governata strategicamente come risorsa per la crescita invece che affrontata come emergenza. Ma per sfruttare i potenziali benefici dell’immigrazione ci vuole pianificazione dei flussi, accesso al lavoro, incentivi corretti, e migliori politiche di immigrazione. Bisognerebbe ammettere legalmente un ragionevole numero di immigrati e dargli le stesse opportunità che vengono date agli italiani che emigrano, e per il cui successo economico e carriera dovremmo essere grati al resto d’Europa.

Massimo Anelli insegna alla Bocconi, Giovanni Peri è un economista della University of California

L’on.Ghizzoni martedì alla Festa di Ravenna su saperi e formazione – comunicato stampa 07.09.15

“Dalla scuola all’Università”: è questo il titolo dell’incontro pubblico organizzato, per il tardo pomeriggio, di martedì 8 settembre, alla Festa provinciale del Partito democratico di Ravenna. Si confronterà con l’assessore alla Cultura della Provincia di Ravenna Paolo Valenti.

La parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, martedì 8 settembre, parteciperà a un incontro sui temi della scuola, della formazione e della università organizzato alla Festa provinciale del Partito democratico di Ravenna. L’iniziativa, dal titolo “Dalla scuola all’Università” è programmata alle ore 18.30 alla spazio dibattiti della Festa romagnola. Sulle necessità formative dei giovani, sui saperi trasversali e le conoscenze che una società complessa come quella attuale richiede, Manuela Ghizzoni si confronterà con l’assessore alla Cultura della Provincia di Ravenna Paolo Valenti, tra l’altro, insegnante. “Fondamentale in una società che bombarda di stimoli informativi, comunicativi e pubblicitari – spiega Manuela Ghizzoni – è tornare a insegnare un metodo di ragionamento critico, allenare i giovani al pensiero complesso e anche controcorrente quando necessario. A questo devono associarsi competenze, anche pratiche, che aiutino a districarsi nella vita di tutti i giorni, così come a entrare nel mondo del lavoro. Compito del sistema della formazione, di scuola e università, è formare e consegnare strumenti intellettivi e di conoscenza in grado di stimolare la capacità di pensiero, la comprensione dell’altro, il dialogo e il confronto, fondamentali nelle comunità globali”.

