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"Anticorruzione: maxiemendamento e voto di fiducia", di Francesco Grignetti

La decisione è stata presa, si tratta ora di vedere se però non metterà in movimento una macchina infernale. Il governo intende sbloccare di forza il ddl Anticorruzione e chiederà domani un voto di fiducia su un maxi-emendamento che riscrive una volta per tutte le nuove norme penali e, molto probabilmente, anche le norme sulla eleggibilità o ineleggibilità dei candidati alle elezioni. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, conferma: «Abbiamo dato l’informazione al presidente della Camera… Adesso bisogna vedere, perché non abbiamo ancora scritto il maxi-emendamento». Scontato che il governo non cadrà sull’Anticorruzione, c’è però da registrare la malcelata soddisfazione del Pd («Se la fiducia viene posta sul testo della commissione, noi siamo pronti a votarla», diceva ieri Pier Luigi Bersani) e l’arrabbiatura profonda del Pdl. Il centrodestra non voleva assolutamente questo voto di fiducia. Teme imboscate e non gli piace il testo così come è. Perciò Angelino Alfano è sceso sul piede di guerra. Ha incontrato i capigruppo di Camera e Senato e ha fatto filtrare quale potrebbe essere la rappresaglia del Pdl: votare al Senato il testo sulla responsabilità civile dei magistrati nella forma già votata alla Camera piuttosto che nel testo di mediazione appena presentato dalla ministra Paola Severino. Sarebbe un clamoroso dietrofront, dopo che il Pdl aveva accettato il principio che quella formulazione non può funzionare e ingolferebbe i tribunali. Ma siccome una potente arma anti-magistrati e anti-Severino è a disposizione…

Non è una decisione facile, insomma, per Monti e per i suoi ministri, quella del voto di fiducia sull’Anticorruzione. Tanto è vero che l’ultimissimo tentativo di mediazione avverrà oggi alle 10,30 quando si riunirà la ristretta Commissione dei Diciotto, che raccoglie i tecnici giuridici dei diversi partiti. C’è da verificare se non si trovasse un accordo sulle condizioni di ineleggibilità: il Pd tiene duro sulla possibilità di rendere ineleggibili i condannati in primo grado per reati gravissimi come mafia, corruzione e concussione; il Pdl ribatte che mai accetterà di rendere discriminante una sentenza di primo grado.

«Sarebbe un bel segnale ragiona intanto Roberto Rao, Udc, un altro dei Diciotto – se si riuscisse a trovare un accordo parlamentare almeno sulla questione dell’incandidabilità. Non mi scandalizzo per un voto di fiducia, ma siccome siamo a un passo da un’intesa, perché farsi dare la linea dal governo?».

Il governo stesso non sa ancora fino a che punto i partiti riusciranno a procedere da soli, e dove occorrerà lo scrollone di un voto di fiducia. E non ci sarebbe troppo da meravigliarsi se alla fine la maggioranza si trovasse d’accordo nel dare una delega al governo per regolamentare la materia, fermo restando che soltanto le condanne definitive possono essere d’impedimento alle candidature.

Secondo punto di frizione, il nuovissimo reato di «traffico d’influenze». Al Pdl non piace. Lo considerano troppo generico, una sorta di grimaldello offerto alla magistratura per indagare in lungo e in largo, e pericolosamente d’ostacolo all’attività di lobbing. Ma la ministra Paola Severino insiste: è necessario innovare il codice penale, questo reato va previsto, ed ormai è un po’ tardi per riscriverlo. Già, perché i tempi stringono. Entro questa settimana il governo vuole che la Camera abbia votato il ddl per trasferire velocemente la discussione al Senato. Un’offerta di qualche giorno fa del Pdl, che chiedeva di stralciare il reato in cambio di una rinuncia a tutti i loro emendamenti, è stata rifiutata.

La Stampa 12.06.12

Viaggio nella zona rossa con i cacciatori di crepe “Ecco le case inagibili”, di Luigi La Spezia

