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"Noi minoranza crediamo nella pace ma il nostro Paese non ci ascolta", di Assaf Gavron

Siamo tra l’incudine e il martello. Anche da noi si vive la tragedia ma non viene riconosciuta

LA SETTIMANA scorsa sono stato invitato dai residenti di Tekoa, un insediamento in Cisgiordania, a parlare del mio romanzo Hagiva ( La Collina, ndr), la storia immaginaria di un insediamento ebraico non diverso dal loro. Alcuni hanno espresso critiche su ciò che hanno visto come una rappresentazione stereotipata dei “coloni di destra” da parte di un “autore della sinistra di Tel Aviv”, ma la maggior parte ha trovato il romanzo onesto. L’ospite mi ha chiesto la mia opinione sugli insediamenti. «Credo che siano un problema », ho detto. «Aspetta ancora qualche razzo su Tel Aviv», ha detto qualcuno tra il pubblico, «e tutti saranno convinti ». «Il problema è proprio questo», ho risposto. «Nessuno si convince mai. Qualunque cosa accada, ognuno crede ancora di più in ciò che già pensava. Voi dite: “Non possiamo fidarci dei palestinesi, vogliono ucciderci, non possiamo lasciare che si gestiscano da soli perché non fanno altro che accumulare armi e preparare degli attacchi”. E noi diciamo: “Siamo noi i responsabili, perché siamo la parte più forte, quella che occupa. Continuiamo a togliere ogni speranza ai palestinesi e non gli diamo altra scelta se non quella di usare la violenza. Dobbiamo raggiungere un accordo perché la guerra non è mai la soluzione”». Non so che cosa sia più deprimente, se la situazione attuale con questo orribile spettacolo di morte e distruzione e di morti che si accumulano, o il fatto che non sembra esserci un modo per spezzare questo cerchio senza fine. Se osservo la mia società, vedo solo una ripetizione senza fine delle stesse opinioni, un auto- convincimento infinito senza che si intraveda una svolta.
Ero un soldato a Gaza 25 anni fa, nella prima Intifada. Ci trovavamo davanti ad adolescenti arrabbiati che ci lanciavano sassi. Rispondevamo con gas lacrimogeni e sparando in aria proiettili di gomma. Ora quei giorni sembrano bei vecchi tempi innocenti. Le pietre sono state sostituite da pistole e da bombe suicide, e ora da razzi. Per me è facile da spiegare: Israele non si è sforzata di raggiungere un accordo equo e ha trovato una resistenza sempre più intensa.
La cosa ancor più deprimente della situazione attuale è la natura che stavolta ha assunto la discussione interna nella società israeliana. È la più intollerante e intransigente che abbia mai visto. Ho notato questa tendenza già nel 2008, ma diventa sempre più forte: sembra che ci sia una sola voce, orchestrata dal governo e dall’esercito, e questa voce riecheggia in tutti gli angoli del Paese. I tentativi di rappresentare una posizione diversa da quella del consenso generale sono ridicolizzati e trattati con sufficienza nei migliori dei casi, altre volte sono denigrati e attaccati. Chi non «sostiene le nostre truppe» è visto come un traditore.
Forse ciò che rende tutto molto più aggressivo è la prevalenza di Facebook. Qui non ci sono più limiti: qualsiasi sentimento di sinistra che non sia allineato con il presunto consenso (per esempio, chiedere un accordo diplomatico o esprimere compassione per le vittime civili a Gaza), viene accolto da una raffica di risposte razziste e piene di odio. Tutto ciò sta avendo conseguenze. Conosco gente che ha paura di andare alle manifestazioni. I politici all’opposizione si allineano dietro al governo e raramente contraddicono le sue iniziative. La sinistra sta diventando più debole, più piccola e inefficace. Non mi sono ancora arreso, però, perché c’è ancora un altro gradino nell’escalation della depressione ed è qui che voi entrate in gioco. Perché quando ci rivolgiamo al mondo — noi, questa minoranza di sinistra che crede nei diritti umani, nel mutuo accordo, nella pace — non otteniamo appoggio. Siamo messi insieme alla maggioranza; facciamo tutti parte del male. Siamo boicottati. Stiamo cercando di presentare una voce sana, diversa, ma la nostra voce non è ascoltata. Vediamo che la simpatia è rivolta a una sola parte e abbiamo poca simpatia per coloro che sono ciechi per le sofferenze degli altri. Sono inorridito dal migliaio e oltre di morti palestinesi e dai tanti israeliani che non sono disposti a riflettere su questo. Ma sono anche profondamente rattristato dalle decine di bambini israeliani che perdono la vita e da tutti quelli nel mondo che non riconoscono la tragedia che si vive anche dalla nostra parte. Siamo tra l’incudine e il martello.
La settimana prossima partirò con la mia famiglia per andare a vivere e insegnare negli Stati Uniti, per un anno, o forse due. Non è una fuga, era in programma da molto tempo. Tuttavia, mia moglie ed io programmiamo spesso queste pause. Abbiamo bisogno di respirare aria fresca per un po’ ogni tot anni, ma poi torniamo sempre, perché questa è casa nostra, la nostra lingua, la nostra gente. Spero di tornare dopo questo viaggio, in un posto dove sia più tollerabile vivere, con meno minacce da fuori e da dentro. Ma non ci conto.
(Traduzione di Luis E. Moriones)