“Un nuovo orgoglio”, di Andrea Bonanni – La Repubblica 06.09.15

Ci sono tutti gli ultimi settant’anni di storia tedesca, e dunque anche della nostra storia, della storia di noi europei, dietro gli applausi con cui la gente ha accolto alla stazione di Monaco di Baviera i profughi siriani reduci dall’ultimo
muro.
C’è la paura e la comprensione profonda, marchiata nei nostri geni, degli orrori della guerra da cui loro stanno fuggendo come noi siamo fuggiti settant’anni fa. C’è la vergogna per le sofferenze e le umiliazioni che hanno dovuto patire in un Paese, l’Ungheria, che pure si proclama europeo. C’è la memoria esaltante dell’ultima “grande fuga” liberatoria che ha costruito l’Europa: quella seguita al crollo del muro di Berlino e delle dittature comuniste. C’è l’empatia istintiva per chi arriva in un mondo nuovo e sorride, e ci vede luci di speranza che in noi si sono forse offuscate. Ma soprattutto c’è l’orgoglio di dire: ecco, non abbiamo costruito tutto questo, la pace, il benessere, la libertà, per chiuderli in una fortezza ma per offrirli a chi vuole capire e condividere i valori per cui ci siamo battuti. C’è, molto semplicemente, la soddisfazione e il coraggio non tanto di essere buoni, ma di essere giusti.
Questo coraggio, e qui parliamo di vero coraggio politico, ha oggi il volto assai discusso di Angela Merkel. Non è stato facile, per la cancelliera tedesca, decidere l’altra notte di aprire le frontiere della Germania. Come non è stato facile, per Renzi, all’indomani degli ottocento morti sulla nave capovoltasi nel Mediterraneo, andare a Bruxelles e dire: non possiamo più respingerli, dobbiamo salvarli costi quel che costi. Ci sono prezzi da pagare, per queste scelte. E non sono solo i dieci miliardi di euro che l’accoglienza dei profughi sottrarrà quest’anno al bilancio tedesco. Sono le paure, le angosce, le fobie di un popolo europeo che per troppi anni si è cullato, ed è stato cullato, nell’illusione che nulla, mai più, sarebbe cambiato se non in meglio. E soprattutto che nessun cambiamento avrebbe mai più richiesto nuovi sforzi, nuove fatiche, fosse anche solo quella di rimettersi in discussione. Sfidare queste paure, smuovere le acque di questo stagno mentale, vuol dire, oggi, assumere la leadership dell’Europa. C’è chi lo sta facendo, e chi no.
Il sorriso felice ed incredulo del bimbo siriano in braccio alla madre, che stringe al petto il cagnone di peluche ricevuto da uno sconosciuto alla stazione di Monaco fa da contrappasso, non solo emotivo, al corpicino senza volto e senza vita del piccolo Alan affogato al largo della Turchia. Vuol dire che quella gente si può salvare. Vuol dire che loro possono continuare a sperare in un futuro diverso. E noi con loro, grazie a loro. Costruire questo futuro di fronte a un terremoto demografico come quello che stiamo vivendo è il compito della nuova leadership che i lunghi mesi della tragedia migratoria stanno facendo lentamente emergere in Europa.
Ma per costruire il domani, e non sarà facile, la leadership europea deve ritrovare le ragioni, le emozioni e le speranze che sono sepolte nel nostro passato. Non le radici cristiane, invocate da Orbán per erigere muri contro i disperati in fuga, ma le radici umanistiche, solidali, libertarie, democratiche, che insieme ai veri valori cristiani hanno costruito il volto luminoso di questo Continente bifronte. La storia dell’Europa è quella di un perenne confronto tra le sue due anime: paura, rabbia e disprezzo da una parte; speranza, rispetto e solidarietà dall’altra. La tragedia dei migranti ci costringe ancora una volta a scegliere. Non ci sono vie di mezzo: non si può accogliere i migranti avendone paura. Non si può respingerli fingendo di rispettarli. Non solo i nostri governi, ma tutti noi, nelle nostre case, davanti ai nostri televisori, sulle piazze delle nostre stazioni prese d’assalto, dobbiamo scegliere. I leader di domani saranno quelli che ci aiuteranno a farlo.

“Gli 80 euro? Spesi al supermercato”, di Stefano Gagliarducci e Luigi Guiso – Lavoce.info 05.09.15

Il “bonus Renzi” di 80 euro: forse la norma più discussa di questo governo ma, stando ai dati, la misura più efficace per il sostegno alla ripresa. Ne hanno misurato gli effetti, incrociando i dati ISTAT con quelli dell’Agenzia delle Entrate, i due economisti Luigi Guiso e Stefano Gagliarducci. Gli italiani hanno speso interamente il bonus, destinandolo soprattutto all’acquisto di beni alimentari e al pagamento delle rate del mutuo. Questi dati, oltre ad esprimere l’indice in salita dei consumi interni, rappresentano indicatori utili a supporto delle scelte di riduzione fiscale annunciate dal governo.

Gli 80 euro? Spesi al supermercato

Stefano Gagliarducci e Luigi Guiso

I beneficiari hanno percepito il bonus da 80 euro come una misura permanente e lo hanno speso interamente. In beni alimentari, ma anche per pagare le rate del mutuo. Un provvedimento efficace per sostenere la domanda, dunque. Stessi risultati con la politica fiscale annunciata dal governo?

Una misura efficace?