«Se suona a vuoto vuol dire che si è staccato solo l’intonaco in superficie…». Tamburella con le nocche delle dita sul muro attorno alla crepa e sentenzia: «Non è nulla, non è una lesione seria». Nelle dita del geometra Francesco Maccio, direttore antincendio dei vigili del fuoco di Bologna, è rimasta l’esperienza dei terremoti dell’Aquila, Umbria, Marche, persino dell’Irpinia e ora lui è qui a saggiare la consistenza dei muri di Crevalcore, paese di 13mila abitanti, con una “zona rossa” dove abitavano 1.800 persone e che è ancora un deserto battuto dal vento. È da gente così che dipende l’assoluzione o la condanna delle case degli sfollati che aspettano con ansia di sapere se le abitazioni sono “agibili” e quindi possono tornare sotto il proprio tetto o passare invece altre settimane in tenda. La Protezione civile, dai dati diffusi ieri, ha già controllato in Emilia e Lombardia 5.372 edifici. Solo il 38% per cento sono risultati agibili, per il resto, il 32% sono inagibili, il 5% inagibili per rischio esterno, il 19% temporaneamente e il 6% parzialmente. Quelle compiute dalla Protezione civile sono le verifiche strutturali: a Crevalcore, per esempio ne ha effettuate circa 200 su 1.380, le altre sono più
veloci, “speditive”. E nel paese, inagibili per ora sono 420 case o edifici in genere su 2.500 richieste di sopralluogo.
Passata l’emergenza, ora che la terra da qualche giorno si scuote di meno, tutti guardano ai “cacciatori di crepe”. Sono loro che decidono i tempi del ritorno alla normalità. La base di Maccio è sul furgone del “posto di comando avanzato” da dove partono le squadre dei 30 vigili di Bologna, aiutati da 11 venuti in rinforzo da Udine. La missione dentro la “zona rossa” di Crevalcore è in via dell’Ospedale, in una villetta dove i proprietari non hanno più avuto il coraggio di mettere piede dopo la seconda grande
scossa del 29 maggio e hanno mandato i figli al mare con i nonni. Si passa all’angolo con via Marconi dove un vecchio palazzo di quattro piani è completamente transennato: «Tutte quelle fenditure a croce sotto le finestre non danno speranza. E poi c’è questa grande crepa che scende fino a terra…questo palazzo non è più abitabile e chissà se sarà possibile ristrutturarlo ». I proprietari della casa da verificare mostrano tutte le crepe, anche le più minute: «Questa c’era, quest’altra forse no, è nuova». Sono ansiosi, ma Maccio li rassicura: «Stasera potete entrare e farvi due spaghetti senza problemi». Non ci sono lesioni strutturali, semmai la ristrut-
turazione del tetto ha appesantito un po’ troppo l’abitazione su tre piani: «All’Aquila abbiamo visto tetti che hanno sbriciolato tutta la casa su cui erano poggiati».
La seconda missione è alle Poste, a Porta Bologna, dove hanno alzato una tenda militare e quella è diventata la nuova stazione dei carabinieri del paese: la loro è inagibile come il municipio e il duomo. Alle Poste non possono usare tutto l’ufficio perché una parte è sotto il vecchio cinema, che ha delle fenditure enormi. Per vedere il muro del cinema arriva anche il sindaco Claudio Broglia, dal 20 maggio in prima linea con i suoi 700 sfollati. Si passa attraverso la finestra
di un appartamento e si scende su un ballatoio: «Mi ricordo che negli anni ’60 il cinema era più lungo, questo muro non c’era, sarà stato fatto negli anni Ottanta», dice il sindaco. Il muro che traballa sarà preso in custodia dai vigili di Udine: «Ci vogliono molti pali per puntellarlo e una settimana di lavoro». I due anziani occupanti dell’appartamento chiedono preoccupati: «Ma noi possiamo dormire nella camera da questo lato?».
Crevalcore è un classico esempio di castrum romano, tagliato in quattro da due strade. La chiesa ora è al centro, il campanile è stato “imballato” da fasce e le case nel suo raggio di caduta sono proibite. La terza missione in “zona rossa” è in una villetta, per terra nel cortile ci sono i detriti di un comignolo crollato e una parabola della tv ammaccata. C’è anche un ingegnere di un gruppo di volontari di Bologna, “Ingpro”, che dà una lezione in briciole: «Il concetto è semplice: se una casa è ritenuta incapace di sopportare un’altra scossa pari a quelle che l’hanno già bastonata, è inagibile. Anche un danno piccolo è grave se la struttura generale di una casa è debole, ma vale anche il contrario. Una casa antisismica deve essere come una scatoletta». Sul muro del salotto c’è una immagine della Torre degli Asinelli: «Questa nei giorni scorsi ha oscillato di 30 centimetri. Ma tiene perché è elastica».

l’Unità 12.06.12

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"Esodati, sono 390mila. Bufera su Fornero", di Massimo Franchi

