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"Una via di uscita dalla brutalità" di Tahar Ben Jelloun

A SCUOLA impariamo la storia, ma non ci insegnano come leggerla. L’attuale guerra tra Israele e Gaza non solo è letta male, ma si sta ingolfando in una spirale senza uscita. Una semplice constatazione: non è mai accaduto che un territorio occupato o un popolo colonizzato siano rimasti tali in eterno. Presto o tardi i valori di libertà, giustizia e dignità prendono il sopravvento su qualunque brutalità, per potenti che siano le armi in campo. C’è stato un tempo in cui nessuno avrebbe osato immaginare un’Algeria indipendente, o un Sudafrica liberato dall’apartheid. Eppure la storia è stata più forte dell’irrazionalità e delle pretese degli uomini.
Una maggioranza di israeliani è convinta di arrivare alla pace con la forza. Ma chi anche in tempi “normali” esercita un dominio infliggendo vessazioni non può che esacerbare gli animi. In nome di un impegno sia religioso, sia nazionalista, i popoli palestinesi lottano affinché la storia renda loro giustizia. Si possono discutere i loro metodi, ma non rimproverarli perché lottano contro un’occupazione inasprita da un embargo disumano. Certo, Hamas non rappresenta tutti i palestinesi, ma se esiste è per volontà di un elettorato convinto che l’occupante non desideri la pace, e non voglia la coesistenza di due Stati.
L’Autorità palestinese ha fatto tante concessioni da ritrovarsi oggi priva di mezzi per riprendere, quanto meno, i negoziati. Israele ha il diritto di esistere e vivere in pace; ma coi suoi comportamenti ha dimostrato che il suo desiderio di pace è un’illusione; e non fa nulla per promuovere un dialogo sincero, per dare consistenza a quel miraggio. Esiste una base giuridica: la risoluzione 242 delle Nazioni Unite, legittima per tutti gli Stati, ad eccezione di Israele. Da decenni, i governi israeliani hanno sempre posto due condizioni per la definizione dello status dei territori occupati. La prima è il riconoscimento dello Stato di Israele da parte di arabi e palestinesi: una condizione ormai soddisfatta dai trattati
con Egitto, Giordania e Autorità palestinese. Il suo diritto a esistere non è più in discussione. A Israele si chiede solo di riconoscere lo stesso diritto ai palestinesi. Seconda condizione: confini sicuri e riconosciuti e cessazione di ostilità. Di fatto però Israele non ha mai smesso di colonizzare i territori occupati, impedendo qualunque accordo per la coesistenza di due Stati. A Mahmud Abbas — come già a Yasser Arafat — ha rifiutato ogni concessione. Ha costruito un muro che non ha risolto nulla.
Tutto ciò spiega il successo elettorale di Hamas nella Striscia di Gaza. Proprio sull’assenza di risultati tangibili nel processo di pace Hamas ha fatto leva per riprendere l’azione armata, con i suoi attentati e attacchi inefficaci. L’intransigenza dello Stato ebraico è direttamente responsabile del potere di Hamas e del sostegno di cui gode tra la popolazione palestinese, soffocata da un embargo economico, sanitario e umano che gli osservatori del mondo — compresi i media americani — considerano inaccettabile. Israele ha in dispregio le numerose risoluzioni dell’Onu, e non c’è Stato né potenza che sia in grado di esercitare pressioni sul suo governo. Così stanno le cose. Ma chiunque si esprima criticamente su questa politica è tacciato di antisemitismo.
Alcuni intellettuali si stanno impegnando in un’operazione volta ad assimilare l’antisionismo all’antisemitismo, in una sorta di terrorismo intellettuale: è la sconfitta del pensiero, la rinuncia all’obiettività. Sono contrario alla politica coloniale di Israele, ma non per questo sono antisemita. E mi ritengo diffamato e insultato da chiunque sostenga il contrario. In Palestina, il mio paese il poeta Mahmud Darwish scrive: «L’israeliano detta al palestinese la lingua e le intenzioni che dovrebbero essere le sue. L’alibi degli israeliani — la necessità di lottare per la propria sopravvivenza — esige che l’altro sia sempre e immancabilmente un selvaggio, il cui “antisemitismo” giustificherebbe l’occupazione, così come tutte le occupazioni a venire, destinate a consolidare quelle precedenti» (Editions de Minuit, 1988). È la débâcle del pensiero, soppiantato da un discorso passionale, colpevolizzante, manicheo.
Le immagini delle centinaia di bambini uccisi dalle bombe israeliane hanno fatto il giro del mondo, e Israele non potrà mai scrollarsi di dosso questo crimine contro l’umanità. Conosciamo la litania dei dirigenti: la responsabilità dei morti ricadrebbe su Hamas, che usa i civili come scudi mentre lancia razzi su Israele. Abbiamo appreso da un dirigente della polizia israeliana che il rapimento e l’assassinio dei tre adolescenti non è stato commesso da Hamas, ma da un gruppo estraneo al movimento. Hamas avrebbe dovuto associarsi a Mahmud Abbas nella condanna di un crimine così orrendo. Ha sbagliato. Ma quest’errore politico può giustificare ciò che Tsahal, l’esercito israeliano, sta facendo, fino a raggiungere, il 27 luglio scorso, la cifra fatidica di 1000 morti?
È normale che un cittadino francese di confessione ebraica si senta solidale con Israele; non potrei fargliene una colpa. Ma perché non ammettere che gli arabi di Francia esprimano solidarietà con un popolo colpito da bombardamenti sanguinosi? Con buona pace di Manuel Valls, questa politica di due pesi e due misure è purtroppo una realtà: e se fossi al suo posto tenderei l’orecchio per ascoltare ciò che i popoli del Maghreb dicono oggi della Francia. Politica miope, priva di una visione. Tutto ciò è sconfortante.
In un’intervista al Nouvel Observateur lo storico israeliano Zeev Sternhell ha detto che «la destra israeliana è portatrice di un disastro senza nome, che si sta abbattendo su di noi. (…) Vuole conquistare la Cisgiordania, non lo dice ma punta all’annessione. Vuole che siano gli stessi palestinesi ad accettare la propria inferiorità davanti alla potenza israeliana». La speranza — per quanto tenue — di uscire da quest’inferno verrà dall’interno di Israele, dalla sua società civile, lucida e coraggiosa. ( Traduzione di Elisabetta Horvat)

