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“Gli scontri sulle cifre di un lavoro che non c’è”, di Dario Di Vico – Corriere della Sera 01.05.15

Per evitare di alimentare la confusione, la comunicazione dei dati statistici sul lavoro ha bisogno di compiere un salto di qualità e integrare le varie banche dati. Ed è importante che a proporlo nell’intervista di oggi rilasciata ad Enrico Marro sia lo stesso presidente dell’Istat, Giorgio Alleva.
La richiesta di un miglioramento della comunicazione non va letta in chiave strettamente politica e quindi non va inserita nel tritacarne delle polemiche tra filogovernativi e antigovernativi. Stiamo parlando di trasparenza e correttezza nei confronti dell’opinione pubblica, per allontanare le contraddizioni e le incomprensioni a cui stiamo assistendo da troppo tempo. I dati dell’Istat si aggiungono a quelli del ministero del Lavoro e a quelli dell’Inps e tutti assieme a loro volta si sommano a quelli delle organizzazioni internazionali: il risultato è una marmellata mediatica, a sviluppo pressoché quotidiano, che finisce per confondere le idee e serve solo ad aumentare i decibel delle risse da talk show .
Il caso di ieri è solo l’ultimo: mentre l’Istat rendeva noto come nel marzo 2015 il tasso di occupazione fosse calato rispetto al mese precedente dello 0,1%, nel bollettino mensile della Bce si sottolineava che «il miglioramento, in Italia e Spagna, del clima di fiducia dei consumatori ha coinciso con un calo del tasso di disoccupazione».
È evidente che la querelle sui numeri è figlia innanzitutto di una fase di estrema incertezza, dove la recessione è finita ma la ripresa non è cominciata, ed è la dimostrazione che non bastano decontribuzione e Jobs act per determinare un’impennata delle assunzioni. Ci vuole una vera ripartenza dell’economia reale. Il clima di scetticismo sull’occupazione fatica a diradarsi anche perché l’operazione Garanzia Giovani — interamente finanziata dalla Ue, non va dimenticato — è stata condotta finora in maniera mediocre. Avrebbe dovuto essere una grande occasione per spiegare ai ragazzi che bisogna imparare a gestire il proprio capitale umano e ci si deve muovere nell’ottica di aumentare l’occupabilità e invece nella migliore delle ipotesi sta diventando un test sui ritardi delle politiche attive del lavoro e delle differenti velocità tra amministrazione centrale e Regioni. Basta seguire l’impietoso monitoraggio assicurato da Adapt, l’associazione fondata da Marco Biagi, per averne contezza.
Il Primo maggio del 2015 cade quindi in questa congiuntura. Avremmo tutti voluto che fosse una «festa del lavoro ritrovato», chiaramente non lo è. L’addensarsi, proprio negli ultimi giorni, di (cattive) notizie circa tutta una serie di crisi aziendali può far pensare che, oltre alla difficoltà di produrre nuova occupazione, la coda delle drastiche ristrutturazioni industriali degli anni della Grande Crisi si stia rivelando più ampia e più lunga del previsto. Guardando con maggiore attenzione ai dettagli delle vertenze aperte emerge come sia difficile ricondurre a un’unica interpretazione o tendenza ciò che sta avvenendo nel sistema produttivo.
Due comunque sono le situazioni da seguire con maggiore attenzione, se non altro per il peso che hanno sul capitolo occupazione. La prima riguarda di nuovo l’industria degli elettrodomestici: racconta di una difficile fusione tra due realtà assai simili come Whirlpool Italia e Indesit e di un Sud che rischia di pagare il prezzo più salato. Gli esuberi di personale da Auchan, uniti alla crisi del Mercatone, fanno suonare poi un ulteriore campanello d’allarme: la grande distribuzione, che finora aveva assorbito occupazione — e altra prometteva di assorbirne —, dovrà sottostare, almeno per ciò che riguarda alcune significative realtà, anch’essa a un doloroso processo di riorganizzazione. Non l’avevamo messo in conto.

“Da Auschwitz non ci si libera mai”, di Paolo Giordano – Corriere della Sera 01.05.15

