Latest Posts

Laurearsi all'estero è un'opportunità, non una via di fuga – Manuela Ghizzoni

Nell’articolo che riporto da La Stampa si lamenta le difficoltà di ingresso nelle Università straniere per gli studenti italiani. L’idea che potrebbe insinuarsi nel lettore (complice anche un titolo allarmistico) è che i “prestigiosi” atenei anglosassoni non si fidano del sistema di istruzione italiano e quindi delle competenze dei nostri studenti, ai quali verrebbe richiesta una valutazione superiore agli altri per potersi iscrivere. In realtà, a tutti gli studenti che non hanno conseguito l’International Baccalaureate è chiesto un punteggio molto alto, non solo agli italiani. E vale la pena ricordare che gli stessi “prestigiosi” atenei si affrettano ad accaparrarsi i nostri giovani ricercatori e laureati.
L’articolo, poi, si chiude accennando al prestito d’onore (che consente di non pagare le tasse scolastiche, per restituirle una volta conseguito il primo stipendio) come opportunità offerta alle matricole dagli atenei inglesi e ulteriore motivo di migrazione. L’autore, però, dimentica di dire (ma lo scorso anno diverse testate non sono incorse nella stessa dimenticanza) che nei sistemi anglosassoni, in particolare negli USA, l’indebitamento con gli istituti di credito per accedere all’università ha generato una bolla speculativa superiore a quella immobiliare! Aggiungo poi che la relazione della Corte dei Conti al rendiconto dello Stato, da diversi anni, certifica il fallimento delle esperienze regionali di prestiti d’onore. Come dire: sono ben altri gli strumenti da mettere in campo per rendere l’università accessibile al maggior numero di studenti, indipendentemente dalle loro condizioni sociali (perché è di questo che abbiamo bisogno e che l’Europa ci invita a fare). A questo proposito, ho presentato una proposta di legge per rendere gratuita l’iscrizione all’università a chi ha un Isee familiare al di sotto dei 21000 euro (e che dispone un adeguato incremento del fondo di finanziamento ordinario delle università). In questo modo potremmo recuperare il gap di laureati rispetto agli altri parsi europei e daremmo una possibilità vera di crescita al nostro Paese.
Restare in Italia o studiare all’estero? Non è una questione di “bamboccioni” o di fuga dalla crisi: la laurea in un paese straniero deve essere valutata come una possibilità al pari della formazione superiore in Italia. E’ qui che la politica deve fare la sua parte per rimuovere gli ostacoli che impediscono ad un giovane di valorizzare i propri talenti talenti e talenti e le proprie competenze: non sto pensando solo alla crisi economica, ma anche all’inerzia sociale, al corporativismo… Ma laurearsi in Italia è un investimento che vale ancora la pena di affrontare.

La Stampa.it 17.08.14
CON I VOTI DEI LICEI ITALIANI NON SI VA NELLE UNIVERSITA’ IN EUROPA
di Maria Corbi