da La Repubblica

"C’è dietro la mano dell’uomo", di Mario Tozzi

Colpa di una balla di paglia?
Se fosse stata sul serio colpa solo di una balla di paglia, che ha fatto da tappo al torrente Lierza, la cosiddetta bomba d’acqua che si è abbattuta sulla festa degli Omeni al Mulino di Croda sarebbe stata comunque interamente causata dagli uomini. Uomini che, certamente in buona fede, ignorano le leggi della dinamica fluviale e che non volevano davvero provocare vittime e danni. Ma, purtroppo e ancora una volta, le cose potrebbero essere andate in modo diverso e quella balla di paglia, ammesso che abbia contribuito, al massimo è stata una delle concause minori in un territorio che dire strapazzato dalle costruzioni, dagli sbancamenti e dagli stravolgimenti è dire poco.
E certo c’entra molto poco con la scarsa memoria degli abitanti del luogo, già dimentichi dell’alluvione del febbraio scorso (mica di un secolo fa) che aveva messo in pericolo uomini e cose. E ancora meno c’entra con la scarsa propensione che abbiamo, soprattutto nel nostro Paese, a comprendere il cambiamento climatico che è drammaticamente in atto e che ha mutato in profondità la dinamica delle alluvioni.
Un tempo, nella Pianura Padana, si aspettava con apprensione, ma anche con una certa consuetudine, la piena del Po e si sapeva giorni prima che a Pontelagoscuro sarebbero arrivati magari anche 15.000 m3 al secondo (su una portata media di 2000). Eccezionalmente arrivava un’alluvione come quella del 1951 o del 1966, ma il fiume era considerato un organismo vivo, che si gonfia quando piove e evacua lentamente la piena. Oggi le grandi alluvioni del Polesine sembrano essere meno frequenti dopo le ultime crisi della fine degli Anni 90 e dell’inizio del 2000. Ma il pericolo si è solo trasferito ai corsi d’acqua minori, spesso ancora incassati in pareti rocciose alte e dunque pronti a trasformarsi in micidiali cannoni (effetto Vajont in piccola scala, hanno detto, non a caso, gli scampati). Che sparano in pochi secondi quantità di acqua che una volta potevamo considerare straordinarie e che, invece, oggi, sono diventate la norma. In pochi minuti la stessa acqua che cadeva magari in un mese o due. Ancora di più quest’estate, considerando che il mese di luglio è stato più piovoso del solito: addirittura +73% rispetto alle medie del periodo di riferimento nazionale 1971-2000, con oltre il 50% in più nell’Italia centro-settentrionale (dati Cnr-Isac).
Il surriscaldamento atmosferico globale incrementa il numero, la frequenza e la violenza dei fenomeni meteorologici estremi. E i corsi d’acqua non riescono ad evacuare in tempo quelle quantità. Ma il problema, al solito, è attorno: l’azione dell’uomo sui territori per insediarsi e renderli più produttivi è oggi più devastante di ieri, mentre cemento e asfalto rendono tutto più impermeabile. Nel caso in questione, ci si potrebbe domandare come sia stato possibile che una balla di paglia abbia fatto esondare anche gli altri corsi d’acqua nelle vicinanze. E come è possibile che, la stessa balla di paglia, abbia innescato una decina di fenomeni franosi e vari smottamenti. E domandarsi infine se, per caso, non c’entrino qualcosa, per esempio, gli sbancamenti effettuati in zona per incrementare i vigneti per la produzione del Prosecco. Movimenti di terra di qualsiasi natura e per qualsiasi scopo in aree pericolose dovrebbero essere sempre vietati, se non effettuati sotto rigido controllo e monitoraggio (e solo se indispensabili). Perché contro queste nuove alluvioni istantanee (flash flood) non c’è barriera che tenga e, soprattutto, non c’è tempo per fuggire. E se si vuole convivere ancora con i fiumi, anche i più piccoli, sarà bene lasciarli più in pace possibile e restituire loro il territorio che si è sottratto. Altrimenti converrà sempre dare la colpa a una balla di paglia e ai soliti rami e detriti che, seppure presenti e seppure da sgomberare, con questo tipo di precipitazioni, sono davvero la causa minore dei disastri.

