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Sisma, Ghizzoni: “Intervenire urgentemente per i beni culturali”

La parlamentare Pd sulla verifica della staticità dei monumenti e le modalità di intervento. Gli ingenti danni edilizi causati dai terremoti del 20 e 29 maggio scorsi ai Comuni della bassa modenese hanno interessato, oltre a numerose strutture pubbliche, stabilimenti industriali e abitazioni private, anche larga parte del patrimonio artistico. A tale proposito, premendo sulla necessità di un intervento celere per il sostenimento delle sovraintendenze delle aree coinvolte e l’autorizzazione del pagamento degli straordinari effettuati, si è espressa Manuela Ghizzoni, parlamentare Pd e presidente della Commissione Cultura alla Camera:

«A fronte del patrimonio diffuso, storico e artistico, presente nelle regioni colpite dal sisma è necessario predisporre interventi urgenti, non solo per mettere in sicurezza gli edifici storici e il patrimonio culturale mobile, ma anche per accelerare la verifica della staticità di quei beni artistici che rappresentano l’identità delle comunità colpite. – lo dichiara Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura alla Camera, in merito alla necessaria verifica dei danni subiti da migliaia di edifici di rilevanza artistica dopo il sisma del 20 e del 29 maggio – Il decreto varato dal Governo, seppur contenente primi segnali adeguati a rispondere alle esigenze della popolazione, non prevede interventi specifici per la tutela del patrimonio artistico e per il suo ripristino. Occorre, invece, autorizzare i professionisti delle sovrintendenze allo svolgimento di missioni con mezzi propri, affinché possano confluire a supporto delle direzioni regionali cui compete il coordinamento degli interventi nelle aree colpite dal sisma. Inoltre – sottolinea la Presidente della commissione Cultura – è urgente sostenere le sovrintendenze delle aree coinvolte con un potenziamento dell’organico, anche attraverso nuove assunzioni di professionisti, quali architetti, storici dell’arte e funzionari amministrativi, e autorizzare il pagamento degli straordinari effettuati. Solo così si avranno le forze – spiega Ghizzoni – di verificare la staticità dei monumenti presenti sul territorio e attuare con celerità le modalità di intervento. Ora non servono le polemiche, ma un piano per consentire un aiuto concreto a sostegno del lavoro finora svolto per le verifiche dei danni e a trovare indicazioni a risolvere le urgenze. Per questo – ha concluso la Presidente della Commissione Cultura – mi impegno affinché sia introdotto, in sede di conversione del decreto, una norma di sostegno e potenziamento alle sovrintendenze locali, per affrontare una situazione senza precedenti.»

"Tutti i segreti della Siae. Pronto il nuovo Statuto: la Società verso il modello Spa", di Luca del Fra

Paese di Pulcinella, segreti di Pulcinella: è il caso dell’oramai famigerato nuovo statuto Siae, pronto, ma tenuto nascosto. È appunto un segreto di Pulcinella, perché da qualche tempo questo documento circola clandestinamente: tutti lo conoscono ma non possono discuterne non essendo pubblico e ufficiale. Proprio per questo pubblichiamo questa versione ufficiosa sul sito de l’Unità, e lo facciamo il giorno prima dello sciopero dei dipendenti Siae, anche loro soggetti come gli iscritti allo stesso potere non trasparente, che si concretizza nell’attuale gestione commissariale. Così gli iscritti, i dipendenti Siae e quanti vorranno potranno intervenire, commentare, criticare o plaudire. Pubblicamente.

A una prima lettura appare lampante come nel nuovo statuto l’assemblea, eletta da tutti gli iscritti, sia ridotta a organo puramente formale, mentre il potere passa nelle mani del «Consiglio di gestione», né più né meno che un CdA. Viene poi accresciuto il potere del voto pesante, per cui all’iscritto – editore o autore – che incassa di più corrisponde un voto che vale di più rispetto agli altri. Il modello, ben noto, è quello delle SpA, con gli iscritti trasformati in azionisti: una scelta per molti versi singolare. Infatti, la Società italiana degli autori e degli editori nasce non per spacchettare dei proventi del diritto d’autore, ma per tutelare il diritto d’autore e gli aventi diritto, ovvero gli autori e in seconda battuta gli editori, per la parte di diritto d’autore che gli autori cedono loro. Le ripartizioni economiche sono quindi solo un compito, ancorché importante, di Siae.