L’e-mail che arriva è piena di ansia per un futuro troppo incerto. A scriverla è una ragazza di 18 anni,Rosa Maria Farsetti, studentessa romana di un liceo scientifico con il sogno di andare a studiare all’estero. Il problema, spiega la studentessa, è «che non solo siamo svantaggiati rispetto ai nostro coetanei europei se rimaniamo nel nostro paese vista la crisi e le poche prospettive, ma lo siamo anche se decidiamo di andare a studiare all’estero dove veniamo penalizzati per il nostro metodo di studio». Soprattutto in Inghilterra dove, effettivamente, agli italiani le Università chiedono un voto di ingresso più alto rispetto a chi ottiene l’International Baccalaureate o altri diplomi». Ed è in Inghilterra che si stanno concentrando le ambizioni dei maturandi italiani. Sempre di più scelgono di abbandonare gli atenei italiani e di provare in una università del Regno Unito (moltissime delle quali sono posizionate nei ranking tra le prime 100 al mondo) come rilevano i dati delll’Ucas, l’agenzia che si occupa della gestione delle domande di ammissione alle lauree di primo livello, gli “unde rg raduat e degrees. Ma non è così facile attraversare la manica ed entrare in un campus. Basta visitare i siti delle Università british per capirlo. Nel Russel Group, di cui fanno parte i più prestigiosi atenei, a uno studente italiano non viene chiesto meno di 90. A Bristol, per esempio, per Economia chiedono 95 e specificano che in matematica e altrematerie può essere chiesta la votazione di 10 o 9 (per matematica). Ma questi punteggi sono rari nelle pagelle italiane. Un problema culturale, come denuncia Beatrice Cito Filomarino, consulente dell’educazione, una figura sempre più presente nelle scelte scolastiche. Sono esperti che aiutano i ragazzi a costruirsi curricula adatti alla strada che vogliono intraprendere: Li supportano nella scelta e nelle application alle Università, e spesso organizzano per loro esperienze di lavoro estive, che contano molto per essere presi in considerazione dalle migliori università del mondo. «Lo studio è il dovere per eccellenza di noi ragazzi ma se non ci danno le carte per andare avanti, come diavolo si aspettano che facciamo? », chiede Rosa Maria. «Più che un sogno, l’Inghilterra è una necessità. Renzi ci ha pregato di rimanere in Italia per farle un paese più bello….?». Prima ci dicono che siamo bamboccioni, che vogliamo restare a casa, poi che non ce ne dobbiamo andare…». Rosa Maria non lo dice ma il sottotitolo è chiaro: «fate pace con il cervello ». Una questione di prospettive future di lavoro ma non solo. Visto che le università inglesi hanno molte agevolazioni dedicate agli studenti europei. Concedono l’accesso al «loan», ossia al prestito d’onore. per cui i ragazzi non pagano le tasse scolastiche (sulle 9mila sterline l’anno)ma rimborseranno il debito solo una volta che inizieranno ad avere uno stipendio superiore alle 21mila sterline, E la rata sarà del 9 per cento sulla differenza tra la busta paga e 21mila sterline, considerate la soglia di sussistenza.Con un tasso di interesse poco più alto di quello di inflazione. E con la certezza che dopo 30 anni il debito sarà comunque estinto. Garantito anche l’alloggio che può costare dalle 2mila alle 3mila sterline all’anno. Per non parlare della Scozia dove per un italiano studiare è gratis