da La Stampa

"Non è ancora un Paese per ricercatori", di Dario Braga

Chi è avvezzo alle scienze sperimentali sa che ogni teoria deve essere sottoposta al vaglio della sperimentazione per verificarne esattezza e robustezza. Questo vale anche per la teoria del temporary job universitario che sorregge le scelte della legge 240/2010 (Gelmini). A quasi quattro anni di distanza dall’entrata in vigore, è quindi possibile valutare in modo oggettivo i risultati del modello basato sul reclutamento universitario su tre passaggi a tempo determinato, l’ultimo dei quali in tenure track per poter accedere stabilmente alla carriera universitaria.
Materia complessa, persino da raccontare: dopo il dottorato si inizia con assegni di ricerca per un massimo 4 anni, si prosegue come ricercatore a tempo determinato di tipo A («RtdA») con contratto di 3 anni rinnovabile fino a un massimo di 5 e si continua per altri 3 anni come ricercatore di tipo B («RtdB») con la previsione, in presenza di abilitazione nazionale, del passaggio finale a professore associato.
Per buona sostanza, un modello di selezione progressiva, basato su reiterati concorsi, con “uscite laterali” in corrispondenza di ciascun passaggio. Il percorso dura al massimo 12 anni dal momento della conclusione del dottorato di ricerca. Età nominale a fine percorso: circa 38 anni. Ragionevole per diventare professori associati. In paesi normali, non in Italia.
Un primo serio scollamento prassi-teoria riguarda gli assegnisti ed è stato determinato dalla necessità – non prevista dalla legge 240, ma inevitabile nel mondo reale – di azzerare l'”orologio del precariato” al momento dell’entrata in vigore della legge per non “buttare fuori” di colpo assegnisti pre-Gelmini. Quindi oggi tanti assegnisti di ricerca a fine quadriennio non hanno 30 anni, ma ne hanno spesso 35 o più, e spesso sono ricercatori con solida reputazione internazionale e talvolta hanno già conseguito l’abilitazione scientifica nazionale.
Per i contratti triennale di ricercatore a tempo determinato RtdA, altri imprevisti. Forse per limitarne il numero e spingere a una programmazione degli accessi, agli RtdA assunti sui bilanci degli atenei è stata attribuita una quota di “punti organico” Miur usati per la programmazione creando immediatamente una differenza, foriera di contenziosi, tra RtdA finanziati dagli atenei e tutti gli altri assunti con altri finanziamenti competitivi anche internazionali o da contratti di ricerca con imprese ecc.. In alcuni casi, poi, Rtd sono anche stati utilizzati come docenti di riferimento per attivare corsi di studio, creando un’ulteriore discriminazione potenziale.
Anche per gli RtdA della prima ora si sta presentando il problema della proroga oppure dell’uscita inevitabile dal sistema universitario, con età spesso vicina ai 40; solo per pochi sarà possibile proseguire come RtdB entrando in tenure track.
La teoria del temporary job alla base della legge 240 ha fallito per due motivi:
– perché non ha considerato migliaia di assegnisti già operanti nei dipartimenti al momento dell’entrata in vigore;
– perché non ha previsto misure parallele per incentivare l’assunzione di ricercatori da parte delle imprese e del sistema pubblico non accademico.
È sbagliato impostare il reclutamento su un paradigma di “filtri successivi” in assenza di un mercato del lavoro alternativo che dia valore alle competenze che si rendono disponibili per chi non prosegue. Per questo servono manovre concrete che incentivino la mobilità tra atenei e tra atenei e imprese. La liberalizzazione del JobsAct potrebbe servire anche al sistema pubblico.
Per la legge 240, qualche utile correzione può essere apportata anche subito. Serve semplificazione. Alla prova dei fatti due figure diverse di Rtd (A e B) sono davvero troppe. Teniamo il Rtd come canale di accesso (tenure track), semmai portandolo a 5 anni, e rinunciamo al Rtda (che, de minimis, andrebbe comunque svincolato dai punti organico). Allarghiamo per converso la possibilità di utilizzare gli assegni di ricerca in modo più efficiente e flessibile rimuovendo il limite dei quattro anni ma, introducendo, al contempo, un gradino salariale che garantisca dopo il quarto anno incrementi salariali consistenti e compensativi.
Se poi proprio volessimo “cambiare verso” dovremmo superare la logica di gestire il personale mediante “punti organico” lasciando agli atenei la libertà di lavorare sui loro bilanci in funzione delle risorse reali e non sulla base di programmazioni virtuali.

