Tutti gli articoli relativi a: lavoro

"Val d’Aosta, il paradiso dei baby-pensionati", di Pierangelo Sapegno

Quando le cose vanno male, sono i numeri il nostro nemico. Non ce n’è mai uno che vada bene. Gli ultimi dicono che il record dei baby pensionati è della Val d’Aosta, regione autonoma, bella, pulita, mai in passivo, o quasi mai: 2213, uno ogni 57 abitanti, per una sberla che costa allo Stato 38 milioni di euro l’anno. Poi uno ascolta Giuseppe De Rita e capisce che non deve nemmeno stupirsi: «La Valle d’Aosta ha sempre vissuto, anche nella sua notevole agiatezza, su meccanismi di trasferimento di denaro pubblico. Per esempio, in Trentino Alto Adige l’economia reale è molto più forte e c’è un vasto tessuto imprenditoriale». Il fatto è che quando venivamo su per raccontarne il modello – una volta l’anno, più o meno -, trascuravamo tutti questo piccolo particolare. Nel 2000, per l’Istat, questa era la regione con il maggior reddito pro capite: il pil era pari a 47 milioni e 347 mila lire per abitante. Nel 2007, prima della crisi, la Confindustria collocava Aosta al quinto posto nella graduatoria nazionale per …

«La flessibilità c’è già Chi non ha lavoro è ancora senza nulla», intervista a Paolo Onofri di Oreste Pivetta

Licenziare. E poi? Anche di fronte a questa domanda l’Italia sembra divisa non solo tra occupati e disoccupati, mai occupati, rinunciatari per forza, donne e uomini, ma anche di fronte a occupati nella grande azienda e dipendenti della piccola impresa (vera o falsa che sia, cresciuta poco o miniaturizzata per convenienza), tra chi può contare sulla cassa integrazione, su un sussidio per la mobilità,su un prepensionamento e chi si ritrova a zero. Paolo Onofri, professore di Politica economica all’ Università di Bologna, ha guidato nel 1997 un gruppo di esperti (la «Commissione Onofri», appunto) che presentò al governo Prodi una proposta di riforma degli ammortizzatori sociali. Quattordici anni sono passati abbastanza inutilmente, nel senso che qualche ritocco è stato adottato, ma nella sostanza quel progetto è rimasto nel cassetto. Forse se lo si fosse tenuto aperto quel cassetto qualche idea e qualche mezzo in più per affrontare il peso sociale della crisi ci sarebbe. Anche per discutere più serenamente di licenziamenti, cioè di persone che non sono vuoti a perdere. Professor Onofri, si potrebbe discutere …

"Cgia Mestre: disoccupazione all'11% con le nuove norme sui licenziamenti", da repubblica.it

Secondo le stime dell’associazione degli artigiani, in questi mesi di crisi, le promesse fatte alla Ue avrebbero fatto salire di quasi 3 punti percentuali il numero dei senza lavoro. Il ministero del lavoro ribatte: “Tesi senza fondamento, con nuove regole più occupazione”. Se una normativa che rendesse più semplici i licenziamenti fosse stata applicata durante gli anni della crisi economica il tasso di disoccupazione in Italia sarebbe salito all’11,1%, anzichè essere all’8,2% attuale, con quasi 738 mila persone senza lavoro in più rispetto a quelle conteggiate oggi dall’Istat. È lo scenario delineato dall’associazione artigiani Cgia di Mestre, secondo quello che il segretario Giuseppe Bortolussi definisce “un puro esercizio teorico” ottenuto “ipotizzando di applicare le disposizioni previste dal provvedimento sui licenziamenti per motivi economici a quanto avvenuto dal 2009 ad oggi”. Nella simulazione della Cgia è stato calcolato il numero dei lavoratori dipendenti che tra l’inizio di gennaio del 2009 e il luglio di quest’anno si sono trovati in Cig a zero ore. Vale a dire i lavoratori che sono stati costretti ad utilizzare questo ammortizzatore …

