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“Prima viene il paziente”, di Gilberto Corbellini – Il Sole 24 Ore 19.04.15

Alberto Malliani, notissimo e influente medico-intellettuale milanese scomparso nel 2006, coltivava una visione politica della medicina. Che non era l’idea di una medicina piegata alla politica, molto in voga nell’era cosiddetta post-moderna, e che spesso confonde politica ed economia – cioè descrive strumentalmente medici, medicina e sanità tenute al guinzaglio dalle multinazionali per emettere una condanna ideologica inappellabile per un presunto sistema complottistico scientifico-medico-affaristico-etc. Versione aggiornata delle paranoie populiste e fasciste per il complotto demo-giudo-pluto-etc.
Malliani non risparmiò negli ultimi anni dure critiche alle pressioni indebite esercitate dall’industria farmaceutica sul sistema medico di valutazione dell’utilità dei trattamenti, così come criticò l’aggressività e l’aziendalizzazione della ricerca medica. Riconosceva però il ruolo essenziale dell’industria nel processo sociale di produzione della salute. La lezione che ha lasciato, anche attraverso l’esempio, dimostra che per evitare le derive potenzialmente dannose di una domanda di salute fuori controllo, occorre investire in una formazione culturalmente più articolata del medico. Per farne non uno strumento politico-governativo di controllo dei comportamenti individuali o delle strategie di consumo del bene salute, ma un catalizzatore di consapevolezza critica per la sfera in continua espansione di possibili scelte in materia di salute, che le persone e i pazienti possono praticare esercitando l’autodeterminazione. La Carta della professione medica, che concorse a redigere e che fu pubblicata nel 2002, andava in questa direzione.
L’idea di medicina politica che si coglie negli scritti del grande internista ha una tradizione nobilissima, che merita di essere richiamata brevemente perché non ha esaurito, diversamente dalle ideologie, la sua spinta propulsiva. La si può raccontare in quattro movimenti. Facendola iniziare con l’età moderna, quindi lasciando una volta tanto in pace Ippocrate, quasi esattamente quattro secoli fa. Nel 1614 il medico ebreo sefardita Rodrigo De Castro pubblicava ad Amburgo il testo Medicus-politicus, che segna le origini della moderna etica medica con una ispirazione specifica nel richiamare l’attenzione pubblica verso la coincidenza tra virtù morali del medico e astensione dall’inganno o da pratiche fraudolente ai danni dei malati. Circa un secolo dopo, nel 1738, il medico tedesco pietista Friedrich Hoffmann, pubblicava a sua volta testo sempre intitolato Medicus politicus, nel quale sosteneva che la fiducia e l’affidabilità che caratterizzano il rapporto medico paziente si fonda sulla partecipazione emotiva del medico per la condizione del malato e la competenza professionale. Un terzo passaggio fondamentale ebbe luogo nel 1848, quando Rudoph Virchow, fondatore della patologia cellulare, definiva la medicina una «scienza sociale, e la politica niente altro che medicina su larga scala»: per Virchow la rinnovata forza politica della medicina si fondava sull’epistemologia sperimentale del metodo fisiopatopologico attraverso cui si potevano scoprire le cause immediate della malattie, quindi trovare sistemi di prevenzione e trattamenti per risolvere i problemi sanitari. All’indomani della Seconda guerra mondiale, sulla spinta dei successi realizzati sul piano scientifico e clinico, i metodi della sperimentazione medica diventavano norme politicamente e legalmente riconosciute nei paesi liberaldemocratici, per garantire la sicurezza e l’efficacia dei trattamenti. Insomma, la medicina ha storicamente portato la razionalità nella politica, consentendo di fondare l’etica sulla scienza. Non è poco.
Negli ultimi cinquant’anni le sfide della medicina si sono giocate su più fronti e hanno richiesto al medico quello che Malliani chiama “pensiero verticale”. Cioè una strategia epistemologica necessaria in quanto il paziente è fatto di molecole, cellule, tessuti, organi, etc. e legami sociali. Si deve essere pronti ad andare in su e in giù nel ragionamento causale a seconda delle indicazioni che vengono da prove, non da bias cognitivi o ideologici, contestualizzate sulla base dell’esperienza. «Il fatto e? – scrive Malliani – che il pensare verticalmente e? una delle operazioni che più richiedono metodo e consapevolezza: quindi una lunga abitudine. Ed è qui che appaiono ancora piu? chiare le manchevolezze della scuola che poi altro non sono che il riflesso delle manchevolezze della cultura dominante». C’è poco da aggiungere. Ma ai burocrati o politici italiani che progettano le riforme scolastiche poco interessa sapere quali sono le manchevolezze in chi arriva all’università impreparato.
Malliani era un clinico-ricercatore a trecentosessanta gradi. Sapeva cosa è e come funziona la scienza. Cosa che qualche medico infatuato dal potere o dai soldi, o solo ignorante, talvolta dimentica. «Un vero ricercatore – scrive – puo? cambiare idea su tutto (come ogni altro essere umano) ma non sul metodo. È questo uno dei pochi campi di totale fedeltà». Senza dimenticare che la ricerca di Malliani era guidata da un’idea teorica forte, quella di “malattia innervata” che lo portò a pubblicate importanti risultati sperimentali sul controllo nervoso della circolazione. Ergo farebbero meglio i medici, se prendono sul serio il loro lavoro, a smetterla di flirtare con le medicine complementari (omeopatia, medicine naturali, etc.) e altre forme di ciarlataneria, prive di metodo e teoria, per inseguire convenienze, ma imbrogliando così i pazienti.
Stante la sua idea della medicina come autentica dimensione politica, Malliani visse intensamente l’impegno civile, per esempio parlando e agendo contro l’uso della guerra per la soluzione delle controversie politiche. Negli ultimi anni insisteva su due fondamentali questioni. Da un lato la «mancanza di veri progetti che solchino il tempo», cioè che «quanto facciamo ha poco a che fare con una sapiente costruzione del futuro». E poi il tema della morte, cioè della gestione della fasi terminali della vita. Due questioni non così lontane tra loro. Aiutò la nascita di VIDAS, che offre assistenza gratuita ai malati terminali, e stigmatizzò il fatto che agli studenti di medicina si parla poco della morte o che le discussioni sull’eutanasia siano stucchevolmente moralistiche e ideologiche. «Morire bene – scriveva – è il più grande messaggio di vita che una persona può lasciare».