Il taglio di imposte per 80 euro mensili a favore dei lavoratori con reddito da lavoro dipendente – noto come “bonus Renzi” – è stata la misura di sostegno alla ripresa ciclica più importante adottata dal governo Renzi.
È stata anche la misura più controversa e dibattuta, sia prima sia dopo la sua adozione. Prima, perché si sosteneva che un uso alternativo – ad esempio un taglio del costo del lavoro destinando le risorse alla decontribuzione – avrebbe avuto maggiori effetti espansivi. Dopo, perché secondo diversi commentatori l’effetto sulla spesa sarebbe stato nullo. In questo caso, lo scetticismo tuttavia era fondato su argomenti poco solidi in linea di principio e non sorretti da evidenza. Benché i consumi aggregati dopo l’adozione del bonus abbiano continuato a mostrare una dinamica contenuta, il bonus potrebbe comunque aver dispiegato effetti molto forti e in sua assenza la dinamica dei consumi aggregati avrebbe potuto essere ancora più lenta.
In un nostro lavoro, ancora in corso di perfezionamento, abbiamo fatto una valutazione degli effetti del bonus. Qui ne illustriamo i risultati principali. Sebbene ancora preliminari e suscettibili di modica, le stime finali non dovrebbero discostarsi di molto da quelle qui discusse.

Il bonus e gli effetti attesi

Il bonus deciso dal governo nell’aprile del 2014 consiste in uno sconto fiscale di 80 euro mensili a favore dei lavoratori dipendenti. Il decreto esclude dal beneficio le persone con redditi al di sotto della soglia minima di tassazione (8.145 euro su base annua) e quelli al di sopra dei 26mila euro annui. I redditi compresi tra i 24mila e i 26mila euro beneficiano del bonus, ma a scalare fino ad annullarsi al di sopra dei 26mila euro. Il governo lo aveva presentato come una riduzione permanente di imposte. Tuttavia, alcune incertezze, soprattutto al momento dell’adozione, potevano far sorgere qualche dubbio sulla sua permanenza, verosimilmente fugato nel settembre del 2014, quando il bonus è stato confermato nella legge finanziaria.
Un taglio permanente di imposte produce un uguale incremento del reddito disponibile delle famiglie e dovrebbe, in linea di principio, tradursi in un incremento di spesa della stessa entità. Dubbi sulla permanenza ne possono attenuare l’effetto. D’altro canto, il maggior reddito disponibile – soprattutto se permanente – migliora la solidità finanziaria delle famiglie e può favorire il loro accesso al credito, in particolare durante una crisi finanziaria, incoraggiando così la spesa. In alternativa, famiglie già indebitate possono destinare il bonus al servizio del debito, evitando il fallimento e i costi che ne possono conseguire (ad esempio, l’esclusione successiva dal mercato del credito). La disponibilità del bonus sostiene il consumo indirettamente perché rende meno necessario tagliare la spesa per ripagare i debiti ed evitare il default.
Soppesando questi fattori, ci si aspetta un effetto non trascurabile del bonus sulla spesa e un potenziale effetto sul servizio del debito delle famiglie.

Dati e metodologia

Grazie alla disponibilità dei dati Istat sull’Indagine dei consumi delle famiglie nel 2014 (che contiene informazioni sulla spesa di un campione di famiglie a frequenza mensile), combinati con quelli dati dell’Agenzia delle entrate per ottenere informazioni sui redditi delle stesse famiglie e identificare con certezza chi ha percepito il bonus, è possibile fornire prime stime del suo effetto. L’idea di come misurare l’effetto del bonus sui consumi è illustrata in un precedente articolo su lavoce.info e la metodologia è sintetizzata nell’appendice.
Qui riportiamo una breve sintesi delle stime finora ottenute. I risultati si riferiscono principalmente all’effetto del bonus sui consumi dei percettori con redditi bassi, quelli vicini alla soglia di esenzione. La ragione è che identificare l’effetto per questo gruppo è più semplice. Menzioneremo anche stime ancora preliminari per i percettori di bonus vicini alla soglia superiore – quelli con redditi tra 24mila e 26mila euro, con bonus a scalare al crescere del reddito.
La figura 1 mostra le frequenze dei percettori del bonus nel campione Istat ai vari livelli di reddito normalizzato su base annuale. Gli effetti stimati per i lavoratori vicini alla soglia minima sono riassunti nella tavola 1 e si riferiscono alla spesa per consumi nei mesi da giugno 2014 (primo mese di percezione del bonus) fino a dicembre 2014, ultimo mese per il quale è disponibile l’indagine Istat sui consumi.