Repubblica 2.8.14

“Gli occhi di Farah sulla guerra”, di Alix Van Buren

FARAH Baker ha 16 anni, due occhi turchesi, la pelle d’alabastro e ben 125mila iscritti al suo profilo Twitter sul quale campeggia un “selfie” di lei a occhi sgranati, a Gaza. Col nome di @Farah-Gazan è la nuova “star” dei social media. Un seguito di adolescenti, giornalisti, musicisti, le scrive dal mondo in segno di solidarietà. Lei digita pensieri semplici di una bambina che segue la guerra appostata alla finestra con lo smartphone: «Chissà cosa sono quelle strane luci», fa vedere delle curiose palle luminose che paiono lune appese al cielo. Viene da sporgersi per capire se siano razzi, illuminanti, traccianti, e attivando il volume se ne ascolta anche il suono. «Sentite una delle bombe, adesso», twitta; a dire la verità il rimbombo arriva ovattato online; però, quando lei registra un’esplosione ogni minuto la notte del martellamento di Gaza, l’inquadratura fissa sul palazzo dirimpetto, un sussulto nell’attimo della deflagrazione, il suo “candido obiettivo” — tale almeno all’apparenza — fa un certo effetto. Quando poi lei racchiude in 140 caratteri il terrore d’adolescente: «Colpiscono la mia zona. Non riesco a smettere di piangere. Stanotte potrei morire», un musicista come Gilles Zimmermann, viola da gamba, dalla Francia si dice «commosso» e le regala il download gratuito delle sue composizioni.
Tuttavia il tweet forse più efficace è una riflessione derivata da un semplice calcolo matematico: «A 16 anni ho conosciuto già 3 guerre»: 2008-2009, 2012, infine oggi. Un’indicibile tragedia in poche battute.
Qualcuno si arrischia a definire Farah “la nuova Anna Frank”, fissa alla finestra ad annotare la guerra. Qualcun altro dubita dell’innocenza. Il fatto che i suoi aggiornamenti non segnalino la posizione insinua il sospetto d’un falso. Questo finché i network televisivi, da Cnn alla Bbc a Nbc, l’hanno scovata e intervistata. Altri infine la tacciano di protagonismo: «grida lo spavento per aumentare i follower». Ed è vero che a ogni nuovo allarme, quelli crescono. Resta che lei, da ieri, non si fa sentire. Alle 16: 00 ha scritto: «Minacciano di bombardare un edificio davanti all’ospedale Shifa (vicino al suo palazzo, ndr.), stiamo evacuando da casa». Il tempo di scrivere questo articolo, e ai suoi follower se ne sono aggiunti altri mille.

Repubblica 2.8.14

“Quella Striscia che l’Egitto trattava come corpo estraneo. Creata 64 anni fa, era abitata da profughi fuggiti dopo la guerra del ’48. Ma il governo del Cairo non concesse mai la cittadinanza ai residenti”, di Abraham B. Yehoshua

La creazione di una striscia costiera intorno alla città di Gaza, lunga 40 chilometri e larga una decina per un’area complessiva di 365 chilometri quadrati, risale alla fine della guerra del 1948, 64 anni fa. La guerra scoppiò subito dopo l’approvazione della risoluzione dell’Onu che sanciva la creazione di due stati nell’allora Palestina, uno ebraico e l’altro arabo, di dimensioni uguali.
I palestinesi e gli stati arabi non accettarono questa risoluzione e si preparano a distruggere il neonato stato ebraico. Al termine del mandato britannico, il 15 maggio 1948, gli eserciti di tre paesi arabi invasero la Palestina: quello giordano a Est, il siriano a Nord e l’egiziano a Sud, per cercare di annientare lo stato di Israele. Dopo aspre battaglie gli israeliani riuscirono a respingere l’attacco giordano (che aveva messo sotto assedio Gerusalemme), a cacciare quello siriano dalla Galilea e a fermare quello egiziano a soli 78 chilometri da Tel Aviv. Al termine degli scontri, nelle mani dei palestinesi rimase solo metà del territorio loro assegnato dalla risoluzione Onu. In quel territorio non venne fondato un nuovo stato palestinese ma rimase sotto il controllo di due paesi: la Giordania in Cisgiordania, e l’Egitto nella Striscia di Gaza. I giordani, che consideravano la Cisgiordania una possibile parte del loro regno, conferirono la cittadinanza ai profughi palestinesi stabilitisi a est del Giordano e protessero i luoghi santi di Gerusalemme est. Poiché si sentivano vicini ai palestinesi da un punto di vista etnico mantennero con loro rapporti relativamente buoni e ne garantirono il libero transito verso altri paesi arabi.
Ma la situazione era diversa nella Striscia di Gaza. Gli egiziani trattarono con durezza i palestinesi della Striscia, isolati dai loro fratelli e dal loro popolo in Cisgiordania. Li consideravano un inutile peso, un grattacapo piombato loro addosso a causa della sconfitta subita contro Israele, del quale continuavano a non riconoscere la legittimità e con il quale avevano concordato una tregua incerta. I numerosi profughi palestinesi, cacciati o fuggiti dai loro villaggi durante la guerra del 1948 e affollatisi nella Striscia, venivano considerati dagli egiziani un popolo problematico e distaccato dalle sue radici. Va inoltre detto che la Striscia di Gaza è lontana dalle città egiziane, dalla quali è separata dal Canale di Suez e dal deserto del Sinai. Gli egiziani, quindi, non concessero mai la cittadinanza ai residenti di Gaza e, in pratica, rimasero in attesa del momento in cui si sarebbero potuti sbarazzare di questa regione che ricordava loro la sconfitta militare subita nella guerra del 1948.
La crudeltà degli egiziani contro la popolazione di Gaza risvegliò l’ostilità di quest’ultima ed echi di questo sentimento sono tuttora visibili nella guerra in corso. Nonostante infatti le melliflue parole di solidarietà, tra egiziani e palestinesi di Gaza c’è una costante tensione che oggi si manifesta con tutta la sua forza. I primi accusano i secondi di intromettersi negli affari interni del loro paese e partecipano quindi attivamente al blocco brutale a loro imposto negli ultimi anni.
La Striscia di Gaza rimase sotto il controllo dell’Egitto fino al giugno del 1967, a eccezione di un brevissimo periodo – qualche mese – dopo la campagna del Sinai, nell’ottobre 1956. Allora Israele sconfisse l’esercito egiziano e conquistò l’intero deserto del Sinai e, nell’impeto dell’avanzata, senza difficoltà e in un solo giorno, anche la Striscia di Gaza. Al termine di quella breve guerra, alla quale presero parte anche Francia e Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica imposero, congiuntamente ed esplicitamente, a Israele di arretrare entro le linee dell’armistizio del 1948. Lo stato ebraico si ritirò dal deserto del Sinai nel giro di pochi mesi. Per un brevissimo periodo esitò se ritirarsi dalla Striscia di Gaza, che in ogni caso fa parte della Terra d’Israele/Palestina, ma, obbedendo all’ordine delle due potenze e incerto su come gestire quella regione affollata di campi profughi, retrocesse e Gaza fu riconsegnata all’Egitto che non ebbe altra scelta che quella di riprenderla sotto il suo patrocinio.
Nel 1967 scoppiò la Guerra dei Sei Giorni a causa dell’incontrollata e irresponsabile provocazione del dittatore egiziano Abdul Nasser. Per sei giorni Israele combatté con successo su tre fronti: a nord, contro i siriani, dove conquistò le alture del Golan, a est, contro i giordani, dove conquistò la Cisgiordania, e a sud, contro gli egiziani, dove occupò tutto il deserto del Sinai. E, ancora una volta, nell’impeto dell’avanzata, riconquistò in un solo giorno la Striscia di Gaza.
L’incredibile facilità con cui venne conquistata la piccola Striscia nel 1956 e nel 1967, malgrado la presenza di carri armati e dell’artiglieria egiziana, si contrappone all’attuale paura e difficoltà di penetrarvi dell’esercito israeliano (diventato molto più forte negli anni trascorsi da allora) e indica principalmente l’immenso cambiamento avvenuto nella determinazione, nella forza, nell’ingegno, nell’audacia e nella disponibilità al sacrificio dei discendenti dei profughi rispetto all’atteggiamento di sottomissione dei loro padri in passato.
Non è un caso che nel trattato di pace firmato con Israele nel 1979 gli egiziani rifiutarono di riprendersi la Striscia. Accettarono con gioia il deserto del Sinai ma lasciarono questa problematica regione nelle mani di Israele. Gaza è parte della Palestina, così stabilì chiaramente il presidente egiziano Anwar Sadat, e da ora in poi sarà un problema di voi israeliani come gestirla e come ricongiungere i suoi residenti ai loro fratelli in Cisgiordania per creare un’unica entità. Dopo tutto, nell’accordo di pace, vi siete impegnati a risolvere il problema palestinese, pur non avendo spiegato come.