Alberto Malliani, Medico sempre. Lezioni di buona sanità . A cura di Nicola Montano e Giangiacomo Sciavi. Guerini e Associati – Università degli studi di Milano, Milano, pagg. 174, € 16,50

“La Resistenza è la memoria che oggi unisce l’intero Paese”, di Giorgio Napolitano – La Repubblica 19.04.15

Gentile direttore,
alla vigilia del settantesimo anniversario della Liberazione, il Corriere si chiede, e mi chiede, se si può ritenere che l’Italia sia pronta a celebrarlo con autentico spirito unitario, dopo tante polemiche divisive. A me pare di poter constatare oggettivamente come nel corso di questi anni — rispetto, ad esempio, a quando nel 2008 celebrai il 25 aprile a Genova — certe polemiche si siano stemperate. Si avverte assai meno, innanzitutto, quello sfidarsi e confrontarsi duramente tra esaltazioni acritiche della Resistenza e clamorose rivelazioni dei suoi lati e momenti oscuri, che per un certo tempo avevano tenuto il campo. Si è fatto largo un approccio più aperto e problematico alle complessità della lotta di Liberazione, si è compreso di non doverne occultare i limiti e le ombre, e di conseguenza sono anche scemate le rappresentazioni in negativo di quella straordinaria fase di riscatto nazionale come se si fosse trattato di un «mito» da sfatare. Hanno fatto breccia, io credo, nell’opinione pubblica il recupero e la valorizzazione di dimensioni a lungo gravemente trascurate del processo di mobilitazione delle energie del paese che si dispiegò per difendere l’onore e riconquistare la libertà e l’indipendenza dell’Italia: la dimensione cioè del contributo dei militari, sia delle forze armate coinvolte nella guerra fascista e poi schieratesi eroicamente (basti fare il nome di Cefalonia) contro l’ex alleato nazista, sia delle nuove forze armate ricostituitesi nell’Italia liberata (che ebbero a Mignano Montelungo il loro battesimo di fuoco). L’immagine della Resistenza si è così ricomposta nella pluralità delle sue componenti: quella partigiana, quella militare, quella popolare. E in questa accezione più vera e unitaria, essa diventa parte integrante di quel più generale recupero della nostra memoria storica e identità nazionale, che fu il segno e il risultato delle celebrazioni del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
E non poco ha significato, anni fa, anche l’apporto di uno storico rigoroso e indipendente come Claudio Pavone nell’analizzare le molteplici valenze della lotta di Liberazione nell’Italia «tagliata in due»: anche quella della «guerra civile», senza contrapporla ad altre, innanzitutto a quella di decisivo profilo patriottico-nazionale, e piuttosto cogliendola nel suo intreccio con la valenza di classe e ideologica che pure concorse ad animare la Resistenza. Quella valutazione rigorosa dovuta a Claudio Pavone non alimentò ma forse piuttosto contribuì a ridurre l’impatto che in anni ancora a noi vicini ebbe un’altra polemica, pur obiettivamente, storicamente insostenibile, quella sulla «Resistenza tradita».
Sono in definitiva convinto che il Settantesimo della Resistenza possa essere sentito come proprio dagli italiani senza alcuna distinzione, e certamente non come punto di riferimento e patrimonio privilegiato di qualche singolo partito. E a ciò ha certamente contribuito l’accresciuta distanza nel tempo che ci separa da quella grande pagina della nostra vita collettiva, consentendo reazioni più distaccate rispetto, poniamo, a dieci anni fa o anche meno.
Se c’è qualcosa che ancora preoccupa è piuttosto il rischio di una disattenzione, se non distrazione, da parte di molti, di fronte a una ricorrenza pur così ricca di significati e di implicazioni. Ed è un peccato, perché celebrando oggi il 25 aprile possiamo trovare in quell’esperienza motivi forti di orgoglio e di fiducia come italiani, oltre che rendere memore riconoscente omaggio a quanti combatterono e a quanti in quei 19 mesi caddero per la libertà e l’indipendenza — e per la stessa riunificazione — del nostro paese.
Ancora una sottolineatura e un richiamo voglio fare sul tema della nostra riconquistata indipendenza, nel suo legame col tema più che mai vissuto e dibattuto dalla Costituzione repubblicana. Fra i 3 paesi dell’Asse totalitario, protagonisti aggressivi della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia fu quello che trovò le forze per affrancarsi — dopo la caduta del fascismo — da un’infausta alleanza di guerra. E che prese così il suo posto — grazie al contributo delle sue nuove Forze Armate e della Resistenza — nello schieramento anti-nazista, come co-belligerante al fianco, in particolare, delle forze anglo-americane combattenti in Italia. Riconquistammo in questo modo la nostra indipendenza anche sul piano istituzionale e culturale, col diritto a darci in piena libertà e autonomia una Costituzione democratica, elaborata, e nel dicembre 1947 approvata, da un’Assemblea eletta dal popolo. Ben diversa fu la condizione umiliante in cui toccò al Giappone darsi la sua Carta sotto l’egida del Generale Mac Arthur. E anche la Germania occidentale poté adottare soltanto nel maggio 1949 la sua «Legge fondamentale» quale fu approvata però solo da un ristretto «Consiglio Parlamentare». Peraltro, si deve dirlo, la Carta tedesca si caratterizzò per soluzioni che tennero pienamente conto della tragica esperienza del crollo della Repubblica di Weimar, pure non ignorata, dai costituenti italiani. I quali però non seppero sancire le soluzioni da essi stessi pur lucidamente intuite più di due anni prima delle scelte tedesche, per evitare l’instabilità dei governi e le degenerazioni del parlamentarismo, per evitare cioè che la nostra Costituzione nascesse con quel punctus dolens , come lo definì ancora nel 2008 Leopoldo Elia. Ma questo è un altro discorso…

Sisma, Pd a M5s “Dal Governo nessun giudizio sui Map” – comunicato stampa 17.05.15

I parlamentari modenesi del Pd Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari rispondono alle accuse lanciate dal collega del M5s Vittorio Ferraresi che, prendendo le mosse dalla risposta del viceministro allo Sviluppo economico De Vincenti a una sua interrogazione, accredita l’ipotesi che il Governo abbia espresso giudizi pesanti sul valore della scelta di far alloggiare alcuni sfollati in alloggi temporanei. Ecco la loro dichiarazione:

“Dal Governo, e in particolare dalla risposta all’interrogazione del M5s data dal viceministro per lo Sviluppo economico Claudio De Vincenti, non arriva alcun giudizio di merito sui Map. Ancora una volta, quindi, il collega del M5s Ferraresi gioca con le parole quando dice “Baracche dai costi esorbitanti, come un albergo a 5 stelle, e il governo ci dà ragione”. De Vincenti si limita a spiegare gli interventi normativi che dal 2012 si sono succeduti per venire incontro alle esigenze di quegli sfollati che hanno trovato alloggio temporaneo nei Map. Non parla di “baracche”, non esprime giudizi di merito sulla scelta di ospitare alcune famiglie negli alloggi temporanei (scelta tenuta contenuta nei numeri per espressa volontà degli amministratori locali e della Regione a differenza di quanto avvenuto precedentemente per altre calamità), né dice che sono costate cifre esorbitanti. Tutto questo glielo mette in bocca Ferraresi. Il viceministro De Vincenti si è limitato a ribadire che il Fondo per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma 2012 è a disposizione. Siamo certi che, come sempre è stato anche in passato, la Regione Emilia-Romagna saprà utilizzarlo al meglio scegliendo e rispondendo alle esigenze più pressanti e concrete delle popolazioni del cratere sismico”.

“Diritto allo studio significa futuro” – campagna RUN – 16.04.15

IL DIRITTO ALLO STUDIO IN ITALIA
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo Messaggio al Parlamento nel giorno del giuramento, ha citato il Diritto allo studio tra i diritti fondamentali da garantire nel rispetto della nostra Costituzione. Infatti, esso è definito dall’ art.34, che enuncia il diritto dei capaci e dei meritevoli di raggiungere i più alti gradi degli studi, anche se privi di mezzi. In fin dei conti, esso si inserisce nella più complessa cornice fornita dal secondo comma dell’Art.3, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono di fatto il pieno sviluppo della persona umana, tra i quali vi è senza dubbio il non avere una possibilità, per motivi economici e sociali, di realizzare i propri sogni e le proprie aspettative.
Inoltre, uno degli obiettivi dell’UE per il 2020 è far sì che il 40% della popolazione tra 30 e 34 anni sia laureata. L’Italia è ultima, nel 2012, per popolazione di questa fascia di età con un titolo di studio universitario (21,7%) ed anche il più modesto target del 27% assegnato (rimanendo all’ultimo posto in Europa) potrebbe non essere raggiunto visto il trend di calo delle immatricolazioni. Un efficace sistema di Diritto allo studio può aiutare ad invertire la tendenza prima che sia troppo tardi.
Ulteriori motivi per incrementare il nostro livello di investimenti in istruzione sono forniti dalla ricerca dell’OECD “Education at a Glance 2014”: essa mostra infatti come un’istruzione universitaria di alto livello crea:
– INCLUSIONE E MOBILITA’ SOCIALE
– LAVORO e BENESSERE ECONOMICO
– SALUTE, VOLONTARIATO, PARTECIPAZIONE
Nei 20 paesi dell’OECD è stata evidenziata una forte relazione tra istruzione e livello di partecipazione politica, ad attività di volontariato, salute fisica; in tutti i paesi analizzati, coloro i quali hanno un’istruzione di alto livello hanno un reddito più alto di una percentuale compresa tra il 20 e il 70 percento di chi si attesta su un livello inferiore, inoltre in tutti i paesi analizzati vi è una buona relazione tra livello di istruzione raggiunto e aspettative di occupazione. Da ciò si deduce che i ritorni per il settore pubblico dell’investimento in istruzione in termini di sviluppo economico non sono indifferenti: infatti il ritorno pubblico dell’investimento in istruzione risulta essere fino a tre volte l’investimento stesso. In Italia il tasso di ritorno dell’investimento in istruzione è sotto la media UE, come ci testimonia il Rapporto Anvur uscito nel marzo 2014; per lo stesso rapporto, in un decennio sono calate le immatricolazioni di circa 58.000 unità ed ormai solo un 19enne su tre decide di intraprendere il percorso universitario. I ragazzi che intraprendono gli studi universitari sono costretti a vivere in famiglia (73%) ed il fenomeno del pendolarismo (50,6%) è rappresentativo dell’impossibilità di permettersi una vita da fuori sede (costo medio annuo 7000 euro, dati IRPET). Studiare in Italia è molto più costoso che altrove, oltre che meno remunerativo dal punto di vista lavorativo. Nella speciale classifica sul costo degli studi universitari siamo terzi in Europa, dietro solamente a Paesi Bassi e Regno Unito, con un costo medio annuo di circa 1000 euro per studente (con atenei in cui la media è di circa 1700 euro) mentre diversi stati europei garantiscono un accesso gratuito o quasi (vedi Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Austria o i più simili Francia e Germania, che anno costi medi attorno ai 200 euro). Laurearsi da noi rende solamente nel lungo periodo, visto che la stabilità e le remunerazioni medie arrivano solamente dopo un quinquennio dal conseguimento del titolo (circa 1400 euro netti mensili). Non c’è da stupirsi allora se le immatricolazioni in questo scenario sono in calo, e vedono soprattutto i figli delle famiglie più svantaggiate rinunciare al costo del (lungo) investimento in istruzione, il quale ha un’efficacia tardiva rispetto ad altri contesti (il tasso di passaggio dei diplomati tecnici è sceso dal 42% al 31%, mentre fra i professionali si passa dal 22 al 16%). L’Anvur ricorda inoltre che che la spesa per l’istruzione universitaria in Italia «risulta inferiore a quella media Ocse, sia in rapporto al numero degli studenti iscritti sia in rapporto al prodotto interno lordo»: nel 2010 la spesa per studente in Italia è stata «il 30% in meno rispetto alla media dei paesi Ocse, circa il 40% in meno di paesi come Francia, Belgio e Regno Unito e il 50% in meno dei paesi del Nord Europa e degli Stati Uniti »; L’unico strumento che può permettere un’inversione di tendenza rispetto alle condizioni sociali dei ragazzi italiani è dunque un sistema di welfare studentesco moderno e inclusivo, e sarebbero auspicabili e lungimiranti maggiori investimenti in istruzione, che potrebbero avere ritorni superiori a quelli attuali nel medio-lungo periodo, se accompagnati da significative innovazioni in materia di didattica e ricerca.
Tuttavia, Il sistema del Diritto allo studio in Italia, costituito da un mosaico non uniforme di enti pubblici con dimensione locale o regionale che hanno come mission la distribuzione delle borse di studio, l’offerta di posti letto e l’erogazione di pasti a prezzi calmierati per gli studenti universitari, è, paragonato a paesi con sistemi di istruzione universitaria simili, deficitario:
• Solo il 7% degli studenti riceve una borsa di studio, contro il 27% in Francia e il 30% in Germania, paesi che investono, a parità di popolazione studentesca, nel Diritto allo studio circa 2 miliardi di € l’anno circa, con un trend in aumento, dall’a.a. 2006/07, rispettivamente, del 33% e 34%. Anche un paese più simile al nostro, la Spagna, nello stesso periodo ha aumentato del 59% gli investimenti in tale settore, portando al 18% la quota di studenti che riceve una borsa di studio, sul totale. Fa da contraltare il trend negativo dell’Italia, che ha ridimensionato dell’8% la spesa, portando il fondo integrativo statale a 162,6 milioni e l’investimento pubblico complessivo a 396 milioni. Negli anni successivi al 2013/14, inoltre, l’ammontare del Fondo Integrativo Statale non potrà essere del tutto riconfermato allo stato attuale a causa dell’articolo 42 dello Sblocca Italia che prevede il loro rientro nel Patto di Stabilità, dal quale erano prima esclusi; il secondo è la gestione non sempre efficiente da parte delle regioni, il cui esempio più lampante è la regione Campania, la quale non rifonde nel sistema nemmeno la totalità delle entrate che riceve attraverso la tassa regionale;
• Il 25% degli idonei (oltre 46.000 studenti) non riceve la borsa, il paradosso del sistema: studenti che, pur avendo, per i requisiti di reddito (e di merito, per gli anni successivi al primo) diritto alla borsa di studio, ne sono esclusi;
• Gli alloggi per studenti coprono appena metà del fabbisogno, con punte del 20% di copertura nel sud del paese;
• I servizi sono spesso carenti, diversi tra regioni: il sistema di ristorazione è altamente inefficiente nei casi di esternalizzazione del servizio, per cui un pasto può costare allo studente fino a 7€, ed efficiente nel caso di gestione diretta, per la quale non si superano i 3-4€. Il sistema dei trasporti pubblici locali spesso somma ad inefficienze proprie l’impossibilità di aiutare efficacemente gli studenti pendolari e gli enti al Diritto allo studio non sempre intervengono in maniera mirata ed efficace;
• Il finanziamento statale è insufficiente e programmato solo di anno in anno non consentendo una programmazione di medio-lungo periodo agli enti che si occupano di erogare borse e servizi, che anzi si aspettano tagli e tendono ad essere prudenti nelle scelte di investimento.