Gli effetti sui consumi individuali

Il bonus ha avuto un forte effetto sui consumi delle famiglie i cui percettori hanno redditi da lavoro dipendente di poco superiori alla soglia degli 8.145 euro.
Per queste famiglie il bonus non ha avuto effetti sugli acquisti di beni durevoli; va però tenuto presente che stimare l’effetto su questi beni è difficile perché il campione è limitato e gli acquisti non sono frequenti.
L’effetto è marcato per gli acquisti di beni alimentari e per il pagamento della rata del mutuo o la restituzione di altri debiti. Su queste due categorie di spesa, l’effetto del bonus è all’incirca della stessa entità: chi ne ha beneficiato ha speso, secondo le stime, in media 60 euro in più al mese in alimenti e contribuito per 77 euro al mese al pagamento della rata del mutuo, entrambi statisticamente diversi da zero.
Poiché in media il bonus percepito da queste famiglie è di circa 80 euro al mese, l’effetto sulla spesa famigliare sembra essere superiore all’entità del bonus stesso. Una possibile spiegazione è che il bonus abbia facilitato l’accesso al credito per le famiglie che consumavano al di sotto del loro livello desiderato, perché escluse dal mercato del credito. Da notare tuttavia che, dato l’elevato margine di errore delle stime, non è possibile affermare che l’effetto di 1 euro di bonus sulla spesa totale sia statisticamente maggiore di 1.
Le prime evidenze sull’effetto del bonus tra i percettori di reddito intorno alla soglia superiore (24-26mila) indicano un effetto positivo e di maggiore entità per quanto riguarda la spesa in alimenti, ma più contenuto per quanto riguarda le altre voci. La riduzione dell’effetto sulla spesa per il pagamento dei debiti è probabilmente da attribuirsi alla maggiore facilità di accesso al credito tra i percettori di redditi superiori.

Queste evidenze suggeriscono che, nel complesso, le famiglie beneficiarie hanno speso il totale del bonus. Ovvero, il bonus si sarebbe tradotto in un aumento uno a uno della spesa.
I risultati delle nostre stime sono coerenti con le prime evidenze provenienti dall’Indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia 2014 che, con una metodologia totalmente diversa, conclude che le famiglie avrebbero speso circa il 90 bonus del bonus con effetti più elevati tra quelle con livelli più bassi di ricchezza.

I risultati per consumi aggregati e Pil

Sulla base delle nostre stime, il bonus erogato nel 2014 è di circa 5,2 miliardi, in linea con lo stanziamento del governo di 6,7 miliardi. Nell’ipotesi che le erogazioni del 2015 abbiano seguito quelle del 2014, dovrebbero essere intorno ai 9 miliardi (non lontano dallo stanziamento di 10 miliardi previsto dal governo). Poiché i consumi totali delle famiglie nel 2014 sono stati di 974 miliardi di euro, il bonus ha contribuito ad accrescere i consumi nel 2014 dello 0,54 per cento; per il 2015 il contributo stimato alla crescita dei consumi è vicino al punto percentuale (0,93 per cento). Assumendo un moltiplicatore dei consumi tra 1,2 e 1,4, il bonus avrebbe contribuito a sostenere la crescita del Pil all’incirca dello 0,4 per cento nel 2014 e di circa lo 0,8 per cento nel 2015. Il calcolo ignora ovviamente qualunque effetto di segno opposto sulla domanda aggregata dovuto alle coperture del bonus.

