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Roma, convegno Università e Lavoro, condizione studentesca e occupabilità in Italia

L’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà e CCUM-Conferenza dei Collegi Universitari di Merito organizzano, mercoledì 10 giugno 2015, dalle ore 14.00 alle 16.00, presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, il convegno Università e Lavoro. Condizione studentesca e occupabilità in Italia.

Alla base del dibattito ci sarà la presentazione di due ricerche, una sulla ‘Condizione studentesca in Italia e Europa’ (Indagine Eurostudent 2012-2015), promossa dal MIUR, e una seconda sui percorsi formativi post lauream e placement degli studenti dei Collegi Universitari di Merito.La crisi economica, una società sempre più globale, un mercato del lavoro fortemente competitivo e internazionalizzato stanno cambiando profondamente le esigenze di vita e di formazione degli studenti universitari europei: mutano le abitudini, le relazioni sociali, la progettualità per il futuro, la dimensione dell’occupabilità. Garantire un sistema universitario rispondente a tali esigenze, e quindi funzionale alla crescita del Paese nell’economia della conoscenza, nella cultura del merito e nel mondo del lavoro, rappresenta oggi una priorità.

Ghizzoni “Senza dottorandi non c’è ricerca: così muore l’università” – comunicato stampa 09.06.15

Manuela Ghizzoni, deputata modenese del Pd e componente della Commissione Cultura, ha partecipato, in mattinata, a Roma alla conferenza stampa, di presentazione della quinta indagine ADI, l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani, sulla situazione e le prospettive che il nostro sistema universitario offre ai giovani ricercatori. Manuela Ghizzoni è, tra l’altro, la prima firmataria di una proposta di legge che stabilisce l’abolizione della tassazione universitaria per i dottorandi. Ecco la dichiarazione della deputata Pd:

“L’Italia investe molto poco, rispetto a tutti gli standard internazionali, in risorse finanziarie e in misure di sostegno per università e ricerca, in particolare in quello che è il luogo di formazione dei nuovi ricercatori, i dottorati di ricerca. La situazione è andata peggiorando negli ultimi anni, quando la crisi economica ha costretto a pesanti tagli. E’ ciò che ancora una volta emerge con chiarezza dall’indagine curata dall’ADI. Ritengo prezioso il lavoro, interamente volontario ma fortemente motivato, che quest’associazione di giovani ricercatori, supplendo alla preoccupante assenza delle istituzioni, svolge da anni. Sono analisi accurate e intelligenti, utili a comprendere la situazione dei dottorati e, più in generale, a denunciare la gravità del fenomeno del precariato universitario. Quando i posti di dottorato si sono dimezzati in due anni, quando i costi ricadono sulle università molte delle quali hanno dovuto aumentare la tassazione a carico dei dottorandi, quando quasi solamente gli atenei statali si fanno carico di formare nuovi ricercatori, quando si aggrava drammaticamente anche in questo settore il divario tra centro-nord e sud del Paese, rimane ben poco da aggiungere a quanto denunciato dall’ADI. Temo che, oltre alla polarizzazione di natura geografica, se ne stia verificando un’altra altrettanto pericolosa di natura culturale. Discipline che sono state e sono punti di forza della nostra cultura potrebbero essere cancellate. Val la pena ripetere che la sola strada per rilanciare l’economia è quella di investire in innovazione e ricerca in ogni campo. Senza giovani muore la ricerca, senza ricerca muore l’università, senza università muore un Paese. Occorre cambiare subito strada, anche cominciando da misure limitate, compatibili con il bilancio dello Stato. Ecco perché ho proposto con altri parlamentari di rivedere profondamente la tassazione universitaria per renderla più equa rispetto alle condizioni economiche delle famiglie e, in questo quadro, di cancellare ogni forma di tassazione per i dottorandi in modo da incentivare, in applicazione della Costituzione, il raggiungimento del più alto grado degli studi”.

