Nella trasparenza tutto è possibile, i mondi si avvicinano, i destini si sovrappongono, un sacerdote del dio Amon incontra un archeologo belga, che a sua volta sceglie un restauratore italiano per riportare alla luce il mistero della XXI dinastia e dei suoi sarcofagi. E nella trasparenza di un’immagine al computer lo stesso archeologo segue da Bruxelles il restauro che avviene contemporaneamente sotto una capsula di vetro in una chiesa settecentesca del Castello Aragonese di Ischia. Quel castello su uno sperone di roccia che i greci scelsero come sede del loro primo insediamento in Italia nell’VIII secolo a.C., e che nel 1509 ospitò le nozze di Ferrante d’Avalos e Vittoria Colonna, musa di Michelangelo.
Sembrerebbe l’inizio di un romanzo, se non fosse che questa ricchezza di coordinate, quest’aria coltissima che spira dall’antico Egitto all’Italia e alle Fiandre, è la cronaca avvincente di una giornata al Musée du Cinquantenaire, istituzione voluta da Leopoldo II nel 1889, e oggi sede di una delle più belle raccolte di arte antica in Europa. Nel laboratorio del museo si sono dati appuntamento per il consulto mensile Luc Delvaux, egittologo, e Teodoro Auricchio, restauratore di fama internazionale, trent’anni di esperienza sui “legni” più delicati, dai mobili di Ercolano al coro del Duomo di San Giorgio a Ragusa Ibla, e oggi presidente dell’Istituto Europeo di Restauro di Ischia. Accanto a lui, Isabella Rosati, coordinatrice italo belga del progetto e restauratrice dei Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles, e sullo schermo del computer, in streaming da Ischia, Annalisa Pilato, anche lei restauratrice. Pochi centimetri più in là partecipano alla riunione virtuale gli stessi visitatori del Castello Aragonese, che dallo scorso ottobre assistono a ogni fase del restauro grazie a un’immensa teca trasparente, sotto la quale i tecnici dell’Istituto lavorano in silenzio e concentrazione.
È la Capsula Europa, modulo laboratoriale espositivo, ideato da Teodoro Auricchio, «per intervenire nelle condizioni microclimatiche ideali all’opera e offrire al pubblico l’occasione di scoprire la nostra attività e la bellezza dei reperti su cui lavoriamo». Ed è proprio la magia seducente di questo laboratorio “in vitro”, garantito dalla tecnologia Fervi, Bosch, 3M, EL.EN Group e Coral, insieme alla trentennale esperienza di Auricchio, ad aver suggerito ai responsabili di Bruxelles l’idea di costruire intorno al restauro dei sarcofagi della XXI dinastia, presenti nelle collezioni belghe, un evento di straordinaria importanza.
A settembre, concluso il primo ciclo di studi, il sarcofago lascerà il castello di Ischia (dal 1911 proprietà privata della famiglia Mattera), e seguito dai Tir in stile concerto rock dell’Istituto Europeo di Restauro tornerà a casa. Qui lo attende una capsula lunga sedici metri e larga tre e mezzo, «la più grande e tecnologica mai costruita fino ad ora», ricorda Teo Auricchio, che ha raggiunto questo traguardo anche grazie all’appoggio dell’azienda omonima, l’Auricchio di Cremona. Il prossimo 15 ottobre il Musée du Cinquantenaire accenderà le luci della mostra Sarcophages. Sous les étoiles de Nout, percorso di dodici sale – come le dodici ore notturne attraversate dal sole per rinascere ogni mattina – che illustrerà l’evoluzione dei riti funerari dell’antico Egitto e insieme svelerà il mistero dei sarcofagi, sui quali opereranno per sei mesi i restauratori dell’Istituto di Ischia. Quasi un film di fantascienza, un ritorno al futuro grazie ai nuovi orizzonti della realtà aumentata, vedi gli occhiali intelligenti della BMS, applicati al restauro per la prima volta al mondo. I bambini rimarranno senza fiato.