Non restano che i più giovani fra i sopravvissuti ai campi di sterminio. Coloro che al momento della cattura avevano 15 anni, la soglia dell’età della ragione, e oggi ne hanno quasi 90, come Marceline Loridan-Ivens. I deportati bambini venivano eliminati subito, inabili al lavoro com’erano. Perciò, fra altri quindici, vent’anni al massimo, non ci sarà più nessuno al mondo in grado di ricordare. Scomparirà anche l’ultimo superstite — una soglia che verrà attraversata dall’umanità in silenzio, forse non ce ne accorgeremo, eppure si tratta di un confine quanto mai pericoloso. Sarà come perdere il contatto con una navicella che s’inabissa sempre più nel buio del cosmo, fino a trovarsi fuori portata. Ma a bordo di quella navicella ci saremo noi tutti, orfani di un passato orribile che per decenni ci ha forse protetti da noi stessi .
Anche Marceline Loridan-Ivens teme l’oblio. Nelle interviste ribadisce che «bisogna testimoniare». Incessantemente. Dopo una vita come cineasta che l’ha portata a seguire ovunque nel mondo le nefandezze dell’uomo — Cina, Vietnam, Algeria — quasi che dopo lo sterminio non potesse staccare lo sguardo dall’Arancia meccanica della civiltà, Marceline torna al campo. Ci ritorna perché è là che vide per l’ultima volta suo padre. Lei fu destinata a Birkenau, lui ad Auschwitz, tre chilometri appena li separavano, ma «erano come migliaia».
Un giorno, tornando da una giornata in cui avevano spaccato sassi, si rincontrarono, padre e figlia. I commando rispettivi sfilarono uno accanto all’altro e loro si corsero incontro per abbracciarsi. Le guardie trattarono lei come una puttana e picchiarono lui. L’indomani, sfiorandosi di nuovo, non osarono avvicinarsi. Solo, un giorno Schloïme riuscì a far recapitare a Marceline una cipolla e un pomodoro. Un’altra volta, «un mot», un biglietto. Marceline ha dimenticato che cosa ci fosse scritto, estirpati com’erano i sentimenti dalle sue viscere già nel momento in cui lo lesse. Rammenta solo che cominciava con le parole «Ma chère petite fille» e terminava con la firma. Nient’altro. Al contrario di lei, il padre non sopravvisse. Morì a Gross-Rosen o forse a Dachau, durante gli spostamenti nevrotici da un campo all’altro, gli ultimi spasmi del nazismo ormai pressato dall’avanzata russa.
In tutti questi anni Marceline non aveva risposto al biglietto. Ha deciso di farlo oggi, ottantaseienne, per raccontare al padre la vita che dal giorno in cui il treno li inghiottì insieme ha, quasi suo malgrado, vissuto. Cento pagine appena, limpide e fatalmente necessarie, redatte con l’ausilio della scrittrice Judith Perrignon e che portano il titolo E tu non sei tornato . «Era un altro modo di invocarti. Io ero la tua cara figlioletta. Lo si è ancora a quindici anni. Lo si è a tutte le età. Io ho avuto così poco tempo per fare scorta di te». Con questo tono nudo e affezionato, che appartiene alla quindicenne e insieme alla donna matura, Marceline racconta tutto al genitore che l’è mancato, gli racconta del campo sì, ma soprattutto del dopo , di ciò che lui non ha visto: come Birkenau-Auschwitz non sia mai finito per lei, e mai potrà finire.
Riteniamo, forse, che il nostro immaginario riguardo ai campi di sterminio sia pressoché saturo. Abbiamo letto e visto molto; ricostruzioni più o meno meticolose sono impresse in noi a partire dal giorno in cui, ognuno a proprio modo, abbiamo fatto conoscenza con quell’abisso della storia, un abisso così in-credibile , che apprenderne l’esistenza costituisce un trauma di per sé. Come perdere d’un tratto una fiducia aprioristica nell’uomo, oppure in Dio. Eppure, la descrizione stringata che Marceline L.I. fa del campo è ancora nuova, ancora scioccante: i cumuli di vestiti, le ispezioni di Mengele, i tradimenti e i sotterfugi — dettagli che devono averle insidiato la mente ogni giorno e ogni notte, da allora.
Ciò che scuote maggiormente la coscienza del destinatario della lettera, tuttavia, riguarda la vita oltre il campo. È il resoconto di come Marceline, libera, viene infine reintegrata nella propria famiglia, in Francia. Lo zio Charles, che l’attende sulla banchina della stazione, l’ammonisce subito: «Ero ad Auschwitz. Non raccontarlo a nessuno, non capiscono niente». Ma non c’è il rischio di raccontare, perché nessuno fa domande. La madre di Marceline si accerta esclusivamente che la figlia non sia stata violentata, che sia ancora buona per prendere marito. Quanto al fratello minore Michel, Marceline ha l’impressione che avrebbe preferito veder tornare il padre piuttosto che lei. Morirà suicida. «Aveva la malattia dei campi senza esserci andato».
Lo sterminio non finisce ad Auschwitz. Lo sterminio si propaga nello spazio e nel tempo. «Mi sarebbe piaciuto darti delle buone notizie, dirti che, dopo essere caduti nell’orrore e aver atteso invano il tuo ritorno, ci siamo ripresi. Ma non posso. Sappi che la nostra famiglia non è sopravvissuta a quello che è successo». Non è sopravvissuta la famiglia e non è sopravvissuta l’umanità tutta. L’ultima parte del libro esprime lo sgomento di una donna — una donna che credeva di avere saggiato la malvagità dell’uomo in ogni suo raccapricciante anfratto — mentre guarda in televisione i grattacieli di New York sbriciolarsi al suolo. È lo sgomento di chi, dopo tutto ciò che è stato, vede le illusioni cadere «come pelli morte», l’antisemitismo riaccendersi ovunque nel mondo e la propria appartenenza rafforzarsi, come unica difesa. «Non so se l’orrore abbia risvegliato l’orrore, ma a partire da quel giorno, ho sentito quanto ci tenessi a essere ebrea. È come se fino a quel momento ci avessi girato intorno, ma in fin dei conti essere ebrea è quello che di più forte c’è dentro di me» .
È bene che mi fermi. Mentre scrivo, avverto quanto sia sconveniente versare parole sopra un libro tanto parsimonioso, che economizza su ogni frase, su ogni pensiero e soprattutto sul dolore, che nondimeno è soverchiante in certi passaggi.
Nei giorni successivi alla lettura di E tu non sei tornato, cercavo d’immaginare come debbano apparire certi frangenti, gravi oppure futili, agli occhi pieni di amarezza di Marceline Loridan-Ivens. Mi sembrava di riuscirci, almeno in parte. Per questo le sono riconoscente. Il suo libro è uno fra gli ultimi segnali diretti che riceveremo dai campi di sterminio degli ebrei. Mano a mano che i testimoni scompaiono, il peso della memoria grava sempre di più su chi rimane — ben presto sarà per loro insopportabile. E noi, perduti gli ormeggi, ce ne andremo piano piano alla deriva nella dimenticanza, forse nell’incredulità. Leggete questo libro .

