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Scuola, Ghizzoni “Bene i docenti in più, continua l’impegno per il Fermi” – comunicato stampa – 24.07.15

Bene l’arrivo dei nuovi docenti che consentiranno l’avvio in tranquillità del nuovo anno scolastico, ma ora l’impegno è quello di portare a conclusione il processo di statizzazione dell’Istituto Fermi: la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Istruzione della Camera, fa il punto sull’avvio del nuovo anno scolastico nel modenese. Ecco la sua dichiarazione:

“Il nuovo anno scolastico potrà iniziare con un numero di docenti adeguato alle esigenze grazie ai 466 insegnanti in più rispetto all’ organico di diritto garantiti per il modenese dal Ministero della Pubblica istruzione, ben 48 dei quali destinati all’ area del cratere sismico. Si tratta di un ottimo risultato, che tiene giustamente conto anche delle difficoltà di un’area colpita da sisma e alluvioni, frutto di un lavoro corale che ha coinvolto tutti, dalle istituzioni locali ai rappresentanti a Roma del territorio. Speriamo, comunque, che sia l’ultimo anno che si definiscono gli organici necessari all’ avvio dell’anno scolastico a metà luglio. Del resto la nuova programmazione prevista dalla Legge 107 imperniata sull’ organico funzionale dovrebbe garantire una maggiore tranquillità in questo senso a tutti i soggetti interessati. Continua, invece, l’impegno per portare a conclusione il processo di statizzazione dell’Istituto Fermi. Si tratta di un percorso iniziato nel 2007, ma che ora bisogna accelerare in considerazione della riforma istituzionale che ha coinvolto le Province. Da oltre un anno, sto seguendo con continuità la questione: la procedura è avviata, ci sono state visite e verifiche di requisiti, c’è interlocuzione continua tra i livelli istituzionali, in particolare tra il presidente della Provincia Muzzarelli e il Ministero dell’Istruzione. Il nostro impegno è indirizzato ad ottenere l’autorizzazione del Governo e della Ragioneria dello Stato affinché ci sia il passaggio del personale interessato dal ruolo della Provincia a quello dello Stato. Solo in questo modo si potranno garantire quelle certezze che il personale del Fermi, giustamente, sta chiedendo da mesi”.

Le soprintendenze restino autonome, di Manuela Ghizzoni – 24.07.15

Ieri è stato lanciato un appello, da noti studiosi italiani, su una norma contenuta nel disegno di legge delega Madia di riordino della Pubblica Amministrazione, ora in terza lettura al Senato.

La norma contestata prevede che tra i principi delega per la revisione delle funzioni delle Prefetture, che diverranno Uffici territoriali dello Stato e quindi il punto di “contatto unico tra amministrazione periferica dello Stato e cittadini”, vi sia la “confluenza nell’Ufficio territoriale dello Stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato”.

La norma ha sollevato anche i miei dubbi personali, poiché essa pare significare che le soprintendenze preposte alla tutela dei nostri beni culturali saranno sottoposte ai prefetti. Alla Camera si è svolto un dibattito su questo specifico aspetto, che ha trovato sintesi nell’approvazione di un mio ordine del giorno, richiamato anche da Tommaso Montanari nel suo articolo di lunedì scorso su Repubblica.

Che cosa prevede l’ordine del giorno?

Innanzitutto che il Governo si impegna «a prevedere che le funzioni dirette di tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali rimangano di competenza esclusiva ed autonoma dell’amministrazione preposta alla tutela dei beni culturali». E questo è già rassicurante, ma il prof. Montanari, non senza ragione, rileva che in questo modo “avremo la paradossale situazione di soprintendenze che confluiranno nelle prefetture , ma conservando una competenza autonoma ed esclusiva?”

In realtà al possibile paradosso risponde il secondo impegno dell’ordine del giorno, che chiarisce che il ruolo dei nuovi uffici territoriali, nell’esercizio delle nuove funzioni di coordinamento e armonizzazione, sarà riferito alle “materie amministrative generali comuni”.