Implicazioni per la politica fiscale

Le nostre stime suggeriscono che il bonus Renzi ha aiutato a sostenere la domanda interna in un momento di particolare debolezza dell’economia Italiana. Le stime riportate implicano un suo effetto diretto uno a uno sui consumi delle famiglie beneficiarie, con poche differenze al variare del livello del reddito del beneficiario. Un effetto così elevato e uniforme tra famiglie con reddito diverso implica che i beneficiari hanno creduto alla promessa del governo che il taglio fiscale sarebbe stato permanente.
Stabilire che effetto ha avuto il bonus Renzi sui consumi è interessante non solo per il dibattito sull’efficacia delle politiche anticicliche adottate dal governo, ma ha una valenza più generale. Aiuta a formulare un giudizio sulla politica di contenimento fiscale annunciata dal governo per i prossimi anni che, inevitabilmente, per essere finanziata dovrà essere accompagnata da riduzioni di spesa pubblica.
I nostri risultati implicano che un taglio permanente di imposte finanziato con una diminuzione permanente di spesa pubblica non dovrebbe avere effetti depressivi sulla domanda e potrebbe invece avere effetti espansivi. Ma il calo delle imposte può avere ulteriori effetti indiretti sulla domanda perché: a) migliorando la solidità fiscale delle famiglie e accrescendone il merito di credito, sprona la domanda; b) perché uno stato più leggero può, in equilibrio, ridurre il costo del debito e sostenere la domanda privata.

  • Il lavoro su cui si basa la nota è stato condotto in collaborazione con il Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica presso la presidenza del Consiglio.

Figura 1 – Distribuzione del bonus per livello di reddito annualegrafico

bonus 80 euro grafico 1

Tavola 1 – Effetto del bonus sulla spesa mensile per beni di consumo delle famiglie

bonus 80 euro grafico 2

La tavola mostra la stima fuzzy-rd dell’effetto del bonus sui livelli di spesa per consumi per varie categorie di beni (si veda l’appendice). La variabile bonus è una dummy=1 se la famiglia ha percepito il bonus (0 se non lo ha ricevuto) e si colloca intorno alla soglia di reddito da lavoro dipendente di 8.145 euro. La stima indica pertanto l’incremento in euro dei consumi tra i percettori del bonus rispetto ai non percettori con uguale reddito. La stima è basata sul campione di famiglie con un solo percettore di reddito tra i 1.000 e i 20mila euro. () significatività statistica al 10%, () al 5% e () all’1 per cento.

Appendice
Metodologia di stima fuzzy-rd

I valori in tavola 1 sono stati ottenuti stimando un modello di regression discontinuity (rd), sfruttando la discontinuità a 8.145 euro nell’assegnazione del bonus. L’ipotesi di identificazione sottostante è che gli individui con redditi da lavoro dipendente poco sopra o poco sotto la soglia siano statisticamente identici: dunque che l’aver ricevuto o meno il bonus possa esser considerato come frutto di una assegnazione quasi-random.

Sotto questa ipotesi è possibile stimare con il metodo dei minimi quadrati (Ols) il seguente modello:

,-.= ,-1.∗,-. + ,-2.∗,-.+ ,-3.∗ ,-.∗,-.+,-.

dove ,-. rappresentano i consumi della famiglia i, ,-. è una dummy uguale a 1 se il reddito da lavoro dipendente che concorre all’assegnazione del bonus è superiore a 8.145 euro, e i termini ,-. e ,-.*,-. controllano per la distanza dalla soglia. In questa maniera il coefficiente β1 identifica esattamente l’effetto del bonus su ,-. tra le famiglie che hanno un reddito di poco sopra o di poco sotto i 8.145 euro.
Poiché i dati evidenziano che l’assegnazione effettiva del bonus è stata “fuzzy” (non tutti gli individui con redditi superiori agli 8.145 euro hanno ricevuto il bonus, e non tutti i percettori del bonus raggiungevano la soglia), sono state condotte delle stime fuzzy-rd strumentando il bonus percepito, così come riportato nel modello CU2015 dell’Agenzia delle Entrate, con il bonus teorico. Quest’ultimo è una dummy = 1 se il percettore aveva diritto al bonus sulla base dei redditi da lavoro dipendente riportati nel modello CU2015. Il bonus teorico spiega circa l’80 per cento della variabilità del bonus osservato ed è quindi uno strumento valido.