Carpi Fc, Ghizzoni, Patriarca e Vaccari “Gran bella impresa” – comunicato stampa 29.04.15

Carpi2014-2015

I parlamentari carpigiani del Pd Manuela Ghizzoni ed Edoardo Patriarca e il senatore Pd Stefano Vaccari, ex assessore provinciale allo Sport, commentano con soddisfazione la promozione in A del Carpi Fc 1909. Ecco la loro dichiarazione:

“Qualcuno, nelle settimane scorse, quando aveva cominciato a risultare evidente che l’impresa era possibile, ha parlato di favola. La promozione del Carpi FC 1909 in serie A non è una favola, è il risultato di un duro lavoro e del serio impegno di una formazione che, come fece a suo tempo anche il Sassuolo, è riuscita, in soli sei anni, a passare dalla serie D alla massima serie. Non una favola quindi, ma certamente una gran bella storia, alla faccia di chi, come Lotito, aveva provato a denigrare valori e meriti di questo Carpi. I nostri più sinceri complimenti, quindi, alla società, ai dirigenti, all’allenatore, ai giocatori e ai tifosi che, con tenacia, coraggio e caparbietà, hanno permesso tutto questo. Forza Carpi!”

“Ok della Camera alla legge salva-scienze geologiche”, di Eugenio Bruno – Il Sole 24 Ore Scuola 24 – 27.04.15

L’operazione di salvataggio delle scienze geologiche è un po’ più vicina. Nei giorni scorsi la commissione Istruzione di Montecitorio ha approvato in via legislativa (dunque senza passare dall’aula) la proposta di legge Mariani-Ghizzoni (Pd) che, da un lato, rivede i criteri minimi per la costituzione di un dipartimento universitario e, dall’altro, estende agli aspiranti geologi le agevolazioni e i premi oggi previsti per gli iscritti agli altri corsi di laurea scientifici (su cui si veda Scuola24 del 4 febbraio ). La palla passa ora al Senato dove la maggiroanza spera di riuscire a incassare anche il secondo sì in sede deliberante
La modifica della legge Gelmini
Tutte le università italiane hanno modificato i loro statuti, attivando i nuovi dipartimenti sulla base dell’articolo 2, comma 2, lettera b), della legge Gelmini del 2010, che fissa a 35 il numero minimo di professori, ricercatori di ruolo e ricercatori a tempo determinato per attivare un dipartimento. Un tetto che sale a 40 nelle «università con un numero di professori, ricercatori di ruolo e a tempo determinato superiore a mille unità, afferenti a settori scientifico-disciplinari omogenei». Su questi limiti interviene ora l’articolo 3 della proposta di legge Mariani-Ghizzoni, stabilendo che possano bastare anche 20 unità tra professori e ricercatori «purché gli stessi costituiscano almeno l’80 per cento di tutti i professori, ricercatori di ruolo e a tempo determinato dell’università appartenenti ad una medesima area disciplinare».
L’impatto sui dipartimenti
La misura – assicurano le proponenti – non stravolgerà l’assetto dell’organizzazione attuale e non porterà a una nuova proliferazione dei dipartimenti come quella che ha preceduto la riforma Gelmini. A beneficiarne dovrerro essere infatti solo quelli di «scienze della terra» che stanno rischiando l’estinzione dopo anni di limitazioni sul turn over e, forse, quelli di scienze politiche ma solo in limitate università. A confermarlo sono gli ultimi dati diffusi dal Consiglio universitario nazionale secondo i quali i docenti e i ricercatori dell’area delle scienze della terra in Italia sono passati dai 1.250 del 2006 ai 1.020 attuali con una contrazione del 18% e nel 2018 scenderebbero a 900. Come se non bastasse i 1.020 professori dell’area delle scienze della terra risultano dispersi fra 50 atenei in 94 dipartimenti diversi con una media di meno di 11 unità per dipartimento. Sopravvivono, in condizioni precarie, solo 8 dei 38 dipartimenti esistenti prima della riforma: Bari, Firenze, Milano, Napoli “Federico II”, Padova, Pisa, Roma “La Sapienza” e Torino. E anche questi avrebbero vita breve se la legge non andasse in porto.
Le altre misure
A sostegno delle scienze geologiche intervengono anche le altre due disposizioni del provvedimento. Sulla falsariga di quanto fatto per le altre lauree scientifiche, l’articolo 1
istituisce, limitatamente al quinquennio accademico2015/2016-2019/2020, premi e buoni di studio a favore degli studenti iscritti a corsi di laurea appartenenti alla classe L-34 (scienze geologiche) o a corsi di laurea magistrale appartenenti alle classi LM-74 (scienze e tecnologie geologiche) e LM-79(scienze geofisiche) attingendo al budget della Fondazione per il merito prevista dalla legge Gelmini. A sua volta, l’articolo 2 destina l’1% del Fondo per la prevenzione del rischio sismico a finanziare l’acquisto, da parte delle università, della strumentazione tecnica necessaria per attività di ricerca finalizzate alla previsione e prevenzione dei rischi.

