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Più educazione civica nelle scuole italiane con l’intesa Miur-Cittadinanzattiva”, di Alessia Tripodi – Scuola 24 04.06.15

Promuovere la cultura della legalità, della sicurezza, del benessere e della cittadinanza nelle scuole italiane. Attraverso la promozione di laboratori didattici e di iniziative a livello nazionale che coinvolgano anche le famiglie e il territorio. Sono i principali obiettivi del protocollo d’intesa sottoscritto lo scorso 18 marzo da Miur e Cittadinanzattiva e pubblicato ieri sul sito del ministero.

L’iniziativa
L’intesa – di durata triennale – prevede la stretta collaborazione tra Viale Trastevere e Cittadinanzattiva per lo sviluppo di iniziative formative e campagne per l’educazione civica a scuola, con l’obiettivo di sensibilizzare gli studenti su temi che vanno dalla sicurezza in classe e sul territorio, alla lotta al bullismo, all’integrazione delle persone con disabilità, alla corretta alimentazione a casa e nelle mense scolastiche, fino al volontariato e alla lotta agli sprechi.
In quest’ottica sono nunerose le campagne già attivate da Cittadinanzattiva e che saranno sviluppate nell’ambito dell’accordo: si pensi, per esempio, alla Camapgna nazionale Impararesicuri per la sicurezza a scuola, a “Pronti, partenza, gnam!” e Sprek.o”, le due iniziative sul mangiare sano che, quest’anno, avranno particolare visibilità in occasione di Expo 2015 e al Premio “Vito Scafidi” per le migliori iniziative sui temi della sicurezza in classe messi a punto dagli istituti scolastici del Paese.
Le informazioni sulle iniziative e – che coinvolgeranno ovviamente anche docenti e famiglie – saranno diffuse dal Miur attraverso gli Uffici scolastici regionali e via Web e da Cittadinanzattiva attraverso il suo sito http://cittadinanzattiva.it/

Edilizia scolastica, Ghizzoni “E’ il grande tema di tutta la legislatura” – comunicato stampa 29.05.15

L’attenzione all’edilizia scolastica è il grande tema che caratterizza tutta questa legislatura, dal Governo Letta al Governo Renzi: la conferma arriva dalla deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Istruzione della Camera, che elenca tutti i provvedimenti che, proprio in queste settimane, si stanno definendo in questo ambito. Ecco la sua dichiarazione:

“Ho partecipato in mattinata a Modena all’inaugurazione dell’installazione “La mia scuola è”, in piazza Roma. Si tratta davvero di una bella iniziativa, promossa da Cittadinanzattiva, che, ancora una volta, dobbiamo ringraziare per la continua opera di stimolo alle istituzioni, sia nazionali e locali, sui temi legati all’edilizia scolastica. Non è un caso che questa installazione che mette a confronto due strutture scolastiche, una in negativo e un’altra in positivo, venga inaugurata a Modena proprio il 29 maggio, il giorno della seconda scossa che provocò nuovi crolli e morti nella Bassa. L’edilizia scolastica è il grande tema che attraversa tutta questa legislatura, dal Governo Letta al Governo Renzi. Proprio oggi il ministro Giannini firma il decreto che approva la programmazione nazionale triennale in materia e che beneficerà anche dei 950 milioni provenienti dal mutuo con la Banca europea. Soldi veri, per progetti presentati dai Comuni, verificati dalle Regioni e a totale carico dello Stato che pagherà il mutuo. In Emilia-Romagna arrivano quasi 60 milioni di euro. Anche nel disegno di legge di riforma della scuola il tema dell’edilizia scolastica è ben presente con tre articoli. Con il primo si apre al contributo di soggetti professionali ed associazioni per la progettazione non solo di scuole nuove, ma anche innovative. Il bando, che coinvolge le Regioni, quindi ad evidenza pubblica, apre alle intelligenze del Paese per un reale rinnovamento delle strutture scolastiche. Un altro articolo punta a rimettere in moto ben 250 milioni di euro che, negli ultimi anni, pur essendo stati destinati all’edilizia scolastica non erano mai stati spesi. Investimenti fermi, quindi, che ora vengono rimessi in circolo. In esso si prevede, inoltre, di far confluire tutte le risorse destinate a questo ambito in un unico Fondo che consenta una finalizzazione e una gestione coordinata di tutte le risorse disponibili. E’ stato anche deciso di ridurre le sanzioni per i Comuni che hanno sforato i termini del Patto di stabilità con spese destinate all’edilizia scolastica. Con l’ultimo articolo altri 40 milioni di euro vengono destinati a indagini diagnostiche sui solai e controsoffittature delle scuole. Tema, quest’ultimo, a cui Cittadinanzattiva è, da sempre, molto attenta: pubblica, infatti, uno screening dei piccoli incidenti, che a volte, come dimostra il caso di Rivoli, posso avere anche esiti letali. Quando parliamo del complesso tema dell’edilizia scolastica, infatti, bisogno dimostrare cura e attenzione non solo per la progettazione e realizzazione di strutture sicure e antisismiche, ma anche alla continua manutenzione ordinaria degli edifici. E ora, finalmente – e si badi bene non è un dato da poco – sono stati anche stanziati i fondi necessari”.