da Il sole 24 Ore

"La squadra di Renzi nel Vietnam dei superburocrati", di Antonella Baccarouo

La battaglia su «quota 96», la norma su 4 mila docenti contenuta nel decreto sulla pubblica amministrazione, ora all’esame del Senato dopo l’approvazione alla Camera, segna il punto di massima esplosione dei rapporti tra strutture tecniche dello Stato. Schematicamente, da una parte c’è Palazzo Chigi, dall’altra la Ragioneria, in mezzo il Parlamento. Ma altri soggetti invadono la scena, come il commissario alla spending review , Carlo Cottarelli, e la nuova squadra tecnico-economica di Renzi, che sta per essere istituzionalizzata.
A fare da detonatore, uno dei provvedimenti più esplosivi dell’attuale esecutivo: il decreto pubblica amministrazione. Tanto per citare due delle norme che fanno fibrillare la burocrazia, l’articolo 6 prevede che le p.a. non possano conferire incarichi dirigenziali o direttivi a dipendenti pubblici e privati a riposo, se non gratis e per un solo anno. Una norma che spazza via i tanti superpensionati richiamati in ruoli apicali dei ministeri. L’articolo 8 invece rende più stringente la disciplina sull’obbligo di collocare «fuori ruolo», e non più in semplice aspettativa, i magistrati e gli avvocati e procuratori dello Stato che intendano assumere incarichi pubblici. Norma letale per i tanti consiglieri e avvocati di Stato e magistrati che da lungo tempo guidano le strutture tecniche ministeriali.
Basterebbe questo per comprendere perché la tentazione di allungare i tempi del passaggio del decreto in Parlamento, fino a provocarne la decadenza (il termine è il 23 agosto), sia forte. Renzi lo sa. Ma non basta: la sua debolezza sta nella struttura tecnica che dovrebbe fronteggiare tali resistenze. Cominciando dal principio: la matrice dei provvedimenti governativi è alle cure di Antonella Manzione, capo dipartimento affari giuridici legislativi della presidenza del Consiglio, che s’interfaccia con gli omologhi di tutti i ministeri. Manzione, comandante dei vigili urbani di Firenze e poi direttore generale del Comune, sconta un deficit di esperienza. I suoi interlocutori, che invece sono di lungo corso, ne lamentano il piglio decisionista: «L’ha detto il presidente», sarebbe il refrain . Fatto sta che dalla presentazione delle slides a quella del provvedimento i tempi sono diventati biblici. Il disegno di legge delega della p.a., ad esempio, approvato da tre settimane, non è mai arrivato in Parlamento.
Il secondo punto debole di Renzi è l’interlocuzione con Parlamento e ministeri. Sul decreto p.a. il corto circuito è stato evidente: la tutela dei «quota 96», come ha spiegato Madia, era un punto fermo per il governo. L’opposizione espressa dalla Ragioneria ma anche dai tecnici del Bilancio della Camera, ha messo il ministero dell’Economia contro quello della Funzione pubblica. In mezzo si è infilato Francesco Boccia, presidente della commissione Finanze alla Camera, che con un blitz ha fatto prevalere Madia. Perché i due ministeri non si sono parlati? Dicono che in Parlamento il capo di gabinetto del Tesoro, Roberto Garofoli, si faccia vedere poco. A differenza del predecessore, Vincenzo Fortunato, che presidiava i lavori parlamentari, evitando incidenti di questo tipo.
Del resto all’interno del Mef la situazione è complessa. La potente struttura della Ragioneria, che a maggio 2013 ha registrato l’arrivo al vertice di Daniele Franco, da Bankitalia (da dove veniva l’allora ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni), è rimasta intatta e talvolta pare procedere per la sua strada, animata da propositi (e iniziative) che lo stesso Ragioniere generale, che ha un’ottima interlocuzione con Renzi e Padoan, talvolta stenta a frenare. Da qui sono partite le bordate al decreto p.a. che hanno trovato un alleato occasionale in Cottarelli, apparentemente irritato per essere stato chiamato a coprire spese fuori programma. «Cottarelli ce l’aveva con il Parlamento non con il governo» ha cercato di mediare Padoan. Ma ormai il danno era fatto e le voci di dimissioni del commissario, in rotta con Renzi, restano non smentite.
Boccia, paladino di «quota 96», lascia intendere che è insolita tanta resistenza a spese che non superano i 100 milioni l’anno. Insomma sull’emendamento si stanno regolando una serie di conti aperti. Nel mirino c’è un premier che ha sfidato i burocrati, non esitando a richiamarli a un ruolo subalterno alla politica. Per questo non poteva che aggiungere benzina sul fuoco l’imminente creazione del gabinetto economico del presidente, «accanto» al Mef. Il think tank sta già lavorando: alla spending review (di qui l’irritazione di Cottarelli), alla manovra, al bonus. Ma tale struttura difficilmente potrà orientare una macchina dello Stato tanto riluttante. Se così è, anche la più bella delle idee è destinata a restare sulla carta. Così come già è per l’attuazione delle norme approvate, che stenta a decollare per il ritardo sui decreti attuativi nei ministeri, nonostante la task force guidata da Maria Elena Boschi.