Gli elettori sceglieranno chi governa ma il sistema non sarà «presidenziale», di Roberto D’Alimonte – Il Sole 24 Ore 26.04.15

Sull’Italicum se ne dicono tante. Per qualcuno sarebbe addirittura il cavallo di Troia per introdurre in Italia il presidenzialismo. Naturalmente si tratta di una sciocchezza. Ma anche le sciocchezze trovano credito in questi tempi di confusione dilagante e alimentata ad arte. Venendo al punto. Il presidenzialismo è un modello di governo caratterizzato, nel quadro di una rigida separazione dei poteri, da un esecutivo affidato a un presidente della Repubblica che è espresso direttamente dal corpo elettorale e che non è soggetto a un rapporto di fiducia con il Parlamento.
Che cosa ha a che fare l’Italicum con un modello del genere ? Nulla. Quanto alla riforma costituzionale, dove sono le norme che cancellano la figura del capo del governo fondendola con quella del presidente della Repubblica? Domanda retorica. A riforma costituzionale approvata continueranno a esserci un capo del governo e un capo dello Stato. Tutti e due con gli stessi poteri che hanno adesso. La differenza più importante è che il capo dello Stato non sarà più eletto con la maggioranza assoluta, come avviene ora, ma con una super-maggioranza pari al 60% dei votanti. E il capo del governo dovrà avere la fiducia della Camera dei deputati (ma non del Senato). Insomma, il nostro modello di governo, anche dopo l’approvazione delle riforme in gestazione, continuerà ad essere di tipo parlamentare. Punto.
Premesso ciò sul piano giuridico, occorre però fare i conti anche con la dimensione politica dei cambiamenti in corso. Infatti, l’introduzione di un sistema maggioritario forte come l’Italicum non resterà senza conseguenze sul piano del funzionamento delle istituzioni. L’elemento centrale del nuovo sistema è il ballottaggio, che ne sarà la modalità di funzionamento normale. Solo in casi eccezionali ci sarà un partito o una lista che riusciranno a vincere le elezioni al primo turno raccogliendo il 40% dei voti. Sarà invece molto più frequente il caso in cui le due liste più votate al primo turno si sfideranno al ballottaggio. Questa sfida a livello nazionale mette nelle mani degli elettori l’enorme potere di scegliere “direttamente” chi li governa. Capo del governo e maggioranza parlamentare saranno decisi da noi al momento del voto, e non dai partiti dopo il voto. E sarà una scelta chiara, ben visibile, senza alibi né per gli elettori né per i partiti. Questa è l’essenza dell’Italicum.
Tutto ciò è assolutamente banale. Va da sé che se la scelta di fronte agli elettori è tra due leader e due partiti, sarà il leader del partito vincente a diventare capo del governo. Certo, la nomina spetterà sempre al presidente della Repubblica. Ma sarà una nomina “obbligata”. Dunque, è vero: il meccanismo previsto dall’Italicum introduce l’elezione “diretta” del capo del governo. Anche se formalmente la scelta degli elettori non si configura come tale, sostanzialmente lo è. E in politica la sostanza conta quanto la forma. Se non di più. Ecco perché un sistema elettorale potente come l’Italicum influirà non solo sulla dinamica della competizione politica e sul formato del sistema partitico, ma anche sul funzionamento concreto delle istituzioni della Repubblica, in particolare Parlamento e Presidenza.
Elezione “diretta” sì , ma con le virgolette, che in questo caso sono molto importanti. L’Italicum infatti verrà introdotto all’interno di un modello di governo che, come già detto, resta parlamentare. Questa è la differenza fondamentale con quanto è successo a livello di comuni e regioni. In questi ambiti le riforme degli anni Novanta hanno introdotto l’elezione diretta- senza virgolette- di sindaci e presidenti di regione, con maggioranza consiliare garantita. Quelle riforme non solo hanno cambiato il sistema elettorale ma anche il modello di governo. Per dare soluzione al problema della patologica instabilità dei governi locali hanno introdotto, insieme all’elezione diretta, anche quel particolare meccanismo per cui sindaci e presidenti possono essere sfiduciati, ma la sfiducia comporta automaticamente lo scioglimento dei consigli e nuove elezioni. È un modello rigido che però funziona. A livello nazionale invece il modello è flessibile. Con le riforme in gestazione infatti il capo del governo eletto “direttamente” dagli elettori potrà essere sfiduciato dalla Camera senza che questa si sciolga. Esattamente come ora. In altre parole, pur introducendo un sistema maggioritario forte come l’Italicum, resta la flessibilità del modello di governo parlamentare.
Il tempo dirà se con questa formula meno rigida si riusciranno a stabilizzare i governi nazionali. Per ora limitiamoci a dire che il partito che ha vinto le elezioni, grazie al premio o al ballottaggio, potrà sostituire il presidente del consiglio scelto dagli elettori. Dovrà giustificarlo e soprattutto ne risponderà al momento del voto. Ma lo potrà fare. Più complicata da gestire sarà la situazione in cui venga meno la stessa maggioranza di governo – per una scissione, per esempio – e sia disponibile una maggioranza alternativa diversa da quella che ha vinto le elezioni. Insomma la flessibilità è una bella cosa ma andrà gestita con grande equilibrio tenendo conto sia delle norme costituzionali che del sentire comune. In questo il ruolo del presidente della Repubblica sarà cruciale.
Nulla di nuovo sotto il sole. È da più di venti anni che siamo in questa situazione. A partire da Scalfaro alla fine del 1994 in occasione della crisi del primo governo Berlusconi per arrivare a Napolitano ai tempi della crisi dell’ultimo governo del cavaliere, tutti i presidenti della Repubblica si sono trovati a gestire il dilemma se favorire la formazione di un nuovo governo o ridar voce agli elettori. E così sarà anche dopo l’approvazione definitiva della nuova riforma elettorale. È la democrazia maggioritaria. Tutto qui. Ci abitueremo.

