"Il dovere della responsabilità", di Carlo Galli
E’ morto, con D’Ambrosio, un capace e leale servitore dello Stato, un magistrato integerrimo che tra l’altro ha collaborato direttamente, a suo tempo, alla stesura dell’articolo 41bis, strumento cruciale della lotta alla mafia. Tutti se ne dolgono, senza infingimenti, come uomini civili e come cittadini democratici. E’ morto forse di crepacuore, per quanto se ne può sapere; in ogni caso, le ultime settimane della sua vita sono state segnate da quelle che un comunicato del Quirinale – di inusitata durezza, vibrante di emozione e di violento dolore – ha definito “ingiuriose insinuazioni” a suo carico. Da chi questi attacchi siano provenuti quel comunicato non dice, com’è ovvio. Ciascuno può immaginarlo, se crede. Certo non da coloro che, in questo come in altri giornali, hanno rilevato nella vicenda delle telefonate del senatore Mancino ai collaboratori del Capo dello Stato, e anche nelle loro risposte – che forse non potevano non esserci, dato il rango dell’interlocutore – , comportamenti imprudenti e impropri. Nei quali può capitare a chiunque di incorrere, tanto più facilmente quanto più sono delicate …