E’ dunque evidente la necessità di invertire la rotta e dare al Diritto allo studio la dignità che merita come diritto costituzionalmente garantito attraverso una riforma del sistema che ne garantisca l’efficacia, risolvendo in via prioritaria i seguenti problemi:
• Eliminare gli studenti idonei non beneficiari, assegnando la borsa a tutti gli idonei
• Avere un controllo sulla spesa delle regioni
• Unificare enti inefficienti e bandi per l’erogazione delle borse, per una gestione più semplice, identica sul territorio nazionale e scevra da costi burocratici aggiuntivi.
• Far sì che le modifiche intervenute nel calcolo dell’ISEE non influenzino la composizione numerica della platea di riferimento per l’accesso ai benefici e alle riduzioni delle tasse universitarie

GLI STEP PER IL DIRITTO ALLO STUDIO
1) Implementare l’Osservatorio nazionale per Diritto allo Studio Universitario, attribuendogli i seguenti compiti:
– individuazione best practices amministrative e di controllo che rendono maggiormente efficienti gli enti al Diritto allo studio e permettono risparmi sui costi di gestione
– definizione del costo standard delle prestazioni erogate allo studente borsista
– valutazione degli enti e delle aziende al Diritto allo studio, segnalando a Ministero e regioni quelli inefficienti per adottare gli opportuni provvedimenti
2) Definire annualmente dei Livelli Essenziali delle Prestazioni,
Che la Costituzione individua come strumento principe per l’effettiva e uniforme erogazione dei diritti costituzionalmente garantiti: essi devono essere basati su criteri univoci, analitici ed uniformi sul territorio nazionale in base al costo delle prestazioni oggetto del Diritto allo studio e non strumento statistico di riduzione dei benefici erogati; l’adempimento degli obblighi così definiti deve essere svincolato dalle situazioni di bilancio degli enti. I LEP per i fuorisede devono essere definiti in base al costo della vita nella regione di riferimento.
3) Razionalizzare le aziende al Diritto allo studio, unificando gli enti inefficienti:
E’ necessaria una gestione più uniforme degli enti al diritto allo studio ed arrivare a definire percorsi di integrazione che permettano di avere un ente in ciascuna regione: è un processo che va affrontato con rispetto delle autonomie locali e dei diversi percorsi seguiti dagli enti ma nell’ottica di abbattimento degli sprechi e delle inefficienze, in particolare stabilendo criteri di efficienza a cui gli enti si devono attenere, in termini di bilancio e di servizi erogati.
4) Programmazione triennale del fondo integrativo statale:
Per dare la possibilità a regioni, enti e studenti di programmare investimenti ed erogazioni. La programmazione dovrebbe essere incardinata su:
– distribuzione proporzionale al fabbisogno finanziario delle regioni, determinato in base al numero e all’importo delle borse e al costo standard dei servizi erogati in base ai LEP
– obiettivo zero idonei non beneficiari in tre anni, attraverso un graduale aumento del FIS (a regime, un investimento annuo di ulteriori 150/200 mln di € da parte dello Stato e una compartecipazione regionale adeguata, con coperture che garantiscano stabilità) e l’apertura di un tavolo ministero-regioni sul problema. Ad esso si deve accompagnare la definizione di un criterio unico per la soglia minima di accesso ai benefici del Diritto allo studio, basata sul costo della vita, per evitare squilibri tra le regioni e eque condizioni di accesso ai benefici