Il nuovo statuto è invece favorevole agli editori, tant’è che negli organi elettivi i rappresentanti restano divisi a metà, mentre nel resto d’Europa sono per due terzi appannaggio degli autori e solo per un terzo degli editori. Tuttavia per la sua missione istituzionale e non solo economica, Siae gode, unica in Europa, di un regime di monopolio. Se ridotta a una SpA distributrice di soldi, si spalancherebbero le porte alla richiesta, avanzata già da tempo, di cessazione del monopolio e di creazione di analoghe società in regime di concorrenza. Rimodellare Siae come una SpA è dunque doppiamente impegnativo, sia perché ne cambia radicalmente la natura, sia perché potrebbe comportare un suo ridimensionamento, per la probabile nascita della concorrenza. È però una opzione possibile, se scelta secondo le regole di un «ente pubblico economico a base associativa», quale appunto è Siae. Nelle istituzioni associative è la base – gli iscritti aventi diritto – a farsi carico di redigere o fare redigere lo statuto, anche attraverso l’elezione di rappresentati, di discuterlo, modificarlo, infine di ratificarlo con il voto.

Spiace constatare come per Siae non sia andata così: commissariata dal governo Berlusconi nel 2011, da allora a redigere lo statuto sono stati due vicecommissari, nominati a suo tempo da Gianni Letta e che hanno tenuto in scarsa considerazione la base associativa. Ancora più spiacevole che, cambiato il governo, oggi la Presidenza del Consiglio e il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, organi vigilanti su Siae, non pubblichino lo statuto aprendo un confronto con la base associativa, dando l’impressione di volerla tenere all’oscuro. Bell’esempio di democrazia.

Merita segnalare una ultima aporia: in una SpA il Consiglio di amministrazione viene eletto dall’assemblea degli azionisti. Nel nostro caso invece il Consiglio di gestione dovrebbe essere eletto da un organo intermedio, il Consiglio di sorveglianza, ma con scarsi poteri di controllo, eletto dall’assemblea a sua volta eletta dagli aventi diritto, gli iscritti. Farragine pura? In realtà appare evidente che chi ha scritto lo statuto, pur avendo pesantemente demansionato l’assemblea, continua a temerla e pone, tra questa e l’elezione del CdA, un organo ristretto a poche persone, più soggetto a pressioni e facilmente controllabile. L’impressione è che qualcuno non voglia togliere le mani dalla torta: ma leggendo questo documento chiunque potrà farsi una propria opinione. Lo stesso meccanismo che rende gelatinosa la discussione sullo statuto, ha colpito in questi mesi i dipendenti della Siae che si sono visti, come affermano i sindacati, «disdire gli accordi – il contratto in via di rinnovo ndr –, con l’interruzione della trattativa e l’applicazione per i lavoratori di una normativa di emanazione unilaterale cancellando salario e diritti». Slc Cgil, Fistel Cisl, Uil PA, Ugl, Cisal e Siae Confsal hanno perciò indetto per il 12 giugno uno sciopero in tutte le sedi Siae, con due presidi dalle ore 10 a Piazza di Montecitorio e Via del Collegio Romano, sedi rispettivamente del Governo e del Ministero dei Beni culturali, le due autorità vigilanti, ma sarebbe meglio dire latitanti, su Siae.