Bene hanno fatto i promotori dell’appello a portare l’attenzione su questa vicenda (dopo che per settimane la mobilitazione è stata dedicata al problema del silenzio-assenso), ma credo anche che l’ odg approvato rappresenti un indirizzo chiaro per i decreti applicativi della delega, affinché le soprintendenze continuino ad esercitare – senza alcuna subordinazione gerarchica – il mandato costituzionale della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale.

Il testo dell’ordine del giorno
Atto Camera

Ordine del Giorno 9/03098-A/023
presentato da
GHIZZONI Manuela
testo di
Venerdì 17 luglio 2015, seduta n. 464
  La Camera,
premesso che:
l’articolo 7 del provvedimento in esame delega il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi per la riorganizzazione dell’amministrazione statale e alla lettera d) prevede la confluenza nell’Ufficio territoriale dello Stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato;
gli uffici o organi periferici dell’amministrazione civile dello Stato preposta alla tutela dei beni culturali – il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – svolgono compiti di tutela, conservazione e fruizione dei beni culturali che richiedono competenze specifiche per i diversi settori di beni, altamente specializzate sia a livello tecnico-scientifico che operativo e organizzativo, competenze che evidentemente non sono possedute dagli attuali Uffici territoriali del governo (ex Prefetture), né dai loro dirigenti e personale;
la norma succitata parrebbe pertanto trasferire alla integrale dipendenza gerarchica dalle ex prefetture gli uffici e organi periferici dei beni culturali, poiché verrebbero necessariamente assegnati alle ex prefetture – ora Uffici territoriali dello Stato – i compiti di direzione, controllo e coordinamento delle predette funzioni eminentemente tecnico-scientifiche relative ai beni culturali, in quanto sarebbero svolte da organi da esse dipendenti;
l’organizzazione del Ministero dei beni culturali è articolata a livello regionale, nell’ambito del quale il coordinamento dell’attività delle strutture periferiche nel quadro delle linee di indirizzo inerenti alla tutela emanate dagli organi centrali è assicurato dai Segretariati regionali dei beni e delle attività culturali, e non a livello provinciale. Per tanto si creerebbe una disomogeneità di livelli di coordinamento con gli Uffici territoriali dello Stato, che non hanno competenza di ampiezza regionale, con sovrapposizioni, duplicazioni e frammentazioni di linee di comunicazione e coordinamento del tutto controproducenti, per non parlare della duplicazione di quelle fra centro e periferia dei due rispettivi dicasteri;
l’amministrazione statale preposta alla tutela dei beni culturali è stata di recente profondamente riorganizzata con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 8 agosto 2014, n. 171, e successivi decreti attuativi, che hanno operato numerose e incisive modifiche e innovazioni nei diversi settori centrali e periferici della tutela, accorpando e creando tipologie di istituti e rispettive competenze e modificando i rapporti fra organi periferici, regionali e centrali secondo i principi del decentramento e dell’autonomia operativa e gestionale degli organi tecnici, indispensabile per la competenza ed efficienza delle attività di tutela, valorizzazione e fruizione dei beni culturali. Tale riorganizzazione è peraltro ancora in una delicata fase di completamento per quanto riguarda l’attivazione di tutti i nuovi organi e il nuovo assetto dei rapporti organizzativi. Una nuova, profondamente diversa, riorganizzazione di tutto l’apparato – che sarebbe richiesta da una «confluenza» integrale degli uffici e organi periferici dei Beni culturali negli Uffici territoriali dello Stato – determinerebbe un impatto negativo sull’attuale predetta delicata e problematica fase di transizione, che rischierebbe di diventare cronica e disfunzionale per lungo tempo prima di assestarsi in modo stabile e funzionale sull’ulteriore nuovo assetto;
il decreto-legge n. 83 del 2014 (articolo bonus) ha disposto all’articolo 12, comma 1-bis, l’istituzione di Commissioni di garanzia per il patrimonio culturale dalle quali i pareri, nulla osta o altri atti di assenso comunque denominati, rilasciati dagli organi periferici del Ministero, possono essere riesaminati d’ufficio o su segnalazione delle altre amministrazioni (per esempio regionali e comunali) coinvolte nel procedimento;
le funzioni di tali commissioni sono state assegnate dall’articolo 39 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 171 del 2014 alle Commissioni regionali per il patrimonio culturale presiedute dal segretario regionale (come tale rappresentante dell’amministrazione centrale), e composte dal direttore del polo museale regionale e dai soprintendenti e dirigenti degli Istituti aventi sede nella regione. Tali funzioni – a seguito della «confluenza» delle soprintendenze nelle ex prefetture – mal si concilierebbero con eventuali poteri monocratici dei prefetti in materia derivanti dalla loro posizione di superiori gerarchici dei soprintendenti, creandosi anche in tal caso un’inopportuna sovrapposizione di competenze,