FINANZIARE IL DSU
L’ultimo finanziamento statale per il DSU è stato di soli 162 milioni di euro, distribuiti non solo in base al fabbisogno ma anche con un meccanismo punitivo folle che provoca sbalzi per singola regione anche di 15 milioni di euro l’anno. La tassa regionale pagata dagli studenti è uguale per tutti, in violazione del principio di progressività della tassazione e non vi sono sanzioni in caso di non rispetto dei vincoli di destinazione della tassa regionale al Diritto allo studio e di finanziamento del sistema in misura minima del 40% del fondo statale ricevuto. Proponiamo:
• Possibilità di commissariamento degli enti Diritto allo studio inefficienti, data dall’articolo 120 della Costituzione, in caso di mancata attuazione dei LEP (la programmazione triennale del fondo, la sua distribuzione in proporzione al fabbisogno e l’emanazione analitica dei LEP attuano questa possibilità in base a quanto stabilito dalla Costituzione).
• Configurazione dell’ipotesi di danno erariale per mancato apporto del finanziamento regionale al Diritto allo studio in misura minima del 40% del totale : Tanto la dottrina quanto la giurisprudenza della Corte dei conti non annoverano più tra i requisiti del danno erariale la patrimonialità, estendendo quindi la nozione oltre la lesione di elementi patrimoniali, fino a comprendere ogni violazione di interessi pubblici giuridicamente protetti. In quest’ottica, la Corte dei conti ha ritenuto configurabile quale danno erariale il danno all’economia nazionale, inteso come lesione dell’interesse generale alla salvaguardia, all’incremento e al progresso dell’economia nazionale, oppure il danno all’immagine della pubblica amministrazione, inteso come grave perdita di prestigio a seguito del detrimento dell’immagine e della personalità pubblica dello stato o altro ente pubblico derivante da un’azione delittuosa di un suo amministratore o dipendente. Pertanto, gli amministratori che non rispettano le norme sul Diritto allo studio cagionano l’interesse, costituzionalmente protetto, dello sviluppo personale ed economico dei cittadini.
• Determinazione in ogni regione della tassa regionale al Diritto allo studio in funzione del reddito. (Già prevista dal dlg. 68/2012, va resa obbligatoria per tutte le regioni rispondendo ad un criterio di giustizia quanto di bilancio, poiché le regioni che pur rispettando i vincoli non riescono a finanziare totalmente il proprio Diritto allo studio potranno incrementarla fino a 3 volte la soglia minima della macroarea di riferimento. Inoltre, ciascuno studente deve pagare al massimo una tassa regionale anche se frequenta più istituti (es. Università e Conservatorio)).
• Escludere i fondi destinati al Diritto allo studio dal patto di stabilità interno: le regioni e gli enti locali partecipano al raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica assunti dal nostro Paese in sede europea attraverso l’assoggettamento alle regole del Patto di stabilità interno. Dal complesso delle spese, calcolato come sopra descritto, sono escluse determinate tipologie, esattamente elencate dalla legge (L. 183/2011, art. 32, comma 4), considerate ‘obbligatorie’. Chiediamo che il finanziamento al Diritto allo studio, considerato che si può annoverare tra esse ed il ritorno in termini di crescita e sviluppo precedentemente descritti, sia escluso dal patto ed assoggettato ad una disciplina a parte, similmente alle spese sanitarie.
REGOLE CERTE PER LE NOSTRE BORSE
Mancano criteri univoci a livello nazionale per la regolamentazione dei servizi e dei benefici per il Diritto allo studio; vi è una necessità di regolamentazione nazionale in merito:
• Criterio unico per la definizione dell’importo minimo di erogazione della borsa di studio: soglia minima compresa tra la base ed un massimo, proporzionale ad un coefficiente determinato in base al costo della vita della città sede dell’ateneo. Base e soglia minima determinate, sulla base del nuovo calcolo dell’iseeu, in modo che la percentuale di idonei alla borsa sia almeno la stessa del 2014, attraverso la determinazione dell’importo per cui, stando alla nuova distribuzione dell’indicatore, rimanga invariata la percentuale degli idonei alla borsa
• Ricalcolo proporzionale della parte monetaria della borsa sopra la base minima nel limite del 15%
• Assegnazione della borsa di studio non oltre il 15/10 di ogni anno e scadenze precise per l’erogazione della stessa: vi sono parti d’Italia dove la borsa viene assegnata a fine novembre e/o erogata per intero dopo anni. Ciò incide sulla certezza del diritto, sull’effettiva possibilità di scegliere dove studiare, sul diritto degli studenti ad una vita decente. Quindi, deve avvenire entro tre mesi l’erogazione di un anticipo pari almeno al 30% della borsa, entro un anno della borsa per intero. Gli enti devono avere però almeno 4 anni per i controlli e gli studenti che ottengono illegittimamente benefici devono renderli con gli interessi, ferma ogni altra sanzione penale e amministrativa per eventuali illeciti
• Notifica automatica della possibilità di ricevere la borsa al momento della presentazione dell’ISEE all’Ateneo: molti studenti non sono a conoscenza della possibilità, data la loro situazione, di ottenere una borsa di studio o ulteriori benefici. Ogni Ateneo dovrebbe, quindi, notificare allo studente tale possibilità al momento di presentazione dell’ISEE, tale possibilità, nel caso in cui lo studente ne possa usufruire anche per criteri di merito. Inoltre, ogni Università e ente dovrebbe dare un’agevole possibilità di presentare l’isee corrente .
• Precedenza del criterio di reddito su quello di merito nell’erogazione di servizi primari, come alloggi e ristorazione: molte aziende utilizzano solo il reddito come solo prerequisito per l’accesso ai benefici, ordinando poi graduatorie per merito. Il reddito deve essere anche criterio di graduatoria, per una maggiore eguaglianza tra i “privi di mezzi”, senza per questo trascurare il merito. Inoltre, i prezzi degli alloggi e dei servizi così attribuiti dovrebbero essere determinati in funzione del reddito.
• Adozione di modelli di governance delle aziende al Diritto allo studio maggiormente efficienti e partecipativi
• Applicazione degli standard di trasparenza della p.a.
• Informatizzazione completa delle procedure di richiesta e assistenza, lasciando che gli sportelli fisici agiscano in via residuale
• Adozione obbligatoria di una “carta dei servizi”, di un “bilancio sociale” ovvero di strumenti idonei a rendere conto del rapporto tra costo e risultato, degli obiettivi raggiunti, dei tempi e della qualità delle prestazioni. Emanazione di documenti con standard “user-friendly”.
• Organi di rappresentanza studentesca negli enti al Diritto allo studio che svolgano una funzione di raccordo tra Atenei, Studenti e Enti. Tali organi, istituiti a costo zero, possono essere di soli studenti, per la gestione di attività sociali e culturali o per segnalare possibilità di migliorare o implementare servizi (in residenze, aule studio, mense). Questo organo non sostituisce ma integra la necessaria presenza studentesca tra i componenti nel Cda.