l’Unità 11.06.12

Stefano Rodotà: «Bene le primarie, prevalgano le idee», di Maria Zegarelli

«Apprezzo le aperture fatte da Bersani, le apprezzo molto, anche perché, mi creda, le primarie da sole, senza un vero coinvolgimento della società civile nelle scelte per il bene comune non bastano». Il professor Stefano Rodotà parla da un osservatorio per certi versi privilegiato: in modo «un po’distaccato, ma non indifferente». Un po’ distaccato, spiega, perché da tempo ha deciso di non ricoprire ruoli politici, «il motivo per cui ho rifiutato le proposte di candidatura, anche in Europa, è proprio questo: poter dire la mia in assoluta libertà».
Professore, il Pd lancia la sfida: primarie aperte. Secondo lei possono essere uno strumento per riappassionare alla politica e alla partecipazione?
«È vero che in questi anni c’è stato un elemento di antipolitica ma a mio giudizio è stato fatto un errore analitico considerando che tutto ciò che era fuori dal circuito ufficiale della politica fosse antipolitca. Non so neanche se si è trattato di un errore o di una convenienza politica per potersene liberare senza fare i conti con quello che si muoveva nella società. Nella società, invece, lo ripeto da tempo, non c’è solo antipolitica, ma un’altra politica e penso a quanto avvenuto nella seconda metà del 2010 e nel 2011».
Si riferisce ai movimenti?
«Mi riferisco a “Se non ora quando?”, alla grande mobilitazione che ha fatto sì che si scegliessero sindaci non indicati dai partiti, come a Milano e Napoli, per intenderci e poi ai movimenti referendari per l’acqua, contro le leggi ad personam e il nucleare. È un’altra politica, che è stata anche vincente, rispetto alla quale non c’è stata abbastanza attenzione. Per questo dico che soltanto le primarie, in quanto strumento tecnico, non sono sufficienti».
Ma Bersani ha annunciato il coinvolgimento della società civile, intellettuali, movimenti, anche per il programma di governo.
«Apprezzo molto l’apertura di Bersani, come ho apprezzato molto alla vigilia dei referendum la sua decisione di schierare il Pd, pur conoscendo le grandi resistenze che c’erano. Quello che bisogna evitare è quanto è avvenuto dopo, non soltanto da parte del Pd, sia chiaro, in Parlamento. Era stata individuata una nuova agenda politica alla quale non si è data attenzione, anzi c’è stato un vero boicottaggio istituzionale volendo cancellare i risultati dei referendum. Ora, in vista delle elezioni politiche l’agenda politica va scritta di nuovo e bisogna capire se anche quei temi posti allora entrano tra le priorità. A me piace molto vedere in televisione il segretario del Pd con dietro la scritta “Italia bene comune”. I beni comuni sono l’istruzione, la scuola, l’acqua, facciamoli entrare nell’agenda politica del governo dell’alternativa». Lei è tra i sottoscrittori del Manifesto di Alba, il nuovo soggetto politico degli intellettuali. Siete pronti a scendere in campo con una lista civica?
«Io sono tra i sottoscrittori, è vero, ma ho spiegato che a me interessa la discussione e non piacciono due cose: l’atteggiamento pregiudizialmente antipolitico e una certa pulsione a far diventare Alba un soggetto che produce una lista. A me interessa partecipare alla discussione, e infatti ero presente all’iniziativa della Fiom e sarò presente a tutte quelle che consentono di riaprire quel dibattito sull’agenda politica che sinora è mancato. Una identificazione, tra molte virgolette, di tipo partitico-movimentista, come movimento organizzato con Alba non ce l’ho».
Ma si sente chiamato in causa, o quanto meno la interessa questo percorso individuato dal segretario Pd sul coinvolgimento delle forze migliori della società civile?
«Ho sempre dato la mia disponibilità, a volte non gradita, ma ad un certo punto ho deciso di lasciarmi coinvolgere soltanto in imprese limpide, che non hanno zone d’ombra. Mi interessa partecipare ad una discussione in piena libertà, le adesioni formalizzate negli ultimi anni non mi hanno convinto». Proviamo a tirare le somme. Primarie e dibattito aperto sul programma possono essere una formula in grado di riappassionare i delusi e porre un freno all’astensionismo?
«Me lo auguro davvero, non servono più operazioni di ingegneria istituzionale. Ci vuole un forte contenuto politico, molto netto. Ho apprezzato molto, perché vedo che va in questa direzione, quanto ha detto Bersani sulle coppie gay. Tutta la questione dei diritti civili, ma direi dei diritti più in generale, è stata sommersa dall’ondata economicistica, ben prima della crisi economica. Su questi temi c’è stata una incapacità del centrosinistra di trovare una sua linea e la sua riconoscibilità, come schieramento, era offuscata dal fatto che non si potesse decidere. I cittadini non riuscivano a capire quale fosse la posizione e la strada indicata per il riconoscimento di questi diritti».
Quindi l’appello che lei lancia è alla chiarezza e al coraggio delle posizioni?
«I cittadini in questo momento di grande insicurezza e indeterminatezza sul futuro chiedono alla politica di avere delle posizioni chiare sui temi che si intendono affrontare. In questi anni abbiamo vissuto e stiamo vivendo una terribile regressione culturale, tutto quello che va nella direzione di rimettere al centro i contenuti, la realtà, i diritti delle persone, certamente fa guadagnare fiducia. Esistono movimenti, iniziative e gruppi che non si pongono fuori dal sistema istituzionale. Per questo le istituzioni non possono non accogliere questo bisogno di partecipazione».