Intervento del Presidente Mattarella alla cerimonia celebrativa del 70° Anniversario della Liberazione – Milano – 25.04.15

Rivolgo un saluto a tutti i presenti, alle Autorità che rappresentano le Istituzioni, ringrazio il Sindaco Pisapia, il Professor Villari, il Presidente Smuraglia per le considerazioni che hanno svolto.

Un saluto particolare ai ragazzi e ai bambini presenti. È per loro questa festa.

È una festa che rende Milano ancora più bella, Milano che si unisce di nuovo per i settant’anni della Liberazione!

Saluto i cittadini che, a migliaia, sfileranno per le sue strade, oggi pomeriggio, per convergere in Piazza Duomo.

Milano, città guida della Resistenza, il cui ritorno alla libertà civile segnò – con l’insurrezione del 25 aprile 1945, annunciata da Sandro Pertini da Radio Milano Libera, a Morivione – la fine della guerra, il recupero dell’unità nazionale e l’avvio di un nuovo percorso democratico per il nostro popolo.

Milano, città dei sindaci Antonio Greppi ed Aldo Aniasi, entrambi comandanti partigiani.

Oggi la nostra Repubblica celebra un sentimento di libertà che è diventato pietra angolare della nostra storia e della nostra identità. Dopo gli anni della dittatura l’Italia è riuscita a riscattarsi, unendosi alle forze che in Europa si sono battute contro il nazifascismo, anticipazione del percorso che avrebbe portato poi all’avvio del progetto europeo e che noi siamo chiamati ancora a sviluppare.

Perché la democrazia, al pari della libertà, non è mai conquistata una volta per tutte. E’ un patrimonio che ci è stato consegnato e che, nel volgere di mutamenti epocali, dobbiamo essere capaci di trasmettere alla generazioni future.

E’ un’emozione parlare a voi nel Piccolo Teatro Grassi, carico dei simboli che il Sindaco ha ricordato e luogo prestigioso della cultura italiana e delle sue capacità innovative.
La cultura, l’intelligenza, la coscienza civile sono parti essenziali di una società viva, proprio perché sostengono quello spirito critico che è condizione dello sviluppo, della tolleranza, e dunque della tenuta dello stesso ordinamento democratico.

Tante cose sono cambiate da quegli anni. Eppure misurarsi con i valori di libertà, di pace, di solidarietà, di giustizia, che animarono la rivolta morale del nostro popolo contro gli orrori della guerra, contro le violenze disumane del nazifascismo, contro l’oppressione di un sistema autoritario, non è esercizio da affidare saltuariamente alla memoria. Stiamo parlando del fondamento etico della nostra nazione, che deve restare un riferimento costante sia dell’azione dei pubblici poteri sia del necessario confronto nella società per affrontare al meglio le novità che la storia ci pone davanti.

Oggi viviamo una festa, soprattutto per i ragazzi e i bambini. Non c’è nulla di retorico nel cercare una sintonia con la felicità e i sentimenti dei nostri padri, o dei nostri nonni, nei giorni in cui conquistavano una libertà costata sangue, sacrifici, paure, eroismi, lutti, laceranti conflitti personali. E’ la festa della libertà di tutti. Una festa di speranza ancor più per i giovani: battersi per un mondo migliore è possibile e giusto, non è vero che siamo imprigionati in un presente irriformabile.

La democrazia è proprio questo: l’opportunità di essere protagonisti, insieme agli altri, del nostro domani. Per costruire solidamente, le radici devono essere ben piantate in quei principi di rispetto verso le libertà altrui, di rifiuto della sopraffazione e della violenza, di uguaglianza tra le persone, che proprio le donne e gli uomini della Resistenza e della Liberazione indussero a iscrivere nella Costituzione repubblicana.