«Potrei essere uno di loro, visto che la mia passione per l’Egitto è nata proprio in questo museo dove mi accompagnava mia madre e dove poi sono tornato tante volte da solo», racconta Luc Delvaux, venticinque anni di ricerca in università e da cinque conservatore della collezione egizia del Musée du Cinquantenaire. Tra gli oltre duemila reperti della raccolta, splendono le testimonianze della XXI dinastia, rinvenuti nel secondo nascondiglio di Deir El-Bahari, tomba collettiva nella Valle dei Re, dove intorno al 950 a.C. i sacerdoti del dio Amon decisero di mettere al sicuro le spoglie di molti personaggi importanti del Nuovo Impero. «Era un periodo di crisi e già molte tombe erano state violate. In più mancava la materia prima, e come abbiamo scoperto dalle prime analisi i sarcofagi erano stati assemblati con legni di diversa provenienza, su cui gli artigiani avevano steso uno strato di stucco per mascherare le giunture. Addirittura un sarcofago, destinato in origine al sacerdote Ankhefenamon, ovvero “la sua vita viene dal dio Amon”, era stato poi riciclato per una donna di nome Ihy. Nel passaggio era stata modificata anche la posizione delle mani sul coperchio, chiuse al maschile e aperte al femminile», prosegue Delvaux.
Due anni dopo l’inaugurazione del Musée du Cinquantenaire, nel 1891 viene scoperta nella regione di Luxor una sepoltura molto particolare. L’autore del ritrovamento non è un egittologo, ma un tombarolo, Mohammed Adbel Rassou, “invitato” dalle stesse autorità francesi a passare dalla parte della legge. Qualche mese di ricerca ed ecco un’entrata segreta, si scende lungo un pozzo di quindici metri da cui parte un corridoio lunghissimo, e appoggiati alle pareti appaiono centocinquantatré sarcofagi, corredi funerari, papiri e tessuti. Sono i resti dei sacerdoti e delle loro famiglie, spose e figli, sepolti nell’arco di un secolo. E a questo punto avviene la tragedia, gli archeologi hanno fretta e i reperti vengono estratti senza prendere alcun rilievo né disegno. Velocemente i tesori vengono portati al museo del Cairo, che allora era a Giza ed era molto piccolo. Non c’è spazio, quindi si decide di dividere la collezione e offrirla alle nazioni europee che hanno una rappresentanza consolare in Egitto. Ventisei paesi e ventisei musei, compreso uno sperduto in Siberia, ricevono questo dono inaspettato.
Un lungo viaggio per nave fino ad Anversa, un tragitto in treno, e nel 1894 giungono a Bruxelles dieci sarcofagi. «Alcuni erano in cattivo stato di conservazione e il restauratore di allora era subito intervenuto per stabilizzare il legno e integrare la decorazione mancante con geroglifici di fantasia. Uno dei nostri obiettivi sarà appunto quello di individuare gli interventi moderni e insieme a Teodoro decideremo se tenerli oppure no», precisa Luc Delvaux. Nello schermo del computer, in diretta da Ischia, appare l’ingrandimento di un sigillo reale, privilegio del faraone, nel quale un sacerdote aveva inciso il suo nome, «prova di chi comandasse veramente all’epoca», commenta Delvaux. Poi la telecamera si sposta lungo i fianchi del sarcofago, «decorati come un tempio e ricoperti di rappresentazioni di divinità e riti funebri che presto, grazie al restauro, ci forniranno un’idea più precisa della teologia dell’epoca». La riunione si chiude con l’invio delle ultime analisi sui pigmenti e le resine. Dalla capsula di Ischia è tutto. Fuori, dice Annalisa, è una bellissima giornata. Anche a Bruxelles il cielo è trasparente. Ma sul salvaschermo del computer compare l’immagine del golfo di Napoli, geroglifico di eterna felicità.
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“Il rischio del neorazzismo contro il mondo dei diversi”, di Donatella Di Cesare
Come definire la violenza con cui gli abitanti di Casale San Nicola sono riusciti nell’impresa di allontanare un pullman di 19 immigrati? E che nome dare al plauso espresso dai cittadini di Quinto dopo la cacciata dei profughi? Forse non si deve parlare di «razzismo» perché non teorizzano l’esistenza delle razze? Allora dobbiamo parlare di «nuovo razzismo» e di odio verso l’altro e verso lo straniero.
La politica ha le sue responsabilità. Nel corso di questi ultimi decenni è mancato un piano complessivo all’altezza di quell’evento epocale che è oggi l’immigrazione. Ma trovare edifici dismessi per ospitare profughi — come hanno fatto il prefetto Gabrielli o altri prefetti — è una risposta concreta.