l’Unità 11.06.12

"Violenza sulle donne. Subito i finanziamenti per il Fondo nazionale", di Delia Murer

Accelerare l’iter per l’adesione dell’Italia alla Convenzione europea sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e ripristinare la dotazione del Fondo nazionale per i progetti di prevenzione e repressione del fenomeno. Sono questi i principali impegni che abbiamo chiesto al governo con una risoluzione, approvata all’unanimità dalla Commissione Affari sociali della Camera. Una risoluzione unitaria, partita dalla volontà delle deputate del Pd, e costruita con lo sforzo di tutte le forze politiche, per lanciare un messaggio chiaro al governo: su questo tema è ora di aprire una fase nuova, di reale attenzione e di efficace contrasto.

L’ultima indagine Istat, risalente all’ormai lontano 2006, ha dimostrato che le donne italiane tra i 16 e i 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita sono stimate in 6.743.000. Circa un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri e che il 14,3% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner. Nella quasi totalità dei casi, le violenze non sono denunciate: il 96% delle donne non parla con nessuno delle violenze subite. Numeri allarmanti che chiedono risposte precise e veloci.

Nel marzo 2010 il Parlamento europeo ha approvato una relazione sulla violenza contro le donne in Europa che indica l’aspetto più critico del fenomeno: la violenza avviene spesso tra le mura domestiche, in famiglia, e quasi mai la vittima ha la forza di denunciare; solo quando la violenza arriva ai figli, generalmente, il muro d’omertà si rompe. Ma il danno indiretto recato ai bambini, nell’arco dei primi 15 anni di vita, è tale da indurre i figli a negare il desiderio di formare una famiglia e di avere una relazione sana di coppia. Una vera e propria reazione a catena che diventa emergenza sociale.

Il nostro Paese deve dare piena e concreta attuazione al Piano nazionale antiviolenza. Occorre un approccio che non si limiti solo e soltanto all’aspetto repressivo, anche se l’inasprimento delle pene e la certezza della loro applicazione sono necessari. Bisogna fare un lavoro culturale sul rispetto della persona e dei diritti umani inviolabili; scomporre l’idea, purtroppo diffusa, del corpo femminile come un oggetto in vendita; costruire politiche fondate sulla prevenzione, protezione e rieducazione e quindi proposte immediate, quali ad esempio l’inquadramento giuridico e il potenziamento dei centri antiviolenza, il ruolo centrale della Medicina di base e dei presidi sanitari, sentinelle irrinunciabili, con personale formato e strutture adeguate, per proteggere la vittima di violenza che abbia avuto la forza di rivolgersi ad una struttura ospedaliera. In questo specifico campo, particolare rilevanza assume l’esperienza dei codici rosa nei Pronti soccorsi, già operativa in alcune Asl, da estendere a tutto il servizio sanitario.