La Stampa 2.8.14

“Un’altra generazione di giovani in guerra: la nostra colpa di padri”, di Anshel Pfeffer

Martedì sono andato verso sud, in compagnia di un collega giornalista, con la scusa di un reportage, ma per entrambi non si trattava di un incarico come un altro: volevamo essere vicini ai nostri figli.
Senza dire una parola, sapevamo di attraversare il peggior periodo della nostra vita, i giorni della preoccupazione e della vergogna. Se sei cresciuto in Israele, porti sempre davanti agli occhi l’immagine del primo soldato caduto. Qualcuno che conosci, un parente, un vecchio amico. Quando avevo 10 anni, quel destino toccò a un ragazzo della mia scuola ucciso in Libano. Commemorato nelle esequie, nelle foto appese ai muri della scuola, il primo che riuscivo a immaginare con chiarezza: abitava nella mia stessa strada, fantasticava nelle stesse aule e giocava a basketball come me.
Man mano che diventi grande queste figure si moltiplicano, ed ecco che cominci a salire sul monte Herzl per partecipare ai funerali di ragazzi che conoscevi bene. Di colpo ti ritrovi nella seconda fase della vita di un israeliano, quando tocca a te. Per i successivi vent’anni, i tuoi amici, colleghi e conoscenti vengono spediti su tutti i fronti. Il fardello della guerra ricade sulle spalle della tua generazione, poi all’improvviso compi 40 anni e ti arriva la lettera di ringraziamento per gli anni di servizio. Cominci a pensare se non sia il caso di spostare lo zaino zeppo di uniformi, cinture, per far spazio nell’armadio, ma non lo fai. Potrebbe servire a qualcun altro.
Nulla ti prepara a quel momento, quando la guerra successiva si profila all’orizzonte, e tu sei padre. In ebraico moderno la parola horim ha un significato speciale quando si riferisce ai genitori dei soldati, che si intensifica quando si è genitori di soldati feriti per salire in un crescendo emotivo e approdare a horim shakulim — i genitori affranti dei soldati caduti. E non parlo soltanto del terrore indicibile di quel colpo alla porta e la vista degli ufficiali sulla soglia di casa che ti presentano la chiamata alla leva, no, è la consapevolezza di una profonda e tremenda responsabilità: andare in guerra e uccidere in tuo nome. Per quanto ti senta invadere da sgomento, orgoglio o senso di protezione, sai che hai fallito nel tuo compito di genitore. Anche tu fai parte dell’ennesima generazione di israeliani che non è riuscita a consegnare a quella successiva un Paese in pace con i vicini.
Quando mi sono arruolato, nutrivo ancora idee romantiche sul mio ruolo nel gigantesco rovesciamento della storia ebraica, che dopo duemila anni di morte e persecuzione era approdata alla generazione redenta, capace di combattere per la propria sopravvivenza anziché lasciarsi sterminare in qualche pogrom in Bielorussia. Toccò a mio nonno, scampato all’Olocausto e mai trasferitosi in Israele, a rovinare le mie fantasie quando, alla prima visita, fece un passo indietro vedendomi apparire in uniforme. Mi ci vollero anni per capire che la sua era stata una reazione «normale», che un nonno normale non si esalta alla vista del nipote con le armi in pugno. Anche a me ci sono voluti anni, come giornalista, come padre e riservista, per comprendere fino a che punto la vista di un soldato possa riempire la stragrande maggioranza di ebrei israeliani di fiducioso orgoglio, mentre in tanti altri scatena sentimenti opposti. Oggi, guardando i nostri figli, ci aggrappiamo a quell’orgoglio e cerchiamo di nascondere la paura, per mettere a tacere i sensi di colpa.
Israele ha vinto questa guerra contro Hamas. L’ha vinta ancor prima che l’operazione «Margine protettivo» avesse inizio, perché per quanto Hamas inciti i suoi alla distruzione dello Stato di Israele, è chiaro che non sarà mai in grado di portarla a compimento. Anzi, sono state le prime due generazioni di israeliani a riportare la vittoria definitiva, nel 1967 e nel 1973, dimostrando che i nostri vicini non avrebbero mai potuto farci sloggiare.
Non c’entra la politica, non si tratta di decidere se il miglior modo per tutelare la sicurezza di Israele sia quella di fare concessioni ai palestinesi, o di colpirli così duramente che non si azzarderanno mai più a sparare razzi o a scatenare una nuova Intifada. Si tratta di riconoscere un’amara sconfitta, abbiamo tradito i nostri figli. Possiamo gettare la colpa addosso ai palestinesi, agli arabi e a tutta la comunità internazionale finché vogliamo, resta il fatto che era nostra responsabilità evitare che andassero ad ammazzare e a farsi ammazzare. E questa colpa è solo nostra.
*editorialista del quotidiano israeliano «Haaretz»
(traduzione di Rita Baldassarre)