impegna il Governo:

a prevedere che le funzioni dirette di tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali previste dal Codice dei beni culturali (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42), rimangano di competenza esclusiva ed autonoma dell’amministrazione preposta alla tutela dei beni culturali;
a creare le condizioni perché l’esercizio delle nuove funzioni di coordinamento e armonizzazione degli Uffici territoriali dello Stato sia prevalentemente riferito alle materie amministrative generali comuni, con particolare riferimento alla composizione di politiche e decisioni che provengono da ambiti settoriali della pubblica amministrazione.
9/3098-A/23. (Testo modificato nel corso della seduta) Ghizzoni, Malisani, Piccoli Nardelli, Piccione, Realacci, Fabbri, Fregolent.

Il link all’appello

http://articolo9.blogautore.repubblica.it/

“Qualcosa è cambiato”, di Benedetta Tobagi – La Repubblica 23.07.15

Da ieri sera, qualcosa è cambiato, per tutti. Dopo 41 anni di inchieste e processi, il massacro del 28 maggio 1974 in piazza della Loggia — una bomba uccise otto persone durante una manifestazione antifascista — non è più una strage impunita.
Non lo è grazie a due condanne di grande peso e significato. La Corte d’assise d’appello di Milano, nel giudizio di rinvio (dopo l’annullamento da parte della Cassazione nel febbraio 2014, il dibattimento era cominciato a fine maggio) ha condannato come organizzatore della strage il capo dell’organizzazione terrorista d’estrema destra Ordine Nuovo nel triveneto, Carlo Maria Maggi (uscito indenne dalle inchieste per piazza Fontana), e il suo sodale Maurizio Tramonte, poco più che ventenne all’epoca dei fatti, che era al contempo militante dell’Msi, membro della struttura eversiva capitanata da Maggi e, soprattutto, confidente del Sid, il servizio segreto militare dell’epoca. Proprio le note informative in cui, attraverso le confidenze di Tramonte, ossia la fonte “Tritone”, il Sid seppe quasi in presa diretta dei propositi stragisti del Maggi in nord Italia e delle manovre di riorganizzazione del suo gruppo clandestino, dopo che nel 1973 O.N. fu messo fuori legge, sono state cruciali per arrivare alla condanna.
La sentenza della Cassazione del 2014 aveva inchiodato Maggi a una posizione difficilissima. Inesorabile l’elenco degli elementi a suo carico (la sentenza si può leggere e scaricare gratuitamente dal sito fontitaliarepubblicana.it). Suo l’esplosivo, gelignite, di cui era fatto l’ordigno. Faceva parte delle scorte stivate nella cantina del ristorante “Allo Scalinetto”, una trattoria veneziana a due passi da san Marco. L’avevano confezionato e trasportato per suo conto i defunti Carlo Digilio e Marcello Soffiati, entrambi membri di Ordine Nuovo, la cui partecipazione all’attentato bresciano, sebbene post mortem, era già passata in giudicato. Indubitabile il fatto che Maggi fosse un capo con responsabilità operative, con propositi stragisti. «Brescia non deve restare un fatto isolato!» disse dopo la bomba di piazza Loggia.