Molto si è discusso negli scorsi decenni sull’eredità politica della Resistenza, sulle violenze degli anni della guerra e di quelli immediatamente successivi, sui caratteri della nostra identità nazionale. E’ bene che la ricerca storica continui, che mostri verità trascurate, eventualmente, che offra interpretazioni sempre più ricche e sfidanti. Guai a porre vincoli, anche solo di opportunità, alla libertà di ricerca.

Sono, tuttavia, convinto che, dopo tanto tempo, si sia formata nel Paese una memoria condivisa sulle origini e le fondamenta della Repubblica, che, se non basta a sanare le contraddizioni della nostra travagliata storia unitaria, costituisce un preziosissimo bene comune, il cui patrimonio è ora nelle nostre mani.

La Resistenza in armi e la lotta partigiana – emblema della riscossa nazionale contro gli oppressori – non furono espressioni di avanguardie separate. I legami di solidarietà con le famiglie che pagavano il prezzo della guerra e del disfacimento dello Stato, che nascondevano il militare alleato o il giovane renitente alla leva di Salò, si sono fatti tra il ’43 e il ’45 via via più intensi, tessendo una trama di umanità che ha composto l’humus della ribellione morale.

Tanti eroi hanno donato la vita per la nostra libertà, dai “piccoli maestri” che hanno lasciato gli studi per salire in montagna, alle donne che hanno affrontato a testa alta il rischio più alto e la prigionia. A questi dobbiamo affiancare gli eroi quotidiani che salvarono vite, che diedero rifugio ad ebrei, che si prestarono a compiti di cura o di supporto.

Come le sorelle Lidia, Liliana e Teresa Martini, padovane, che guidarono la fuga dai campi di concentramento di decine e decine di prigionieri alleati, prima dando loro il pane e un nascondiglio, poi instradandoli nottetempo verso la Svizzera, attraverso la rete costruita da padre Placido Cortese e da due latinisti di grande fama, Ezio Franceschini, dell’Università Cattolica, e Concetto Marchesi, in seguito rettore dell’Ateneo di Padova e deputato comunista. Senza questa dimensione popolare, senza questa fraterna collaborazione tra persone di idee politiche diverse, l’Italia avrebbe fatto molta più fatica a recuperare la dignità smarrita.

E pienamente dentro la dimensione popolare, dentro il moto della Resistenza, sono iscritti i militari che dopo l’8 settembre rifiutarono di combattere o di lavorare per l’esercito tedesco, le centinaia di migliaia di soldati, seicento mila, che vennero rinchiusi nei campi di concentramento, gli ufficiali che affrontarono la morte nelle isole greche o nei Balcani per restare fedeli alla Patria, le nuove Forze armate, che si raccolsero nel Corpo italiano di liberazione ed ebbero a Mignano Montelungo il loro battesimo di sangue. Al fiume della Liberazione nazionale, insomma, portarono acqua molti affluenti. Al Sud come al Nord. Tra i militari oltre che tra i civili. Nei paesi, nelle città, nelle famiglie, oltre che nei gruppi organizzati in montagna. Ricordo, tra i tanti, Enzo Sereni, della Brigata Ebraica che paracadutatosi in Toscana, fu catturato dai nazisti e ucciso a Dachau.

Questa ricognizione ampia delle forze e delle ragioni che consentirono il riscatto nazionale è stata sostenuta, con impegno e determinazione, dai Presidenti Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Il loro contributo alla memoria condivisa, e dunque al rafforzamento dell’identità nazionale, è stato importante e, anche per questo, intendo esprimere loro, in questa giornata solenne, la sincera riconoscenza di tutti noi.

Un pensiero di gratitudine e di riconoscenza profonda a tutti coloro che, in tanti, hanno sacrificato la propria vita per la Liberazione e questo pensiero va esteso a quei giovani soldati, provenienti da diversi Paesi, che sono morti in terra italiana per liberarci dalla barbarie.

La Liberazione è un punto di connessione della storia del nostro popolo. Non basta una cronologia per descrivere le radici di un Paese.

C’è, in realtà, una nervatura di valori e di significati che compone la sua struttura vivente. La stessa rilettura dei centocinquant’ anni dell’Unità d’Italia sarebbe stata diversa senza la vittoria del ’45 sul nazismo, e senza la storia repubblicana che ha preso vita dal referendum e dall’Assemblea costituente. Guarderemmo con occhio diverso anche i valori patriottici del Risorgimento senza quel secondo Risorgimento, che è costituito dalla Resistenza e dalla Liberazione. Ma è proprio questa interrelazione, tra valori fondanti e memoria condivisa, a farmi dire oggi che non c’è equivalenza possibile tra la parte che allora sosteneva gli occupanti nazisti e la parte invece che ha lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà.

Pietà per i morti, rispetto dovuto a quanti hanno combattuto in coerenza con i propri convincimenti: sono sentimenti che, proprio perché nobili, non devono portare a confondere le cause, né a cristallizzare le divisioni di allora tra gli italiani.

Fare memoria in un popolo vuol dire anche crescere insieme. E la nostra storia democratica ci ha aiutato a crescere. Oggi possiamo riconoscere che nella lotta partigiana vi furono, accanto ai tanti eroismi personali e ai tanti straordinari atti di generosità, anche alcuni gravi episodi di violenza e colpevoli reticenze. Questo non muta affatto il giudizio storico sulle forze che consentirono al Paese di riconquistare la sua indipendenza e la sua dignità.