Corriere 2.8.14

Due Agosto, la bomba 34 anni fa. Poletti: "Risarcimenti prima possibile". Napolitano: "Resti vivo anelito alla verità", da repubblica.it

Oggi l’anniversario della strage alla stazione che provocò 85 morti e oltre 200 feriti. In Senato un minuto di silenzio. Grasso: “Ricordo contro cultura della dimenticanza”. Bolognesi: “Governo rispetti impegni presi”. Contestazione di collettivi e centri sociali pro Gaza

BOLOGNA – La celebrazione del trentaquattresimo anniversario della strage alla stazione è iniziata in Consiglio comunale alle 8,30 con l’incontro tra gli amministratori e l’Associazione famigliari delle vittime presieduto dal sindaco Virginio Merola, dal presidente dell’associazione stessa Paolo Bolognesi e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Alla stessa ora sono confluite in piazza Maggiore anche le staffette podistiche “per non dimenticare” provenienti da tutt’Italia.

“Il governo italiano non dimentica né questa né nessun altra strage né nessun altro atto di terrorismo compiuto in questi anni nel nostro Paese”. E’ la “rassicurazione” che il ministro Giuliano Poletti ha consegnato oggi ai famigliari delle vittime del 2 agosto, oggi nella sala del consiglio comunale di Bologna. Poletti ha portato i saluti del premier Matteo Renzi. “L’obiettivo del governo è quello di dare piena attuazione alla legge 206 per il risarcimento alle vittime delle stragi. E’ un obiettivo da raggiungere al più presto possibile in maniera equa e piena”. “Ogni risarcimento – ha aggiunto Poletti parlando ai familiari delle vittime – non può cancellare lo strazio e il dolore, ma può dare il senso che lo Stato è vicino a chi ha sofferto. Il lavoro sta andando avanti, abbiamo inserito alcune norme che risolvono una parte significativa dei problemi, ci sono ancora alcuni nodi irrisolti. Ma questo metodo ha dato buoni frutti – ha concluso Poletti – e l’obiettivo del governo è raggiungere un’applicazione piena di questa legge”.

Anche la figlia di Aldo Moro, Agnese, è a Bologna oggi. A lei si è rivolto il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, nella sala del consiglio comunale e ringraziandola per la presenza insieme “ai figli di Bachelet e al figlio del giudice Amato”, ai parenti della strage dell’Italicus, di piazza della Loggia e del Rapido 904: tutti “avvenimenti luttuosi” che hanno scandito “la storia criminale e politica del Paese”. Intanto, “ogni anno aumentano” i familiari delle vittime della stazione presenti alle cerimonie (quest’anno, alla vigilia della commemorazione di oggi ne risultavano oltre 140), sottolinea Bolognesi: “Non una riunione di reduci ma di persone che vogliono affrontare il futuro con le riforme che servono per la democrazia e a recuperare la vita civile del Paese”. Non si tratta solo di ricordare il passato, aggiunge il presidente: bisogna “rendersi conto che se viviamo una situazione di questo tipo è anche perché non si sono tratte le conseguenze di quello che sono stati questi anni” scanditi dalle stragi, che non hanno permesso all’Italia di “maturare dal punto di vista democratico”. Ha poi ricordato l’impegno del governo sui risarcimenti alle vittime: “Dopo dieci anni di immobilismo, si
è rimessa in moto la macchina che dovrebbe far funzionare completamente la legge 206 sui risarcimenti per le vittime. L’anno scorso abbiamo ascoltato il ministro Delrio che in quest’aula prese una serie di impegni precisi: non tutto è stato fatto, però molta parte sì”, ha rilevato Bolognesi. Questo, ha aggiunto, “è un buon avvio e mi auguro che gli impegni presi allora si mantengano e che al più presto i punti irrisolti vengano risolti”.

L’Aula del Senato ha osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime della strage. Il momento di riflessione è stato proposto dalla vicepresidente Valeria Fedeli ai Senatori. Anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, invia un messaggio. “Nonostante il passaggio inesorabile del tempo- scrive Grasso- costituisce un nostro preciso imperativo morale mantenere vivo il ricordo di quel giorno, non solo per rendere omaggio a persone innocenti, che per mano di una violenza cieca e insensata, sono state strappate alla vita e agli affetti, ma, soprattutto, per alimentare la memoria della nostra storia contro la ‘cultura delle dimenticanza’”.

“Al perpetuarsi del ricordo di quei tragici eventi anche da parte delle generazioni che non li hanno vissuti deve infatti accompagnarsi una esauriente risposta all’anelito di verità che accomuna i familiari e l’intero Paese”. Lo scrive il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio a Paolo Bolognesi. “A trentaquattro anni dalla strage consumata alla stazione di Bologna – afferma il Capo dello stato – il mio pensiero partecipe e commosso va alle ottantacinque vittime, agli oltre duecento feriti, segnati dall’orrore di quella mattina, e all’incancellabile dolore dei loro famigliari”. Per Napolitano “La strage è stata frutto di una stagione di intolleranza e di violenze che non può essere dimenticata. Merita pertanto gratitudine e apprezzamento l’impegno civile dell’Associazione da lei presieduta, che persegue una riflessione costante su quel barbaro attentato, invocando un compiuto accertamento degli aspetti non ancora chiariti”. “Con questo spirito, esprimo a lei, illustre Presidente, ai feriti e a tutti i famigliari delle vittime – conclude – la mia affettuosa vicinanza e i sentimenti di partecipe solidarietà di tutta la Nazione”.