Arduo che questo appello-bis possa essere ribaltato in Cassazione. Potrebbe, dunque, essere la prima condanna per strage di un leader del terrorismo nero di questo calibro a passare in giudicato. Una cesura, uno spartiacque che potrebbe metter fine agli sproloqui di quanti, negli ultimi decenni, hanno provato a mistificare la verità storica sulle stragi del quinquennio 1969-’74: stragi di chiara e indubitabile matrice fascista. Con la connivenza dei servizi segreti. La Cassazione aveva bacchettato con severità i giudici bresciani per aver liquidato troppo facilmente la posizione di Tramonte: informatore dei servizi, ma non infiltrato al servizio della giustizia. Non era solo membro di Ordine Nuovo, ma partecipava pure, con Maggi, a riunioni organizzative d’alto livello. Come quella a casa di Gian Gastone Romani, leader sia del Msi che di Ordine Nuovo, tre giorni prima della bomba di Brescia (Tramonte ne uscì dicendo all’amico che lo aspettava «quelli sono tutti pazzi»). Il supplemento d’istruttoria effettuato a Milano ha accertato che la mattina del 28 maggio egli si trovava in piazza: fu forse uno dei “basisti”? Attendiamo le motivazioni. Di certo, la sua condanna getta una luce inquietante sui servizi. Sapevano, tacquero, e allontanarono gli inquirenti dalla verità — da subito. Questa sentenza suggella definitivamente la verità sui depistaggi. Gian Adelio Maletti, che, con il capo dei servizi Miceli vide e valutò le informative di Tramonte, e le ritenne così gravi da scrivere di suo pugno, dopo la strage di Brescia, che bisognava dire tutto all’autorità giudiziaria, quando, nell’agosto 1974 fu ascoltato dai magistrati bresciani, nascose le note informative e mentì. Per evitare che, attraverso le parole di Tritone-Tramonte, si accendesse un riflettore sul gruppo eversivo di Carlo Maria Maggi, su quel mondo della destra eversiva con cui — lo sappiamo anche dalle inchieste su piazza Fontana — il Sid intratteneva fitti legami. Maletti è già stato condannato per aver depistato le indagini sulla strage di Milano.
Nonostante il mostruoso dispiegamento di forze per garantire l’impunità agli stragisti, la goccia ha scavato la roccia, il meccanismo del depistaggio è stato, almeno in parte, per una volta, inceppato. Quarantuno anni non sono passati invano. Grazie al lavoro paziente e generoso di tanti uomini e donne, giudici, magistrati, avvocati, parti civili, il cumulo delle prove, assoluzione dopo assoluzione, s’è fatto così alto da impedire, infine, al masso di precipitare ancora indietro lungo la china dell’impunità. Ora Sisifo può riposarsi. Che quegli otto morti, cinque insegnanti, due operai, un ex partigiano, volti dell’Italia che lottava e sperava, possano finalmente riposare in pace.

Sisma, parlamentari Pd “Fabbri come Salvini vittima di un colpo di sole” – comunicato stampa – 23.07.15

I parlamentari modenesi del Pd Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari rispondono al consigliere regionale della Lega Nord Alan Fabbri che prova a comparare la situazione dei terremotati e quella dei profughi e arriva a “consigliare” ai parlamentari Pd, le cui richieste sono state accolte solo in parte dal Governo, di lasciare. “Salvini ha sparato la bufala sui condizionatori, Fabbri lo rincorre – dicono i parlamentari Pd – evidentemente sono entrambi vittime delle alte temperature di questi giorni”. Ecco la loro dichiarazione:

“Ci dispiace che dopo Salvini anche Fabbri sia stato vittima dell’ondata di calore che sta attanagliando il Paese. Prima la bufala sulla tassa sui condizionatori sparata da Salvini e ora Fabbri che straparla sulle zone terremotate dimenticando due cose: che sulle Zone franche urbane è stato grazie al Pd e a questo Governo che si è raggiunto un importante risultato per le piccole imprese dei centri storici, e che nel Comitato istituzionale, riunitosi ieri, la Regione Emilia-Romagna ha fornito risposte e date sui problemi che riguardano chi ancora è ospitato nei MAP. Come ci ripetono in questi giorni gli esperti, consigliamo pertanto a Fabbri di non rimanere esposto al sole nelle ore più calde, di bere molto, e nel caso di usare la borsa del ghiaccio per ridurre la temperatura corporea e recuperare la lucidità necessaria prima di aprire bocca. Per la cronaca la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza noi l’abbiamo portata a casa fino alla fine del 2016. La Lega Nord con i suoi parlamentari cosa ha ottenuto? Forse stavano scrivendo l’emendamento sulla tassa sui condizionatori…”.

Università, come leggere le classifiche. L’esempio di Unimore, di Manuela Ghizzoni – 22.07.15

Graduatorie, che passione! E’ ormai invalso l’uso di commentare a caldo le classifiche delle più varie istituzioni pubbliche che ci vengono proposte quasi quotidianamente. Che si tratti di comuni, di ospedali o di università, ecco che fioccano analisi e ragionamenti, in fondo non dissimili da quelli che accompagnano spesso le classifiche del campionato di calcio o di altri sport.
Vi è però una grande differenza tra le prime e le seconde.
Facciamo il caso delle università. A differenza delle graduatorie sportive, che si basano sull’esito inoppugnabile delle partite, quelle universitarie si fondano, inevitabilmente, su una pluralità di indicatori quantitativi. Per quanto possano essere numerosi e sofisticati – ma spesso è vero il contrario – questi indicatori si limitano a restituire approssimativamente solo alcuni aspetti delle complesse attività di un ateneo e comprimono inevitabilmente in una sintesi le differenze qualitative tra i diversi dipartimenti. Per giunta, non si può ignorare che tali indicatori sono pesati differentemente, per ottenere il punteggio finale, a seconda delle scelte dell’autore della graduatoria. È proprio per questa ragione che tali classifiche hanno vita assai effimera e, purtroppo, non risultano di grande aiuto per le scelte dei“portatori di interesse” di un’università: gli studenti, le loro famiglie, gli enti locali, le imprese del territorio, gli investitori in ricerca e innovazione.
Fatta questa doverosa premessa, i parametri valutativi, se considerati separatamente, sono comunque d’aiuto per comprendere il posizionamento di un’università rispetto ai singoli problemi e per verificare l’esito delle strategie messe in campo per affrontarli. Nella classifica delle università statali, pubblicata lunedì da un grande giornale nazionale, l’Università di Modena e Reggio Emilia si classifica, come negli anni scorsi, in posizione onorevole, nel primo terzo della graduatoria con un leggero e probabilmente insignificante passaggio dal19-esimo al 21-esimo posto. Conoscendo le incertezze statistiche dei dati utilizzati, si ha sostanzialmente una stabilità di posizionamento che non dovrebbe né far cantar vittoria né far prendere il lutto. Più interessante è l’analisi separata dei vari parametri. Per quanto riguarda la didattica, la nostra università mantiene una lusinghiera posizione di alta classifica, segno di una adeguata attenzione ai diritti degli studenti e alla qualità dell’insegnamento. Per quanto riguarda invece la ricerca, la graduatoria la pone più in basso in graduatoria. Ma quali sono esattamente i dati raccolti per questa valutazione della ricerca? Sarebbe utile un’analisi ragionata condotta dagli organi di governo dell’ateneo, ma al momento sembra che i dati, tutti di origine ministeriale, siano riferiti quasi esclusivamente alle attività di ricerca“pura” con finanziamenti pubblici, con il risultato di tenere in minore considerazione le attività di ricerca applicata e di trasferimento tecnologico in collaborazione con le imprese del territorio. Poiché l’Università di Modena si trova al centro del più importante distretto nazionale di motoristica, ed è particolarmente qualificata in questo campo, e vanta altresì prestigiosi gruppi di ricerca nel campo della sanità finanziati da imprese farmaceutiche internazionali, la sua posizione in graduatoria potrebbe essere risultata falsata da una sottovalutazione, da parte degli autori della classifica, di questi specifici ed importanti aspetti dell’attività di ricerca, che nel gergo internazionale vengono indicati come la “terza missione” dell’università, dopo la didattica e la ricerca libera.

