La Scuola: dallo 0-6 all’alternanza scuola – lavoro
Fare innovazione ed essere comunità, come recita lo slogan della Festa di Modena, sono processi che passano dalla scuola. Una riforma quanto mai discussa che viene ora messa alla prova con l’inizio dell’anno scolastico. Ne parliamo il 13 settembre alle 21 alla Sala Europa della Festa a Ponte Alto.
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“Dentro i numeri”, di Federico Fubini – Corriere della Sera 02.09.15
I dati Istat sull’occupazione e sul Pil sono stati commentati ieri abbondantemente (e, purtroppo, con minore interesse per il dato in sé rispetto al tasso di polemica politica). L’articolo di Fubini ha il merito di richiamare alcuni dati meno coinvolti dal dibattito eppure molto interessanti: quelli sull’aumento delle donne laureate (superano i colleghi maschi) e sull’effetto positivo che la formazione superiore ha sul tasso di occupazione. Due dati che devono portare alle politiche universitarie maggiori risorse: si tratterebbe del miglior investimento attivo per il lavoro e per la parità di genere.
CORRIERE DELLA SERA 02.09.15
Dentro i numeri
L’aumento degli inattivi. Istruzione, sorpasso delle donne
di Federico Fubini
Ormai le statistiche sono la colonnina di mercurio della politica. Negli ultimi anni la potenza dei software per raccogliere e elaborare dati ne ha fatto esplodere la produzione. La vita di qualunque governo ne è scandita ogni settimana e trattare una cifra passeggera di crescita o disoccupazione come un voto al premier di turno è una tentazione a cui non resiste più nessuno.
Ovviamente, è giusto così. I governi giocano sempre un ruolo: sia quando l’occupazione va male, com’è successo finora, sia quando inizia a crescere e diventa stabile un po’ più spesso come sembra che stia accadendo ultimamente. Il solo problema è che l’ossessione per gli spostamenti da zero virgola di ogni mese, a uso e consumo della politica, rimuove dalla visuale il quadro che migliaia di dati stanno componendo sul Paese di questi anni e su quello che sarà. Se solo si mettessero insieme quei punti, si vedrebbe che per certi aspetti i blocchi di partenza dell’Italia nel 2015 sono molto più indietro rispetto alle altre economie alle quali il Paese si paragona. Nel frattempo però nel mondo del lavoro sono in corso slittamenti sotterranei negli equilibri di potere fra uomini e donne, e fra occupati di alta e bassa qualità. Presto queste faglie sotterranee si apriranno alla luce del sole e solo in parte – solo per le donne – saranno buone notizie. In prospettiva la figura più vulnerabile d’Italia è quella oggi quella prevalente: maschio, bianco (non straniero), di mezza età, di un livello di istruzione non eccelso. Per la verità non lo si inizia ancora a vedere nei dati dell’Istat di ieri, che non fanno favori né dispetti a nessuno. L’istituto statistico rileva che in luglio si registrano 44 mila occupati in più, al netto degli effetti della stagione turistica, ma anche che gli «inattivi» nel Paese crescono di 99 mila unità: questi ultimi spesso sono i demotivati, gli scoraggiati, coloro che magari inizierebbero a lavorare fra due settimane se solo sperassero di trovare un posto, ma non lo cercano neanche più. Gran parte dell’aumento degli «inattivi» si concentra fra le donne e i giovani. E la somma dei due fattori – occupati più «inattivi» supplementari di luglio – dà nel complesso 143 mila disoccupati in meno.
La lezione dell’ultima infornata dell’Istat è dunque che, specie per l’Italia, ha più senso misurare gli occupati che la percentuale di disoccupazione. Questa infatti non cattura il numero, senza paragoni in tutto l’Occidente, di persone sarebbero in età da lavoro ma non cercano, o sono già in pensione benché pieni di energie, oppure sono giovani che non studiano più. È qui che gli smottamenti si stanno verificando. Ed è qui che le donne, per ora in terribili difficoltà (in Italia meno di una su due è occupata, al Sud meno di una su tre), possono trovarsi in posizione di forza sugli uomini: se non subito, sicuramente fra qualche anno. Quanto a questo i dati dell’Ocse, il club delle democrazie avanzate, sono espliciti nel mostrare come l’Italia sia indietro. Sulla carta ha un tasso di disoccupazione quasi della metà rispetto alla Spagna. In concreto però la quota di occupati in Italia è più bassa che in Spagna ed è fra le peggiori fra i 36 Paesi censiti dall’Ocse. Poco più indietro ci sono solo Grecia, Turchia e Sudafrica. Se si guarda poi alla partecipazione alla forza lavoro, cioè alla somma di occupati più disoccupati, l’Italia è ultima nell’Ocse: appena il 49% della popolazione in età da lavoro.