Con la risoluzione abbiamo inoltre segnalato la necessità che governo e parlamento uniscano sforzi ed intenti per predisporre rapidamente una legge organica sul tema della violenza contro le donne nella quale si definisca la violenza di genere e violenza assistita (in presenza di minori) conformemente agli standard internazionali, che contempli e coordini sia interventi di tipo penale e repressivo, sia azioni integrate volte alla prevenzione culturale e sociale del fenomeno. Per fare tutto questo si rende indispensabile tornare a dotare di finanziamenti adeguati il Fondo contro la violenza alle donne, in modo da dare copertura continuativa ai servizi, oggi aperti spesso solo grazie ai sacrifici delle associazioni.

www.partitodemocratico.it

"Ora Hollande ha le armi per trattare sugli eurobond e i “niet” della Merkel", di Bernardo Valli

A fianco dell’emergenza, che nelle ultime ore ha condotto all’eccezionale concessione di cento miliardi alle banche spagnole, la cancelliera ha suggerito, e non era la prima volta, di varare un cantiere di riforme istituzionali essenziali. Riforme destinate a centralizzare i meccanismi di armonizzazione, di controllo, di gestione e di valutazione delle politiche di bilancio. Le quali implicherebbero un sostanziale trasferimento di sovranità da parte degli Stati della zona euro. Angela Merkel non propone all’Europa una brusca svolta federalista, e ancor meno un super Stato federale, ma certo un passo avanti nell’integrazione. E questo, al di là della non esclusa intenzione di allungare i tempi per una vera politica di crescita, è un chiaro impegno europeista della cancelliera. Non si vuole rafforzare un’Unione essendo rassegnati a un suo naufragio provocato dal fallimento dell’euro.
La proposta della Merkel ha sollevato tra gli economisti indipendenti qualche obiezione per l’implicita nascita di un’Europa a due velocità, ma ha suscitato un’ampia approvazione
tra coloro che, come il governatore della Banca centrale europea, ritengono che la gestione della moneta unica suppone una politica di bilancio comune. Ma sul piano ufficiale non ci sono state risposte. E il silenzio rivela un evidente imbarazzo.
Il 23 maggio, al vertice europeo informale, riferendosi agli eurobonds, che significherebbero la mutualizzazione dei debiti sovrani, François Hollande ha dichiarato che se per i tedeschi essi rappresentano un punto d’arrivo, per lui sono invece un punto di partenza. La traduzione è che prima di accettare gli eurobonds, e i carichi che implicherebbero, Angela Merkel vuole creare meccanismi di controllo sovranazionali, poiché non si confida la carta di credito a qualcuno del quale non si possono controllare le spese. Hollande pensa invece che la mutualizzazione dei debiti sia un’emergenza da promuovere subito, senza aspettare le lunghe trattative necessarie per riformare le istituzioni.
È evidente che rilanciando l’idea di “unione politica” Angela Merkel ha ubbidito alla vecchia regola tattica, secondo la quale la miglior difesa è l’attacco. Ma la sua idea trova una breccia nella nuova presidenza francese, poiché sia François Hollande sia il suo ministro delle finanze, Dominique Moscovici, sono da sempre europeisti convinti.
Il neo presidente è cresciuto all’ombra di François Mitterrand e di Jacques Delors, che sono stati storicamente all’origine dell’euro. Ma nel governo socialista ci sono anche ministri, come quello degli esteri, Laurent Fabius, che hanno votato “no” al referendum sull’Europa del 2005. E l’idea che il trasferimento di sovranità nazionale e quindi il necessario ritocco della Costituzione possano condurre a un nuovo referendum provoca comprensibili incubi, in coloro che, come i socialisti, hanno appena conquistato l’Eliseo, dopo diciassette anni di astinenza.
La Francia è gelosa della propria sovranità nazionale ed è refrattaria a cederne ulteriori pezzi all’Unione europea come chiede Angela Merkel. Nell’attesa dell’esito delle elezioni politiche François Hollande doveva mantenere il silenzio per non urtare i suoi elettori euroscettici, sovranisti, e non compromettere il risultato.
Quello del primo turno, annunciato ieri sera, sembra avergli garantito al ballottaggio di domenica prossima la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale. Egli potrà quindi disporre a partire dal 17 giugno (prima del mini vertice del 22 a Roma con Merkel e Monti, e di quello europeo del 28-29 giugno a Bruxelles) di un potere molto esteso: la sinistra controllerà per quella data l’Assemblea nazionale, avendo già quello del Senato, delle regioni (meno una, l’Alsazia) e delle principali città di Francia (meno Marsiglia, Bordeaux e Nizza). È una situazione che gli dà una stabilità eccezionale e la libertà di affrontare i problemi europei più scottanti con un’ampia libertà di manovra. Anche quella di contrastare gli umori nazionali nel trattare con Angela Merkel la proposta di una “unione politica” più stretta, e la conseguente rinuncia a porzioni di sovranità nazionale. In cambio della quale potrebbe ottenere quel che chiede sul fronte della crescita. O perlomeno ridurre i “niet” della cancelliera.
Se in Francia si irrobustisce la posizione di François Hollande, campione della crescita, in Germania la posizione di Angela Merkel è tutt’altro che promettente. Al Bundestag dispone di una maggioranza confortevole (19 voti) ma il 27 febbraio, quando si doveva approvare il secondo piano di aiuto
alla Grecia, 26 deputati di destra si sono astenuti o hanno votato contro. Angela Merkel ha fatto passare la legge con il sostegno della sinistra. E i sondaggi lasciano intravedere una futura “grande coalizione” con i socialdemocratici dopo le legislative del prossimo anno. Di fatto questa sembra già in funzione. Ma la situazione resta politicamente confusa e si riflette sul comportamento non sempre chiaro della cancelliera. La quale si dimostra tuttavia più aperta alle richieste degli altri europei.