Discutiamo dunque approfonditamente dei dati desunti dalle classifiche, sollecitiamo sempre interventi sui punti deboli per migliorare il livello di qualità della nostra università, ma non cadiamo nell’equivoco di saltare a facili conclusioni (che potrebbero rivelarsi infondate).

Lotti a Fossoli, Ghizzoni “Attenzione concreta ai temi della memoria” – comunicato stampa – 20.07.15

Nella mattinata di oggi il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti, che sovrintende all’Unità di missione sul 70esimo della Liberazione presso la stessa Presidenza del Consiglio, si è recato in visita privata al Campo di Fossoli su invito della Fondazione Fossoli e del Comune di Carpi. Ad accoglierlo, insieme al sindaco Alberto Bellelli, al presidente della Fondazione Pierluigi Castagnetti e alla direttrice Marzia Luppi, c’era anche la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, prima firmataria della risoluzione sul 70esimo anniversario della Liberazione approvata lo scorso marzo dalla Commissione Cultura della Camera. Ecco il suo commento:

“Il sottosegretario Lotti ha voluto conoscere oggi uno dei luoghi più
importanti della deportazione politica e razziale in Italia. Ci ha dedicato tutta la mattinata e il suo interessamento è stato particolarmente apprezzato. Aver accolto l’invito a visitare il Campo di Fossoli è testimonianza di una nuova attenzione del Governo, che fa ben sperare in un futuro di condivisione (anche degli oneri) e responsabilità sui temi della memoria. Il campo è, infatti, toccato in sorte a Carpi, ma è un patrimonio di tutta la nazione e della storia europea. Così come il 70esimo della Liberazione – è stato lo stesso sottosegretario Lotti a sottolinearlo – non si conclude con le celebrazioni dell’anno solare 2015. Si tratta di un progetto di più lungo respiro, che riguarda la testimonianza e la trasmissione della memoria. Ed è proprio dai luoghi fisici che può diramarsi un “sistema della memoria”, che metta in relazione le storie di uomini e donne con le grandi vicende nazionali. Con grande interesse, il sottosegretario ha ascoltato i progetti per il Campo illustrati dal sindaco e dai rappresentanti della Fondazione: da una parte il recupero di tre baracche per completare il percorso di visita all’interno del Campo, dall’altra la necessità di attrezzare con nuove strumentazioni multimediali la baracca ricostruita, utilizzata soprattutto ai fini didattici, in modo da favorire una lettura, anche autonoma, del Campo. Il sottosegretario Lotti ha confermato l’impegno dell’Esecutivo su questi temi: è importante, crediamo, che fra i progetti supportati dall’Unità di missione ci sia anche Fossoli. Nel 70° anniversario dalla Liberazione, infatti, si sta facendo strada una nuova consapevolezza: un esempio è la risoluzione approvata in Commissione alla Camera che impegna il Governo a creare una rete di conoscenza sulle testimonianze della Resistenza, delle deportazioni e delle stragi nazifasciste. Un impegno che la visita di oggi conferma e rafforza”.