"Il dibattito impazzito sui fondi europei", di Giorgio Santilli – Il Sole 24 Ore 15.08.14

Sui fondi strutturali Ue è forse utile riprendere alcuni fondamentali fili della discussione perché il dibattito pubblico sembra impazzito. Non rischiamo di perdere 41 miliardi della programmazione 2014-2020 perché comunque chiuderemo l’accordo quadro con Bruxelles (se non a settembre, a ottobre): rischiamo, questo sì, di partire malissimo, come già successo con il ciclo 2007-2013 e di dover spendere in cinque anni quello che andrebbe speso in sette. Rischiamo di stare fermi proprio ora che avremmo un gran bisogno di far ripartire gli investimenti.
Rischiamo soprattutto di perdere 7-8 miliardi dei fondi 2007-2013. Un piccolo segnale positivo c’è stato fra il 31 maggio e oggi: la spesa contabilizzata è passata dal 55,8% al 57,5%. Non c’è da sprizzare ottimismo. Capiremo presto se l’accelerazione riguarda la sola contabilizzazione o se il lavoro di stimolo fatto da Graziano Delrio abbia spinto lavori veri. Un dato confortante riguarda la Campania che ha contabilizzato 251,4 milioni di spesa Fesr, passando dal 33,3% al 38,7%.
La fotografia impietosa scattata dal Sole 24 Ore il 29 giugno, con dati ufficiali Opencoesione del 31 maggio 2014, resta comunque valida nella sostanza: 19 programmi sono in ritardo rispetto ai target nazionali, la spesa è tornata a rallentare in questo 2014 dopo i parziali recuperi del 2012 e 2013, in affanno non sono soltanto le grandi Regioni del Sud, ma molti programmi nazionali. «Perché Renzi non chiama subito i ministri interessati e gli dà una bella tirata d’orecchie?», scrivemmo allora. Purtroppo ha ragione Bruxelles quando afferma – e non è certo colpa del governo Renzi – che l’Italia manca di una strategia in settori chiave come ricerca e infrastrutture. Sono anni che diciamo che la legge obiettivo è fallita e nulla le è stato sostituito.
Fuori del dibattito impazzito (e opaco), un’indicazione chiara Renzi l’ha data in questi giorni: spenderemo nelle scuole i fondi che non si riusciranno a spendere. È bene che il governo tenga un salvagente per i prossimi mesi e se questo strumento di emergenza coincide con scuole, dissesto idrogeologico, efficientamento energetico degli edifici pubblici, va benissimo.
Ma poi si guardi avanti. E si diano risposte chiare sui diversi strumenti della programmazione collegata ai fondi Ue. Ci aspettiamo chiarezza sui cofinanziamenti nazionali: ieri Renzi non ha fatto alcun cenno al taglio del cofinanziamento dal 50 al 26% che il governo si accinge a fare per Campania, Calabria e Sicilia. La mancata smentita è una mezza conferma, ma un po’ più di chiarezza non guasta. Stesso discorso sul Fondo sviluppo coesione. Il suo predecessore, il Fas, fondo aree sottoutilizzate, è stato oggetto e strumento di alcune delle più ingloriose pagine di finanziamento-Bancomat della seconda Repubblica. Il ministro Padoan è persona seria: dica quale sarà la programmazione del Fsc, quanta cassa avrà, a quali interventi andrà. Su cofinanziamenti e Fsc era prevista già per marzo una programmazione ad opera del Cipe che non c’è mai stata. Il governo doveva studiare e mettere a punto una strategia. Forse si è perso tempo. Di sicuro, oggi non c’è più neanche un minuto da perdere. Torniamo a pensare, tutti insieme, che senza investimenti non si esce da queste secche.