da Il Corriere della Sera

"Il Mibac ora ha una visione", di Andrea Carandini

Le proposte di Franceschini individuano sei linee di tendenza che disegnano una strategia da verificare sul campo, evitando sia i catastrofismi che gli eccessivi entusiasmi

Il ministro Franceschini propone di riformare il ministero: 46 pagine che vanno conosciute prima che appoggiarle, integrarle o demolirle. Il ministro deve aver cura del “mezzo” – il ministero – per attuare il “fine” – la promozione della cultura. Deve guardare strabicamente nelle due direzioni, difendendo prima di tutto l’interesse generale rispetto a quello pur lecito degli addetti. Sono fiorite fin’ora poche idee e tanti pregiudizi, tra chi da una parte vuole lasciare tutto come è stato e chi – ravvisando nelle soprintendenze addirittura un “nemico” al quale spuntare le armi – vorrebbe sottrarre alla tutela la “lontananza” che la fa vivere, pericolosamente avvicinandola alle amministrazioni locali, che non hanno dato purtroppo buona prova: nessun piano paesaggistico regionale approvato e territori divorati da cemento, incuria, boscaglia. Stare tra l’incudine e il martello è posizione scomoda, da sopportare.
Oltre al ripristino del Consiglio superiore e dei Comitati tecnico-scientifici, cade l’occhio su alcune direzioni generali: per l’«Archeologia», le «Belle Arti e il Paesaggio», i «Musei e i luoghi culturali statali», il «Turismo» e l’«Educazione e la Ricerca». E cade anche su alcuni istituti centrali nuovi, dotati di speciale autonomia: l’area archeologica di Roma, Pompei con Ercolano e Stabia e 19 altri grandi musei e siti. Tali istituti possono esser diretti anche da «persone di comprovata qualità professionale». Si hanno infine i Segretariati regionali, due tipi di Soprintendenze, i Poli museali regionali, i Musei e le Commissioni regionali.
Risultano sei linee principali di tendenza. La prima riguarda una ricomposizione parziale dei tre tipi di soprintendenze («Archeologia», «Gallerie» e «Monumenti/Paesaggio»), un tempo unificate soltanto al vertice. Permane la divisione cronologico/metodologica tra l’«Archeologia» e il resto. Vengono invece unificate nelle «Belle arti e il Paesaggio» le soprintendenze già alle «Gallerie» e quelle ai «Monumenti/Paesaggio». Le divisioni amministrative non sono leggi di natura e possono essere modificate, ma alla condizione che nessuna competenza possa sopraffare l’altra (il fondato timore è che gli architetti finiscano per dominare gli storici dell’arte, il che non deve accadere). È possibile che si arrivi un giorno addirittura alla soprintendenza “unica”, con dentro anche la competenza archeologica. Infatti il metodo stratigrafico è essenziale negli scavi ma anche nelle analisi dei monumenti; la conoscenza dell’architettura serve e manca all’archeologo; le opere nei musei si trovavano nei monumenti e gli apparati decorativi fissi ai monumenti aderiscono ancora; l’arte antica è legata a quelle delle età successive… Salvaguardare le competenze combinandole in un lavoro collegiale a livello regionale, al servizio del patrimonio e del paesaggio olisticamente intesi è forse un’assurdità culturale?
La seconda linea di tendenza sta in una distinzione tra la funzione della tutela (propria delle soprintendenze) e quella della valorizzazione (propria dei musei e dei luoghi culturali), al fine di meglio attuarle più a fondo entrambe; infatti è diffusa una idiosincrasia circa il “dare valore”, che sa di stantio. Per orientarsi sulla questione, basta l’articolo 9 della Costituzione, il cui primo comma riguarda la «promozione della cultura» e il secondo, la «tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico». Al primo posto sta dunque la promozione culturale, equivalente alla valorizzazione, che è il fine supremo perché riguarda gli umani, mentre al secondo posto è la tutela, che è il mezzo essenziale alla promozione, riguardante il paesaggio, i monumenti e le opere (se l’opera si perde cade anche la relazione con le persone). L’unità fra i due commi sta nel fatto che la cultura deve promuovere un rapporto creativo, formativo e di godimento tra le persone e le cose speciali, del passato e attuali.
