San Felice sul Panaro, tra i Comuni della Bassa modenese più colpiti dal sisma del 2012, ricorda e soprattutto ringrazia i tanti che c’erano, che hanno aiutato e ancora aiutano a rialzarsi
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Vignola, La Buona Scuola?
Domenica 17 maggio alle 10.00 nella Sala del Consiglio Comunale di Vignola nell’iniziativa del Pd di Vignola e Spilamberto sarò chiamata ad illustrare come cambia la scuola italiana con la nuova riforma, mentre siamo in conclusione del percorso di discussione degli emendamenti che restituiranno un testo in molti punti diverso da quello iniziale
Roma, collegio Nazionale Presidenti e Coordinatori Cds GEO
Venerdi 15 maggio alle 10.30 all’università “La Sapienza” di Roma (ex sala Lauree del Dipartimento di Scienze della Terra) parteciperò come relatore al collegio dei rappresentanti dei corsi di studio in geologia e geofisica, per illustrare e sostenere la Pdl sulle scienze geologiche
La riunione del
Collegio Nazionale Presidenti e Coordinatori CdS GEO (L34+LM74+LM78)
si terrà il giorno
15 maggio 2015
presso la ex sala Lauree del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi “La Sapienza” in Roma, con i lavori che seguiranno la seguente agenda:
ore 10.30-10.45 – riunione del direttivo
ore 10.45-16.00 – assemblea
OdG assemblea
1. Approvazione verbale seduta precedenti
2. DDL 1852 – Sostegno Geologia – relatore On. Ghizzoni
3 FFO e Costo Standard degli studenti – relatore Prof. Mattei
4. PLS & Decreto Fondo Giovani – punto aperto ai rappresentanti dei Dipartimento – relatore dott. Fanti
5. Riorganizzazione SSD – relatore Prof. Carosi
6. Rapporti con Ordini Professionali – relatore Prof.ssa Sabato
7. Indicatori ANVUR Carriere Studenti – relatore Prof. Conticelli
8. ANVUR e Riesamwe Periodico – relatore Prof. Conticelli & Prof. Panini
Nonantola, questa sera l’on. Ghizzoni parlerà di storia e memoria – comunicato stampa 11.05.15
“Per una scuola rinnovata, più ore nel programma per studiare la storia e più insegnanti preparati per insegnarla”: è questo il tema dell’incontro pubblico, organizzato dall’Anpi di Nonantola, per questa sera lunedì 11 maggio, a cui prenderà parte la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Istruzione della Camera, insieme al docente universitario Luigi Guerra e alla presidente provinciale dell’Anpi Aude Pacchioni. L’appuntamento è a Nonantola, presso la sala dei giuristi del palazzo della Partecipanza, dalla ore 20.45. Ecco la dichiarazione di Manuela Ghizzoni:
“Questa sera parteciperò a Nonantola all’iniziativa promossa dall’Anpi, insieme a Luigi Guerra, direttore del Dipartimento Scienze Educative dell’Università di Bologna, e Aude Pacchioni, presidente provinciale dell’Anpi. Si parla di scuola, memoria e storia, soprattutto di quella storia recente per cui l’Anpi chiede, da tempo, una presenza maggiore nei programmi. E’ vero, c’è un “analfabetismo” da colmare (purtroppo, non solo tra gli studenti), che non può essere affrontato però solo con l’aumento delle ore di programmazione didattica. La domanda potrebbe essere, oggi: come fare storia e fare memoria a vantaggio degli studenti? Abbiamo affrontato l’idea di un “metodo” nel testo della risoluzione sul 70esimo della Liberazione, promossa dai deputati Pd della Commissione Istruzione, su cui il Governo si è recentemente impegnato. Alla base c’è la distinzione tra storia, che è ricerca e studio, e memoria, che è la presa in carico di quanto la storia ci racconta e quindi una trasmissione di responsabilità. Dobbiamo quindi fare in