“Mattarella: da settori Stato ostacoli a verità strage di Brescia” – askanews 28.05.15

E’ “sconfortante” la mancata condanna
dei responsabili della strage di piazza della Loggia: il
presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ribadito, in un
messaggio, l’importanza della memoria e della ricerca della
verità, e non ha trascurato di sottolineare il ruolo di “settori”
dello Stato nell’ostacolarla. “Sono con voi, e con i cittadini di
Brescia, che non dimenticheranno mai – ha scritto – la tremenda
strage del 28 maggio 1974. Quel vile attentato stroncò otto vite
umane, provocò il ferimento di un centinaio di persone e produsse
una ferita profonda non solo nell’animo sconvolto dei familiari
ma nell’intero corpo sociale del nostro Paese”.
“Fu un’azione eversiva, il cui scopo – ha detto il capo dello
Stato – era quello di destabilizzare l’ordine democratico e
costituzionale. La solidarietà umana, che tutta la comunità
nazionale deve a Brescia, e in particolare a coloro i quali
piangono i parenti e gli amici scomparsi, non può essere
disgiunta dalla mobilitazione civile: la bomba di piazza della
Loggia aveva come bersaglio la convivenza, la partecipazione, la
libertà politica e sindacale. Di tutto questo dobbiamo continuare
a fare memoria. Per tenere alta la guardia contro ogni forma di
violenza, di fanatismo, di terrorismo. Per trasmettere alle
giovani generazioni quei valori di partecipazione, di pace, di
confronto nella libertà che sono le fondamenta vive della
Costituzione repubblicana. Per guardare alla nostra storia con
spirito di verità, cercando di squarciare il velo opaco delle
omissioni, delle reticenze, delle complicità”.
A giudizio di Mattarella “è sconfortante che, ancora oggi, dopo
41 anni, non siano stati individuati e puniti i responsabili di
tanta barbarie. La giustizia va perseguita sino in fondo e con
ogni scrupolo. Carte processuali e inchieste parlamentari hanno
messo in luce la matrice neo-fascista e le difficoltà frapposte
alla ricerca della verità anche da settori degli apparati dello
Stato”.

Carpi – Festa Nazionale ANPI

ANPI

La Festa Nazionale dell’ANPI nel 70° Anniversario della Liberazione e in un luogo a poca distanza dal Campo di Fossoli – gestito dai fascisti e di “smistamento” per destinazioni terribili – assume un significato profondo e importante. Dal 30 maggio al 2 giugno sarà una grande iniziativa popolare particolarmente impegnata sui temi dell’antifascismo, della Costituzione, della democrazia. E sarà anche un’occasione per raccontare il nostro Paese, in continuità tra i sogni di ieri, dei combattenti per la libertà, e quelli di oggi, di giovani e adulti che ogni giorno, seppur in maniera diversa, resistono.