Gli esodati sono 390mila. A certificarlo è una relazione che l’Inps ha mandato al ministero del governo nella quale sono definiti voce per voce i numeri dei “dannati” della riforma Fornero. comprende tutti coloro che hanno fatto un accordo per l’uscita dal lavoro e ora sono a rischio di restare senza occupazione e senza pensione per l’aumento dell’età pensionabile prevista dalla riformaFornero. Coloro che nei prossimi anni avrebbero raggiunto i vecchi requisiti per andare in pensione. Il documento è stato protocollato in uscita dall’Inps il 22 maggio. Ed era quindi a conoscenza di Elsa Fornero alla firma del decreto interministeriale sui 65mila che è stato firmato dalla ministra il 23 maggio e da più di una settimana quando arrivò la firma e il via libera definitivo di Mario Monti. La stessa Elsa Fornero per mesi ha negato che esistesse una stima precisa del numero degli esodati. La stessa Fornero ha “piegato” i paletti del suo decreto interministeriale per «salvaguardare » solo 65milia persone per i prossimi due anni, escludendo migliaia e migliaia di esodati. Ad esempio coloro che non erano ancora in “mobilità” al 31 dicembre 2011 anche se erano già in cassa integrazione. Evidente dunque l’imbarazzo e la rabbia provocata dalla pubblicazione del documento. La relazione è firmata dal direttore generale dell’Inps, Mauro Nori. La platea complessiva dei lavoratori esodati sulla base del decreto Salva Italia e del Milleproroghe (che ne ha allargato il numero) è di 390.200 persone. Le platee che fanno lievitare il numero degli esodati sono quelle della prosecuzione volontaria (133mila persone autorizzate ai versamenti volontari nati dopo il 1946 e con un ultimo versamento contributivo antecedente il 6 dicembre 2011) e i cosiddetti «cessati», ovvero coloro che sono usciti dal lavoro per dimissioni, licenziamento o altre cause tra il 2009 e il 2011 che hanno più di 53 anni e che non si sono rioccupati (180mila secondo l’Inps). Per queste due categorie il decreto del governo prevedeva rispettivamente la miseria di 10.250 e 6.890 salvaguardati: nel decreto si prevede di “salvare” solo quelli che maturano la decorrenza della pensione entro 24 mesi dall’entrata in vigore del Salva Italia (6 dicembre 2011) e quindi di fatto che, considerata la finestra mobile, maturano i requisiti entro maggio 2012 se autonomi e entro novembre 2012 se dipendenti. Ma platee più consistenti ci sono anche per la mobilità (45mila persone tra mobilità ordinaria e quella lunga a fronte dei 29.050 salvaguardati), per i fondi di solidarietà (26.200 a fronte dei 17.710 previsti) e beneficiari del congedo straordinario per l’assistenza ai figli gravemente disabili (3.330 a fronte di 150). Già a poche ore dalla pubblicazione, da parte dell’Ansa, della relazione è partita la caccia al “corvo”. Le illazioni sono tantissime, le certezze poche. Di sicuro c’è che Nori (vicino alla Cisl) aveva già messo in difficoltà il ministero stimando in quasi 300mila gli esodati durante l’audizione in Parlamento ad aprile. I rapporti fra lui e il presidente Antonio Mastrapasqua (per il quale i sindacati, Camusso in testa, avevano chiesto le dimissioni) sono molto tesi. Dall’ente pensionistico si fa notare la vicinanza tra la fuga di notizie e la manifestazione dei sindacati di sabato. Passano poche ore dalla “fuga” e dall’Inps arriva la smentita: «Non abbiamo fornito stime diverse e ulteriori rispetto al tema dei salvaguardati. I documenti tecnici dell’Inps hanno consentito al ministero di formulare il decreto con la salvaguardia prevista per i 65mila lavoratori per i prossimi 24 mesi e per alcune categorie anche oltre i 24 mesi». Maè facile obiettare che la nota Inps non smentisce di aver fornito al ministro i dati reali. In serata Elsa Fornero ha rotto gli indugi convocando d’urgenza al ministero sia Mastrapasqua che Nori. Una resa dei conti, un vertice teso continuato per ore. Ora tutti guardano al futuro. E se i sindacati chiedono di riaprire subito il tavolo ministeriale per risolvere definitivamente il problema; i partiti, dal Pdl all’Udc, dall’Idv a Fli, chiedono a Fornero di spiegare la reale situazione in Parlamento. Da parte sua, Cesare Damiano, che a l’Unità aveva già anticipato la proposta di destinare i 4 miliardi della spending review a salvare il maggior numero possibile di esodati, ieri ha attaccato Fornero: «È sconcertante che la cifra di 390 mila, addirittura al di sopra delle più pessimistiche previsioni, fosse a conoscenza del governo prima della emanazione del decreto interministeriale. Per fare chiarezza sui numeri, è indispensabile che il governo venga a riferire in parlamento sullo stato reale e definitivo della situazione».

L’Unità 12.0.12

"Troppi tagli di ore. Per la prof di italiano impossibile bocciare", di A.G.