"E ora la doppia tenaglia", di Pippo Frisone da ScuolaOggi 15.08.14

Ci mancava anche lo scontro precari del Nord contro precari del Sud. Complice la crisi, i tagli all’istruzione da un lato e l’aumento dei contingenti per le assunzioni in ruolo dall’altro: oltre 28mila posti per docenti di cui oltre la metà sul sostegno.
Meridionali che “ rubano “ il posto ai settentrionali, scavalcandoli proprio nelle prime posizioni, cioè quelle utili alle immissioni in ruolo. I precari del Nord che a ben guardare tanto del Nord tutti non sono che protestano e s’indignano per la nuova invasione, non nuova tra l’altro nel mondo della scuola. L’ultima risale a qualche anno fa nel pieno dell’era Gelmini con l’invenzione delle cosiddette “code” alle GAE poi bocciate dalla Corte Costituzionale.
Nessuna barriera, sancì allora la Corte, può essere posta al libero spostamento dei precari all’interno del territorio nazionale. E allora sì ai trasferimenti da una provincia all’altra, a “pettine” e senza più inserimenti “in coda” ai precari già inseriti in una determinata provincia.
Così è avvenuto nel 2011 e così si è ripetuto nel 2014.
Perché solo ora tanto clamore? Perché nel frattempo, al Sud sono diminuiti i posti per il calo delle iscrizioni, per l’andata a regime dei tagli agli organici della riforma Gelmini, per il mancato decollo del tempo pieno nella primaria e della scuola dell’Infanzia.
E ancora, l’enorme divario tra Nord e Sud sugli alunni stranieri e la loro incidenza sulle iscrizioni e quindi sugli organici. Gli ultimi dati pubblicati dal servizio statistico del Miur relativi all’as 12/13
danno 73.288 gli alunni stranieri inseriti nella provincia di Milano, il 13,3% del totale.
Sono 191.526 quelli della Lombardia. A Napoli sono appena 8.823 col 1,5% sul totale mentre a Palermo 5.267 col 2,5% sul totale. La Sicilia con 23.492 (2,8%) e la Campania con 21.095 (2%), messe assieme, superano a stento la metà degli alunni stranieri della sola provincia di Milano!
Pochissimi i posti al Sud per le assunzioni in ruolo. In Sicilia appena 100 i posti per l’Infanzia e 66 quelli della Primaria, con intere province a zero posti e con 52 esuberi.
Situazioni analoghe in Campania, Calabria, Puglia. Da qui la spinta a spostarsi al Nord e a Milano in particolare coi suoi 198 posti nell’Infanzia e 490 nella Primaria!
E a Milano sono arrivate ben 1800 domande da fuori provincia, provenienti per la maggior parte dalla Sicilia e dalle altre regioni meridionali. Domande concentrate per lo più su Infanzia e Primaria. Domande con punteggi alti, tali da scavalcare tutte le posizioni procedenti in GAE.
Nell’Infanzia le prime 10 posizioni sono occupate da docenti trasferiti da altre province nel 2014 con punteggi alti a partire da 250 . Ma la vera sorpresa nell’Infanzia sono invece gli 85 riservisti ex L.68/99 di cui ben 52 inseriti nel 2014 da altra provincia e con punteggi per lo più bassi!
Dei 99 posti destinati alla GAE dell’Infanzia, la metà andrà ai riservisti (49) mentre i restanti posti andranno ripartiti per diritto di graduatoria, in cui nei primi dieci figurano provenienti da altre province.
Diversa la situazione nella Primaria a Milano. Qui nei primi 245 posti del contingente per le assunzioni in ruolo, 241 sono quelli provenienti dal altre province, 116 dalla Sicilia,54 dalla Campania, 21 dalla Puglia, e 18 dalla Calabria pari all’85% dei fuori provincia.
Del contingente destinato alle GAE ( 245 ) andranno però sottratti i posti destinati ai riservisti che sono 72 e dei quali ben 50 sono i disabili trasferitisi nel 2014.
Riservisti del Sud contro non riservisti, ma comunque trasferiti dal Sud e tutti nel 2014.
Gli unici veri esclusi da questa tornata di assunzioni in ruolo , restano comunque i precari non proveniente da fuori provincia nel 2014 .Il contingente della primaria sarà comunque assegnato quest’anno solo ed esclusivamente ai docenti provenienti da fuori provincia, riservisti compresi.