ALLOGGI: STUDIARE FUORI SEDE
In Italia vi sono appena la metà dei posti letto per studenti necessari: 43.000 contro gli 85.000 aventi diritto. è necessario costruire residenze universitarie che garantiscano un alloggio a chi vuole spostarsi per studiare, e non può permettersi gli affitti delle città universitarie.
Costruzione di residenze universitarie fino a copertura della domanda:
• Emanazione bandi come previsti dalla legge 338/00 , opportunamente rifinanziata,che prevede procedure di cofinanziamento del miur per interventi e progetti di costruzione e ristrutturazione di residenze tramite finanziamenti erogati da cassa depositi e prestiti e sistemi di project financing
• Incentivi al recupero di immobili e residenze abbandonate di proprietà degli enti locali.
• Lo Stato deve inoltre incentivare mediante adeguate politiche fiscali i proprietari di immobili sfitti a mettere i propri alloggi a disposizione degli studenti.

Lotta agli affitti in nero: dalla nostra proposta al CNSU
Attuazione della mozione “Misure per contrastare il fenomeno degli affitti in nero”, approvata dal CNSU nel 2013 e utilizzo dei maggiori introiti derivati per finanziare il Diritto allo Studio:
– Realizzare degli accordi “Anti-evasione” tra ciascun Ateneo e l’Agenzia delle Entrate della città
– “IRPEF cashback”: sgravi sulle tasse universitarie a chi presenta un regolare contratto d’affitto, attuato mediante rifinanziamento degli atenei tramite l’Irpef guadagnata dall’aumento dei contratti registrati
Istituzione di un’ Agenzia degli affitti per studenti gestita da ciascun ente per il Diritto allo studio:
– Mettere in relazione le offerte con le richieste di affitto ed agevola i contatti tra proprietari e studenti/inquilini, calmierando i prezzi di mercato;
– Offrire assistenza totalmente gratuita fino alla stipula del contratto e oltre, fornendo vantaggi per gli studenti e per i proprietari;
– Possibilità di stipulare contratti di breve durata (da 6 a 36 mesi rinnovabili);
– Possibilità di subentrare nei contratto di locazione al posto di un altro studente, senza complicazioni burocratiche;
– Assistenza gratuita alla stipula del contratto, alla registrazione dello stesso e per tutta la durata;
– consulenza per ottenere le Agevolazioni fiscali previste.

SERVIZI: RISTORAZIONE, TRASPORTI, MOBILITA’ INTERNAZIONALE
Oltre il 50% degli studenti universitari italiani è pendolare, e affronta forti spese per potersi recare in ateneo. In Italia esistono appena 222 mense universitarie (in Francia sono 642, con un prezzo fisso nazionale fissato a 3,15 euro). Un pasto può costare dai 3 ai 7€: la differenza la fa la scelta di gestire il servizio internamente o di affidarlo in appalto. Andare all’estero spesso può essere proibitivo, perché la borsa Erasmus non basta se non hai un reddito medio-alto. Riteniamo dunque opportuno:
Ristorazione: puntare sull’internalizzazione del servizio:
– Riduzione del costo dei pasti, data dalla maggiore efficienza della gestione diretta che può scaricarsi sullo studente o andare a coprire l’erogazione di altri servizi;
– Aumento della qualità e della possibilità di valutare le mense direttamente gestite;
– Riduzione delle possibilità di appalti truccati, clientele a danno della collettività.
Trasporti: garantire l’abbonamento delle tratte dei pendolari borsisti,con accordi di massa tra aziende al Diritto allo studio e di trasporti (sia su ferro che su gomma), da erogare in alternativa alla quota monetaria:
– Determinare i Lep dei trasporti per i pendolari come il costo di un abbonamento annuale ai trasporti pubblici per il tragitto compiuto dal pendolare;
– Disincentivo all’uso dell’automobile in caso di accordi con l’azienda, oppure incentivo alla condivisione, anche attraverso piattaforme che mettano in contatto pendolari che vogliano condividere l’auto;
– Maggiori e più specifici servizi per i pendolari.
Vincolare il 7,5% del fis alle borse di mobilità
In un contesto come quello italiano la borsa di mobilità internazionale, che è definita come mera copertura degli extracosti dovuti allo studiare all’estero di uno studente che già ha modo di sostentarsi in un modo o nell’altro, va in qualche modo integrata. Dunque, vincolare una piccola parte del fondo integrativo al contributo di mobilità internazionale fa in modo che le regioni virtuose aumentino tali contributi, mentre le altre le manterranno almeno costanti destinando una parte delle risorse attualmente utilizzate ad altre voci.
La maggior parte degli enti si limitano a mettere a concorso questo beneficio tra gli idonei alla borse di studio che vincono una borsa Erasmus. Invece è da incentivare il modello in cui si indice un nuovo concorso tra tutti coloro che hanno i requisiti, pur assegnando prioritariamente il beneficio agli eventuali idonei non assegnatari della borsa di studio
Implementazione di un sistema di welfare studentesco moderno, che offra servizi ulteriori con riguardi alla crescente tendenza all’internazionalizzazione
Diritto allo studio significa anche immaginare percorsi di eccellenza che agevolino l’apprendimento di più lingue, offrendo la possibilità di frequentare corsi e conseguire le relative certificazioni, favorire l’implementazione della possibilità di accesso a internet nelle residenze universitarie con connessione di ultima generazione, di creare strutture polifunzionali con postazioni informatiche, per lo studio individuale e in gruppo e di stringere accordi con associazioni sportive, culturali, cinema, teatri e via discorrendo che permettano di innalzare la qualità della vita degli studenti
Obiettivo finale: Erogazione in ogni regione di una borsa servizi nella fascia ISEE superiore alle borse di studio che garantisca:
– -abbonamento ai trasporti gratuito o quota monetaria equivalente (solo in mancanza di accordi);
– -erogazione di almeno 1 pasto gratuito al giorno;
– -contributo per il materiale didattico
La fascia superiore dovrebbe essere di un minimo di 2000€ di ISEEU superiori alla soglia massima di erogazione della borsa.