Troppi tagli di ore. Per la prof di italiano impossibile bocciare
La docente lo ha scritto in una lettera inviata al dirigente del suo istituto di Torino: in due anni la riforma Gelmini ha sottratto alla mia seconda 5 ore, così ora per le verifiche individualizzate si possono dedicare solo 12 minuti ad alunno! A farne le spese sono principalmente i ragazzi con disabilità o problemi d’apprendimento. Per far ripetere l’anno scolastico ad un alunno bisogna sempre essere sicuri di avergli cercato di trasmettere un’offerta formativa adeguata. In caso contrario non bisognerebbe prendere in considerazione l’eventualità della ripetizione dell’anno, ma proporre al Consiglio di Classe solamente voti positivi, dalla sufficienza in su. Ad esserne convinta è un’insegnante di italiano, in servizio presso un istituto superiore di Torino, il cui ragionamento è presto detto. Poiché nell’ultimo biennio ad una seconda classe della docente sono state sottratte ben “5 ore settimanali, in conseguenza della riduzione delle ore e dell’annullamento delle compresenze che hanno coinvolto la disciplina con la riforma Gelmini”, la prof ha espresso nero su bianco “la propria indisponibilità a considerare la bocciatura degli alunni come opzione da prendere in considerazione per la propria materia”.
Ciò perché a seguito di questa “riduzione delle ore, i tempi di apprendimento risultano inadeguati al conseguimento degli obiettivi minimi da parte di tutti gli allievi, non per particolari problematiche cognitive o comportamentali di questi ultimi, non per mancanza di interesse o impegno per la gran parte di essi, ma per l’impossibilità in tale situazione di coinvolgere tutti i ragazzi, in tempi ragionevoli, nella esercitazione e nell’apprendimento delle varie abilità linguistiche”.
Prendo ad esempio l’abilità di lettura e comprensione dei testi: in un’ora di lezione è ipotizzabile riuscire a coinvolgere in modo significativo alcuni ( 5,6..?) alunni per guidarli nell’analisi del testo, nell’acquisizione della tecnica di lettura e verificarne capacità e difficoltà individuali.
I test somministrati a tutta la classe possono essere certo uno strumento di verifica dell’apprendimento, non il percorso per acquisire capacità di analisi dei messaggi.
La docente ha calcolato che per la classe, composta da 25 alunni, le 5 ore settimanali rimanenti permettono di dedicargli “una media di 12 minuti per ciascun allievo alla settimana”. E francamente sembra un po’ poco “per svolgere quell’insegnamento ‘individualizzato’ di cui parlano ancora i programmi ministeriali”.
Una mancanza di tempo e di attenzione oggettiva, peraltro, che non può di certo essere sopperita dalle “sei ore (tre incontri) di attività di recupero disciplinare extracurricolare assegnate nel corrente anno scolastico”.
L’insegnante di italiano, quindi, ha deciso di non voler “prendere in considerazione la possibilità di far ripetere l’anno a ragazzi che avrebbero diritto di avere un percorso disciplinare degno di questo nome e, aspetto importante, compresenze che sono state spazzate via, ma che garantivano in modo sufficiente un lavoro didattico di potenziamento e di recupero per ragazzi che sono naturalmente diversi nelle capacità di apprendimento”.
Una problematica, quella del venire meno delle preziose ore di copresenza, che di recente è stata avvertita anche dai docenti delle scuole primarie. Dove, per la prima volta dopo diversi anni, il docente curricolare rimasto solo riesce difficilmente a creare in perfetta solitudine sottogruppi e programmi di apprendimento personalizzati. Programmi che, quindi, tornando alla prof di Torino, non si possono nemmeno poi chiedere agli alunni. Che così ha deciso di rifugiarsi in una sorta di obiezione di coscienza.