Il problema del Paese va dunque al di là della disoccupazione, perché pochi sono inclusi nel sistema produttivo. Fanno eccezione i laureati: anche qui l’Italia è agli ultimi posti dell’Ocse, ma per chi ha un’istruzione superiore il tasso di occupazione è pur sempre elevato al 78%. Spiega dunque qualcosa che l’Italia abbia la quota di laureati più bassa dell’Unione europea. L’istruzione formale non sarà tutto, ma aiuta. È qui però che è in corso una crisi, sorda e drammatica: questo Paese è un caso unico in Europa nel quale le iscrizioni all’università calano invece di aumentare, perché solo le donne cercano di studiare sempre di più. L’Istat segnala che dal 2008 in poi le immatricolazioni all’università sono scese ogni anno e nel 2012 ce ne sono state 30 mila in meno rispetto a prima della crisi. Nel frattempo le ragazze hanno superato i ragazzi: dieci anni fa i laureati e le laureate erano più o meno in numero uguale, ma ormai circa il 60% dei nuovi diplomi va alle ragazze e già oggi in Italia le donne con un’istruzione superiore sono 700 mila più degli uomini. L’uomo è una categoria in pericolo, ma ancora non se n’è accorto .
“L’arcipelago dei ghetti” di Lucio Caracciolo – La Repubblica 01.09.15
I caratteri originari e identitari dell’Europa (linguistici, sociali, politici e religiosi) sono l’esito di ondate migratorie da est, da nord, da sud. Germani, Normanni, Arabi sono stati protagonisti, in epoche diverse, di scontri, incontri e assimilazione (prevalentemente con la cultura latina, ma non solo). Dimenticare questi fenomeni, anche se affondano in evi passati, significa cancellare la nostra storia continentale. Purtroppo è quello che facciamo di fronte ai migranti di oggi. So bene che un approccio storico/storiografico non risolve questo problema urgente, drammatico, immane. Ma potrebbe aiutare a non scegliere le soluzioni sbagliate, come erigere muri o barriere di filo spinato.
Ha quindi ragione Lucio Caracciolo: sulla sfida migratoria “cade e risorge lo spirito d’Europa nel senso originario del termine.”
La Repubblica 01.09.15
L’ARCIPELAGO DEI GHETTI
Lucio Caracciolo
Il 2 maggio 1989 il governo comunista ungherese apriva per primo un varco nella cortina di ferro, dissigillando l’Europa oppressa dalle barriere della guerra fredda.
Sei mesi dopo cadeva il Muro di Berlino. Quest’estate il democraticamente eletto governo ungherese ha alzato una barriera di filo spinato e cemento al confine con la Serbia — più precisamente con la regione della Vojvodina, che i nazionalisti magiari considerano provincia dell’agognata Grande Ungheria —per impedirne il valico da parte dei migranti. Ad annunciare la stagione dei nuovi muri che stanno ridividendo il continente “riunificato” nell’Ottantanove.Movente: la paura dei “nuovi barbari”che minaccerebbero la nostra pace e il nostro benessere.Versione corrente di quei “treni di paura” —esplosioni collettive e ingovernate di terrore — cui lo storico francese Jean Delumeau attribuiva la gran parte dei conflitti scoppiati in Europa fra Trecento e Seicento.
Se non sapremo governare questa nuova onda di paura,l’Europa libera e unita che sognavamo alla fine dello scorso secolo si muterà in un grande ghetto. Peggio, un arcipelago di ghetti: quelli per i privilegiati, ovvero gli “europei di ceppo”che esistono solo nelle teste eccitate dei nuovi/vecchi appassionati di classificazioni razziali; e quelli per i dannati fuggiti dai cento Sud alla fame e/o in guerra, a loro volta ripartiti per categorie sociali e famiglie etniche.
La posta in gioco è il nostro libero destino democratico.Perché la paura di massa è il peggior nemico della libertà. È il sentimento diffuso sul quale da sempre speculano gli intolleranti d’ogni risma e gli aspiranti dittatori.
Sembra che non tutti i responsabili politici europei siano consapevoli dell’altezza di questa sfida. Di sicuro alcuni tra essi, specie sul fronte della destra non solo estrema, fanno del loro meglio per cavalcare o addirittura eccitare questo sentimento, illudendosi di poter controllare l’incendio che essi stessi hanno contribuito ad appiccare. Una cosa è rispondere al bisogno di sicurezza dei cittadini. Tutt’altra è fomentare il senso di insicurezza dipingendo un’apocalissi che non c’è. Così alimentando il fenomeno che si dice di voler scongiurare.