La Repubblica 11.06.12

"«Zoccoli duri» più piccoli. Urgono scelte coraggiose", di Carlo Buttaroni

Com’era prevedibile, passate le amministrative, è iniziato il secondo tempo di una partita il cui fischio finale coinciderà con le elezioni politiche della prossima primavera. Nei prossimi mesi, tutto può ancora accadere e gli scenari sono molto diversi tra loro. E l’evoluzione potrà essere in meglio o in peggio: iniziamo dal quadro peggiore, cercando in questo modo quasi di esorcizzarlo. Esso è rappresentato da un arroccamento istituzionale delle forze politiche, con la grande maggioranza dell’opinione pubblica schierata da una parte – quella del non voto o del voto di protesta e i partiti dall’altra. Sarebbe un autogol incredibile da parte di questi ultimi, segno della mancata percezione ed elaborazione dei segnali provenienti dagli elettori.
La prospettiva positiva, invece, propria di chi fa del bene comune la mission indiscussa, è sicuramente rappresentata, da un lato dal rientro in campo delle forze politiche, rinnovate nelle persone, nelle forme e nei modi, e, dall’altro, dagli elettori consapevoli che possono tornare a scegliere rispetto a offerte politiche chiare e praticabili.
Naturalmente in all’interno di questi scenari, non bisogna sottovalutare l’istinto di conservazione, che traspare anche dalla vischiosità che segna il dibattito intorno alla riforma del sistema elettorale. Se ne parla da ogni parte, innalzando sempre più l’asticella del grado di difficoltà, fino a proporre modifiche degli assetti che richiedono iter costituzionali talmente difficoltosi e lunghi da renderli di fatto irrealizzabili, mentre il tempo a disposizione diminuisce con l’inesorabilità di un conto alla rovescia.Il rischio concreto è che il tempo scada senza che alcuna decisione sia stata presa, dando così forma a
un «meglio virtuale», nemico reale del bene comune.
Certo è, però, che gli elettori non sembrano propensi a proseguire nell’accanimento terapeutico per mantenere in vita un sistema che non ha più nulla da offrire. I dati della ricerca Tecné sui flussi di consenso, in questo senso, sono eloquenti nel momento in cui evidenziano che gli «zoccoli duri» del consenso ai partiti é ormai talmente assottigliato da intaccare la carne viva della democrazia. Nel contempo, una buona parte di quell’area potenziale che ruota intorno alle forze politiche sarebbe comunque pronta a recarsi alle urne, purché motivata a farlo da buone ragioni. I numeri, infatti, evidenziano il sentimento di attesa da parte degli elettori rispetto alla possibilità di poter scegliere; un atteggiamento, quindi, proattivo e non di allontanamento dalla politica come, troppo spesso e in maniera impropria, è stato interpretato l’astensionismo crescente degli ultimi anni.
INCIDERE NEGLI INDIRIZZI DI GOVERNO
Un desiderio di politica e una volontà di incidere negli indirizzi di governo che ha, però, bisogno di nuove modalità attraverso cui esprimersi. Ed è questo ciò che ci si attende dalle forze politiche: un atto di responsabilità, che definisca le regole per dare avvio a una riforma del sistema di rappresentanza.
Un avviare il processo di cambiamento dalle fondamenta, quindi, non una realizzazione troppo rapida che rischierebbe di diventare più simile a un prefabbricato troppo debole per sorreggere il Paese. Per una riforma profonda, com’è quella di cui ha necessità L’Italia, c’è bisogno di tempo, e i pochi mesi che ci separano dalle elezioni non sono sufficienti. Ciò che si può fare, in un così breve periodo, è dare corpo e sostanza a quegli strumenti che consentano ai cittadini di scegliere, com’è appunto la legge elettorale.
È qui che occorrono fatti concreti e reali più che soluzioni ipotetiche e ideali. Sempre che non si voglia lasciare al governo Monti l’onere di trovare una soluzione alla questione. Nel qual caso, i partiti si dovrebbero limitare ad adottarla, anche se sarebbe singolare che un governo tecnico si faccia promotore e creatore della legge più politica che ci sia.
In ogni caso, tra le soluzioni prospettate, sembra molto difficile un ritorno al sistema uninominale, considerati i tempi tecnici necessari al disegno dei collegi; né sembra probabile e auspicabile il ritorno a un sistema proporzionale, che significherebbe mettere indietro le lancette dell’orologio, alzare il rischio d’ingovernabilità del Paese e abbandonare il bipolarismo che ormaifapartepersinodellinguaggiopoliticocomune, tanto che i cittadini ormai dividono i partiti secondo la collocazione nel centrosinistra o nel centrodestra.