da La Tecnica della Scuola 12.06.12

"Chi corre più rischi tra Roma e Madrid", di Moises Naim

Chi sta peggio, Italia o Spagna? Dal punto di vista economico, la Spagna; politicamente, invece, l’Italia. Ma la risposta potrebbe
anche essere rovesciata.Dal momento che le difficoltà politiche spesso danneggiano l’economia e quelle economiche avvelenano la politica. La situazione politica spagnola si può deteriorare e il vantaggio di cui gode in questo momento l’Italia rispetto alla Spagna può svanire in breve tempo. In ogni caso quello che importa è che sia Roma che Madrid se la passano male e che la situazione è molto instabile. In questi momenti l’emergenza è la necessità di salvare le banche spagnole, ma fino a pochi mesi fa c’era la possibilità concreta che l’Italia perdesse la possibilità di finanziarsi sui mercati internazionali, una minaccia che prima aveva allarmato la Spagna. E ancora prima c’era stata la crisi politica in Italia, che aveva paralizzato il Paese e portato alla sostituzione di Silvio Berlusconi con Mario Monti. Le emergenze rimbalzano da un Paese all’altro, provocando sussulti che trasformano stabilità e prevedibilità in un ricordo remoto. Possiamo presupporre che le emergenze e le sorprese continueranno finché non si vedrà un quadro di politiche economiche valido per tutta l’Europa e che sia tollerabile socialmente, credibile finanziariamente e sostenibile nel tempo. Ma quello che è sicuro è che oggi nell’unità di terapia intensiva dell’ospedale finanziario è entrata la Spagna. I mali che affliggono questo paziente sono il risultato di 15 anni di cattive abitudini e della sua riluttanza a cambiare stile di vita economico. Come sappiamo, non c’è niente di meglio che scampare a un infarto per smettere di fumare, mangiare più verdure e fare più esercizio fisico. Magari il paziente avesse fatto già da alcuni anni quello che sta facendo negli ultimi tempi. La Spagna lo ha fatto tardi, a metà e controvoglia, ma almeno ha cominciato ad abbandonare le cattive abitudini (ad esempio nascondere all’opinione pubblica le attività bancarie scadenti accumulate per decenni da politici che si facevano passare per banchieri).
Ma per ora la priorità è sopravvivere all’infarto e cercare di fare in modo che le ripercussioni siano il più contenute possibile. Sappiamo anche quanto sia importante evitare di contrarre le nuove malattie che si prendono quando si entra nell’ospedale finanziario: come gli ospedali veri, le sale di emergenza finanziaria sono piene di virus e abbondano le cure sbagliate che invece di far guarire il paziente lo indeboliscono ancora di più (l’iperausterità, per esempio).
Niente di tutto questo sarà pero sufficiente a guarire il malato. Per ripristinare la stabilità a lungo termine e avviarlo sulla via della prosperità bisogna operare cambiamenti ancora più profondi. Come ha sottolineato Uri Dadush, economista del Carnegie Endowment, le radici della crisi europea non nascono dalla situazione dei conti pubblici o dallo stato del settore finanziario, bensì dalla perdita di competitività subita da Paesi come Spagna e Italia, soprattutto in rapporto alla Germania. Dadush ha calcolato che tra il 1997 e il 2007 il tasso di cambio reale in Spagna è cresciuto dell’11 per cento, e del 9 per cento in Italia (significa che le esportazioni di questi due Paesi sono diventate più costose). Nello stesso periodo, in Germania, è calato del 14 per cento (cioè le esportazioni tedesche sono diventate meno costose del 14 per cento). Tutto questo inevitabilmente ha prodotto un calo dell’export di Spagna e Italia e un incremento dell’export tedesco: nel decennio prima della crisi, le esportazioni spagnole sono diminuite (in rapporto al totale dell’economia) del 3,4 per cento e in Italia dell’1 per cento; in Germania invece hanno registrato un aumento spettacolare, del 20 per cento. Nonostante tutto questo l’economia spagnola è cresciuta a un ritmo doppio rispetto a quella italiana: un’espansione economica basata, come sappiamo, sul settore edilizio, il cui peso in Spagna è passato dal 4 al 12 per cento dell’economia fra il 1995 e il 2007. In Italia nello stesso periodo è passato dal 4 al 6 per cento e questo spiega perché le banche spagnole sono più deboli di quelle italiane.
Spagna e Italia devono cercare nuove fonti di crescita economica, e questa crescita non potrà che venire da un settore privato meglio in grado di competere sui mercati mondiali. Sarà questo, e non il rigore dei conti pubblici o le acrobazie finanziarie, che eviterà che il paziente torni periodicamente in terapia intensiva.
@moisesnaim (Traduzione di Fabio Galimberti)

La Repubblica 12.06.12

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“La Spagna può costarci fino a 19 miliardi”, di Andrea Bonanni