In conclusione, riteniamo che investire nel Diritto allo studio e più in generale nel sistema di istruzione universitario sia una scelta strategica che il nostro paese deve intraprendere per avviarsi su un sentiero positivo di crescita e sviluppo, oltre che per garantire a tutti i giovani pari opportunità di partenza per la realizzazione dei propri sogni e aspirazioni.
Perché studiare è una chance, ciascuno la merita.

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Sisma, parlamentari Pd “Massimo impegno sull’Imu case inagibili” – comunicato stampa 13.04.15

I parlamentari modenesi del Pd Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Maria Cecilia Guerra, in mattinata, hanno incontrato i rappresentanti locali di Rete Imprese Italia. E’ stata l’occasione per fare il punto sulla ricostruzione post-sisma: si è parlato dell’Imu sugli immobili danneggiati o resi inagibili dal terremoto, ma anche, più in generale, delle rendite catastali sugli immobili sedi di attività produttive. Ecco la loro dichiarazione:

«Ancora una volta, è stato un incontro positivo, apprezzato da chi lo ha organizzato e utile per noi e per il prosieguo del nostro impegno istituzionale. E’ stata l’occasione per fare il punto sulla ricostruzione post-sisma e sui problemi ancora aperti. In particolare, si è parlato della scadenza fiscale relativa all’Imu sugli immobili resi inagibili dal terremoto. Una prima provvisoria soluzione, come parlamentari Pd, siamo riusciti ad ottenerla visto che la Legge di Stabilità ha previsto l’esenzione dal pagamento su questo tipo di immobili per il primo semestre del 2015. In questi mesi, insieme agli Enti locali e alla Regione, abbiamo proseguito nel compito che ci eravamo assunti, quello di quantificare il mancato gettito per l’Erario e le risorse necessarie per coprire l’estensione del provvedimento. Ebbene, dai primi risultati, sembrerebbe che la cifra sia inferiore a quella temuta dalla Ragioneria dello Stato. Una buona notizia che ci dà maggiore forza al tavolo, aperto in queste settimane, in cui come parlamentari Pd dell’Emilia-Romagna insieme alla Regione ci stiamo confrontando con l’Esecutivo. E’ atteso per le prossime settimane un provvedimento urgente sugli Enti locali: noi crediamo che quella sia la sede legislativa opportuna dove possa trovare spazio l’ulteriore allungamento dei tempi dell’esenzione dal pagamento dell’Imu su case e capannoni inagibili. L’incontro con Rete Imprese è stata anche l’occasione per fare il punto su un tema economico che riguarda tutti gli imprenditori: il continuo ampliarsi della forbice tra il valore catastale dei capannoni (su cui si calcola l’importo delle imposte) e il loro effettivo valore di mercato. E’ un problema nazionale perché con la crisi economica il valore degli immobili è calato, mentre la rivalutazione degli estimi catastali ne ha fatto lievitare i costi. Ma a Modena il problema è reso più stringente dalle inattese ricadute negative di una scelta programmatica estremamente positiva delle Amministrazioni locali: le aree produttive in convenzione, calmierando i prezzi, hanno consentito la nascita dei villaggi artigianali e l’avvio di tante attività imprenditoriali. Il catasto, però, non tiene assolutamente conto dei vincoli anche di prezzo che le convenzioni impongono e questo sta ulteriormente ampliando la forbice tra i valori catastali e quelli effettivi di mercato degli immobili. Su questo tema, come parlamentari Pd, stiamo già lavorando e ci siamo presi l’impegno di inserire clausole specifiche nel decreto legislativo sul Catasto attualmente in discussione. Come si vede, le questioni aperte su cui intervenire sono molte e variegate. Ci avrebbe fatto piacere che anche altre forze politiche avessero partecipato all’incontro, ma, come al solito, ci siamo ritrovati solo tra parlamentari Pd. Eppure questi anni di impegno post-sima avrebbero dovuto insegnare a tutti che, solo uniti, collaborando tra i diversi livelli istituzionali, si possono ottenere risultati».