“Comunità ebraica di Roma e scienziati: “Cancellare i nomi dei medici nazisti usati per le malattie”, di Rory Cappelli – La Repubblica 08.06.15

Cancellare i nomi di medici nazisti criminali di guerra dalle definizioni, ancora oggi utilizzate, di varie patologie e test scientifici. Una richiesta condivisa, quella di scienziati e comunità ebraica, rilanciata in occasione del workshop internazionale ‘Medici nazisti e malattie eponimiche’, organizzato a Roma dall’Università La Sapienza, Comunità Ebraica e Ospedale Israelitico. Al convegno la proposta è arrivata dal presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: “Quello che chiediamo è di sostituire, nelle definizioni in uso per varie malattie, ai nomi dei carnefici nazisti quelli delle vittime, che in molti casi sono note”.

Lunga la lista delle patologie definite a partire dal nome di questi medici nazisti criminali di guerra. Dal test di Clauberg, ginecologo che effettuò gravi sperimentazioni, all’artrite di Reiter, batteriologo anche egli autore di esperimenti criminali. E ancora: la sindrome di Hallervorden-Spatz; la reazione Spatz-Stiefler; la sindrome di Cauchois-Eppinger-Frugoni e tante altre che prendono il nome da altri medici nazisti, come Murad Jussuf Bei Ibrahim, Eduard Pernkof, Hans Joachim Scherer, Walter Stoeckel e Friedrich Wegener.

Durante il convegno, storici della medicina e ricercatori hanno ricordato le efferatezze commesse dai medici nazisti su cavie umane nei campi di sterminino, ma nonostante le condanne inflitte ai medici che praticarono tali sperimentazioni, “ancora oggi diverse patologie – denunciano ricercatori e esponenti della Comunità Ebraica – sono note nella pratica medica con eponimi derivati appunto dal nome dei responsabili di tali atrocità”. Questi esperimenti sono stati ritenuti crudeli e per questo medici e ufficiali coinvolti furono condannati per crimini contro l’umanità. Le pratiche sperimentali effettuate nei campi di concentramento, sottolineano gli studiosi, “portavano a morte sicura o provocavano terribili dolori che duravano per giorni e lasciavano menomazioni perenni nei pochi sopravvissuti”. Molti degli autori erano medici e scienziati di chiara fama e professionisti, ma malgrado i crimini di cui si macchiarono e le condanne che subirono, ancora oggi alcune delle loro “ricerche” e dei loro “dati” vengono impiegati nella pratica medica.

D’accordo con Pacifici anche il rettore dell’Università La Sapienza di Roma, Eugenio Gaudio: “L’Università La Sapienza si farà promotrice di una mozione per cancellare le definizioni con nomi di medici nazisti che hanno legato alla nomenclatura di una malattia il proprio cognome – ha detto al termine del convegno – La mozione sarà inviata a tutte le società scientifiche internazionali, con l’obiettivo di approdare alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. Tutta l’attività medica ha l’obiettivo di essere di aiuto alle persone. Per questo, chi ha disonorato e pervertito il significato della scienza medica va espulso dai libri di medicina oltre che dalla coscienza collettiva, e va lasciato solo ai libri della criminalità”.

Il fatto che malattie varie e test scientifici vengano ancora oggi denominati utilizzando i cognomi di questi medici nazisti criminali di guerra “è una stortura che va rimossa immediatamente; è infatti indegno – ha concluso il rettore dell’Università La Sapienza – che dei criminali che hanno effettuato sperimentazioni mortali su centinaia di innocenti possano essere ancora oggi ricordati come degli ‘scienziati'”.

“Dottorato e Postdoc, martedì Ghizzoni alla conferenza stampa dell’Adi” – comunicato stampa 08.06.15

La deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Cultura e Istruzione della Camera, nella mattinata di martedì 9 giugno, parteciperà a Roma alla conferenza stampa organizzata dall’Adi, l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani, per presentare i risultati di un’indagine nazionale su Dottorato e Postdoc. Manuela Ghizzoni, in particolare, è stata invitata per parlare della sua proposta di legge sulla “Disciplina della contribuzione studentesca per le università statali e le istituzioni statali di alta formazione artistica, musicale e coreutica”. Ecco la sua dichiarazione:

“Voglio ringraziare l’Adi per avermi invitato a partecipare alla conferenza stampa nel corso della quale verranno presentati i risultati della loro indagine sul tema del Dottorato di ricerca. Ormai da cinque anni a questa parte, incrociando i dati del Ministero con quelli dei singoli atenei, grazie all’Adi, è possibile conoscere nel merito le prospettive che il nostro sistema universitario offre ai giovani ricercatori. In particolare, vengono analizzati i dati relativi ai posti di dottorato banditi, alla copertura delle borse di studio e ai mutamenti nella tassazione per l’iscrizione e la frequenza dei dottorati di ricerca. Una parte di questi argomenti vengono affrontati anche nella mia proposta di legge sulla disciplina della contribuzione studentesca per le università statali e le istituzioni statali di alta formazione artistica, musicale e coreutica. Proprio per sostenere i giovani ricercatori, penso che sui dottorati di ricerca non dovrebbe gravare alcuna tassazione. Il nostro Paese deve tornare ad essere incentivante per i giovani più capaci”.

“Lezioni sul nostro patrimonio”, di Marco Carminati 07.06.15

L’Italia è un Paese con un eccezionale concentrato di opere d’arte e con l’onere, la responsabilità e il dovere etico di conservarle al meglio. Ogni danno al patrimonio artistico italiano (il crollo di un muro a Pompei, il distacco di un pezzo d’intonaco agli Uffizi, il danno inflitto a un monumento da un vandalo) trova grande rilievo sui mezzi di comunicazione, ovviamente gettando un’ombra negativa sulla reputazione del nostro Paese.
Eppure l’Italia è la nazione leader in fatto di tutela, conservazione e restauro, e tale primato d’eccellenza è noto e riconosciuto in tutto il mondo. Per renderlo noto anche agli italiani (che talvolta sembrano non esserne del tutto consapevoli), il Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo ha organizzato a Milano un ciclo di nove incontri dal titolo Conservare per ricordare. Un viaggio tra le eccellenze italiane, fortemente voluto da Ilaria Buitoni Borletti, Sottosegretario di Stato del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, e realizzato nell’ambito di Expo 2015.
Il ciclo – partito ieri nel Palazzo di Brera (sede di tutti gli incontri) – vede presenti non solo tutti i più qualificati esperti italiani in tema di tutela e conservazione, ma conta sulla presenza di Umberto Eco che terrà una lectio magistralis il 28 giugno. Dunqne un ciclo che si presenta non solo come occasione unica per incontrarsi e dibattere lo stato dell’arte di questo settore così importante per il nostro Paese, ma che offre una rara possibilità, per il pubblico non specialistico, di gettare uno sguardo approfondito dentro il mondo del restauro italiano.
Il ciclo di conferenze è stato aperto ieri con l’incontro dal titolo Venti di guerra, calamità naturali: salvare la memoria, un tema di drammatica attualità (si veda l’articolo di Paolo Matthiae qui sopra) che è stato presentato attraverso il duro e appassionante lavoro dei nostri restauratori presenti nelle zone più difficili del pianeta.
La seconda conferenza (che si terrà il 28 giugno nella Biblioteca Nazionale Braidense, Sala di Maria Teresa) si intitola Subiaco 1465. Il primo libro stampato in Italia . Umberto Eco racconta… ed è organizzata in collaborazione con il Monastero di Santa Scolastica di Subiaco, ricorrendo quest’anno il 550° dell’introduzione della stampa in Italia e della nascita dell’editoria. L’incontro avrà come fulcro lalectio magistralis di Umberto Eco sui temi, appunto, di stampa ed editoria.
La terza conferenza è prevista per il 10 luglio. Ha come tema Il manufatto rivive. Dall’arte al design, ed è organizzata in collaborazione con la Fondazione Cologni dei Mestieri d’arte. L’incontro intende mettere a fuoco quel tipico “saper fare” che rappresenta uno storico “primato” italiano.
La quarta conferenza, Il restauro italiano fa scuola nel mondo. La grande bellezza si salva così, si terrà il 17 luglio e illustrerà che cosa è oggi il restauro in Italia e come si diventa restauratori, attraverso le esperienze dirette di studenti, docenti e restauratori professionisti.
La quinta conferenza del 18 settembre, Il viaggio dei capolavori. La salvaguardia delle opere durante i trasporti, affronterà un tema affascinante e avventuroso, rilevando le criticità della movimentazione dei manufatti artistici e i contributi della scienza e delle nuove tecnologie a questo particolare settore.
La sesta conferenza del 25 settembre (Giotto in restauro: dalle Croci dipinte fiorentine alle Cappelle Bardi e Peruzzi) ci aiuterà a scoprire come e perché Giotto ha rivoluzionato la pittura italiana alla fine del Duecento.
La settima conferenza, prevista per il 1° ottobre, si intitola Positivo e negativo. Il valore della memoria e si incentrerà sul valore della fotografia storica come memoria del patrimonio culturale italiano, e più in generale della storia italiana.
L’ottava conferenza del 3 ottobre (Scoprire Leonardo: i estauri dell’Adorazione dei Magi e della Sala delle Asse) , guarderà all’arte di Leonardo attraverso il prisma dei due interventi di restauro attualmente in corso.
La nona e ultima conferenza (in programma per il 30 ottobre) è dedicata a Pompei: un grande cantiere per la conoscenza, la conservazione, la fruizione, chiuderà il ciclo, tornando all’attualità e illustrando (attraverso gli interventi di Massimo Osanna, Soprintendente Speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, e il generale Giovanni Nistri, Direttore del Grande Progetto Pompei) uno dei simboli del riscatto del patrimonio culturale italiano.