“‘L’anno scorso ero con Bolognesi e tanti altri, nella piazza della stazione di Bologna, per la cerimonia di commemorazione delle vittime della terribile esplosione che nel 1980 spezzò la vita di 85 persone e ne ferì altre 200. Non era facile per me, appena eletta alla presidenza della Camera, rappresentare quelle istituzioni che non sempre erano state in grado di rispondere alla richieste di verità e giustizia. Ricordo ancora l’emozione di essere su quel palco, così come la calorosa accoglienza”. Lo scrive su Facebook la presidente della Camera, Laura Boldrini. “Quel giorno ho ribadito il mio impegno alla massima trasparenza. Fin dall’inizio della legislatura, la Camera ha deciso di togliere il segreto da molti documenti a cui hanno lavorato le Commissioni di inchiesta presiedute da deputati – conclude la Boldrini -. Mi auguro che, anche attraverso questo contributo, possano essere compiuti quei passi decisivi che ancora ci separano dalla verità sui mandanti e gli ispiratori delle stragi”.

Dopo un minuto di silenzio alle 10,25, ora dell’esplosione, ha parlato il sindaco Virginio Merola: “Noi bolognesi, da 34 anni, ci stringiamo con affetto e solidarietà nel ricordo di una strage terribile, ci ritroviamo e torniamo a sentirci una comunità con la nostra presenza a questa manifestazione. Una comunità che vuole verità e giustizia e che sarà determinata in questa richiesta fino a quando la verità giudiziaria sarà completata dall’accertamento dei mandanti, dei complici, dei responsabili di manovre di depistaggio. In questi 34 anni, insieme alle associazioni dei familiari delle vittime del 2 Agosto, dell’Italicus, del rapido 904, di Brescia, Piazza della Loggia, di Milano Piazza Fontana, della Uno Bianca, ai familiari di Marco Biagi, i Comuni di Milano, di Brescia, di Bologna, di San Benedetto val di Sambro e tanti altri comuni italiani hanno ricordato che il terrorismo vuole distruggere la democrazia e negare i valori alla base della nostra Costituzione”.

LA CONTESTAZIONE. Come promesso, alla fine del minuto di silenzio, centri sociali, movimenti e sindacati di base, che hanno sfilato oggi nel corteo per il 2 agosto hanno fatto retromarcia per abbandonare piazza Medaglie d’oro, ma non del tutto in silenzio. Infatti, non appena è stata data la parola al sindaco, si sono levati dei fischi dal gruppo di persone che oggi è sceso in piazza anche per condannare il bombardamento di Gaza. Oltre ha fischi si sono sentite le urla “vergogna, vergogna”.

È stata poi deposta una corona sul primo binario in memoria del sacrificio di Silver Sirotti, ferroviere morto nella strage dell’Italicus, e sulle lapidi che ricordano le stragi dell’Italicus e del Rapido 904. Dopo la messa nella chiesa di San Benedetto in via Indipendenza un’altra corona è stata posata in via Stalingrado 65, questa volta in memoria dei tassisti deceduti. Nell’omelia, la condanna della Curia. La “triste condizione di anonimato dei colpevoli e dei mandanti non è in alcun modo la vittoria della loro furbizia, ma piuttosto la loro sconfitta: essi hanno deciso di rendersi invisibili e insignificanti dietro il danno incalcolabile che hanno provocato”, ha detto il vicario generale Giovanni Silvagni.

Gli ultimi appuntamenti saranno alle 16,30 al centro sportivo Barca, dove si disputerà un torneo di calcio alla memoria, e alle 21,15 in piazza Maggiore dove sarà allestito il concorso internazionale di composizione

da www.repubblica.it

"L’Aventino grottesco di grillini e leghisti parodia senza storia e piena di lapsus", di Francesco Merlo

Dopo l’uso che hanno fatto i senatori del M5S e i lumbard Roma rischia di non avere più sette colli, ma solo sei