Questo legittima, anche in linea di principio, la distinzione tra le funzioni di valorizzazione e di tutela, purché entrambe rivolte a una stessa missione culturale. Essenziale alla promozione è il ricollegare le opere nei musei ai loro contesti di provenienza, il che si ottiene, non automaticamente grazie a un unico responsabile – sopraffatto magari dalla tutela e con poca inclinazione per la promozione –, ma tramite un dedicarsi competente alla promozione stessa da parte di un responsabile, che ami i visitatori e non li consideri un fastidio. Rimandare alle appartenenze architettoniche è il modo migliore perché i visitatori tornino al territorio per riscoprirle. In questa prospettiva 21 musei e monumenti di massima importanza divengono Istituti centrali autonomi.
Si può discutere sulla singole scelte, ma l’idea di far spiccare una corona di eccellenze da gestire con grande competenza e altrettanta efficacia può avere un senso, purché non si rompa la solidarietà, anche economica, che musei e siti privilegiati devono nutrire nei riguardi della rete meno fortunata, altrimenti il tutto si divide tra poche brioches e molte briciole; e purché si faccia ancor meglio sistema, anche per alleggerire i grandi luoghi dai troppi turisti, catturandoli appunto nella rete. Qui dei miglioramenti sono auspicabili.
La quarta linea di tendenza riguarda l’educazione e la ricerca, che vanno ricomposte con la tutela e la valorizzazione. Ho lanciato anni fa l’idea dei “policlinici” per i beni culturali. Se questo fosse l’esito della riforma, si avrebbe per la prima volta una collaborazione organica fra i due ministeri competenti (anche a livello di banche dati); si andrebbe verso una professionalizzazione delle competenze (disastrosa sarebbe una impostazione ideologica). Avendo formato generazioni di archeologi sul campo, so di cosa parlo. La formazione deve riguardare finalmente sia la competenza “verticale” cioè specialistico/amministrativa, sia quella “orizzontale”, cioè organizzativo/gestionale. Esiste infatti una seconda idiosincrasia, quella contro i manager: eppure ogni Giorgio Strehler ha bisogno del suo Paolo Grassi (esterno o interno a se stesso).
La quinta linea di tendenza sta nell’eliminare la doppia gerarchia che ha inceppato il ministero, quando alle Direzioni generali si sono affiancate, alla pari, le Direzioni regionali, che hanno tolto forza alle soprintendenze. Le Direzioni regionali vengono ora sostituite dalle Segreterie regionali, aventi compiti di raccordo con le Regioni e funzioni di stazione appaltante, e così le Soprintendenze riacquistano autorità. La decisione creerà non pochi problemi, da risolvere con molta attenzione. La sesta linea di tendenza riguarda le funzioni delle Commissioni regionali, organi interni al ministero e pertanto competenti, cui sono affidati tra l’altro i ricorsi. I Comuni si arrabbiano sovente con le soprintendenze per pareri giudicati carabiniereschi, arbitrariamente soggettivi. I pareri dovrebbero essere invece trasparenti e ben motivati in base a linee guida. Il ricorso interno è già esistito: veniva giudicato dalla Direzione generale competente e dai Comitati tecnico-scientifici. Poi è stato abolito, per cui è giusto restituirlo. Dubito però che le Commissioni regionali, benché competenti, siano la sede adatta per tali riesami: serve invece un livello superiore e centrale rispetto a quello che ha emesso la sentenza prima (come che sia, la scelta proposta rafforza e non indebolisce i soprintendenti).
La riforma Franceschini risponde per la prima volta a una visione – ciò va riconosciuto –, per cui merita un sì, ma a una condizione. Che il tutto venga sperimentato entro un certo tempo, onde poter apportare le necessarie modifiche, emerse nel fare concreto più che nell’astratto disputare. Ascoltare tutti si deve, apportare miglioramenti fino all’ultimo è consigliabile, ma poi la politica deve decidere, altrimenti rinuncia al compito di servire, non corpi ed élites, ma l’interesse di tutti in una società che non è più quella di Bottai. La verità riguardo all’interesse generale nessuno l’ha in tasca tutta, per cui invece di indignarsi sarebbe meglio dialogare e invece di pretendere bisognerebbe convincere. Spetta alla politica proporre un primo lembo di verità da cui partire, per arrivare, tra tentativi ed errori, alla soluzione la meno imperfetta possibile (cattive nozze però coi fichi secchi).