Se si vuole essere realisti e raggiungere un risultato, lasciare a tempi migliori le grandi riforme, e rimanere su una formula proporzionale corretta, che garantisca un premio di maggioranza, assegnando, però, i seggi all’interno di circoscrizioni elettorali di dimensioni minori rispetto a quelle attuali. Ciò permetterebbe di abbassare il numero di parlamentari da eleggere in ciascuna circoscrizione, riducendo, di fatto, il numero di candidati di ciascuna lista.
ELETTORI ED ELETTI
Circoscrizioni più piccole e meno candidati vuol dire ridurre la distanza tra elettori ed eletti, con il duplice vantaggio di dare peso alle forze politiche maggiori, senza disporre però il sistema verso forme bipartitiche che non appartengono alla storia e alla cultura del nostro Paese, e conservare quote di rappresentanza anche per i partiti minori. Altro elemento da non sottovalutare è che la riduzione della dimensione territoriale delle circoscrizioni, sulle quali agirebbero meno candidati, significherebbe altresì tagliare anche i costi delle campagne elettorali.
C’è poi il tema della scelta dei parlamentari. È inaccettabile il ritorno alle urne con le liste bloccate previste dalla legge in vigore. Di per sé, le liste bloccate non sono un’assurdità se contemplano pochi candidati, ma diventano un ossimoro della democrazia se composte di 40 persone, dove l‘ordine all’interno della lista (primo, secondo, terzo, ecc.) corrisponde alle probabilità di diventare parlamentare. Un ordine definito dai partiti stessi. È’ evidente che questo modello distorto rappresenta solo una nomina dapartedelleleadershippolitiche, soltanto legittimata dal voto popolare. A questo si somma l’assurdità delle candidature in più circoscrizioni, sistema grazie al quale si correggono eventuali incidenti di percorso. Infatti, poiché i parlamentari eletti contemporaneamente in più circoscrizioni devono optare necessariamente per una soltanto, quando un candidato risulta escluso in quanto «primo dei non eletti», può essere fatto rientrare, in maniera del tutto discrezionale, se il pluricandidato opta per una circoscrizione elettorale diversa.
Ci sono casi di politici illustri usciti dalla porta principale e rientrati subito dalla finestra proprio grazie al sistema delle opzioni. Per ovviare a questi problemi, basterebbe eliminare la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni e reintrodurre un sistema di selezione basato sulla preferenza.
PICCOLI AGGIUSTAMENTI
Osservati nel complesso, si tratta di piccoli aggiustamenti che, in attesa di una riforma più profonda del sistema politico, darebbero maggiore peso alla rappresentanza e una forza diversa al voto degli elettori. È evidente, però, che neppure il miglior sistema elettorale del mondo può migliorare un sistema politico affannato. Al massimo, può rendere più efficienti le assemblee elettive dando più slancio all’azione di governo. Ma ciò che fa la differenza rimangono le idee, i progetti e l’impegno per farle diventare realtà.
In questi giorni, mentre Mario Monti convocava un consiglio dei ministri per esprimersi sulla vicenda delle nomine che ha gonfiato le vele della politica di vento contrario, i partiti hanno iniziato a discutere sull’assetto che porterà alle elezioni. A pochi metri di distanza, a Roma, si è riunita la direzione del Pd e l’ufficio di presidenza del Pdl: Berlusconi e Bersani.
SEGNALI DI UNITÀ
Il primo ha lanciato segnali di unità per contrastare la sensazione crescente di un «rompete le righe» che aleggia in area Pdl e parla di riforme elettorali. Bersani fa di più: lancia le primarie per l’autunno, annunciando che si candiderà in una competizione aperta, puntando su un patto di legislatura che possa tenere insieme la sinistra e i moderati dell’Udc. E anche nel Pd le riforme tengono banco. Sempre a Roma, il giorno dopo, la Presidente della Regione Lazio, Renata Poverini, tiene a battesimo Città Nuove. Un discorso di oltre un’ora, denso di contenuti e di citazioni: da De Gasperi ad Al Gore, da Pericle al premio nobel per l’economia Amartya Sen. E lancia una raccolta di firme per reintrodurre le preferenze.
Tutti parlano di legge elettorale e sembra che i segnali della volontà di cambiamento stiano arrivando da più parti. Ora cambiarla è un dovere assoluto: per il bene comune. Speriamo.