"Una proposta indecente Anche contro le imprese", di Luigi Mariucci

Ma l’obiettivo del governo potrebbe essere un altro: mascherare dietro la liberalizzazione dei licenziamenti la facoltà di espellere i lavoratori scomodi, i sindacalizzati, gli usurati e le lavoratrici-madri C’è da chiedersi quale sia il senso e l’utilità delle misure di liberalizzazione dei licenziamenti per motivi economici annunciate dal governo nella lettera alla UE. Per prima cosa va sgombrato il campo dall’alibi costituito dal «celo chiede l’Europa». Da dieci anni la politica delle destre in Italia si è trincerata dietro questo alibi, fin dal libro bianco del 2001: il risultato è che è cresciuta enormemente la precarizzazione del mercato del lavoro, che colpisce soprattutto i giovani e le donne, mentre nonè stato scalfito alcun reale privilegio corporativo e non si è attivato nessun strumento di sostegno al reddito e di avviamento al lavoro per i soggetti esclusi dal mercato del lavoro, alla faccia della c.d. flexsecurity. Dietro lo schermo della liberalizzazione delle assunzioni si sono invece rafforzati i meccanismi familistici quando non clientelari: le “conoscenze” e le “raccomandazioni” restano lo strumento più diffuso per trovare lavoro. …

Licenziamenti, Fassina: "Nostre proposte alternative a misure regressive Governo"

“E’ incredibile che in un tornante storico segnato da una pesante caduta della domanda aggregata, da una capacità produttiva inutilizzata pari a circa il 50% e da una drammatica emorragia di lavoro per padri e figli si insista, in nome di un’ideologia fallita e di interessi materiali miopi, sulla ulteriore facilitazione dei licenziamenti come via per la crescita”. Lo afferma Stefano Fassina, responsabile economico del Partito Democratico che oggi ha partecipato alla manifestazione indetta dallo SPI-GCIL e dalla UIL-funzione pubblica. “L’effetto reale che si avrebbe – continua Fassina – sarebbe un’ulteriore precarizzazione del lavoro, l’ulteriore indebolimento delle organizzazioni sindacali e del potere negoziale dei lavoratori, l’ulteriore compressione delle retribuzioni, l’ulteriore aumento delle disuguaglianze di reddito, ricchezza e opportunità e l’ulteriore recessione e aumento del debito pubblico. Contro la precarietà, il Pd nell’Assemblea Nazionale di Maggio 2010 e alla Conferenza per il lavoro del Giugno scorso a Genova, ha approvato un impianto culturale e specifiche soluzioni alternative alle misure contenute nella lettera del Governo Berlusconi al Consiglio Europeo. Per ricostruire la dignità della persona che lavora …

I sindacati uniti:«Pronti a scioperare. Sacconi si fermi», di Massimo Franchi

Il tentativo del governo, e del ministro Sacconi in particolare, era chiaro. Concedere alle imprese un grosso vantaggio, la sostanziale libertà di licenziare, per rompere il fronte con i sindacati. Il piano però non ha sortito l’effetto sperato. E per lui l’annunciata convocazione di «un tavolo di confronto con le parti sociali» per «approfondire il merito senza pregiudizi», rischia di essere una mission impossible. Sia con Confindustria che con Cisl e Uil. L’associazione degli industriali non vuol sentir parlare di «licenziamento facile». Da parte di Cisl e Uil invece è arrivata immediata un’alzata di scudi assolutamente non scontata. Sentire i loro segretari generali parlare all’unisono di «provocazione » edi ricorso «allo sciopero generale », di «colpiremo uniti» (Bonanni), «di nessun problema a scioperare con la Cgil» (Angeletti), fa un certo effetto. In queste ore Camusso, Bonanni e Angeletti sono stati in stretto contatto e hanno concordato una posizione comune. Bisogna però chiarire che la convocazione di uno sciopero generale unitario Cgil-Cisl-Uil non è all’ordine del giorno. Sebbene la Cgil spinga in questa direzione: «Accogliamo con …

"Pensioni, la soluzione c’è: rendere flessibili le uscite", di Pierpaolo Barretta e Cesare Damiano

Quandola Lega Nord afferma di essere contraria al fatto che si tocchino le pensioni, siamo di fronte ad una mezzaverità. Quello che Bossi non dice è che questo governo, di cui la Lega fa autorevolmente parte, le pensioni le ha già abbondantemente toccate. Infatti, basta scorrere i provvedimenti: innalzamento graduale dell’età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni nel settore pubblico e privato; introduzione di una finestra fissa di un anno per tutti, anche per coloro che hanno maturato i 40 anni di contributi; decurtazione della rivalutazione al costo della vita dell’assegno previdenziale, a partire dalle pensioni di importo corrispondente a tre volte il minimo; aggancio del momento di andare in pensione all’aspettativa di vita. La seconda affermazione che va contestata è che ci troviamo di fronte ad un sistema statico, mentre in realtà anche la riforma Prodi-Damiano del 2007 ha previsto che le cosiddette pensioni di anzianità, dal 1 gennaio 2013, richiedano accanto ai 35 anni di contributi almeno 62 anni di età (la famosa quota 97). Molti di coloro che sollecitano un …