Che dire invece dei cittadini? C’è chi li assolve sempre e comunque. Scaricare ogni volta tutto su chi governa è comodo, così come è sbrigativo sostenere che non si tratta di un problema culturale. È vero che la campagna massmediatica dell’odio verso gli «stranieri» sembra inarrestabile. Ed è vero che ad approfittarne sono sia quei gruppi fascisti e neonazisti, da CasaPound a Forza Nuova, sia quei rappresentanti di partiti, talvolta perfino con cariche istituzionali, che ricorrono a parole gravissime. Il linguaggio in tale contesto è decisivo. Il termine «africanizzazione» è agghiacciante; fa pensare a «ebraizzazione», il monito lanciato dai nazisti ben prima degli anni Trenta.
Il neorazzismo attraversa ceti sociali diversi, fa leva su sentimenti ancestrali, se ne serve in difesa di un’identità nazionale etnicamente omogenea. Può fare a meno di parlare di «razze»; basta richiamarsi all’ideale per cui «ognuno deve vivere nel proprio paese» e all’esigenza di «rimettere a posto gli individui». Il neorazzismo è la reazione alla mobilità degli esseri umani che provoca mescolanza, è il rifiuto ossessivo della contaminazione, è la pretesa di mettere al bando gli inassimilabili, inadatti alla civiltà, pericolosi perché diversi. I cittadini italiani che pensano questo sono neorazzisti. E sono loro a suscitare paura, inquietudine, sconcerto.
“La lezione di Paolo: indagini senza pregiudizi, richieste di condanna puntuali”, di Giuseppe Pignatone – Il Sole 24 Ore 19.07.15
L’eredità più preziosa di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone per i giovani magistrati, ma prima ancora per tutti noi cittadini di questo Paese, è il loro esempio: senso delle istituzioni e senso del dovere spinti fino al limite estremo del sacrificio, oltre che – naturalmente – eccezionali qualità professionali e umane.
La prima lezione che ci viene da Borsellino, Falcone e dagli altri magistrati e appartenenti alle forze di polizia di quegli anni è che le indagini vanno fatte a 360 gradi, come spesso si dice, senza mai accettare che ci siano tabù o zone franche. C’è poi un nuovo metodo di lavoro: il lavoro di équipe (anche se nessuno ha mai dubitato del ruolo preminente di Falcone e Borsellino), un lavoro metodico volto a cogliere i nessi e i collegamenti tra una miriade di fatti apparentemente slegati tra loro, l’attenzione –forse per la prima volta- agli aspetti patrimoniali e alle indagini bancarie, la “scoperta” (se così si può dire) e l’utilizzo, tra mille polemiche, dei collaboratori di giustizia. Gli esiti di tutto questo sono ormai scritti nelle sentenze del maxiprocesso, nei libri di storia e anche, purtroppo nelle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Ma accanto a questo una riflessione ulteriore ci porta, io credo, a sottolineare altri aspetti dell’attività di Paolo Borsellino e dei suoi colleghi. Il primo è la disponibilità ad affrontare le indagini con quello che io chiamo spirito laico, cioè senza pregiudizi di alcun tipo. Questo è tanto più necessario quando oggetto delle indagini sono realtà complesse o addirittura segrete per definizione come sono le associazioni mafiose. Certo a volte, specialmente oggi, può sembrare che sappiamo tutto delle mafie o –addirittura – che tutto fosse già scritto nei libri degli studiosi di 50 o 150 anni fa. Non è così. Bisogna sempre rimettere in discussione le proprie convinzioni e le proprie certezze. Falcone e Borsellino hanno detto che Buscetta ci ha fornito “i codici” per leggere e capire Cosa Nostra e in effetti con Buscetta è cominciata una nuova conoscenza della Mafia siciliana. Ma ci sono volute intelligenza e disponibilità per rimettere in discussione tutto quello che si credeva di sapere. Non dimentichiamoci che appena dieci anni prima, nel 1973, nessuno aveva creduto alle dichiarazioni di Leonardo Vitale, tanto simili a quelle che poi avrebbe reso Tommaso Buscetta. E lo stesso spirito laico ci deve guidare oggi ad affrontare le indagini sull’evoluzione di Cosa nostra sulla presenza della ‘ndrangheta al nord, negata per decenni pur dopo i grandi processi milanesi dei primi anni ’90, e quelle sulle nuove mafie che potrebbero svilupparsi in altre città italiane. E a proposito della ’ndrangheta mi sembra opportuno sollecitare tutti noi a non dimenticare, nelle analisi – per altro verso corrette – sul sempre maggiore ricorso delle mafie al metodo corruttivo/collusivo, la forza “militare” e la capacità di ricorso alla violenza che l’organizzazione calabrese tuttora possiede e che la rende, per giudizio unanime, la mafia più potente e pericolosa in questa fase storica.