La battaglia per la gestione comune della sfida migratoria è l’ultima frontiera della politica europea. Qui cade o risorge lo spirito d’Europa, nel senso originario del termine. Il bollettino dai fronti di questa guerra non è però confortante.Ciascun paese si muove rigorosamente per suo conto, cercando di scaricare l’emergenza, effettiva o mediatica, sul vicino meridionale. Da Calais al Nordafrica e alle frontiere balcaniche si gioca allo scaricamigrante. Vince chi respinge più migranti verso il territorio del socio comunitario alla sua frontiera meridionale, il quale a sua volta cerca di riallocarne quanti possibile nei (presunti) paesi d’origine. Tutto ciò in spregio delle più elementari norme d’umanità che dovrebbero governare i rapporti tra esseri della medesima specie. Ma a forza di gridare all’invasione finiamo per convincerci che,in fondo, chi bussa alla nostra porta non appartiene alla razza umana. È spazzatura, da tenere lontano dai fortificati cancelli di casa.
In questo clima,a poco serve che il numero due della pallida Commissione europea, l’olandese Frans Timmermans, invochi un unico sistema d’asilo per l’Ue e ricordi che «se unita, una comunità di 500 milioni di persone è in grado di gestire la situazione». Qualche maggiore eco si spera possano avere le parole della cancelliera tedesca, campionessa del rigore fiscale, che di fronte alle stragi nei barconi e nei camion piombati invoca maggiore “flessibilità”. Ma quando il leader della patria della democrazia occidentale, il premier britannico David Cameron, si lascia sfuggire frasi sullo “sciame” migratorio, neanche si trattasse di api, e il suo ministro dell’Interno pretende di chiudere le porte del Regno Unito financo ai cittadini comunitari in cerca di lavoro — provocando la reazione della Confindustria locale che sa quanto quelle braccia e quelle teste servano all’economia nazionale — significa che il livello di guardia è superato.
La questione migratoria continuerà ad occuparci per decenni, forse per secoli, non fosse che per i dislivelli nei tassi di natalità e per il crescente, formidabile divario demografico fra Nord e Sud del mondo. Una tendenza epocale non si gestisce erigendo barriere che hanno il solo effetto di deviare i flussi da un paese all’altro, salvo tornare alla casella di (ri)partenza.
Se consapevoli dell’indivisibilità del problema, noi europei abbiamo i mezzi per affrontare insieme una sfida da cui usciremo in ogni caso cambiati, in peggio o in meglio. Il primo passo è non farsi dirigere dalla paura, recuperare il senso delle proporzioni e delle responsabilità, raffreddare la comunicazione, razionalizzare e coordinare l’approccio delle istituzioni. Se la politica ha ancora un senso, se non vogliamo autodistruggerci in un regime di permanente emergenza, è il momento per l’Europa di battere un colpo.
Musei, Ghizzoni “Benvenuta e buon lavoro a Martina Bagnoli” – comunicato stampa 18.08.15
La deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Cultura della Camera, augura buon lavoro al nuovo direttore della Galleria Estense Martina Bagnoli. Ecco la sua dichiarazione:
“Desidero innanzitutto dare il benvenuto a Modena e augurare buon lavoro al nuovo direttore della Galleria Estense Martina Bagnoli che torna così in Italia dopo aver lavorato al Walters Art Museum di Baltimora. Con le nomine dei nuovi direttori dei venti principali musei italiani, il processo riformatore avviato dal ministro Franceschini registra uno dei suoi passaggi più innovativi. La Commissione che si è occupata della selezione ha svolto un lavoro approfondito, privilegiando la valutazione delle competenze acquisite a livello nazionale e internazionale. Adesso che la riforma è stata impostata nel suo impianto generale e nei tasselli fondamentali, occorre fare un ulteriore passo. Anche alla luce delle novità introdotte con la riforma della Pubblica amministrazione, con la Legge di Stabilità occorrerà trovare le risorse necessarie per dotare tutti gli Istituti culturali, a partire dalle Sovrintendenze, di personale aggiuntivo, adeguato a smaltire la mole di lavoro che li aspetta”.
Modena, Festa provinciale Unità
Domenica 30 agosto alle 21
Politica e cittadinanza: un resoconto della prima parte della legislatura
Intervista a
Davide Baruffi, deputato Pd
Manuela Ghizzoni, deputato Pd
Edoardo Patriarca, deputato Pd
Giuditta Pini, deputato Pd
Ravarino (Mo), incontro sulla scuola
L’incontro promosso dal circolo Pd di Ravarino per parlare della riforma della scuola (cosa cambia per docenti, studenti e famiglie) si terrà alle 20.30 al Cinema Teatro Arcadia in piazza Martiri della Libertà
Padova, Festa Democratica Provinciale, l’Università di domani
Domenica 6 settembre ore 21, Prato della Valle, piazza Rabin, Padova
L’università di domani, a Padova e in Italia
Spunti di riflessione per una possibile riforma del sistema universitario.
Con Manuela Ghizzoni (commissione Cultura e Istruzione Camera dei Deputati), Rosario Rizzuto (Rettore dell’Università di Padova), Alessandro Asmundo (coordinatore UdU-Studentiper Padova), Giulia Narduolo (commissione Cultura e Istruzione Camera dei Deputati)
Modera Marco Almagisti (Università di Padova)