di Carlo Buttaroni, Presidente Tecné

l’Unità 11.06.12

"Riconversione per il sostegno. Il Miur smentisce e rassicura", da tuttoscuola.it

Il continuo incremento dei posti di sostegno, registrato negli ultimi anni, farebbe escludere ripercussioni negative sulle assunzioni del personale precario nel prossimo anno scolastico. Professori privi cattedra e in esubero per i quali è stata prevista la riconversione professionale come docenti di sostegno: per loro è in atto una ricoversione professionale. Un paio di mesi fa è stata emanata un’apposita disposizione ministeriale per istituire corsi gratuiti e non obbligatori per questa particolare categoria di docenti in esubero; da un paio di settimane corrono sul web voci preoccupate sul’operazione “riconversione”.

Il Miur se ne è uscito nelle ultime ore con una nota, pubblicata sul focus del sito ministeriale, di chiarimento per talune voci considerate infondate.

“Nelle ultime settimane alcuni siti hanno diffuso notizie allarmanti sulle conseguenze del Decreto direttoriale n. 7 del 16 aprile 2012, a firma del Direttore generale del personale scolastico, che istituisce i corsi, facoltativi e gratuiti, destinati al personale scolastico in esubero, per acquisire il titolo di docente specializzato per le attività di sostegno.

Si accredita l’ipotesi che i suddetti corsi possano togliere posti ai docenti già specializzati di ruolo o precari in servizio sul sostegno e che questa certezza avrebbe poi indotto il MIUR a ritardarne e sospenderne l’attuazione.

Sembra opportuno smentire entrambe le previsioni. Il corso inizierà nei prossimi giorni in ossequio ad un preciso impegno contrattuale di riconversione del personale docente stabilizzato in esubero rispetto ai posti di organico.

Il continuo incremento dei posti di sostegno, registrato negli ultimi anni, farebbe escludere ripercussioni negative sulle assunzioni del personale precario nel prossimo anno scolastico.”

da www.tuttoscuola.it