modo che storia e memoria possano incontrarsi e intrecciarsi. Questo accade più facilmente con la collaborazione attiva tra le scuole e gli altri enti del territorio che hanno un mandato educativo o di ricerca sulla storia contemporanea (penso alla stessa Anpi, all’Istituto Storico, alla Fondazione Fossoli, a Villa Emma…), che mettono a disposizione i loro strumenti di indagine e la loro costante innovazione progettuale. Insomma la contaminazione tra l’insegnamento della Storia e l’attività laboratoriale, che può portare i ragazzi fuori dalle aule, per leggere documenti d’archivio, per incontrare e intervistare i testimoni, per conoscere i luoghi della memoria. L’importante attività preparatoria che precede l’esperienza del “Treno per Auschwitz” ne è un esempio. E queste nuove modalità ben si inseriscono nel quadro generale del Piano dell’offerta formativa, di cui stiamo discutendo ora nell’ambito del progetto di riforma della scuola. Il Pof, secondo le nuove linee, dovrà ispirarsi a una serie di obiettivi formativi prioritari, tra cui ci sono lo sviluppo di competenze di cittadinanza attiva e democratica attraverso la valorizzazione dell’educazione interculturale e alla pace per il rispetto delle differenze e il dialogo tra le culture, il sostegno all’assunzione di responsabilità nonché la solidarietà e cura dei beni comuni e la consapevolezza dei diritti e dei doveri. Perché la storia, al pari di tante altre materie, davvero si può imparare facendola.”
Nonantola – Incontro sulla Storia con l’ANPI
Lunedì 11 maggio alle 20,45 presso la Sala dei Giuristi (palazzo Partecipanza), la sezione Anpi di Nonantola promuove un incontro pubblico sul tema: “Per una scuola rinnovata: più ore, nel programma, per studiare la storia e più insegnanti preparati per insegnarla”
Ne parleranno:
Luigi Guerra, Università di Bologna
Manuela Ghizzoni parlamentare PD
Aude Pacchioni presidente provinciale Anpi
Si parla di scuola, memoria e storia, soprattutto di quella storia recente su cui Anpi chiede, da tempo, una presenza maggiore nei programmi. E’ vero, c’è un “analfabetismo” da colmare (purtroppo, non solo tra gli studenti), che non può essere affrontato però solo con l’aumento delle ore di programmazione didattica.
La domanda potrebbe essere, oggi: come fare Storia e fare memoria a vantaggio degli studenti? Abbiamo affrontato l’idea di un “metodo” nella risoluzione sul 70esimo della Liberazione, promossa dai deputati Pd della Commissione Istruzione, su cui il Governo si è recentemente impegnato. Alla base c’è la distinzione tra storia, che è ricerca e studio, e memoria, che è la presa in carico di quanto la storia ci racconta e quindi una trasmissione di responsabilità. Dobbiamo qundi fare in modo che storia e memoria possano incontrarsi e intrecciarsi. Questo accade più facilmente con la collaborazione attiva tra le scuole e gli altri enti del territorio che hanno un mandato educativo o di ricerca sulla storia contemporanea (penso alla stessa Anpi, all’Istituto Storico, alla Fondazione Fossoli, a Villa Emma…), che mettono a disposizione i loro strumenti di indagine e la loro costante innovazione progettuale. Quello che serve è la contaminazione tra l’insegnamento della Storia e l’attività laboratoriale, che può portare i ragazzi fuori dalle aule per leggere documenti d’archivio, per incontrare e intervistare testimoni, per conoscere i luoghi della memoria. L’importante attività preparatoria che precede l’esperienza del “Treno per Auschwitz” ne è un esempio. Perché la storia si può imparare facendola.