Ore 18,00-20,00 | Piazza Re Astolfo

Forum Il punto sul contrasto politico e giuridico ai neofascismi. Presiede Guido Caldiron, Giornalista e storico. Intervengono: Vania Bagni, ANPI provinciale di Firenze, Manuela Ghizzoni, Deputata, Raffaele Mantegazza, Docente di Pedagogia Interculturale – Università Bicocca di Milano, Carla Marcellini, Storica e membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (INSMLI), Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI

“Immagini da Medioevo Ma dobbiamo risvegliarci”, di Raffaele La Capria 24.05.15

M a è davvero esistito un tempo in cui si rideva delle battute di Flaiano, si andava da Rosati, si parlava dell’ultimo libro e dell’ultimo film e il mondo ci pareva normale? Sembra impossibile. Siamo passati in breve dall’età dell’oro all’età del ferro, dall’età moderna al Medioevo, dall’età dell’uomo all’età della bestia, delle orde selvagge, delle teste tagliate. E migliaia di disperati in fuga dalle guerre, le bombe, gli stupri, di disperati con mogli e con figli,vaganti per mesi, per anni nei deserti, in viaggi interminabili di fame e di sete di freddo, fino a un mare infido dove molti affogano quando sono vicini alla meta, fino a un’isoletta troppo piccola per accoglierli tutti, fino a un Paese troppo povero e in grandi difficoltà nonostante gli sforzi che fa.
Com’è diventata insopportabile la vita che facciamo quando tanto dolore ci invade attraverso gli schermi della televisione mentre stiamo nella stanza sul divano a guardare quelli che sono inghiottiti dal mare! Io non trovo le parole per dire come all’improvviso mi sembra strano e inopportuno continuare a fare le cose che facevo prima, continuare a mangiare, a bere, a dormire; e com’è diventato inconsistente quello che prima ci sembrava desiderabile, leggere un libro, andare al cinema o al ristorante, scrivere.
Non si può più, io non posso più sentirmi normale vedendo quello che accade, non ce la faccio.
Non riesco più a fare le solite cose quando la mente è invasa dal fango delle cattive notizie come una città dopo un’alluvione e non puoi liberartene, spazzarlo via, distrarti in qualunque modo, sai che non puoi farlo e non devi farlo. Sono vecchio, ti dici, inattivo, imbelle, come posso adoprarmi per intervenire, per aiutare, per collaborare in un modo qualsiasi? Posso solo restare umano, cioè posso solo soffrire per il dolore degli altri? E sapere che ciò che accade è intollerabile, che la storia è una scia di sangue e un incubo dal quale vorremmo ridestarci?
So che non serve dirlo, anzi non dovrei dirlo. Ma provocare questo mio stato d’animo c’è qualcosa di terribile quasi quanto l’orrenda odissea dei disperati che naufragano in vista delle nostre coste e delle nostre navi ed è l’atteggiamento di una per fortuna piccola parte di italiani. Un atteggiamento che nasce da una mentalità arcaica e incapace di accettare l’esistenza dell’altro, un atteggiamento che non so se definire cinico indifferente; un atteggiamento che ci arriva attraverso gli stupidi insultanti messaggi anonimi inviati attraverso il web, cioè attraverso la sentina dei peggiori istinti. In compenso fa da contrappeso a tutto questo e lo supera, lo strenuo prodigarsi della nostra gente, davvero italiani brava gente, per salvare tante vite anche a rischio della propria vita.
