"Un'economia che produce poca innovazione", di Emanuele Felice e Michelangelo Vasta
Nella letteratura economica esiste oggi un ampio consenso sulla stretta relazione tra i livelli di istruzione di un paese e la sua attitudine verso l’innovazione da un lato, e la capacità di crescere dall’altro. Anche la prospettiva di lungo periodo offre numerose conferme: lo straordinario successo della Germania sul finire dell’Ottocento, all’epoca della Seconda rivoluzione industriale, rispetto all’allora declinante Inghilterra; o più recentemente, l’affermazione dei paesi asiatici che contrasta con la stagnazione dell’Africa. El’Italia?Da quando esiste come stato unitario, il nostro Paese non ha mai brillato in quanto a livelli di istruzione. Nel 1861, al momento dell’unificazione, oltre tre quarti della popolazione era analfabeta: nel 1911 il tasso di analfabetismo era ancora del 40%, livello incommensurabilmente più elevato rispetto ai principali paesi europei. Allo stesso tempo, all’interno delle università prevalevano gli studi umanistici, mentre le scuole tecniche rimanevano relativamente poche. Le classi dirigenti preferivano formarsi nella cultura giuridica e nell’ambito delle professioni, non di rado garantite nei redditi da privilegi corporativi; nella nascente industria, la scarsa domanda di ingegneri era soddisfatta, al più, dai pochi …