da Il Sole 24 Ore

"La guerra invincibile", di Adriano Sofri

SE LA notizia arrivata alla fine di uno shabbath trepidante non fosse travolta subito, com’è successo finora a ogni annuncio di tregua, non ci sarebbe che ringraziarne il cielo.
CIASCUNO il proprio. Niente è più urgente che interrompere e smettere un massacro insensato, che del resto ha già ottenuto di battere il record di morti ammazzati delle biennali guerre di Gaza, e la spirale di reciproco odio. Le “guerre” — nome usurpato, se non fosse che bisogna almeno esigere che sia rispettato il diritto di guerra — divampano all’improvviso. Ai morti ammazzati e ai feriti le tregue stentate mettono una pausa, all’odio che ogni volta si esacerba occorre un tempo lentissimo, ammesso che il tempo lo lenisca e non lo fissi.
Netanyahu farà forse la sola cosa che possa ridurgli i danni, nel vicolo cieco in cui si è voluto e si è fatto cacciare. Quella di Gaza non è una “guerra” in cui si possa vincere. Ogni giorno che passa si perde la faccia agli occhi del mondo. Si logora oltre ogni precedente il rapporto con l’alleato americano. Si regala fiato a rivali interni che giocano a un rincaro provocatorio. Si moltiplica il rischio, tremendo per Israele, di vedere qualcuno dei propri militari o dei propri cittadini sequestrato da Hamas o dalle bande concorrenti. L’unico terreno sul quale si vince di gran lunga è il totale delle vittime palestinesi: la più ingannevole delle vittorie, oltre che la più vergognosa. E non la si può rivendicare, al contrario bisogna presentarla come il risultato non voluto di trappole nemiche o errori propri o incidenti del mestiere, benché a volte sia difficile negarne la consapevolezza, se non l’intenzione: come nell’attacco all’ospedale al-Wafa, o alla scuola dell’Unrwa, denunciato con veemenza dal direttore dell’agenzia dell’Onu. «Avevamo comunicato 17 volte le coordinate della nostra posizione».
Se avesse accettato il negoziato, in Egitto o altrove, Netanyahu avrebbe in questo momento ammesso quello che è sotto gli occhi: di aver perduto politicamente una partita che non può avere una vittoria militare, e che gli sta scavando il terreno sotto i piedi. Probabilmente presa, benché non dichiarata, la decisione del ritiro unilaterale, che pochi fautori del cessate-il-fuoco avrebbero osato sperare (e pochi fautori dell’oltranza temere), una volta perseguita apparirà come la più conveniente a limitare i danni della conduzione di Netanyahu. Il quale aveva un argomento da esibire: i tunnel.
È un argomento che ha preso via via più importanza presso gli israeliani, confortati dal successo della protezione tecnologica, l’Iron Dome, contro il lancio di razzi, che peraltro devono scarseggiare ormai. Il ricorso di Hamas ai tunnel era antico e noto, per contrabbandare armi e mercanzie dalla frontiera egiziana o per procurarsi rifugi e depositi. Erano noti anche i tunnel “offensivi”, scavati per sbucare in territorio israeliano e colpire o, peggio, rapire. Per gli abitanti israeliani lungo la frontiera erano da tempo un incubo: sentivano scavarsi sotto le case, raccontano, e chiamavano i militari, che non sapevano attribuire i rumori se non alle tubature. I tunnel hanno soppiantato per intero il lancio di razzi nell’immaginazione e nella propaganda israeliana, e hanno davvero segnato alcuni successi micidiali delle incursioni dei miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam. Inaugurando una decisione “unilaterale”, Netanyahu può sostenere che nessuno avrebbe potuto forzare Israele alla ritirata, e che Israele non ha le mani legate da alcuna condizione di tregua o di trattativa; e vantare la distruzione della rete dei tunnel. La quale, a quanto pare, è tutt’altro che completata, e del resto chi ha scavato saprà ricominciare a scavare.