Ma fino a quando potrà? È sicuro che siamo al limite, così come è sicuro che l’afflusso dei migranti non avrà fine e anzi con la buona stagione aumenterà. Come faremo? Tutti dovrebbero capire, ma capire davvero, che trovare un modo per affrontare questa evenienza è urgente e però a me sembra che questa urgenza non sia al primo posto come dovrebbe. Mi pare che l’Italia sembra sempre occupata nelle beghe interne dei partiti e della politica, che il senso delle proporzioni si sia perduto e che anche i giornali non mettano nel giusto rilievo che mentre si dà tanta importanza a ciò che fa Renzi e se ne teme l’autoritarismo, mentre si parla con vero interesse di pensioni e vitalizi e si fanno sottili distinzioni tra le diverse tendenze, non vediamo la cosa enorme che ci sta davanti come l’onda sul capo al naufrago — dove in questo caso il naufrago siamo noi e la nostra azione politica, noi e l’Europa, noi e tutto ciò che dovremmo fare e non facciamo; e intanto l’onda si fa sempre più alta e minacciosa e annuncia uno tsunami, mentre noi ce ne stiamo a parlare di Civati e di Berlusconi e di altre simili bazzecole.
Sappiamo bene, tutti lo sanno, che il problema dei migranti non può essere risolto da una sola nazione e tanto meno da una nazione come la nostra che attraversa un momento terribilmente difficile, per la povertà, le disuguaglianze, la corruzione, l’inadeguatezza politica. Ci sono nazioni, è vero, che hanno accolto più extracomunitari di quanti ne accoglie l’Italia; ma queste nazioni, la Francia, la Germania, l’Olanda, la Gran Bretagna non hanno la fragilità economica e strutturale dell’Italia e soprattutto non hanno i confini aperti sul mare, non hanno l’incubo che abbiamo noi ogni giorno di dire quanti saranno, quanti annegheranno se non corriamo a soccorrerli? Non possiamo ignorarli, li vediamo ogni giorno alla televisione, non possiamo vietare il transito come fanno l’Austria e la Francia, ma fino a quando possiamo resistere in queste condizioni? Questo è a tutti evidente, non solo a chi soffia sul fuoco e non dà mai una soluzione, mai la minima indicazione «fattibile nell’immediato» sul che fare. Sanno solo denunciare e approfittarsi dello stato delle cose, mai una via d’uscita possibile. Dite che non bisogna più accogliere i migranti? Benissimo, diteci per favore come si fa.
Le soluzioni che proponete sono irrealizzabili, e lo sapete, e nel migliore dei casi richiederebbero anni per realizzarsi. Perciò l’unica via d’uscita è un’equa ripartizione delle quote di migranti da distribuire nelle diverse nazioni europee, ma bisogna far presto perché si sta perdendo tempo e perdere tempo vuol dire contare i morti. E poi che fa la politica in un momento come questo? Invece di unire tutti in un solo sforzo, la politica continuamente si divide in infiniti rivoli di contestazioni, opposizioni, distinguo, che irritano perché troppo sottili e perché non si capiscono. L’unica cosa che si capisce è il solito anarchico particolarismo italiano, quello che sin dal tempo passato ha fatto esclamare «Ahi serva Italia!». Non è un caso che la lingua parlata nell’inferno sia la lingua italiana, non quella di Dante ma quella delle intercettazioni e quella di questo particolarismo politico estremo quanto inconcludente.
Di fronte a tutto questo i nostri pensano di poter fermare l’invasione dei migranti affondando le navi degli scafisti, ma così non si taglia anche l’unica possibilità di fuga dall’incendio di tanti disperati? No, bisogna pensare ad altre soluzioni, sapendo che quello che accade è una catastrofe di proporzioni incommensurabili, cui non è facile por rimedio arrestando qualche scafista e affondando qualche battello.
Bisogna far capire graziosamente, e anche non graziosamente, al signor Cameron e a chi come lui si è reso responsabile della guerra in Libia, dunque anche agli americani e ai francesi, che oggi non si può con ributtante egoismo tirarsi indietro e dire che tutto va bene tranne che far sbarcare i migranti nel proprio Paese e che solo all’Italia spetta il compito di accoglierli.