“Donatello, il Crocifisso dimenticato. Ritorna un capolavoro” di Antonio Pinelli – 07.06.15

donatello

PADOVA
Ricordate quando infuriavano giustificate polemiche sugli insensati sforacchiamenti degli affreschi di Vasari in Palazzo Vecchio alla vana ricerca di una fantomatica larva della Battaglia d’Anghiari e sull’acquisto pubblico di un crocifissino seriale, che si fregiava incautamente di un’attribuzione al giovane Michelangelo? Mentre sui media divampavano le dispute su questi scoop immaginari, passava sotto silenzio la scoperta, non virtuale ma concretissima, di uno strepitoso Crocifisso inedito di Donatello, sebbene fosse stata resa nota con inoppugnabili argomenti da due articoli usciti nel 2008 su Prospettiva, rivista di storia dell’arte, che è fra le più autorevoli in circolazione nel mondo.
La vicenda era cominciata nel 2006 nella Beinecke Library di Yale, dove Marco Ruffini, un valente studioso di letteratura artistica formatosi tra Roma e Berkeley, era intento a uno scrupoloso scrutinio delle preziose annotazioni a penna, vergate ai margini di un esemplare delle Vite vasariane da due anonimi bene informati sulle vicende artistiche venete, che lo possedettero poco dopo la sua pubblicazione nel 1550. Giunto al brano in cui Vasari enumera le varie opere eseguite da Donatello durante il suo soggiorno padovano, Ruffini s’imbatté nella seguente postilla che lo fece sussultare: «ha ancor fato il Crucifixo quale hora è in chiesa di Servi di Padoa».
Un altro Crocifisso padovano di Donatello oltre a quello, celeberrimo, dell’Altare del Santo? Lo studioso si riservò di approfondire, perché la tendenza a “sparare” nomi altisonanti per opere modeste non è solo un malvezzo odierno, ma ha una consolidata tradizione. Non essendo, però, uno specialista di scultura, una volta acquisita la rara foto di un singolare Crocifisso ligneo posto tuttora su un altare della chiesa padovana dei Servi, ebbe l’intelligenza e l’umiltà di chiedere un parere a Francesco Caglioti, una delle massime autorità nel campo della scultura rinascimentale e autore di un volume su Donatello che è già giustamente considerato un classico.
Nell’osservare la foto, fu Caglioti, a sua volta, a trasalire: nonostante la pesante verniciatura ottocentesca a finto bronzo, l’impronta donatelliana e la qualità dell’opera balzavano evidenti. D’intesa con Ruffini, lo studioso si precipitò a Padova, dove il riscontro autoptico compiuto dal suo occhio esperto su quel Cristo, intagliato in legno di pioppo e alto quasi due metri, non lasciò spazio a dubbi. L’anonima postilla non mentiva: un nuovo capolavoro di Donatello veniva ad affiancarsi al Crocifisso bronzeo dell’Altare del Santo, prossimo ad esso per cronologia ma diverso per materia, e – sarei tentato di dire – conseguentemente, più realistico ed emaciato del suo più prestante ed eroico gemello in bronzo. Si giunse così, dopo ulteriori indagini compiute in tandem, ai due articoli su Prospettiva , in cui Ruffini e Caglioti rendevano nota la scoperta, riuscendo anche a spiegare come mai, tranne un paio di eccezioni oltre a quella dell’anonimo postillatore, a Padova