“Riumanesimo”, di Fareed Zakaria – La Repubblica 12.04.15

Se c’è una cosa su cui tutti gli americani sono d’accordo di questi tempi è la necessità di riorientare il sistema scolastico del Paese in favore dell’insegnamento di competenze tecniche, specifiche. Dal presidente Obama in giù, esponenti del governo sconsigliano di iscriversi a corsi di laurea come storia dell’arte, visti alla stregua di lussi costosi nel mondo odierno. I repubblicani vogliono spingersi molto più in là e tagliare i fondi a queste materie. «È nell’interesse vitale del Paese avere un maggior numero di antropologi?», ha detto Rick Scott, il governatore della Florida. «Non credo».
Tuttavia, questo rigetto verso un apprendimento ad ampio raggio nasce da una lettura dei fatti fondamentalmente errata e instrada l’America su una via pericolosamente stretta verso il futuro. Se gli Stati Uniti sono leader mondiali per dinamismo economico, innovazione e spirito imprenditoriale il merito è proprio di quel genere di insegnamento di cui ci dovremmo sbarazzare. Un’istruzione generale di ampio respiro contribuisce a stimolare il pensiero critico e la creatività. Venire a contatto con tanti campi di studio diversi produce sinergie e fertilizzazioni incrociate. Sì, la scienza e la tecnologia sono componenti cruciali di questa istruzione, ma anche l’inglese e la filosofia. Steve Jobs, presentando una nuova edizione dell’iPad, spiegava che «è inscritta nel Dna della Apple la consapevolezza che la tecnologia da sola non basta, che è la tecnologia coniugata alle scienze umanistiche che produce il risultato che tanto ci entusiasma ».
Per buona parte della loro storia, gli Stati Uniti sono stati gli unici a offrire un’istruzione a tutto tondo. Nel loro accurato studio intitolato The Race Between Education and Technology , i due professori di Harvard Claudia Goldin e Lawrence Katz fanno notare che nel XIX secolo Paesi come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania istruivano solo una piccola percentuale della popolazione, con programmi di studio ristretti e concepiti per insegnare soltanto le competenze fondamentali per le rispettive professioni. L’America, invece, forniva un’istruzione generale di massa, perché le persone non erano radicate in località specifiche, con mestieri da tempo consolidati che rappresentavano gli unici sbocchi lavorativi per i giovani. E l’economia americana storicamente si è trasformata così in fretta che la natura del lavoro e i requisiti per il successo spesso non erano gli stessi da una generazione all’altra: la gente non voleva imprigionarsi in una corporazione professionale o imparare per tutta la vita un’unica competenza specifica.
Era appropriato in un’altra epoca, sostengono i «tecnologisti», ma nel mondo di oggi è pericoloso. Basta guardare i risultati dei ragazzi americani rispetto ai coetanei di altri Paesi. Il test internazionale più recente, realizzato nel 2012, ha visto gli Stati Uniti classificarsi ventisettesimi (sui 34 Stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) in matematica, ventesimi in scienza e diciassettesimi in lettura e comprensione di un testo. Facendo la media dei punteggi in queste tre materie, gli Stati Uniti si piazzano in ventunesima posizione, dietro a nazioni come la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovenia e l’Estonia.
Se vogliamo dirla tutta, però, gli Stati Uniti non hanno mai brillato particolarmente nei test scolastici internazionali, e questi test non sono indicatori affidabili del nostro successo in quanto nazione. Negli ultimi cinquant’anni, questo stesso Paese ha dominato il mondo della scienza, della tecnologia, della ricerca e dell’innovazione.
La stessa discrepanza si riscontra in altri due Paesi fortemente innovativi, Svezia e Israele. Ma la scarsa brillantezza nei test scolastici non è l’unica caratteristica che hanno in comune Svezia, Israele e Stati Uniti: sono tutte e tre economie flessibili; hanno una cultura del lavoro non gerarchica e basata sul merito; agiscono come Paesi giovani, con energia e dinamismo; sono società aperte, felici di accogliere le idee, i beni e i servizi del resto del mondo; e le persone hanno fiducia nei propri mezzi (una caratteristica misurabile).
Per quanto solida possa essere la sua competenza matematica e scientifica, un individuo dovrà comunque sapere come imparare, come pensare e anche come scrivere. Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, insiste perché i suoi alti dirigenti scrivano promemoria, spesso anche di sei pagine stampate, e comincia le riunioni più importanti con un periodo di quiete, lungo a volte fino a trenta minuti, in cui ognuno legge mentalmente le «narrazioni» e prende appunti.
Le aziende spesso preferiscono una solida preparazione di base a una competenza qualificata ma ristretta. Andrew Bennett, consulente di management, ha condotto un sondaggio fra 100 capitani d’impresa e ha rilevato che 84 di loro dicono che preferiscono assumere persone dotate di intelligenza e passione anche se non hanno le competenze specifiche richieste dall’azienda.
Nel mondo dell’imprenditoria l’innovazione non è mai stata solo una questione di tecnologia. Prendete il caso di Facebook. Mark Zuckerberg era il classico studente di materie umanistiche che aveva anche una grande passione per l’informatica. Al liceo studiava greco antico e al college aveva scelto come prima materia psicologia. E le innovazioni apportate da Facebook hanno moltissimo a che fare con la psicologia. Zuckerberg ha sottolineato spesso che prima della creazione di Facebook la maggior parte della gente celava la propria identità su internet: la Rete era una terra di anonimato. L’intuizione di Facebook fu che era possibile creare una cultura di identità reali dove la gente si metteva volontariamente a nudo con i propri amici, e che sarebbe stata una piattaforma rivoluzionaria. Ovviamente Zuckerberg ha una profonda conoscenza dei computer e usa programmatori bravissimi per tradurre in pratica le sue idee, ma Facebook, come ha detto lui stesso, è «psicologia e sociologia oltre che tecnologia».
È il pensiero critico, in fin dei conti, il solo modo per proteggere i posti di lavoro americani. David Autor, l’economista del Mit che ha studiato a fondo l’impatto della tecnologia e della globalizzazione sul lavoro, scrive che «le mansioni umane che si sono rivelate più assoggettabili alla tecnologia sono quelle che seguono procedure esplicite e codificabili (come la moltiplicazione) dove i computer ormai sono enormemente più efficienti della manodopera umana quanto a velocità, qualità, accuratezza e risparmio. Le mansioni che si sono dimostrate più refrattarie all’automatizzazione sono quelle che richiedono flessibilità, capacità di giudizio e buon senso, le competenze che comprendiamo solo implicitamente, per esempio elaborare una teoria oppure organizzare un armadio». Nel 2013 due studiosi di Oxford hanno condotto uno studio accuratissimo sull’occupazione e sono giunti alla conclusione che i lavoratori, se vogliono evitare il rischio che le loro mansioni vengano informatizzate, «devono acquisire capacità creative e sociali».
Un ultimo motivo per attribuire importanza all’istruzione umanistica sta nelle sue radici. Per gran parte della storia umana, l’istruzione è stata fondata sulle competenze. Cacciatori, agricoltori e guerrieri insegnavano ai loro giovani a cacciare, coltivare e combattere. Ma circa 2.500 anni fa tutto questo cambiò, e cambiò in Grecia, dove si cominciò a fare esperimenti con una nuova forma di governo, la democrazia. Questa innovazione nella forma di governo esigeva un’innovazione nell’insegnamento. Le competenze di base per il sostentamento non erano più sufficienti. I cittadini dovevano imparare anche a gestire le loro società e a essere autonomi. Lo fanno ancora oggi.
Fareed Zakaria, editorialista del Washington Post , è il conduttore di Fareed Zakaria Gps sulla Cnn, ed è l’autore di In Defense of a Liberal Education . © 2-015 Washington Post. Traduzione di Fabio Galimberti