“Ho inventato io la “Buona Scuola” ma non convinco i colleghi”, di Marco Lodoli – La Repubblica 22.05.15

E’ la mattina del 5 maggio e nella mia scuola a Torre Maura, a Roma, succursale dell’Istituto professionale Falcone-Pertini, ci siamo solo io e la preside, arrivata dalla centrale per aprire il portone e garantire agli studenti le ore di lezione. Ma di studenti nemmeno l’ombra.
SONO tutti in sciopero insieme agli insegnanti. La preside ci tiene a mostrare una certa serenità, da ammiraglio che non perde la calma, anche quando la nave sembra paurosamente inclinata. Vago per i corridoi deserti con le mani dietro la schiena e penso che qualcosa in questa riforma non è andato come doveva, visto che i miei colleghi sono compattamente, convintamente ostili. Mi sento ancora più dispiaciuto perché ho partecipato a tante riunioni al ministero della Pubblica Istruzione, ormai un anno fa, per progettare la Buona Scuola.
Sono stato proprio io, in una mattinata di luglio, a suggerire il nome. Doveva chiamarsi “la scuola dell’unità e delle convergenze”, o qualcosa di simile, una formula astratta e incomprensibile che alza una cortina di fumo sulla verità quotidiana, e allora presi la parola nel salone dove fu firmata la riforma Gentile e dissi: «La buona scuola, ecco il nome giusto, è semplice, diretto, è quello che i professori, gli studenti, i genitori vorrebbero». E invece mi ritrovo a passeggiare solo soletto negli spazi siderali della mia scuola, senza nemmeno un insegnante con cui discutere. Certo, nella sala professori ho ascoltato per giorni e giorni mille lamentele e qualche volta ho provato a ribattere: «Ci sono aspetti interessanti in questa riforma». I colleghi mi hanno guardato con sospetto, come se fossi un demente o un venduto all’ arroganza del potere. «Diccene una», pretende la professoressa con i tacchi alti e l’aria di chi sa come funziona il mondo: malissimo. Sono tornato con la memoria ai giorni dell’elaborazione, quando tra tecnici e politici ho provato a spingere le mie proposte: «Ad esempio la card da 500 euro per acquistare libri, assistere a spettacoli teatrali. Troppi insegnanti perdono contatto con lo spirito del tempo, con quanto di bello viene prodotto. Dicono che la cultura costa troppo, un fondo cassa personale per aggiornarsi può servire ad andare oltre La coscienza di Zeno.
Gli insegnanti sono l’ossatura della classe intellettuale, è giusto che possano accedere alle novità che rinfrescano la mente e tengono in contatto con gli allievi». Non mi sembra che il mio comizietto abbia fatto breccia. «Erano meglio più soldi per pagare le bollette», ha polemizzato un collega, «sono sette anni che gli stipendi sono fermi, e hanno bloccato gli scatti di anzianità!».
E allora ho provato la strada dei posti di lavoro: «Centomila nuovi assunti non sono pochi, e il prossimo anno ce ne saranno altri sessantamila». Sbuffi, alzate di spalle: «Una sentenza europea ha stabilito che i precari da stabilizzare devono essere di più, il governo non si può sottrarre» precisa il professore pignolo con il borsello a tracolla. Capisco che questo è il punto dolente. Per vent’anni sono state alimentate mille graduatorie diverse, gli abilitati, i semiabilitati, i vincitori di concorsi svaniti nel nulla, le Siss, le Gae, precari di prima classe, di seconda, di terza, decine di migliaia di anime in pena, speranzosi e disperati costretti ad aspettare ogni anno una convocazione, assorbiti a settembre, a ottobre, a novembre e licenziati a giugno, un caos nel quale tanti insegnanti sono ingrigiti amaramente. E anche gli alunni hanno pagato caro per questa fabbrica infernale di illusioni e delusioni. È una delle cause principali del cattivo funzionamento della scuola: il nuovo insegnante arriva, pianta la sua tenda leggera e poi, finito l’anno, è costretto a smontarla e a sparire chissà dove. Certe classi hanno avuto cinque insegnanti di matematica in cinque anni, un disastro.