“Breve catalogo dei luoghi comuni sulla nostra libertà”, di Chimamanda Ngozi Adichie – La Repubblica 10.05.15
Okoloma era uno dei miei più cari amici d’infanzia. Abitava nella mia stessa strada e si prendeva cura di me come un fratello maggiore. Se mi piaceva un ragazzo, gli chiedevo che ne pensava. Okoloma era spiritoso e intelligente e portava stivali da cowboy a punta. È morto nel dicembre del 2005 in un incidente aereo nel sud della Nigeria. Faccio ancora fatica a esprimere a parole cosa ho provato allora. Okoloma era uno con cui potevo discutere, ridere, parlare davvero. Era anche la prima persona ad avermi dato della femminista. Avrò avuto quattordici anni. Eravamo a casa sua e discutevamo riempiendoci la bocca di idee traballanti ricavate dalle nostre letture. Non ricordo di cosa stessimo discutendo. Ma ricordo che, mentre snocciolavo i miei argomenti, Okoloma mi guardò e disse: «Sei proprio una femminista». Non era un complimento. Lo intuii dal tono, lo stesso con cui uno direbbe: «Quindi difendi il terrorismo ». Non sapevo l’esatto significato della parola “femminista”. E non volevo che Okoloma sapesse che non lo sapevo. Così ripresi la discussione facendo finta di niente, ripromettendomi di cercare la parola sul vocabolario non appena fossi tornata a casa.
Nel 2003 ho scritto un romanzo intitolato L’ibisco viola. Parla di un uomo che, tra le altre cose, picchia la moglie, e che non fa una bella fine. Mentre promuovevo il libro in Nigeria, un giornalista — un signore gentile e benintenzionato — mi ha voluto dare un consiglio (come forse saprete, i nigeriani sono sempre pronti a dare consigli non richiesti). Mi ha detto che secondo molte persone il mio era un romanzo femminista, e il suo consiglio — parlava scuotendo la testa con aria triste — era di non definirmi mai femminista, perché le femministe sono donne che non trovano marito e, dunque, infelici. Così ho deciso di definirmi una Femminista Felice. Poi una professoressa universitaria nigeriana mi ha detto che il femminismo non faceva parte della nostra cultura, che il femminismo non era africano e che mi definivo femminista solo perché ero stata influenzata dai libri occidentali (cosa che mi ha fatto sorridere, perché molte delle mie prime letture sono state decisamente poco femministe: credo di aver letto ogni volume della serie di romanzi rosa Mills & Boon pubblicato prima che compissi sedici anni. E, ogni volta che provo a leggere i cosiddetti “classici del femminismo”, mi annoio e faccio fa- tica a finirli). A ogni modo, dato che il femminismo non era africano, ho deciso di definirmi una Femminista Felice Africana. Poi un caro amico mi ha detto che definirmi femminista voleva dire che odiavo gli uomini. Così ho deciso di definirmi una Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini. A un certo punto ero diventata una Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini e Che Ama Mettere il Rossetto e i Tacchi Alti Per Sé e Non Per Gli Uomini. Naturalmente in questo c’era parecchia ironia, ma la vicenda dimostra che la parola «femminista» si porta dietro un bagaglio negativo notevole: odi gli uomini, odi i reggiseni, odi la cultura africana, pensi che le donne dovrebbero sempre essere ai posti di comando, non ti trucchi, non ti depili, sei perennemente arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, non usi il deodorante.
Ora ecco un episodio della mia infanzia. Quando ero alle elementari a Nsukka, una città universitaria nel sudest della Nigeria, all’inizio dell’anno la mia insegnante ci fece fare un compito dicendo che la persona con il voto più alto sarebbe diventata capoclasse. Diventare capoclasse era una cosa importante. Il capoclasse scriveva ogni giorno i nomi degli alunni chiassosi, di per sé un esercizio di potere già abbastanza inebriante, e in più la maestra ti dava una bacchetta da tenere in mano mentre pattugliavi l’aula. Naturalmente non avevi il diritto di usarla. Ma ai miei occhi di bambina di nove anni era comunque una prospettiva eccitante. Volevo assolutamente diventare capoclasse. E presi il voto più alto. Poi, con mia grande sorpresa, la maestra disse che il capoclasse doveva essere un maschio. Si era dimenticata di precisarlo. Lo aveva dato per scontato. Il voto più alto dopo il mio lo aveva preso un bambino. E il nuovo capoclasse sarebbe stato lui. La cosa interessante è che il bambino in questione era un’anima mite e per nulla attratta dall’idea di pattugliare la classe con una bacchetta in mano. Mentre io non sognavo altro. Ma io ero una femmina e lui un maschio, e così fu lui a diventare capoclasse. Non ho mai dimenticato quell’episodio. Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale. Se solo i maschi diventano capoclasse, a un certo punto finiamo per pensare, anche se inconsciamente, che il capoclasse debba per forza essere un maschio.