Un altro punto di riflessione è l’attenzione alla concretezza del lavoro, al suo risultato in sede giudiziaria. In una delle sue rare interviste Paolo Borsellino ricorda che nel maxiprocesso erano iscritte come indiziate di reato circa 850 persone, ma il rinvio a giudizio fu disposto nei confronti di 475 soggetti, per gran parte dei quali il processo si concluse con l’affermazione di responsabilità e la pronunzia di sentenze di condanna. Una selezione, quindi, tanto attenta quanto rigorosa. Naturalmente dalle indagini emergono elementi di conoscenza della realtà sociale, economica e politica attorno a noi ma, almeno secondo me, le indagini si fanno, e si giustificano, per fare i processi ed avere una pronunzia del Giudice su fatti specifici addebitati a persone specifiche.
Mi sono tornate in mente a questo proposito le parole di Papa Francesco al Csm, il 17 giugno 2014, secondo cui la virtù specifica del giudice è la prudenza. Naturalmente il Papa parla della prudenza come virtù cardinale e infatti si affretta a precisare: «Non è una virtù per restare fermo. “ Io sono prudente: sono fermo, no! È una virtù di governo per portare avanti le cose, la virtù che inclina a ponderare con serenità le ragioni di diritto e di fatto che debbono stare alla base del giudizio». Si avrà prudenza, aggiunge Papa Francesco «se si possiederà un elevato equilibrio interiore, capace di dominare le spinte provenienti dal proprio carattere, dalle proprie vedute personali, dai propri convincimenti ideologici».
Questo ci conduce a un’ulteriore riflessione per la quale voglio solo citare le parole di Giovanni Falcone al Csm davanti al quale era stato chiamato a giustificarsi, proprio lui, dall’accusa sempre ricorrente, di “avere tenuto le carte nei cassetti”, di avere “insabbiato” – come si dice in gergo giornalistico – le indagini sull’on. Salvo Lima. «A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano, soprattutto in determinate cose, conseguenze incalcolabili. Quindi io continuo a essere convinto che questo tipo di elementi a carico di Salvo Lima non fossero tali, nemmeno per giustificare una informazione di garanzia, non so poi per quale reato».
La mia ultima riflessione si riaggancia alla prima, ma ha una portata più vasta e prende spunto non solo dell’opera di Paolo Borsellino e del pool antimafia ma anche – e soprattutto – delle vicende dei processi per la strage di via D’Amelio. Dobbiamo essere sempre acutamente consapevoli del rischio di sbagliare e del fatto che l’errore del magistrato può colpire o addirittura travolgere beni essenziali del cittadino: la sua libertà, la sua vita familiare, la sua reputazione. Naturalmente l’errore non è mai del tutto eliminabile perché siamo uomini, ma proprio l’esperienza ci deve spingere a una sempre maggiore attenzione. Da un lato, il maxiprocesso ha consentito di rivisitare e spesso modificare gli esiti di indagini precedenti, anche con la revisione di sentenze irrevocabili di condanna. Dall’altro lato, la serie di processi per la strage di via Amelio costituiscono una lezione che tutti noi dovremmo sempre tenere presente. Vi sono stati processi, celebrati con tutte le garanzie che il nostro ordinamento assicura, che hanno portato alla condanna di decine di persone, molte delle quali innocenti. Nella buona fede di tutti i magistrati di varie sedi giudiziarie fino alla Cassazione, sono state pronunziate sentenze di condanna all’ergastolo che si sono rivelate sbagliate. È un fallimento drammatico, non giustificato neanche dall’eventuale depistaggio iniziale perché i processi servono anche a evitare o svelare i depistaggi. Dall’altro lato è pure vero – ed è un dato anch’esso importante- che, sia pur tardivamente, il sistema processuale si è rivelato capace, proprio in questo caso così drammatico ed emblematico, di correggere se stesso e di rimettere in discussione anche sentenze irrevocabili così importanti e “sofferte” (se così si può dire).