Insomma, il danno è stato fatto prima e ora il governo prova a risolvere il pasticcio, ma non ho convinto nessuno. Non ho convinto nemmeno l’alunna arrabbiata cronica che teme il taglio delle vacanze: «Mi ha detto mia madre che la scuola chiuderà solo per un mese, saremo costretti a studiare con l’afa, che vergogna!». Sui telefonini questa notizia minacciosa è girata, una catena di sant’Antonio che prevede i ragazzi chini sui banchi a luglio. È difficile spiegare che si tratta di una bufala. Le parole volano nell’aria del disappunto, il clima si avvelena. «Vogliono mandare gli studenti a lavorare gratis nelle fabbriche» mi ha informato il prof marxista-leninista. Ho scosso la testa timidamente: «È un tentativo di stabilire un ponte tra la scuola e il mondo del lavoro. Noi insegnanti nei tecnici e nei professionali sappiamo bene quanto sarebbe utile che gli studenti facessero esperienza nelle aziende, come in Germania, in Olanda».
Non c’è niente da fare: i professori italiani sono scottati da anni di riforme tutte fuoco e fiamme e poi cenere. Troppo spesso l’innovazione si è trasformata in un cumulo di carte inutili da riempire. C’è stato un incontro pomeridiano tra genitori e insegnanti su “Sinergie verticali per l’inclusione”. Se c’erano tre ideogrammi cinesi era la stessa cosa. Poi s’è intuito che bisognava discutere sulla dispersione scolastica, e anche queste parole potrebbero suonare mandarine a un cittadino normale. In definitiva si tratta di capire perché tanti alunni abbandonano la scuola. Ma detto così è troppo semplice, dobbiamo ingarbugliare, tradire la bella chiarezza della nostra lingua. Forse anche per questa subdola oscurità tanti insegnanti non si fidano più delle proposte del governo, prevedono fregature dietro a ogni carta ministeriale. Le conoscenze, le competenze, la lingua scellerata di ogni comunicazione dall’alto, le astratte programmazioni, tutto contribuisce a creare un tremendo senso di inadeguatezza.
In classe c’è una finestra che non si chiude e tanti ragazzini ai quali insegnare le materie e un po’ anche a vivere meglio. C’erano alcuni tablet, ma sono stati rubati, capita anche questo a Torre Maura, pure le macchinette del caffè e delle merende sono state scassinate. La vita nella scuola è così, tanti ragazzi che faticano da morire e che spesso scivolano verso l’analfabetismo e la depressione, tanti insegnanti volenterosi e avviliti, tante pene concrete, e per fortuna fiotti improvvisi di energia. La distanza tra la teoria e la pratica, tra le chiacchiere finto-pedagogiche e la lavagna traballante è immensa. La buona scuola dovrebbe ricucire, semplificare e rilanciare. «Verremo valutati e cacciati da presidi nazisti», dice un professore incline al lamento catastrofico come quasi tutti. Giravo da solo per i corridoi il 5 maggio, giorno di sciopero massiccio, e però mi ripetevo: per l’ultima volta voglio provare a essere ottimista, voglio illudermi che tutto andrà bene, che in questa scuola saremo più sapienti e più felici. Ma all’uscita ho incontrato un collega romanissimo che sorridendo beffardo mi ha detto: «Guarda che è anche colpa tua se la Buona Scuola va in porto: era meglio se chiamavi ‘sta riforma La Buona Sòla».