Traduzione Francesca Spinelli ( Testo tratto da Dovremmo essere tutti femministi , Einaudi)
“Svantaggi di genere da una sponda all’altra”, di Fiorella Kostoris – Il sole 24 Ore 10.05.15
Negli ultimi anni, si tende a parlare del Mediterraneo come di un bacino che separa nei comportamenti la sponda settentrionale da quella meridionale: dai Paesi del Sud si emigra, mentre quelli del Nord sono chiamati all’accoglienza; le diversità etniche, culturali e religiose tra i due lati del Mare Nostrum sono un ingrediente non secondario di incomprensioni, conflitti ideologici, antagonismi socio-economici, episodiche guerre fratricide, che del resto attraversano anche ciascuna delle due aree.
L’attenzione focalizzata sulle donne del Mediterraneo permette invece di guardare a problemi, speranze, opportunità, condivise tra le due rive del Mediterraneo, ancorché siano forti anche le differenze fra i due universi di riferimento, come l’indicatore dello sviluppo umano (HDI), prodotto dalle Nazioni Unite (Human Development Report, 2015), chiaramente illustra: dei 6 Paesi mediterranei presenti nella sessione Donne e Economia di Valencia (Spagna, Italia, Grecia, Turchia, Tunisia, Egitto), i 3 europei evidenziano un indice HDI basato sulla lunghezza e qualità della aspettativa di vita, sullo standard economico e sul grado di istruzione pari a 0,86-0,87, poco distante dal massimo rinvenuto nel mondo ( 0,94 in Norvegia), mentre lo stesso indice HDI raggiunge, negli altri 3 Stati, livelli rispettivamente di 0,74, 0,71, 0,68, considerati perciò a sviluppo umano medio-alto. Pertanto anche nel Gender Inequality Index (GII), utilizzato coerentemente dalle Nazioni Unite con riguardo alle disparità fra uomo e donna, l’Italia è all’ 8° posto, la Spagna al 16°, la Grecia al 27°, mentre la Tunisia si trova nella 48ª posizione, la Turchia nella 69ª, l’Egitto nella 130ª, su un totale di 187 Paesi analizzati. Che le donne del Mediterraneo trovino, tuttavia, da molto tempo più aspetti di comune interesse che di divergenza è mostrato dal fatto che fin dal 1992 esiste una ONG chiamata Les Femmes de la Méditerranée, nata proprio a Valencia con lo scopo di evidenziarlo: io stessa ho rappresentato tale ONG, in sostituzione della Presidente Tullia Carettoni, al grande consesso di Pechino del 1995 per l’Anno Internazionale della Donna, proclamato dall’ONU.
Sul piano economico, l’aspirazione di tutte le donne più consapevoli del Mediterraneo è di rendere la parità fra i generi operativa ed effettiva. L’eguaglianza di retribuzione per eguale lavoro, cui recentemente siamo stati richiamati dallo stesso Papa Francesco («Avvenire», 29 aprile 2015), anche laddove è garantita dalla Costituzione, come avviene in Italia, o è da quasi 60 anni imposta dalle norme dei Trattati, come è il caso nell’Unione Europea a 28, e a fortiori altrove nella sponda Sud del Mare Nostrum, è di fatto elusa, se non addirittura evasa per varie ragioni,dappertutto. Provo a elencarne le principali motivazioni.