Le cosiddette guerre di Gaza finora a niente sono servite, se non a lutti rabbia e odio; hanno finito, sinora, col far ritornare ogni volta le cose al punto di partenza, e con l’eludere la questione cruciale dello stato palestinese. Che cosa si può sperare? La prima speranza, minima e decisiva, è che il ritiro avvenga, e che nessuna mossa, da qualunque parte, basti a farlo rinnegare e a riscatenare il terrore. La seconda speranza è che qualcuno abbia voglia di mettere a frutto la lezione e di ribellarsi alla coazione a ripetere. Hamas era sgonfia ed esce con un prestigio rinverdito fra i palestinesi della Striscia e di Cisgiordania, e tuttavia con un isolamento internazionale evidente, almeno nel breve periodo, e divisioni intestine e concorrenze minacciose.
Gli osservatori lontani, appassionati o pigri, se ne stanno attaccati all’alternativa fra la prospettiva di uno Stato unico per israeliani ebrei e palestinesi, o dei due Stati per i due popoli. Nei fatti, c’è una gamma esasperante di varianti. La Striscia sigillata e senza comunicazione con la Cisgiordania è stata per i governanti israeliani un modo per rinviare alle calende greche il confronto sullo Stato palestinese, tenendone in una semivita — o in una semimorte — due caricature, a Ramallah e a Gaza. A sua volta, Hamas si è tenuto stretto il feudo di Gaza che solo l’insipienza e la corruzione di Fatah le aveva consegnato, immaginandosi come un’appendice dell’Iran o dei Fratelli egiziani, e del loro radioso futuro. Intanto, anche in Israele, voci sincere o narcisistiche ricantano la bella canzone dello Stato unico e non confessionale, cui si oppongono, oltre alle bandiere rabbiose, i numeri ferrei della demografia. Una via diversa da quella dello slogan trito dei “due popoli due Stati” non c’è: ma lo Stato palestinese non può che comprendere Cisgiordania e Gaza. Se le reciproche frontiere, fisiche e di ogni altro genere, si aprissero — se Israele accettasse di aprirle — non sarebbe Hamas, o i jihadisti che lo incalzano, a guidare la marcia. Se restassero chiuse, le talpe continuerebbero a scavare, e le “guerre di Gaza” riceverebbero una regolamentazione ufficiale: gironi eliminatori e le finali ogni due anni. Vince chi fa più morti. Perdono tutti.

da La Repubblica

Alla Festa di Bosco Albergati, per parlare di scuola e lavoro

Secondo i dati presentati da Istat e Cnel nel secondo “Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile” dall’inizio della crisi in Italia si è registrato un preoccupante incremento della cosiddetta generazione “neet”, ossia giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano. Nel 2013 hanno raggiunto il 26%, più di 6 punti percentuali al di sopra del periodo pre-crisi.
Un tema questo del quale si discuterà nel corso dell’incontro dal titolo “Fuori dalla scuola e fuori dal mondo del lavoro. Quali prospettive per le giovani generazioni?” in programma domenica 3 agosto alla Festa Pd di Bosco Albergati. A confrontarsi sul palco saranno la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, vice-presidente della Commissione Cultura della Camera, e il presidente del Coordinamento genitori di Modena Beppe Stefani. L’appuntamento è fissato per le ore 21.00 presso la sala conferenze.