“La «nuova» università deve partire dalla semplificazione”, di Manuela Ghizzoni – Scuola 24 20.07.15

L’università italiana, oltre ad aver subito negli ultimi anni pesanti tagli finanziari come nessun altro settore pubblico, è stata inoltre imbrigliata da insostenibili vincoli burocratici. Vincoli che sono anche la causa, non ultima, della fuga all’estero di tanti giovani ricercatori. Se uno di loro ottiene un finanziamento internazionale di ricerca preferibilmente sceglie di usufruirne in un’università straniera, con il risultato che il nostro Paese perde d’un sol colpo capitale umano (il ricercatore), scientifico (i risultati della ricerca) e finanziario (i fondi di ricerca).
Nel triennio 2010-2012, senza tenere in alcun conto la forma budgetaria del finanziamento statale, sono state imposte alle università riduzioni percentuali alle spese per la formazione del personale, per le missioni, per le relazioni pubbliche e la pubblicità, per i convegni, per i contratti a tempo determinato, per le spese di manutenzione degli immobili, per l’acquisto di mobili e arredi. È stato inoltre ripristinato il controllo preventivo della Corte dei Conti su ogni incarico esterno e introdotto l’obbligo di rivolgersi a Consip e Mepa per tutti gli acquisti. Un delirio di burocrazia anche per acquistare un personal computer.

E che dire del più significativo e disastroso dei vincoli, quello sulle assunzioni di personale anche quando vi sono finanziamenti disponibili sul bilancio dell’ateneo? Un vincolo senza limiti di tempo perché, se non si interverrà per legge, anche dopo il 2018 non sarà possibile spendere per il personale più di quanto si è speso l’anno prima, indipendentemente dalla situazione finanziaria e scientifica dell’ateneo. Una follia di cui si registrano già ora gli effetti negativi e che alla lunga soffocherà l’intero sistema.
Pur senza rinunciare a trasparenza ed efficacia nella spesa, è assolutamente urgente rimuovere questi vincoli. La soluzione che sempre più spesso viene proposta è quella di far uscire le università dal diritto amministrativo. Pochi però ricordano che questa via è già percorribile. Fu il Ministro Tremonti – non a caso con il medesimo decreto-legge che ha
vincolato le assunzioni – a volere nel 2008 la norma, mai abrogata, che lascia libere le università di decidere autonomamente se trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Ma in sette anni nessuna università l’ha finora utilizzata, anche per l’incertezza che ne conseguirebbe: quale sarebbe l’impegno finanziario dello Stato nei confronti delle fondazioni universitarie e della loro funzione “costituzionale”, quale lo status del loro personale docente, quali le norme che ne regolerebbero l’attività? Un’incertezza inevitabile – e pericolosa – che deriva dalla difficile sintesi tra la natura privatistica delle fondazioni e la natura pubblica delle missioni dell’università, cioè l’insegnamento superiore e la ricerca libera.

Il mancato ricorso alla norma Tremonti dovrebbe far comprendere che non è questa la via giusta da percorrere. Semmai si dovrebbe definire per legge uno specifico profilo per le università, che ne confermi le peculiari missioni di rilievo costituzionale e consenta di includerle in uno speciale settore della pubblica amministrazione. In questo nuovo regime le disposizioni per la pubblica amministrazione si applicherebbero all’università solo per espressa previsione legislativa e sulla base di un’attenta valutazione del loro impatto sia sull’autonomia degli atenei, sia sul loro livello di competitività scientifica, nazionale e internazionale, al fine di garantire gli interessi strategici del Paese.
Mettiamo dunque al lavoro il Parlamento per liberare le università dai lacci che ne asfissiano la gestione. Sfoltiamo decisamente e razionalizziamo intelligentemente la giungla normativa che ha preso piede negli ultimi anni. Sarebbe un vero e decisivo primo passo verso la “nuova” università.

*Deputata Pd