E DUNQUE la leghista Patrizia Bisinella si sente Giovanni Amendola: «La Lega resterà in aula solo per appoggiare gli emendamenti». E Vito Petrocelli trova l’eleganza di Emilio Lussu nella seguente frase carica di dottrina: «E’ una maggioranza schifosa». Il risultato non è neppure la parodia dell’Aventino sul quale sarebbe interessante interrogare (non solo) i leghisti e i grillini con domande trabocchetto come quelle che in tv fanno le Iene: in quale luogo dell’Aventino si ritirarono gli antifascisti? E chi erano gli aventiniani? Secondo me ci si potrebbe spingere sino a chiedere se c’era Gramsci, se c’era Gobetti e persino se c’era Matteotti.
E non voglio banalmente e saccentemente dire che quei senatori d’opposizione aventiniana che giovedì hanno scritto sui loro cartelli «qual’è» con l’apostrofo non conoscono la storia d’Italia, ma più seriamente che la storia non c’entra più nulla con la parola Aventino perché nella decadenza decadono anche le citazioni, da Telemaco a Fanfani, dal Principe di Machiavelli all’Aventino appunto, che è ormai una parola ubriaca, la botola del luogo comune dove cadono sia quelli che escono dal Senato e sia quelli che vi restano. Un po’ come la parola ‘garantismo’ che serve a impiastricciare di morale i peggiori gaglioffi.
La verità è che quando c’è un imbroglio parlamentare e la temperatura si alza arriva sempre qualcuno che esce dall’aula e si rifugia sull’Aventino, magari evocandolo per negazione, — preterizione è la figura retorica — : «Non è Aventino» ha detto quel Petrocelli di cui sopra, e «ma non chiamatelo Aventino » hanno scritto i senatori di Sel che il ritiro dall’aula l’hanno (sinora) soltanto minacciato.
Facendola breve, dei sette colli di Roma l’Aventino è quello dove si ritirarono i seguaci di Caio Gracco perché il Senato ne respinse le proposte di legge. Ebbene, quando gli oppositori di Mussolini, duemila anni dopo, decisero di non partecipare ai lavori della Camera per delegittimarla sul piano morale, il loro gesto fu chiamato Aventino non perché davvero gli antifascisti si trasferirono su quel colle, dove nessuno di loro mise piede, ma per il “precedente” storico dei Gracchi. Gli squadristi avevano assassinato Matteotti, Gramsci era stato arrestato, il fascismo al governo stava diventando regime e tuttavia il ritirarsi sull’Aventino per isolare e condannare Mussolini fu un errore storico, ispirato dal liberale Amendola e avallato per disciplina di partito da De Gasperi che pure inizialmente si era opposto. Gobetti e Gramsci lo bollarono come una resa al fascismo.
Ovviamente c’è voluto molto tempo prima che l’Aventino finisse nelle mani grottesche dei grillini e dei leghisti. E bisognerebbe fare la storia delle parole come si fa la storia delle idee, degli uomini e delle nazioni e dunque studiare il percorso del nome che si staccò dal suo Colle, individuare l’autorevolezza morale di chi lo usò in metafora per la prima volta (Amendola appunto che gli storici giudicano di forte tempra etica ma politicamente irresoluto) e poi la polivalenza appropriata e affascinante dell’Aventino che nella prima repubblica era l’estrema risorsa dell’opposizione ad ogni finanziaria, l’astruseria del negarsi, subito successiva al bizantinismo dell’estenuarsi in quell’infinito ostruzionismo che Renzo Arbore ribattezzò “strunzionismo”.
Ed era già campione di polisemia l’Aventino quando Veltroni e Di Pietro uscirono dall’aula nel 2008 (seguiti persino da Casini), un mese prima della caduta del governo Berlusconi. Ma divenne un dizionario enciclopedico quando lo stesso Berlusconi, fuori contesto, con una telefonata ordinò a Iva Zanicchi di abbandonare la trasmissione di Gad Lerner definita «postribolo» e di ritirarsi sull’Aventino. E bisognerebbe perciò raccontare l’infiammarsi di quella parola anche nella democrazia televisiva dove alzarsi e andarsene è stato spesso spettacolo di sdegno simulato, sino al significare l’opposto di sé: l’Aventino come rifugio del peggiore, come fuga per azzoppare la democrazia e non più per glorificarla. Per esempio, nel 2013 Berlusconi non partecipò alla seduta del “suo” Consiglio dei ministri che salvava con un decreto ad hoc la “sua” Retequattro: si ritirò sull’Aventino della stanza accanto, lasciando la “sua” sedia vuota, incolpevolmente ignaro che anche Luciano Liggio preferiva ritirarsi sull’Aventino di una camera vicina a comporre poesie bucoliche per dare ai picciotti la «libertà» di emettere le sue sentenze di morte e, subito dopo, di eseguirle. Al suo posto lasciava una sedia vuota e, sul tavolo, la lupara.
Ecco: è stata illuminante la parola Aventino sino al suo arrivo nell’attuale insignificanza piena ed efficacissima. E infatti ieri sera in Parlamento era tutto un precisare di “mezzo Aventino”, “Aventino momentaneo”, “Aventino per un giorno” sino all’Aventino fotografato sul twitter dal grillino Nicola Morra: «Ecco, questa è la mia tessera per votare. L’ho tolta! Non partecipiamo più a votazioni con questa conduzione dell’aula ». E già il lessico sovraeccitato di Grillo si spostava su Grasso che diventata «l’incaricato di fare del regolamento stracci della polvere », «il grigio funzionario governativo», e soprattutto «un qualsiasi Oblomov» che è un altro strazio di citazione. Oblomov è infatti l’eroe di Goncarov, il simbolo della viltà, del non scegliere, l’uomo che dorme tutta la giornata con il libro aperto sulla stessa pagina. Insomma chi ha letto Oblomov (ma chi di loro l’ha letto?) capisce che con Grasso non c’entra nulla, ma il richiamo all’autore russo suona bene. Oblomov è solo un’altra parola ubriaca, come Aventino appunto, che nessuno potrà mai più pronunziare e sul quale nessuno si potrà mai più rifugiare. Dobbiamo anche questo a Grillo: da ieri i colli di Roma sono sei.

da La Repubblica

"Boom dei Musei a luglio. Picco di visitatori e incassi: +10%", da RaiNews

Le nuove regole per l’ingresso
In un mese guadagnati 12,1 milioni di euro contro gli 11,4 di luglio 2013. Sono gli effetti delle modifiche sul sistema tariffario di poli museali statali e siti archeologici in vigore dal 1° luglio. Entusiasta il ministro della cultura Franceschini: “Successo oltre le aspettative”

Terme ad Ercolano
02 agosto 2014Luglio da record per i musei statali e i siti archeologici: crescono vertiginosamente il numero dei visitatori e gli incassi che fanno registrare un salto in avanti del 10%.
Grandi e piccoli musei italiani stanno beneficiando dell’entrata in vigore, dal primo del mese scorso, delle nuove regole sulle tariffe: dalle aperture prolungate il venerdì alle domeniche gratuite. Nel dettaglio, i visitatori paganti sono cresciuti del 10,7%; in aumento anche gli ingressi gratuiti che fanno segnare +7,6% e gli incassi che svettano a +10,6% per un totale di 12,1 milioni di euro contro gli 11,4 di luglio 2013. Entusiasta il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini: “E’ un successo oltre le aspettative”.