Solo poche settimane fa, il presidente della Repubblica ha affermato che «sconfiggere per sempre le mafie è un’impresa alla nostra portata, ma per raggiungere questo traguardo è necessario un salto in avanti che dobbiamo compiere come collettività» ( 23 maggio 2015). A noi magistrati spetta, insieme alle forze di polizia, innanzi tutto, il compito della repressione, che dobbiamo svolgere nel modo migliore, ispirandoci all’esempio di Paolo Borsellino il quale, in una delle sue ultime interviste, disse: «Io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri insieme a me. E so che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuare a farlo senza lasciarci condizionare dalla sensazione o, financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro».
Procuratore capo della Procura della Repubblica di Roma
Festa Carpi, chiusura con Dario Franceschini e Manuela Ghizzoni – comunicato stampa – 19.07.15
Sarà il ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini a chiudere il programma degli appuntamenti politici alla Festa nazionale de l’Unità Ecodem in corso di svolgimento a Carpi. Lunedì 20 luglio, insieme alla parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, discuterà del libro “Fondata sulla bellezza” di Emilio Casalini. Inizio alle ore 21.00.
Si chiude lunedì 20 luglio la Festa nazionale de l’Unità Ecodem in corso di svolgimento a Carpi, nell’area Zanichelli. L’ultimo incontro politico in calendario è quello con il ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini che sarà alla Festa a partire dalle ore 21.00. Discuterà del libro “Fondata sulla bellezza” insieme alla parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Cultura della Camera, e all’autore, il giornalista Emilio Casalini. “Fondata sulla bellezza” è un viaggio nei punti di forza, dal punto di vista culturale e turistico, del nostro Paese. L’incontro si tiene alla Sala conferenze. Per la pagina dello spettacolo, invece, segnaliamo all’Isola rossa, “Red moon dance” con Barbara Benatti, in collaborazione con il Circolo Rinascita Budrione, mentre il gran finale della Festa e l’arrivederci al prossimo anno sarà affidato, come vuole la tradizione, all’atteso spettacolo di fuochi artificiali a cui si potrà assistere da tutta l’area della Festa.
Carpi, Il Bel paese, arte, storia, cultura, ambiente, territorio e cambiamento
Alla Festa Nazionale dell Unità di Carpi dedicata all’Ambiente insieme al ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini faremo il punto sul patrimonio culturale del nostro Paese e su cosa si sta attuando per la sua tutela e la sua valorizzazione, prendendo spunto dal libro di Emilio Casalini “Fondato sulla bellezza, come far rinascere l’Italia a partire dalla sua vera ricchezza”.
Bosco Albergati (MO) – Presentazione del libro “L’inverno di Diego – Le quattro stagioni della Resistenza”
Carpi, la nuova frontiera della Protezione Civile
Sabato 18, alle 21 (l’orario è stato spostato rispetto al programma iniziale) a Carpi alla Festa Nazionale dell’Unità dedicata all’Ambiente si parlerà di un argomento che gli amministratori e i cittadini colpiti dal terremoto e dall’alluvione hanno toccato con mano, cioè la necessità di nuove norme, coordinate, semplici, efficaci e omogenee, non solo per affrontare l’emergenza, ma soprattutto per la fase successiva della ricostruzione.
L’occasione è data dalla proposta di legge per riordinare il sistema di Protezione Civile e per affrontare la ricostruzione dopo catastrofi naturali, ora in discussione alla commissione Ambiente della Camera, che verrà illustrata dalla relatrice, la deputata PD Raffaella Mariani. La proposta di legge ha raccolto anche l’esperienza e le proposte scaturite da chi ha vissuto e sta vivendo le conseguenze del sisma del 2012.
Con Raffaella Mariani ci saranno Roberto Oreficini, direttore delle relazioni istituzionali del Dipartimento Protezione Civile, l’assessore regionale alla difesa del suolo Paola Gazzolo e i sindaci di Crevalcore, Claudio Broglia, e di San Felice sul Panaro, Alberto Silvestri.
E’ un appuntamento da non mancare, perché riguarda da vicino il futuro di un territorio sempre più fragile, dove la logica dell’emergenza dovrà essere superata da quella della prevenzione e della soluzione di sistema.