Padova, domenica l’on. Ghizzoni alla Festa Pd parla di università – comunicato stampa 05.09.15

“L’Università di domani, a Padova e in Italia: spunti di riflessione per
una possibile riforma del sistema universitario”: è il titolo dell’iniziativa che domenica 6 settembre alla Festa Democratica provinciale di Padova vedrà fra i relatori la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, insieme al rettore dell’Università di Padova, al coordinatore dell’Unione degli studenti e alla deputata Giulia Narduolo.

Le sfide attuali, sociali, culturali ed economiche impongono un investimento straordinario, di risorse e di proposte, sul sistema universitario. Ne parlerà la deputata
modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della commissione Cultura e Istruzione della Camera, domenica 6 settembre, alle ore 21.00, alla Festa Democratica provinciale di Padova nel corso dell’iniziativa dal titolo “L’Università di domani, a Padova e in Italia: spunti di riflessione per una possibile riforma del sistema universitario”. Ad affiancarla sul palco della città veneta, il rettore dell’Università di Padova Rosario Rizzuto, il coordinatore dell’UdU – Studenti per Padova Alessandro Asmundo e la collega della commissione Cultura e Istruzione della Camera Giulia Narduolo.
“Non si può ipotizzare alcun intervento sul sistema universitario senza partire da una revisione del diritto allo studio e della tassazione universitaria – spiega Manuela Ghizzoni – Oggi, con costi di iscrizione e frequenza fra i più alti in Europa, a essere penalizzati sono studenti e famiglie a medio e basso reddito, con la conseguenza di una vera e propria emorragia di immatricolazioni, mentre nel resto d’Europa stanno, invece, crescendo. Anche questo è un impoverimento per il Paese e per la promozione sociale e professionale dell’individuo. Perché ancora oggi, e i recenti dati Istat lo dimostrano, chi ha un’istruzione superiore ha un superiore tasso di occupazione. Per questo ho lavorato a lungo sulla proposta di legge, ora all’esame della commissione Cultura, che ridisegna completamente la tassazione universitaria per renderla finalmente equa e accessibile. Nella attuale discussione sulla riduzione delle tasse – prosegue Manuela Ghizzoni – queste sono quelle che vorrei veder cancellate: sarebbe davvero un passo verso l’Europa dei diritti. È di questi giorni, poi, la legittima discussione sugli effetti del nuovo ISEE per l’erogazione delle borse di studio: dai primi dati, il 25% degli attuali aventi diritto ne resterebbe escluso. Sul tema presenterò un’interrogazione al Ministero dell’Istruzione per sapere se non intenda rivedere le soglie di reddito al fine di recuperare così gli esclusi dall’applicazione dei nuovi parametri. È poi da rivedere certamente anche il meccanismo dei “punti organico” per l’assunzione del personale universitario, un sistema macchinoso introdotto dalla riforma Gelmini che di fatto sta creando una forbice sempre più ampia tra gli atenei del Sud e quelli del Nord. E’ necessario – conclude la deputata Pd – ritrovare un equilibrio, per offrire agli studenti e al sistema universitario le stesse opportunità e la stessa qualità. C’è poi un’altra urgenza, non più procrastinabile: liberare le università dai molti adempimenti burocratici e vincoli finanziari che si sono accumulati negli ultimi anni e che rendono ormai quasi impossibile, o almeno molto difficile, l’adempimento ai loro compiti istituzionali con la flessibilità, la prontezza, l’efficienza e l’efficacia richieste in un mondo altamente competitivo a livello internazionale come quello dell’alta formazione e soprattutto della ricerca”.