E’ l’effetto della doppia tenaglia che nella Primaria a Milano vedrà beneficiare delle assunzioni in ruolo ancor più dell’Infanzia, quasi esclusivamente i precari provenienti da fuori provincia, meridionali all’85%. E non per colpa loro.

“I soldi per la Cultura devono raddoppiare. E voglio aprire Pompei di notte”, di Lavinia Rivara da La Repubblica 15.08.14

La riforma è in arrivo, il ministro per i Beni culturali: nessun contrasto col premier “Investire di più, è un’idea della Leopolda”

Gli storici dell’arte che liquidano la sua riforma della cultura come “macelleria culturale”?
«Dimostrano che è una vera riforma ». L’accusa di voler trasformare musei e siti in macchine per far soldi? «La valorizzazione del nostro patrimonio artistico è la condizione per tutelarlo meglio». I contrasti con Renzi sulla riforma? «Leggende metropolitane ». Dario Franceschini da 5 mesi guida il ministero dei Beni culturali e del Turismo tra successi e polemiche. Ha cacciato le bancarelle dai monumenti, ha incentivato il privato, ha aumentato le domeniche gratuite nei musei, ma ha tolto i biglietti gratis agli over 65. E ora affronta la madre di tutte le battaglie, quella con le sovrintendenze, che lo accusano di consegnare i musei a manager interessati solo al marketing. Lui tira dritto, anzi rilancia. E, alla vigilia di una manovra fatta tutta di tagli, apre una nuova sfida sul tavolo del governo: raddoppiare la spesa per la cultura nella prossima legge di stabilità. Una richiesta che motiva, con una punta di malizia, appellandosi alla filosofia renziana.
Franceschini, vuole aprire una guerra anche con il ministro dell’Economia?
«Quando ho giurato al Quirinale dissi che mi sentivo chiamato a guidare il ministero economico più importante. Sembrava una provocazione, ma è proprio così. Ogni Paese deve trovare la sua vocazione: l’Italia è quello con più siti dell’Unesco e il maggior patrimonio artistico del mondo. Forse è arrivato il momento di investire sulla sua bellezza. Può essere un fattore decisivo per uscire dalla crisi ».
E come si propone di invertire la tendenza?
«La cultura viene da 15 anni di tagli. I governi Letta e Renzi li hanno fermati. Ma è arrivato il momento di investire. Al punto 63 della prima Leopolda c’era l’obiettivo di portare la spesa per la cultura all’uno per cento del Pil. Ci vorrà qualche anno per farlo. Nel 2015 mi basterebbe raddoppiare lo 0,10% attuale, avvicinarci almeno allo 0,24 della Francia. Voglio applicare le idee di Matteo».
La sua riforma della cultura viene contestata per l’accorpamento delle sovrintendenze e soprattutto per il fatto che la gestione dei musei sarà affidata a dei manager. Vuole fare business con l’arte?
«Le proteste dimostrano che questa riforma è una vera svolta. Perché separa tutela e valorizzazione. Le sovrintendenze continueranno ad occuparsi della prima, allargandosi alla ricerca in connessione con le università, mentre creiamo dei poli museali per la valorizzazione. Non ci sono solo i 20 più grandi, gli Uffizi, Brera o Pompei, ne esistono altri 400 con potenzialità enormi ma allestimenti di 60 anni fa e magari neanche un bookshop. E a guidarli non arriveranno i manager della Coca Cola, ma storici dell’arte, architetti, specializzati in gestione museale. Del resto i primi passi fatti in questa direzione hanno avuto successo. Con le domeniche gratuite e orari allungati, incassi e visitatori sono aumentati in un mese di oltre il 10%».
Ma non è più di sinistra dare priorità alla tutela piuttosto che al commercio?
«Questa è una grande sciocchezza. Il Louvre fa tutela, ricerca, formazione ma anche marketing. E lo fa quando la Francia è governata dalla sinistra e quando è governata dalla destra. La tutela è un dovere, la valorizzazione è la condizione per tutelare meglio».
Lei ha detto che questa è la riforma più renziana. Eppure è ferma nell’ anticamera di palazzo Chigi. Si dice perché il premier vorrebbe un ridimensionamento ancora più radicale delle sovrintendenze. E così?
«In questa stagione politica le polemiche, gli scontri interni, non hanno più molto spazio. E quindi si inventano leggende metropolitane per abitudine. Ma non c’è nessun contrasto con Matteo. La riforma sarà approvata in uno dei prossimi Consigli dei ministri».
È stato criticato per il tentativo di coinvolgere i privati nella valorizzazione del patrimonio artistico. Finiremo con una Pompei che pubblicizza un paio di scarpe?
«Pubblico e privato non sono in contrapposizione. Il patrimonio è pubblico ma i privati possono contribuire integrando, e non sostituendo, le risorse statali. Ora in Italia c’è un incentivo fiscale tra i più forti d’Europa, una detrazione del 65%. Ma viene concessa ad atti liberali non a sponsorizzazioni o a gestioni, che sono altra cosa».
Si è ipotizzato anche per Pompei l’intervento di un privato, come per Ercolano. C’è già qualche contatto?
«A Pompei non abbiamo un problema di risorse, la sfida è utilizzare quelle della Ue nei tempi fissati, altrimenti si rischia il commissariamento. Tuttavia a me piacerebbe che una grande impresa italiana si facesse carico di un progetto di illuminazione per consentire l’apertura anche notturna del sito. Penso per esempio all’Enel. Ma lancio una proposta anche per la Domus Aurea: con 30 milioni in quattro anni si può riaprire tutta l’area sovrastante, oggi chiusa, e far tornare il sito interamente fruibile».
A parte Pompei le bellezze artistiche del sud sono quasi ignorate dai grandi tour. Non sarebbero le prime da valorizzare?
«L’85% dei visitatori stranieri non va più giù di Roma. L’Italia è il quinto paese al mondo per numero di visitatori, ma è il primo che tutti vorrebbero visitare. Abbiamo potenzialità enormi. Ovunque, anche fuori dai grandi itinerari, si trovano bellezza e creatività. Ma torniamo al punto di partenza: è ora di investire più risorse».