Crescono i “visitatori paganti”
Il Sistan conferma che i 252 musei, siti archeologici e monumenti statali di cui finora sono pervenuti i dati definitivi, hanno registrato una crescita del 10,7% di pubblico e del 10,6% degli introiti, con un significativo apprezzamento dell’iniziativa del prolungamento serale degli orari del venerdì. Sono stati difatti 2.964.962 i visitatori nel mese appena trascorso contro i 2.765.680 dello stesso mese del 2013, mentre gli incassi lordi ammontano in questo periodo a 12.154.256 euro contro gli 11.400.052 dello scorso anno. I visitatori che non hanno pagato il biglietto sono passati da 1.297.046 a 1.395.648. Dunque nonostante il fatto che per gli over 65 l’ingresso è divenuto a pagamento, sono aumentati anche gli ingressi gratuiti, e di persone di tutte le età, grazie alla prima domenica del mese senza biglietto.

Al top Ostia Antica, Brera e Palazzo Ducale di Mantova
Tra i risultati migliori si annoverano il +23,4% di pubblico e il +27,5 di incassi agli Scavi di Ostia Antica, il +46,6% di visitatori e il +28,6% di incassi alla Pinacoteca di Brera, il +67% di ingressi e il +82,4% di incassi al Palazzo Ducale di Mantova, il +46% dei visitatori al circuito museale torinese che comprende Palazzo Reale, le Gallerie Sabaude, le Armerie Reali e il Museo di Antichità e gli Scavi di Ercolano con il +15,9% di pubblico e il +16,3% di incassi.

Roma, Napoli e Firenze le città con gli incrementi maggiori di visitatori
Per i siti più importanti si segnala l’incremento del 6,9% dei visitatori e dell’1,8% degli introiti al circuito Colosseo, Foro Romano e Palatino, il + 10,4% di visitatori e il +7,2% degli incassi agli Scavi di Pompei, il +9,4% di pubblico e il +3,8% degli introiti netti agli Uffizi. Significativi gli aumenti anche alla Galleria nazionale di Parma (+56%), al museo archeologico di Sassari (+80%), al museo archeologico di Ferrara (+118%), al circuito museale di Arezzo (+212%), al museo nazionale di Este (+57%), al museo archeologico di Adria (+124%), al museo archeologico di Cassino (+80%).

Prima domenica gratis e apertura prolungata il venerdì
Le quattro aperture con orario prolungato serale del venerdì hanno riscosso una crescente attenzione da parte dei visitatori, con degli incrementi pari a oltre il 20% a ogni appuntamento. Anche la prima domenica gratuita di luglio è stato un grande successo con circa 150.000 ingressi. “Questi dati confermano che gli interventi del governo sul sistema museale italiano vanno nella giusta direzione” ha detto il ministro Franceschini.

Le nuove regole
La novità più rilevante è rappresentata dal fatto che l’ingresso ai musei non è più gratuito per chi ha più di 65 anni, ma resta valido solo per i giovani sotto i 18 anni e alcune categorie specifiche come gli insegnanti. Decisione maturata alla luce dei dati che indicavano come un terzo dei visitatori non pagasse alcun biglietto. Restano in vigore le riduzioni fino ai 25 anni mentre gli over 65 potranno comunque visitare i musei statali e siti archeologici senza pagare il biglietto ogni prima domenica del mese. Altre novità rilevanti riguardano il rafforzamento dell’iniziativa “Una notte al museo” e l’allungamento degli orari di apertura del venerdì sera. Almeno due volte l’anno l’apertura notturna al solo costo di un euro, mentre tutti i venerdì i poli museali e i siti archeologici più rilevanti saranno visitabili fino alle ore 22.

da Rainews.it

Festa di Bosco Albergati – Scuola e lavoro

Domenica 3 agosto la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni e il presidente del Coordinamento genitori di Modena Beppe Stefani saranno i protagonisti del dibattito “Fuori dalla scuola e fuori dal mondo del lavoro. Quali prospettive per le giovani generazioni?” L’appuntamento dalle ore 21.00 presso la sala conferenze della Festa di Bosco Albergati, in Via Lavichielle 6 a Castelfranco Emilia (MO).

"La campagna d'autunno", di Stefano Folli

Per fortuna l’equivoco si è chiarito. Ieri per un attimo è sembrato che il presidente Grasso avesse adombrato l’intervento della polizia per sedare i tumulti. Certo, l’istituto sta decidendo la propria semi-soppressione, ma la forza pubblica in un’aula parlamentare non sarebbe il modo migliore per accelerare la riforma. Sarebbe, non c’è dubbio, un precedente nella storia delle democrazie occidentali. Finora esiste solo il caso del colonnello Tejero in Spagna, ma quello era un tentativo di colpo di Stato da parte della Guardia Civile. A Palazzo Madama invece non c’è pericolo di “golpe”, nonostante il parere di Beppe Grillo. E non c’è nemmeno quella «deriva autoritaria» che tanto irrita il premier Renzi quando gli viene rinfacciata nel fuoco delle polemiche.
A Roma c’è solo una gran confusione. Il modo peggiore di cambiare la Costituzione a opera degli stessi che fino a tre anni fa, quando ancora governava Berlusconi, la definivano «la più bella del mondo». Certo, a questo punto bisogna augurarsi che si arrivi al traguardo senza ulteriori lacerazioni. In fondo, «i tacchini stanno anticipando il Natale»: come dice Renzi con ironia un po’ pesante alludendo ai senatori che devono auto-abrogarsi. La citazione è presa da Winston Churchill e chissà se il presidente del Consiglio è al corrente del fatto che non portò fortuna all’illustre primo ministro britannico: il laburista Attlee, a cui era riferita, vinse le elezioni anticipate contro tutti i pronostici. Peraltro l’asso nella manica di Renzi consiste proprio nella mancanza di un competitore politico o elettorale. Se così non fosse, se esistesse un avversario credibile, la situazione per lui sarebbe più complicata di quello che è.
Non a caso il ministro dell’Economia Padoan dice che in Italia e in Europa «le previsioni sulla condizione economica sono meno favorevoli rispetto all’inizio dell’anno», per cui serve «ancora di più uno sforzo per sostenere la crescita». Parole severe, al limite drammatiche, specie laddove Padoan accenna a conseguenze «sulle finanze pubbliche». Questa è la cornice all’interno della quale si discute, fra urla e strepiti, la riforma del Senato, fiore all’occhiello del riformismo renziano.
Difficile non vedere il divario fra il caotico dibattito di Palazzo Madama e la realtà di un paese in piena stagnazione economica. In settembre, una volta approvata finalmente la riforma (ma sarà solo il primo di quattro passaggi parlamentari), Renzi dovrà applcare il suo ottimismo dinamico ai problemi indicati da Padoan. Lo stesso caso Cottarelli rappresenta un indizio indicativo della distanza fra le parole e i fatti. Il premier lo ha liquidato con una battuta («la “spending review” la facciamo anche senza di lui»), quando invece il punto è chiaro: i tagli alla spesa non sono una questione tecnica, ma esclusivamente politica.
Cottarelli o chi per lui può preparare i “dossier” che vuole, ma senza una precisa volontà politica del governo e del Parlamento i tagli non si faranno. Anzi, la spesa aumenterà come sta in effetti aumentando; e nessuno ha potuto smentire su questo punto la denuncia dell’alto commissario ormai delegittimato e messo nella condizione di lasciare presto o tardi il suo incarico. È un episodio che passa persino in secondo piano rispetto alle immagini delle risse quotidiane e alla notizia che la maggioranza è stata battuta su un emendamento minore del ddl Boschi. Viceversa in Europa le priorità sono ribaltate: i conti pubblici in Italia suscitano più interesse della trasformazione del Senato. E si capisce, visto che la diffidenza nei nostri confronti riaffiora come un fiume carsico. Lo dimostra il recente editoriale della «Welt».