si era precocemente persa la memoria dell’esistenza di questo secondo Crocifisso donatelliano. Nel 1512, infatti, quel Cristo ligneo, che con ogni probabilità era posto all’altezza del tramezzo, secondo le cronache dell’epoca stillò a lungo un sudore sanguinolento. A seguito di tale evento, fu costruita un’apposita cappella a sinistra del coro, dove il Crocifisso fu esposto alla venerazione dei fedeli. Il “miracolo del sangue” produsse così un curioso paradosso: l’opera uscì dalla storia dell’arte per entrare in quella della pietà popolare, la cui luce abbagliante oscurò, fino a cancellarlo, il nome del suo autore.
In questi mesi, però, celebriamo un altro miracolo: quello prodotto dalla sapienza laica di un restauro sbalorditivo che ha impegnato in quattro anni di fruttuosa collaborazione le Soprintendenze Venete, l’Opificio delle Pietre dure e il Centro Conservazione e restauro di Venaria Reale. Quest’ultimo ha sottoposto la scultura a una Tac integrale, i cui dati hanno guidato gli occhi e la mano dei restauratori Catia Michielan e Angelo Pizzolungo, dando ragione a quanto Caglioti aveva intuito: sotto la sfigurante verniciatura a finto bronzo, infatti, era rimasta quasi intatta la mirabile coloritura originaria, di Donatello stesso o di un suo stretto collaboratore, rimossa la quale il Cristo, è per così dire, resuscitato, rivelando una franchezza esecutiva e una verità naturalistica da lasciare senza fiato. Da questo miracoloso “disvelamento” ha preso le mosse l’odierna mostra ( Donatello svelato.
Capolavori a confronto , Padova, Museo Diocesano, fino al 26 luglio), che Andrea Nante, dinamico direttore del Museo Diocesano, e Marica Mercalli, della locale Soprintendenza, hanno concepito come un serrato confronto tra il capolavoro ritrovato, cui è stato assegnato il compito di aprire il percorso, e due altri celebri Crocifissi donatelliani: quello coevo, ma in bronzo, dell’Altare del Santo, che visto da vicino riserva anch’esso sorprese sensazionali, e quello ligneo e giovanile di Santa Croce a Firenze (1406-08), intorno al quale Vasari ha imbastito l’arcinota storiella di Brunelleschi, che critica l’amico perché ha messo in croce “un contadino”, per poi dimostrargli la propria superiorità scolpendo l’esemplare “perfettissimo” di Santa Maria Novella.
Il visitatore, messo a tu per tu con il Cristo dei Servi “disvelato” anche del perizoma e sostenuto da un sistema autoportante che ne consente una visione a 360°, ha il privilegio di una “comunione” totale con il capolavoro “miracolato”, assai difficilmente ripetibile dopo che esso sarà ricollocato nella cappella da cui proviene. Ma è anche messo in condizione di effettuare stringenti raffronti tra i tre crocifissi, che sono simili e, al tempo stesso, sconcertantemente diversi tra loro, perché testimoniano lo smisurato talento di un artista capace di cogliere la doppia natura, dionisiaca e apollinea, dell’eredità tramandata dall’Antico, spinto dall’urgenza di non tradire mai la propria natura di insaziabile sperimentatore di materiali e procedimenti tecnici dissimili, al servizio di differenti registri espressivi.