Ma se interverrà a luglio il nuovo Fondo, non ci sarà alcun debito in più. Quanto costerà al contribuente italiano il salvataggio delle banche spagnole? Verosimilmente, nulla, assicurano a Bruxelles. Ma tutto dipenderà dalla velocità con cui i parlamenti nazionali ratificheranno il Trattato che istituisce l’ESM (European Stability Mechanism), il nuovo fondo salva stati che prenderà il posto dell’EFSF (European Financial Stability Facility) attualmente operativo. Infatti se, come prevedono a Bruxelles, l’operazione sarà condotta dall’ESM, non ci saranno ricadute contabili sulle finanze dei Paesi impegnati nel salvataggio. Qualora invece l’ESM non fosse ancora operativo per la data in cui il prestito dovrà essere versato, cioè entro luglio, ogni prestatore si vedrebbe contabilizzata sul debito la sua quota parte di garanzie sull’emissione di bond. Per l’Italia, nella peggiore delle ipotesi, questo costituirebbe un aggravio contabile di 19 miliardi che andrebbero ad aggiungersi a quasi duemila del debito attuale. La spiegazione è complessa, come lo sono i meccanismi (differenti) che regolano i due fondi. Vediamo
in dettaglio.
IL SALVATAGGIO
L’Eurogruppo ha messo a disposizione per salvare le banche spagnole fino a 100 miliardi, ma ancora non si sa quale sarà la cifra che dovrà sborsare, anche se risulterà verosimilmente inferiore al tetto. Contrariamente ai precedenti interventi (Grecia, Irlanda, Portogallo) qui non si finanzia un debito pubblico con rate successive, ma si verseranno i soldi in una sola tranche a un fondo di stato spagnolo, che li utilizzerà esclusivamente per ricapitalizzare le banche. La cifra che verrà effettivamente stanziata andrà comunque a gravare sul debito pubblico spagnolo perché sarà lo stato spagnolo a doverne
garantire la restituzione con gli interessi. Sia che intervenga l’E-SM, sia che intervenga l’EFSF, non verrà versato denaro contante, ma verranno conferiti bond emessi dal fondo e quotati con una tripla A. Dal punto di vista pratico, gli effetti non
cambiano. Quello che cambia, da un punto di vista contabile per i paesi che fanno il prestito, è che intervenga l’ESM o l’EFSF.
ESM
Il nuovo fondo salva stati agisce come
un istituto finanziario. Viene capitalizzato dai paesi membri dell’eurozona che ricevono in cambio quote del fondo. In questo caso dunque i soldi conferiti all’ESM non incidono né sul deficit né sul debito pubblico dei Paesi finanziatori. La
quota parte italiana nell’ESM è pari al 17,914%. Quando deve intervenire in operazioni di finanziamento, il Meccanismo di stabilità finanziaria emette titoli garantiti dal proprio capitale, e dunque l’emissione non va a gravare sui conti pubblici dei Paesi che lo hanno finanziato.
EFSF
Il vecchio fondo salva-Stati, tuttora in attività, agisce emettendo titoli (bond), che però sono garantiti volta per volta dai Paesi che ne fanno parte. Anche nel caso in cui toccasse all’EFSF intervenire in aiuto delle banche spagnole, l’Italia non sarà dunque chiamata a versare denaro. Ma dovrà garantire la propria quota parte dell’emissione. E questa garanzia dovrà essere contabilizzata nel debito di ciascuno dei Paesi finanziatori. La quota parte italiana nel fondo è pari al 19,18% del totale: leggermente superiore a quella dell’ESM perché nelle emissioni del-l’EFSF non partecipano Grecia, Irlanda e Portogallo che sono beneficiari dei finanziamenti e dei programmi
del fondo. La Spagna si assumerà la propria quota di finanziamento non essendo questo un intervento di salvataggio di un Paese ma di sostegno al settore bancario di uno stato membro.
Se fosse l’EFSF a intervenire, l’Italia dovrebbe contabilizzare nel proprio debito il 19,18% della somma prestata anche se in pratica non dovrà sborsare un euro. Vale la pena ricordare che finora tutti i Paesi che hanno beneficiato dei prestiti EFSF hanno puntualmente rimborsato le rate del debito contratto. A Bruxelles e a Lussemburgo (dove ha sede il FSFF e dove avrà sede l’ESM) sono comunque convinti che l’operazione spagnola sarà gestita dall’ESM e dunque non graverà neppure formalmente sui conti pubblici dei Paesi. Secondo le stime della Commissione, basterà comunque che il nuovo fondo sia operativo entro la fine di luglio perché si possa far carico del finanziamento delle banche spagnole.

La Repubblica 12.06.12

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“Deficit, riforme e banche ecco perché siamo sotto tiro”, di VALENTINA CONTE

All’appuntamento con il possibile “contagio”, l’Italia si presenta fragile. Un debito pubblico stellare, un deficit messo a repentaglio dall’impennata dello spread, la speculazione pronta a scommettere contro. «Le pressioni del mercato sul debito italiano sono dovute in gran parte alle incertezze esterne», provano a spegnere la miccia da Bruxelles. Per questo «la cosa migliore per superare le tensioni è la risposta che viene da Roma». E il governo italiano «ha chiaramente l’intenzione di costruire misure per rafforzare la fiducia». Ma l’esito non è così scontato, come l’iter del decreto Sviluppo – più volte annunciato, mai presentato, incagliato com’è tra i veti sulle (scarse) risorse a disposizione – sta a dimostrare. Sale, intanto, l’ansia per la forbice tra Btp e Bund. Lo spread punta veloce ai 500 punti base. Soglia pericolosa, perché significa che l’Italia si finanzia a un costo sempre più alto e non può dare per scontato il pareggio di bilancio nel 2013, a meno di confezionare l’ennesima manovra correttiva. Il Paese però non sembra in grado di sopportare ancora altra austerity, bloccato com’è da problemi atavici, zavorre insopportabili (sommerso, evasione, corruzione, burocrazia), ma anche da una recessione fortissima. La produzione industriale cala a picco e trascina giù il Pil, la disoccupazione vola al 10%, quella giovanile al 36%. Mentre il sistema bancario regge, ma chiude i rubinetti. Sullo sfondo, il destino dei Piigs. Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, di fatto “commissariati”. E l’Italia?