Il Sole 24 Ore 01.08.14

"Più occupati ma non tra i giovani", di Laura Cavestri

Che sia la “molla” del lavoro stagionale (spiagge, hotel e locali che assumono solo per l’estate) o quella di “Garanzia giovani” che fa calare gli scoraggiati e allarga la platea dei ragazzi in cerca di lavoro, ieri l’Istat ha nuovamente certificato la dicotomia del mercato italiano, con la disoccupazione globale in flessione ma sempre in crescita tra i giovani.
Secondo i dati diffusi, a giugno, il tasso di disoccupazione è sceso al 12,3%, rispetto al 12,6% di maggio (-0,3% congiunturale ma +0,1% in un anno). In assoluto gli occupati sono aumentati di 50mila unità (+0,2%) a quota 22 milioni 398mila. Il tasso di occupazione – al 55,7% – cresce dello 0,2% congiunturale e dello 0,1% sul 2013.
La situazione resta però drammatica nella fascia 15-24 anni: il 43,7% è senza lavoro (+0,6% rispetto a maggio e ben +4,3% rispetto a giugno 2013). In pratica, rispetto a maggio, tra i giovani, si contano 31mila occupati in meno e da giugno 2013, 96mila in meno.
«L’aumento di 50mila occupati a giugno – ha affermato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti – è un dato in continuità con quello di maggio e segnala una possibile tendenza al consolidamento di una leggera ripresa occupazionale. Questi segnali vanno sostenuti con una rapida ed efficace azione politica e legislativa che aiuti gli investimenti e i consumi».
«Il governo non illuda gli italiani – gli ha fatto eco Renato Brunetta (Fi) –. Il numero di occupati cresce sempre nei mesi estivi per effetto dei lavori stagionali. Per poi diminuire in autunno e in inverno». «Non c’è ripresa occupazionale se il tasso di disoccupazione giovanile sale al record di 43,7% – spiega il segretario confederale della Cgil, Serena Sorrentino – Bene investire nelle politiche attive, ma ad oggi “Gaganzia giovani” non è arrivata neanche al 10% dei Neet». «Il Paese è fermo, abbiamo superato i 3,1 milioni di disoccupati – ha aggiunto il leader della Cisl, Raffaele Bonanni –. Serve che il governo si dedichi con maggiore determinazione ai problemi economici». «L’occupazione, che tiene per la funzione di argine della cassa integrazione – gli ha fatto eco Guglielmo Loy (Uil) – è stagnante, mentre il crollo del lavoro “giovane” sembra ormai irreversibile». Tanto che, per Geremia Mancini (Ugl), «È surreale il dibattito sulla riforma del Senato di fronte al dilagare della disoccupazione giovanile».
Dunque, dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative: «Abbiamo ancora molta strada da fare. Il saldo positivo degli occupati a giugno è grazie a lavori stagionali, la tassazione sul lavoro resta troppo onerosa e va favorita la staffetta generazionale. Fare in fretta, perché è tardi».
Intanto ieri, sono usciti anche i dati Eurostat della disoccupazione in Europa, che torna a scendere e si attesta ai livelli del 2012: a giugno nella “Eurozona” era all’11,5% (tasso più basso da settembre 2012), in calo dall’11,6% di maggio (era il 12% nel giugno 2013). Nella “Ue a 28”, il tasso è sceso al 10,2% dal 10,3 per cento di maggio(era al 10,9% un anno prima). Fra gli Stati Ue i tassi maggiori si sono registrati in Grecia (27,3%) e Spagna (24,5), i più bassi in Austria (5%) e Germania (5,1 per cento). Tra i giovani, peggio di noi solo Grecia (56,3%) e Spagna (53,5%). Bassa disoccupazione “giovane” in Germania (7,8%) e Austria (9%).
Infine, un dato curioso. Sempre secondo Eurostat, il tasso medio di occupazione dei cittadini nazionali, nel 2013, era del 68,9%, mentre quello degli extracomunitari che risiedono in Europa era inferiore ( 56,1%). Ovunque tranne che in Italia, Cipro, Repubblica Ceca e Lituania, dove i “rapporti di forza” sono ribaltati.
In Italia, nel 2013, risultava occupato il 59,5% degli italiani ma il 60,1% dei cittadini extracomunitari residenti (in Germania il rapporto era 78,7% di tedeschi e 58,5% di stranieri e in Francia, rispettivamente, 70,6 e 48,6%). Fotografia di una Italia che sa ancora offrire opportunità alle badanti ma ha ridotto pesantemente i posti di lavoro qualificati.

Il Sole 4 Ore 01.08.14