L’antifascismo fu e resta elemento costituivo dell’alleanza popolare per la libertà e quindi dell’Italia repubblicana. L’antifascismo non è stato solo l’esito politico di un conflitto interno, quanto la chiave di apertura della nuova Italia, uscita dalla guerra e dalla dittatura, alla dimensione europea e mondiale.

Grazie all’unità antifascista, sia nel Comitato di liberazione nazionale che nei governi di Roma, il nostro è un Paese che ha mostrato la forza di ribellarsi, che ha stipulato un patto di co-belligeranza con gli Alleati e si è presentato al mondo con una dignità che ha avuto il suo valore nei successivi negoziati di pace.

La grande alleanza mondiale contro il nazifascismo si incrinò ben presto, dopo la guerra, ed ebbe i suoi effetti in Italia. Ma grande impresa dei partiti nati dalla Liberazione fu quella di preservare lo spirito dell’Assemblea costituente e di approvare la Costituzione democratica, nonostante la rottura politica avvenuta in sede di governo.

E’ la Costituzione il frutto principale del 25 aprile. E’ la pietra angolare su cui poggia la civiltà e il modello sociale che i nostri padri ci hanno lasciato. Ed è anche la strada maestra sulla quale camminare ancora. La Costituzione ha interpretato e inverato la rivolta morale e la ribellione popolare che sfociarono nella Liberazione. Per questo nella nervatura del Paese, e nella ricostruzione di un’identità nazionale condivisa, la Costituzione resta il cuore e, insieme, per meglio stare nella metafora, il cervello che guida. Il patriottismo della Costituzione è il capo dal quale può dipartire una consapevolezza moderna dell’essere italiani in un’Europa che deve ritrovare appieno se stessa e la propria missione.

Desidero dirlo in questi giorni drammatici, in cui il Mediterraneo rischia di diventare il sacrario delle vite e delle speranze stroncate di centinaia di donne, uomini, bambini, in fuga dalla guerra, dalla persecuzione, dalla fame.

L’Europa si gioca la sua credibilità e il suo stesso futuro: senza la consapevolezza del proprio ruolo nel mondo e senza solidarietà non è Europa.

Il patriottismo della Costituzione è anche uno stimolo costante per superare i nostri limiti interni, gli errori, i ritardi che pesano sullo sviluppo e sull’equità del Paese. La Costituzione è una forza dinamica, che ci sospinge. Chi sfilò festoso a Milano in quel 25 aprile non sapeva ancora che il suo impegno, i suoi sacrifici avrebbero prodotto quel testo straordinario.

L’orgoglio della Resistenza e della Liberazione risiede anche nel frutto che ha generato. La nostra Costituzione, che non è soltanto un insieme di norme. La sua garanzia più forte per i cittadini – ho voluto dirlo nel giorno in cui è iniziato il mio mandato presidenziale – consiste nella sua applicazione. Nel viverla giorno dopo giorno.

Mi rivolgo ai giovani qui presenti, e, in particolare, a quelli che ci ascoltano. Il 25 aprile ricorda la libertà conquistata, ma anche la nostra responsabilità. La Liberazione ha consentito una nuova unità nazionale e una democrazia finalmente aperta, con fondamento popolare. Il voto alle donne a partire dal referendum istituzionale del ’46 – dopo che le donne erano state “il tessuto sotterraneo della guerra partigiana”, come scrisse Ada Gobetti – rappresenta, meglio di ogni altra cosa, il salto democratico compiuto dal nostro Paese.

Tuttavia l’unità nazionale, e la stessa democrazia, sono beni tanto preziosi quanto deperibili. L’unità del Paese esige che le fratture sociali provocate dalla crisi economica siano ricomposte, o quantomeno medicate, con azioni positive. Il diritto al lavoro è la priorità delle priorità se vogliamo rispettare l’impronta personalista della nostra Costituzione, e cioè il riconoscimento dei diritti della persona come valore che preesiste e sostiene l’ordinamento stesso.

Questo è un impegno che deve unire l’Italia, e mi auguro che, nella libertà del confronto politico, si possano trovare convergenze finalizzate al bene comune.

Del resto, tutti i temi della modernità portano sfide nuove e ci richiedono risposte coraggiose: dall’ambiente alla scuola, alle nuove conoscenze, fino al fenomeno epocale delle migrazioni. Per difendere i valori umani e sociali, che oggi celebriamo, non ci basteranno le categorie e gli strumenti del passato.

Sarebbe un errore contrapporre l’interesse nazionale al necessario rilancio del progetto comune europeo.

L’Unione Europea deve essere all’altezza del passaggio epocale che stiamo attraversando e sviluppare politiche capaci di ridurre gli squilibri interni e i troppi egoismi.

Il destino delle nostre democrazie è affidato a un Continente che non deve mai dimenticare i valori morali e sociali su cui poggia la propria civiltà. La stessa lotta al terrorismo e all’integralismo risulterà tanto più efficace quanto più le nostre istituzioni e le nostre società sapranno sviluppare i principi di autentica laicità, garantendo la libertà religiosa e la dimensione pubblica delle fedi, chiedendo, al contempo, alle diverse comunità di impegnarsi nel rispetto di valori universali condivisi.