La Repubblica 12.06.12

"Le manovre di chi specula in malafede", di Stefano Lepri

È davvero assurda l’idea che se le banche spagnole hanno avuto bisogno di soccorso, qualcosa debba accadere anche alle banche italiane. In Spagna pesano i resti di un mostruoso boom immobiliare, almeno 700.000 appartamenti invenduti; nulla di simile c’è in Italia. Tanto i problemi sono stati lasciati degenerare, nell’area euro, che riesce troppo bene alla malafede degli speculatori al ribasso confondersi con i timori di tutti.

Era una buona notizia, quella dell’intervento a favore della Spagna. L’irrazionalità dei mercati sembra essere riuscita, nel seguito della giornata, a trasformarla in cattiva. E questo accade proprio in una fase in cui il governo Monti pare perdere la spinta. Dopo averlo esaltato fin troppo all’inizio, ora i mass media internazionali si disamorano di lui.

Nulla nei dati giustifica preoccupazioni aggravate verso il nostro Paese, se non l’accresciuta confusione nella sua politica. La recessione italiana dipende innanzitutto da una manovra di bilancio obbligatoriamente brusca perché attuata troppo tardi. Ad ostacolare le misure di riforma strutturale e di rilancio sono problemi pratici di decidere, e di attuare ciò che si decide, che qualsiasi maggioranza incontrerebbe, nel triangolo oscuro tra alta burocrazia, poteri lobbistici, classe politica.

Scrive il New York Times che il governo Monti è ostacolato dall’eredità di decenni di riluttanza politica verso cambiamenti dolorosi. Chi si prepara alle prossime elezioni, invece di mischiare parole d’ordine altisonanti e contentini per tutti, farebbe bene a mettere nei programmi come si fa a risolvere questioni terra terra, tipo far pagare le tasse senza che i funzionari di Equitalia debbano aver paura quando camminano per strada.

Un’altra causa della nostra recessione sta nel credito scarso e caro che arriva alle imprese. In questo senso esiste un problema delle nostre banche: solo l’85% dei finanziamenti è coperto dalla raccolta tra i risparmiatori italiani, occorre finanziarsi fuori dai confini, cosa ardua e costosa con lo spread alto, che il caos della politica fa risalire. Anche a noi gioveranno rapide e più ampie decisioni collettive che sottraggano le banche all’abbraccio letale con il debito pubblico del proprio Paese.

L’Europa pare finalmente risolversi ad alcuni passi in avanti politici e istituzionali, nel vertice di fine giugno. Dato che non è bastato aiutare la Spagna, servono mosse straordinarie per consolidare e insieme vigilare con più severe regole comuni tutte le aziende di credito. Recalcitrano soprattutto le banche tedesche, ingrassate in questo periodo di tensioni. Furono gli affari spericolati di alcune di loro, ha detto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, a portarci il contagio della finanza Usa; ora guadagnano sulle paure che spingono i capitali a cercare rifugio in Germania.

Occorre essere chiarissimi nello spiegare ai cittadini che cosa si fa, o gli equivoci si moltiplicheranno. In ogni Paese circola sfiducia verso gli altri e in tutti ha una cattiva immagine la finanza. Se oggi sul salvataggio delle banche spagnole si chiede un commento ai passanti in Germania, si ascolterà protestare perché il denaro tedesco viene usato per aiutare le banche di un altro Paese. Se si fa la stessa domanda nelle strade di Madrid o di Siviglia, qualcuno obietterà che sarebbe meglio darli ai cittadini, quei soldi. Invece la Spagna riceverà prestiti al 3-4% di interesse con capitali che la Germania può procurarsi sul mercato al 2%. E le famiglie spagnole sono già indebitate troppo. Ma lo si spieghi, lo si dimostri, che non stiamo salvando i banchieri.

