"Il lavoro umiliato e la solitudine di chi viene licenziato", di Piero Fassino
Aveva 51 anni. Sei mesi fa era stato licenziato. L’altro ieri, sconvolto dall’angoscia di una vita senza lavoro, è tornato nella sua azienda, ha ucciso due dirigenti e si è suicidato. Tre vite stroncate brutalmente, tre famiglie travolte dalla sofferenza e dal dolore. Si sbaglierebbe davvero ad archiviarlo come uno dei tanti eventi luttuosi da affidare alle cronache giornalistiche. Sì, perché questo episodio tragico non è che l’ultimo di altri drammi che nei mesi scorsi hanno scandito l’acutezza della crisi. Piccoli artigiani che, non sopportando di vedere andare in fumo i sacrifici di una vita, decidono di morire con la loro azienda. Operai di mezza età, che disperando di trovare un altro lavoro, la fanno finita. Impiegati, che umiliati nella loro professionalità, sono risucchiati nella follia del gesto estremo. E sempre più spesso operai che si barricano sul tetto della loro fabbrica o lavoratori che si incatenano ai cancelli di un’aziendamin chiusura. Abbiamo conosciuto nei decenni altre crisi con riduzione di lavoro, aumento della disoccupazione, crescita della cassa integrazione. E, tuttavia, gesti estremi erano una …