"Viva la scuola pubblica e imperfetta", di Marco Lodoli – La Repubblica.it del 14.08.14

PER fortuna in Italia il precettore privato non è ancora arrivato, e speriamo che non arrivi mai, sarebbe davvero un gesto di sfiducia definitiva verso la condivisione del sapere e la bellezza di crescere insieme ai propri coetanei. Sarebbe un assurdo atto di separazione e di egoismo che nulla ha a che fare con la cultura.
Certo, i ricchi di nuovo hanno preso il largo, iscrivono i loro rampolli nelle scuole americane o tedesche, con i prati ben rasati e lo stemma dell’istituto ricamato sulle giacche blu. Si tengono lontani dalla scuola pubblica perché, in qualche modo, rappresenta e rispecchia il paese: è un qui e ora che li spaventa e al quale sperano di contrapporre un altrove privilegiato, dove non può e non deve entrare alcun disordine, alcun malessere. Il ricco nostrano considera decisive le relazioni che si stringono in una scuola che costa soldoni, perché è convinto che più della conoscenza contano le conoscenze. Passare cinque anni in classe con piccoli benestanti aiuterà suo figlio, più avanti si ritroverà nell’agenda una serie di numeri assai utili per sistemarsi al meglio su qualche panfilo vacanziero o in qualche banca londinese.
Isolare per anni il ragazzino in casa, faccia a faccia con un esigentissimo insegnante personale, sarebbe un errore madornale. Al somarello serve ben altro, serve un clan di prima classe che lo sostenga nella fortuna. Imparerà un po’ di inglese, farà sport insieme agli altri, frequenterà le giuste festicciole e stabilirà proficue complicità. L’importante è evitare la scuola pubblica, dove s’agita la vita vera, dove ci sono anche miserie, extracomunitari, tensioni, difficoltà, dove si studia per capire se stessi e il mondo. Né a casa da solo, né con tutti gli altri: meglio stare con pochi danarosi, pagare oggi una retta salata per ottenere domani una vita dolciastra.

Da settembre scuola e lavoro più vicini – Manuela Ghizzoni

Fare e imparare o imparare facendo. E’ il senso della norma già approvata nel decreto Carrozza (ar. 8 bis) nell’ottobre 2013 e diventata operativa con l’approvazione del recente decreto interministeriale per essere introdotta nel nuovo anno scolastico. Come spiega l’articolo in calce tratto dal Sole 24 Ore, le aziende potranno assumere con un contratto di apprendistato studenti dell’ultimo biennio delle superiori, un’età in cui l’obiettivo lavoro è già presente nei progetti dei ragazzi. E’ un’ iterazione scuola – lavoro che dà una svolta al percorso formativo orientandolo all’ esperienza aziendale, ma cambia anche il concetto di “apprendistato”: non più un metodo per ridurre i costi del lavoro, ma un reale investimento per l’azienda sulla “costruzione” di risorse di qualità. Comincerà l’Enel, già in parte ispiratrice del progetto, che assumerà 15 studenti apprendisti. L’unico neo della proposta è che non sono previste risorse aggiuntive per le scuole e in particolare per i docenti (a questo proposito il governo approvò un mio OdG), che dovranno impegnarsi in attività di programmazione e tutoraggio. Così come le aziende dovranno sviluppare professionalità specifiche capaci di accompagnare gli studenti. Non c’è dubbio, però, che per scuola e mondo del lavoro si apre una nuova opportunità di avvicinamento.

Il Sole 24 Ore 14.08.14
APPRENDISTATO, A SETTEMBRE I PRIMI STUDENTI IN AZIENDA
di Claudio Tucci