La Stampa 12.06.12

Il Pd a Bersani “Sul Cda ripensaci”, di Goffredo De Marchis

Un posto di prestigio fuori da Viale Mazzini o la direzione di Raifiction, la struttura che si occupa delle serie tv. Il direttore generale uscente Lorenza Lei cerca una “buonuscita” sotto forma di poltrona. Ieri ne ha fatto cenno durante la visita al presidente del Consiglio. Monti l’ha ricevuta con un certo fastidio, sia per la pubblicità data all’incontro dalla stessa Lei sia per i contenuti del colloquio. MA QUALCOSA di buono è venuto: il governo ha avuto la conferma che il meccanismo per insediare i tre dirigenti scelti da Monti è definitivamente avviato. Il Pdl è pronto a votare un nuovo Cda e la resa della Lei n’è la plastica dimostrazione. Adesso occorre rompere il muro alzato da Pier Luigi Bersani. Noi non indichiamo nomi, non lottizziamo, insiste il segretario. Una posizione isolata ormai, tutto il Pd gli chiede una marcia indietro. «Non lo capite che io sono già in corsa per le primarie, che ci metto la faccia? Non lo sapete che Renzi e Vendola mi aspettano al varco?», è la reazione stizzita di Bersani al pressing.
Il muro però deve crollare. Monti sta perdendo la pazienza. Pensa di aver fatto il massimo, persino con una forzatura delle regole. Presidente e direttore generale decisi fuori dal perimetro dei partiti. «Più di questo non si poteva», ripete il premier a Bersani, «La faccia l’ho messa anch’io».
Nel Pd si apre così uno scontro a tutto campo. Walter Veltroni, Enrico Letta, Dario Franceschini, Beppe Fioroni, Paolo Gentiloni, dirigenti più o meno vicini al leader, premono per un’apertura. Il presidente della commissione di Vigilanza Sergio Zavoli pensa di convincere Bersani mettendogli a disposizione i curriculum dei candidati. Il Quirinale si tiene fuori, ma non nasconde il disappunto per quello che viene considerato uno strappo alle regole. C’è una settimana di tempo per trovare un’onorevole via d’uscita. Quella proposta da Fioroni e sostenuta da Casini è già fallita. Non ci saranno sette nomi indipendenti del governo da affiancare ad Anna Maria Tarantola, Luigi Gubitosi e Marco Pinto, come aveva immaginato l’ex ministro
dell’Istruzione. L’opposizione del Pdl è netta. Bisogna inventarsi altro.
Il centrodestra ha cominciato la selezione dei suoi nomi. Vuole tre consiglieri, come nel Cda uscente. Una poltrona andrà ad Antonio Verro che ha sacrificato il seggio parlamentare per votare la conferma del direttore del Tg1 Maccari e difendere la Lei. L’altro candidato forte è Guido Paglia, oggi responsabile della comunicazione di Viale Mazzini. È un dirigente gradito alla cerchia stretta di Berlusconi, meno a Maurizio
Gasparri e a Gianni Alemanno, anche se il primo rappresenta ormai il vecchio potere Rai sconvolto dal blitz di Monti. I due ex An preferirebbero Rubens Esposito, già ufficio legale Rai. L’Udc voterà il bis del suo attuale consigliere Rodolfo De Laurentiis. E il Pd? Senza i voti democratici il consiglio non decolla e la terna scelta da Monti resta a bagnomaria. Uno scenario impensabile.
Il guaio è che da venerdì scorso, giorno della direzione, Bersani si muove non più solo da segretario
del Pd, ma anche da candidato premier
in pectore
e da concorrente delle primarie di ottobre. «Se torno indietro, Renzi e Vendola non mi risparmieranno un colpo», ha spiegato Bersani ai dirigenti che lo tormentano per un ripensamento. È il problema di fondo che rende complicato il cambio di strategia. Massimo D’Alema lo aveva avvertito: «Se lanci subito le primarie, avrei meno margini di manovra politica». Sta succedendo puntualmente questo.
Il Pd si arrovella per trovare la soluzione. Matteo Orfini, Stefano Fassina e Stefano Di Traglia, tre bersaniani doc, consigliano al segretario di resistere. Ma il segretario mette in conto un cedimento. A patto di trovare una strada che non lo esponga al fuoco di Renzi e Vendola. Forse chiederà aiuto a Monti. Dopo il voto sui membri Pdl e Udc, potrebbe essere il governo a indicare per il Cda Rai due “tecnici” sul modello di Pinto: dirigenti del ministero del Tesoro o nomi reclutati nelle università, ovviamente graditi al Pd. Prima avrebbe luogo una consultazione “riservata”. Ma l’indicazione di Palazzo Chigi sarebbe pubblica e toglierebbe dall’imbarazzo Bersani. Che nel pressing dei suoi compagni di partito vede anche tanti appetiti per le poltrone. «Poi però alle primarie corro io e non
voglio perdere».

La Repubblica 12.06.12