Cari giovani, dovete coltivare la pianta della democrazia, e noi dobbiamo coltivarla con voi. La democrazia è partecipazione, è fiducia nelle formazioni sociali. Democrazia è anche efficacia delle decisioni, è cooperazione per il bene comune.

Da sole le istituzioni non esauriscono tutto il bisogno di democrazia; ancor più nella società globale in cui tutti gli spazi delle sovranità nazionali si riducono. Occorre aprire i canali per consentire l’impegno attivo, creativo dei cittadini.

Per noi democrazia oggi vuol dire anche battaglia per la legalità. Vuol dire lotta severa contro la corruzione. Vuol dire contrasto aperto contro le mafie e tutte le organizzazioni criminali. Sono una piaga aperta nel corpo del Paese. Le istituzioni devono tenere alta la guardia e chiamare a sostegno i tanti cittadini e le associazioni che costituiscono un antidoto di civismo e di solidarietà.

Abbiamo una strada non facile davanti a noi, una strada impegnativa ma esaltante. Penso ai prossimi mesi di EXPO qui a Milano che danno un indice di questo impegno verso il futuro. Ma le nostre radici hanno ancora molta linfa. I nostri padri ci hanno dato moltissimo e onorarli, per noi, comporta l’onere di compiere nuovi passi. La festa della Liberazione è un incitamento a tenere la schiena dritta, ad essere fedeli a noi stessi.

Viva il 25 aprile. Viva la Repubblica. Viva l’Italia

25 aprile, Festa della Liberazione

Oggi, alle 12.00, a cura della Fondazione Fossoli, presso il Museo Monumento al Deportato politico e razziale di Carpi si svolgerà “Perché siano fatte nostre. Lettere di condannati a morte della Resistenza europea ‘adottate’ dagli esponenti della cultura e della società italiana”.

Io ho scelto la lettera di Jovanka, graffita alla parete della Sala 4 del Museo.
Cara mamma e tutti voi, stanotte sono venuti per portarci alla fucilazione. Ne hanno chiamate 12, tra cui anche la nostra Srpce. Immaginavano che dopo di lei avrebbero chiamato anche me, così mi sono preparata. Invece quello ha smesso e ha detto alle chiamate di uscire. Quel momento, per me è stato terribile. Lei si è vestita e ha detto “Salve”. Ci siamo baciate in fretta. E’ andata con aria fiera, la testa eretta, come fa sempre quando cammina, la mia sorellina…“, (Jovanka, Jugoslavia).

Ecco come “l’ho fatta mia”:
«Ho una frequentazione assidua, con il Museo Monumento. Eppure, le ripetute visite non attutiscono la forza emotiva, a tratti violenta, che in me scatenano le frasi dei condannati a morte. Ciascuna è una gemma preziosa. Ci sono quelle che apodittiche. Quelle esemplari. Quelle altruistiche. Quelle profetiche. Ciascuna speciale a modo proprio. Io, però, “cado” sempre sulla lettera di Jovanka. Potrei leggerla all’infinito, ma l’effetto sarebbe sempre il nodo che preme in gola fino a far male e il cuore che batte più veloce. Perché Jovanka – di cui non conosciamo la sorte – racconta della condanna a morte della sua “sorellina”. È una storia femminile. In poche righe sono narrati l’orrore della violenza, la forza di un legame familiare, la fierezza per avere compiuto la scelta giusta anche a costo della vita, la compassione di chi resta. Senza retorica, con il linguaggio della normalità.
Le parole lasciate ai posteri sulla soglia di una morte ingiusta, sono come una nottola di Minerva nell’esercizio della memoria di quanto è accaduto, perché ci permettono di connettere cuore e cervello, sentimento e ragione, ricerca e ricordi. Non possiamo infatti pensare che il solo studio dei fatti e degli eventi accaduti faccia crescere in noi gli anticorpi che ci impediscano di compiere le scelte sbagliate e ostacolino il ripetersi di tragedie immani come l’affermazione di dittature spietate o lo sterminio degli ebrei e degli oppositori al regime. Occorre animare quei fatti e quegli eventi richiamando in vita le storie, semplici e quotidiane, dei protagonisti. Di Jovanka e della sua sorellina Srpce. Dobbiamo ripersonificare quelle vicende, restituendo voce a chi l’ha perduta perché si è opposto alla violenza, perché ha scelto la giustizia e la libertà, perché ha difeso la dignità umana.
Ecco perché le lettere graffite del Museo Monumento, insieme alla sala dei Nomi, sono così importanti per aiutarci, noi che quell’epoca non l’abbiamo vissuta, a comprendere come sia stato possibile che tutto questo sia accaduto e ancor di più come sia stato poi possibile riscattarsi dal regime di terrore, dal conformismo e dalla negazione della libertà.
Ed ecco perché credo che questo Museo Monumento – così come il campo Fossoli e gli altri luoghi simbolici della Memoria – debba ricevere anche il sostegno dello Stato. Non ci siamo ancora riusciti. Ma non demordiamo. Perché sulle pareti di questo Museo è incisa una grande e straordinaria lezione morale. Patrimonio dell’intero Paese e dell’umanità.»