A settembre arriveranno i primi studenti-apprendisti. La novità, assoluta in Italia, potrà riguardare i ragazzi, anche minorenni, degli ultimi due anni delle scuole superiori (principalmente istituti tecnici e professionali). L’azienda interessata a far fare un’esperienza di lavoro ai giovani dovrà firmare un accordo con i ministeri dell’Istruzione e del Lavoro e, successivamente, una convenzione con l’istituto scolastico interessato.
Toccherà alla scuola informare famiglie e studenti della nuova opportunità. Si dovrà anche aggiornare il Pof (piano dell’offerta formativa), per non lasciare zone d’ombra sui passaggi che apriranno le porte di un’impresa all’alunno (ma la possibilità può interessare anche un’intera classe). Ogni studente-apprendista dovrà essere accompagnato da un «piano formativo personalizzato», che indica il percorso di studio e di lavoro, e da un sistema tutoriale che vede congiuntamente impegnati il tutor aziendale, designato dall’impresa, e il tutor scolastico, individuato tra gli insegnanti del consiglio di classe in possesso di competenze adeguate. Per agevolare il loro compito, sono previste specifiche attività formative, anche congiunte, a carico dell’impresa.
Notevoli gli spazi di flessibilità a disposizione delle scuole: per l’interazione tra apprendimento in aula ed esperienza «on the job» potranno utilizzare fino al 35% dell’orario annuale delle lezioni. Per rendere un’idea: per gli istituti tecnici e professionali si tratta di un massimo di 369 ore su 1.056, ovvero di margini di autonomia nettamente superiori rispetto a quelli di cui le scuole dispongono solitamente per organizzare la propria offerta formativa “libera”. La prima grande azienda che partirà con questa sperimentazione, prevista dal decreto Carrozza e portata avanti dal sottosegretario, Gabriele Toccafondi, è Enel: ha previsto di assumere circa 15o studenti-apprendisti provenienti da istituti tecnici sparsi in tutt’Italia.
Ma le novità sul fronte scuola-lavoro non finiscono qui. Per l’autunno è prevista l’emanazione del Dpr che fissa i “diritti e doveri” degli studenti impegnati nei percorsi di alternanza scuola-lavoro disciplinati dal Dlgs 77/2005. Qui non si firmerà alcun contratto di lavoro. Ma si consentirà ai ragazzi, a partire dai 15 anni, e anche dei licei, di fare un’esperienza in azienda di almeno 15 giorni. Gli alunni hanno diritto a essere seguiti da un tutor aziendale (che può essere lo stesso imprenditore) e a essere ospitati in ambienti di apprendimento in regola con le norme sulla sicurezza. All’opposto, tra i doveri che i ragazzi dovranno rispettare, c’è quello della massima cura delle attrezzature messe loro a disposizione. Il Miur punta molto su un decollo vero dell’alternanza (sul modello duale tedesco).
Tra le altre misure ancora allo studio c’è anche una modifica alla terza prova dell’esame di Stato (il cosiddetto “quizzone”), per valorizzare l’esperienza trascorsa in azienda.

Eccidio Carpi, Ghizzoni “La memoria tiene vive le radici della democrazia” – comunicato stampa 14.08.14

Sabato 16 agosto, a Carpi, si commemora il 70esimo anniversario dell’eccidio di Piazza Martiri, dove, nel 1944, i nazifascisti uccisero ben 16 persone. “E’ una vicenda che va raccontata ai ragazzi – commenta la parlamentare carpigiana Pd Manuela Ghizzoni – perché la memoria ha questo grande compito, tenere vive le radici della democrazia”. Ecco la sua dichiarazione:

«Sento la forza e la responsabilità che questo anniversario ci trasmette. La forza della solidarietà e della fratellanza nate dagli eccidi che hanno martoriato questa terra. La responsabilità che i morti per la libertà hanno lasciato a tutte le generazioni a venire e che è nostro dovere trasmettere alle prossime generazioni. La storia delle 16 vittime rastrellate fra la popolazione per rappresaglia e fucilate sulla piazza di Carpi deve essere raccontata ai ragazzi, perché la democrazia è una pianta dalle radici profonde che va curata ogni giorno, contro i pericoli dello scetticismo, del conformismo, del disincanto. La memoria ha questo grande compito, tenere vive le radici delle democrazia. Ed è soprattutto la scuola il luogo dove la memoria diventa pianta viva e crea frutti di coscienza critica, di maturità, di consapevolezza. A questo proposito, a Carpi, il campo di Fossoli è un segno doloroso e tangibile del valore della memoria, un patrimonio morale e culturale che ci stiamo impegnando a far riconoscere come monumento nazionale».