Le leggi sulla parità retributiva riguardano di fatto esclusivamente il compenso per ora lavorata dai dipendenti: così circoscritta, la differenza salariale fra uomo e donna, misurata in termini percentuali rispetto al salario maschile è per esempio in Italia solo del 5,2% mentre sale al 6,6% in Grecia, al 16,7% in Spagna e scende al 3,9% in Turchia, mantenendosi tipicamente più contenuta, quanto minore è il salario orario medio. Ma il differenziale retributivo per genere dipende molto di più dalle disomogeneità nel numero di ore lavorate dai dipendenti maschi rispetto alle colleghe femmine (forti soprattutto in presenza di figli) e dalla assai inferiore quota di occupati sulla popolazione in età attiva femminile rispetto a quella maschile: così ricalcolato (Gender Statistics, Eurostat 2015), esso tocca, al lordo delle imposte, il 38,1% in Spagna, il 43,5% in Italia, il 44,7% in Grecia (percentuali tutte al di sopra della media riscontrata nell’Unione Europea, pari al 37,1%), e arriva al 63,1% in Turchia. L’eguaglianza dei guadagni per genere è altrettanto disattesa fra i lavoratori autonomi e fra i percettori di reddito da capitale, dove però il differenziale fra il tasso di occupazione maschile e femminile sta forse diminuendo, diversamente da quello concernente i dipendenti: l’indice Gender-GEDI (Gender Global Entrepreneurship and Development Index, 2015), volto a identificare e comparare gli elementi che favoriscono il potenziale imprenditoriale delle donne nei vari contesti sociali, vede per esempio la Spagna al 9° posto, la Turchia al 18°-19°, l’Egitto al 27-28° posto, su 30 Paesi esaminati. Più in generale, il Gender Gap, usato dal World Economic Forum (2014) nell’esame della differenza complessiva di partecipazione e di opportunità economiche offerte a uomini e donne nel mondo, registra la 84ª posizione della Spagna, la 87ª della Grecia, la 114ª dell’Italia, la 130ª,131ª e 132ª rispettivamente della Tunisia, dell’Egitto, della Turchia, su un totale di 142 Stati. Infine, bisogna notare che la parità retributiva per genere è stabilita dalle norme a parità di lavoro. Ma normalmente il lavoro non è affatto pari, a causa della segregazione orizzontale e verticale delle mansioni femminili rispetto alle maschili, come ben documentato dall’ ILO, 2012: quelle tipicamente assegnate alle donne comportano uno status sociale ed economico meno soddisfacente (sebbene siano egualmente e forse più importanti da vari punti di vista – si pensi per esempio all’insegnamento mal retribuito rispetto alle attività “maschili”, altamente redditizie, nel credito e nella finanza); a ciò si deve aggiungere il molto citato soffitto di cristallo, che impedisce eguali progressi di carriera perfino nei settori, come la PA, dove l’eguaglianza retributiva per eguale lavoro è più rispettata.
È del tutto evidente, allora, che le due rive del Mediterraneo affrontano problemi qualitativamente simili, anche se quantitativamente diversificati nell’elusione e nell’evasione della parità retributiva per genere . E questo, da un lato, di per sé ci avvicina, dall’altro implica anche che è necessario lottare in modo coordinato non soltanto per una maggiore giustizia ed equità sociale a favore delle donne, bensì anche per favorire lo sviluppo e moltiplicare il benessere di tutti nei nostri Paesi, in quanto l’universo femminile oggi, scarsamente o mal occupato, costituisce un serbatoio a produttività media più elevata di quella maschile. Infatti, partendo dall’ipotesi che la distribuzione del talenti sia la stessa fra la popolazione maschile e femminile, ordinando tanto l’una che l’altra in termini decrescenti per livello di produttività, appare evidente che il 51° uomo è meno efficiente della 49ª donna, raggiungendosi il massimo potenziale solo con una divisione identica (fifty-fifty) dei posti di lavoro. I Paesi del Mediterraneo, favorendo finora gli uomini a danno di tutti, ne sono molto lontani. Le donne, con le loro battaglie, possono contribuire al futuro bene delle intere loro società civili.