“L’immunologo ad Auschwitz”, di Sergio Luzzatto – Il Sole 24 Ore 07.06.15

Primo Levi ha riconosciuto come decisivo per la sua sopravvivenza ad Auschwitz il fatto di avere potuto lavorare, da un certo momento in poi, nel Kommando Chimico di Monowitz-Buna. Di essere stato reclutato, grazie alla sua laurea scientifica, in quella caricatura della ricerca sperimentale che nella fabbrica Buna corrispondeva al laboratorio del Reparto Polimerizzazione. L’ebreo italiano tatuato con il numero 174517 è sopravvissuto perché aveva superato, al cospetto del «Doktor Pannwitz», un «esame di chimica» (è il titolo di un capitolo di Se questo è un uomo) talmente improbabile e grottesco da contenere – forse – l’«essenza della grande follia della terza Germania».
Un anno prima di lui, a un altro uomo di scienza toccò di avvicinare l’essenza di quella grande follia. Era un uomo di oltre vent’anni più vecchio del venticinquenne Primo Levi, e ben più noto di lui prima di essere deportato. Era un medico polacco, un ebreo di Galizia che si chiamava Ludwik Fleck e che aveva pubblicato in tedesco, nel 1935, Genesi e sviluppo di un fatto scientifico: una pietra miliare della moderna epistemologia. Nella Leopoli tragica del 1943, toccò a Fleck di superare, al cospetto di un tale dottor Weber delle SS, un esame di batteriologia. E gli toccò quindi di aderire al più incongruo possibile dei profili professionali: immunologo ad Auschwitz.
La storia di Fleck, e delle straordinarie circostanze che lo portarono a dirigere il laboratorio sierologico del cosiddetto Istituto di Igiene di Auschwitz, è raccontata ora in un libro tradotto per i tipi di Bollati Boringhieri: Il fantastico laboratorio del dottor Weigl, di Arthur Allen. Un gran bel libro, sul più ingrato degli argomenti: la lotta contro il tifo nell’Europa del Terzo Reich e della Soluzione finale; nell’Europa di Heinrich Himmler e del dottor Mengele, delle finte docce di Auschwitz e delle vere camere a gas.
Il collante della storia è rappresentato – evidentemente – dai pidocchi. Dagli insetti parassiti, che fin dall’inizio del Novecento erano stati scientificamente riconosciuti quali agenti infettivi del tifo. E dagli ebrei, che fin dagli esordi del nazismo erano stati additati quali parassiti disgustosi e ubiqui, che andavano estirpati dal corpo sano della Germania e dall’intero suo «spazio vitale». La «geomedicina» tedesca degli anni Trenta aveva fatto il resto, promuovendo l’idea che il tifo fosse una patologia caratteristicamente ebraica, e prestando così legittimazione scientifica alla costruzione dei ghetti. Dopodiché, il nesso cogente tra disinfestazione dai pidocchi e disinfestazione dagli ebrei aveva trovato la più plastica delle evidenze – ad Auschwitz-Birkenau – nella procedura di svestizione che immediatamente precedeva l’andata in gas.
Nella Leopoli cosmopolita degli anni Venti, il giovane Ludwik Fleck era stato assistente di Rudolf Weigl: lo zoologo austro-polacco che aveva poi, negli anni Trenta, messo a punto un sistema pioneristico (ancorché disgustoso) per produrre un vaccino anti-tifo. Vaccino ottenuto alimentando larve di pidocchi con sangue umano, che gli insetti succhiavano dalle cosce e dai polpacci di donatori volontari; iniettando nei pidocchi sani il batterio del tifo tratto da pidocchi infetti; omogeneizzando e centrifugando gli intestini dei pidocchi contaminati, ripieni del sangue succhiato agli «alimentatori». Alle soglie della Seconda guerra mondiale, il vaccino di Weigl rappresentava quanto di più efficace fosse conosciuto in Europa quale metodo di profilassi antitifica. Il che contribuisce a spiegare il destino occorso al laboratorio del dottor Weigl dopo l’Operazione Barbarossa del giugno 1941, cioè dopo l’invasione tedesca dell’Europa orientale.
Subito dopo avere occupato Leopoli, averne trucidato l’intellighenzia universitaria, e avere avviato anche in Galizia lo sterminio di massa degli ebrei, plenipotenziari di Himmler bussarono alla porta del laboratorio di Weigl. Gli offrirono una cattedra a Berlino e il patrocinio tedesco per il premio Nobel, chiedendogli – in cambio – di moltiplicare la produzione del suo vaccino a beneficio delle truppe del Reich mobilitate sul fronte dell’Est. Weigl, che aveva ancora negli occhi l’immagine dei colleghi d’università trucidati, declinò l’offerta della cattedra a Berlino, ma accettò la proposta di cooperare con l’occupante. Nei tre anni seguenti, decine di migliaia di dosi del vaccino di Weigl uscirono dal laboratorio della via San Nicola per immunizzare contro il tifo ufficiali e soldati della Wehrmacht, delle Einsatzgruppen, delle SS.
In quegli stessi anni – tuttavia – il laboratorio del dottor Weigl divenne anche qualcosa di molto simile a un rifugio umanitario, e a un covo della Resistenza polacca. Perché impiegandoli quali «alimentatori» dei pidocchi, Weigl ottenne dall’occupante un salvacondotto per un numero imprecisato di abitanti di Leopoli: da mille a tremila insegnanti, musicisti, romanzieri, biologi, matematici, molti dei quali impegnati in attività politiche clandestine. Il vaccino che protesse dal tifo, sul fronte orientale, reparti interi di aguzzini delle SS e delle Einsatzgruppen, era stato ricavato dagli intestini di pidocchi nutriti con il sangue dell’intellighenzia antinazista di Leopoli salvata da Weigl.
L’accoglienza nel laboratorio della via San Nicola non poté estendersi a Ludwik Fleck, l’ex assistente di Rudolf Weigl. Il permesso di alimentare i pidocchi era tassativamente precluso a quei pidocchi degli ebrei. E tanto più era precluso dopo il loro confinamento, a Leopoli, nel ghetto oltre la linea ferroviaria. Ma in un ospedale di quel ghetto decimato dal tifo, l’immunologo Fleck trovò l’energia necessaria per sperimentare un suo vaccino, più o meno efficace, tratto dall’urina dei pazienti infetti. Abbastanza per impressionare il dottor Bruno Weber, ufficiale sanitario delle SS in visita nel ghetto, e per garantire a Fleck – dopo la sua deportazione ad Auschwitz nel 1943 – un trattamento di favore. Prima l’alloggio in una stanza del Kanada (il magazzino del lager), poi la direzione del laboratorio sierologico presso l’Istituto d’Igiene. Dove il dottor Fleck analizzava campioni di sangue sotto lo sguardo fisso di due gemelli, due teste in formalina di bambini zingari vivisezionati dal dottor Mengele.
Successivamente trasferito al campo di Buchenwald, Fleck si vide affidare dai nazisti il compito di produrre vaccino antitifico sulla base di un metodo particolarmente complesso, sperimentato nel frattempo all’Institut Pasteur di Parigi. E Fleck ebbe ancora la lucidità per organizzare – con altri scienziati detenuti nel Blocco 50 – un sistema clandestino di doppia produzione: vaccino inefficace con cui immunizzare i militari tedeschi, vaccino efficace con cui immunizzare i prigionieri di Buchenwald attivi nella Resistenza…
Sopravvissuto alla Soluzione finale, Ludwik Fleck resterà in Polonia fino al 1957: professore universitario prima a Lublino poi a Varsavia, entro il grigio orizzonte del socialismo reale. Si deciderà a partire per Israele soltanto quando verrà raggiunto da voci che corrispondevano ad accuse, accuse di collaborazionismo. Lo stesso genere di voci che in quello stesso 1957 accompagneranno alla tomba Rudolf Weigl, il domatore di pidocchi della via San Nicola.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Arthur Allen, Il fantastico laboratorio del dottor Weigl. Come due scienziati trovarono un vaccino contro il tifo e sabotarono il Terzo Reich , traduzione di Enrico Griseri, Bollati Boringhieri, Torino, pagg. 374, € 25,00,
in libreria dall’11 giugno