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Legalità, efficienza e qualità dell'Amministrazione pubblica Le priorità del PD per l'azione del governo

1. Legalità e contrasto alla corruzione.
Le legalità è straordinaria
– No all’abuso delle gestioni speciali e commissariali e condizioni rigorose per i regimi derogatori che consentono un’eccessiva discrezionalità nella gestione delle risorse pubbliche.
– Deve essere comunque previsto un regime di trasparenza straordinario per le gestioni commissariali e le attività in stato di emergenza della Protezione Civile (provvedimenti di spesa e contratti subito online).
– Ridefinizione delle norme che disciplinano il funzionamento delle società a partecipazione totale o parziale di enti pubblici, e tendenziale assimilazione agli enti pubblici con riferimento a accesso, acquisto beni e servizi, appalti.

Lotta alla corruzione

– Avviare un vasto programma di lotta alla corruzione con obiettivi individuati e specifici. I compiti di coordinamento, supporto e vigilanza potrebbero essere affidati alla Civit . Agli Organismi Indipendenti di Valutazione (OIV) deve essere affidato il compito di supportare in ciascuna amministrazione l’adozione e il monitoraggio dei piani per l’integrità e il contrasto alla corruzione anche attraverso l’adozione di codici etici.
– Accelerare l’approvazione del provvedimento legislativo in materia ( il PD ha presentato il DDL Giovanelli et al. , le principali proposte sono già trasformate in emendamenti al testo ).

Incompatibilità e risparmi negli acquisti

– Incompatibilità radicali precedenti e successive all’assunzione di determinate cariche nella PA per magistrati (ordinari, amministrativi e contabili) e avvocati dello Stato;
– Incentivazione della centralizzazione degli acquisti (centralizzare il 10% degli acquisti può produrre risparmi per circa 460 milioni di euro annui);
– Arbitrati affidati, per la parte pubblica, ai funzionari nell’ambito della loro attività ordinaria

2. Trasparenza, class action e tempi dei pagamenti: partecipazione e diritti per cittadini e utenti

– Immediato recepimento della direttiva UE sui pagamenti delle PA, che prevede il termine di 60 giorni (media UE 55 giorni, Italia 96 giorni), e sblocco dei pagamenti dovuti dalla PA alle imprese (oltre 60 miliardi di euro).
– Rendere effettivi gli indennizzi a favore del cittadino e dell’impresa per i ritardi e le inadempienze delle PA.
– Rendere effettiva la class action.
– Riconoscere il diritto di accesso ai documenti amministrativi in modo illimitato, rimuovendo i vincoli ancora presenti nella l. n. 241/1990.
– Campagna di informazione di massa sulla trasparenza totale; pubblicazione chiaramente accessibile sul sito di ogni PA dei servizi resi e dei termini massimi di conclusione, decorsi i quali il cittadino può chiedere di essere forfetariamente indennizzato.
– Pubblicazione di ogni atto di spesa – a pena di nullità dell’atto – sui siti istituzionali delle amministrazioni; pubblicazione on line quotidiana o settimanale di aggiornamenti sintetici (anche, per esempio, coi social network) sull’attività svolta nei singoli uffici.
– Trasparenza assoluta, anche patrimoniale, dei titolari di funzioni pubbliche.

3. Semplificazione

– Rafforzare ed accelerare il programma di misurazione e riduzione degli oneri amministrativi.
– Lancio di un Piano per l’effettiva attuazione delle disposizioni sui termini per la durata dei procedimenti contenuti nella l. n. 69/2009.
– Avvio di un programma di riduzione dei termini per almeno il 30 % medio in ciascuna amministrazione statale.
– Piano per la misurazione e riduzione degli obblighi di conformità sostanziale.
– Attuazione delle norme in materia di semplificazione contenute nello Statuto per le imprese in particolare per quanto riguarda gli strumenti volti a limitare ex ante l’insorgenza di nuovi adempimenti burocratici inutili o sproporzionati rispetto al rischio prevenuto.
– Istituzione di organismo realmente indipendente di valutazione delle politiche di semplificazione che sia di stimolo e di raffronto critico per l’azione realizzata dal governo.

4. Le strutture dell’amministrazione e la loro efficienza

Organizzazione delle amministrazioni. Passare da interventi trasversali ed uniformi alla logica degli interventi selettivi e della spending review : in ciascun settore occorre individuare le azioni che consentono di ridurre effettivamente gli sprechi lasciando intatta, e anzi rivitalizzando, la parte viva e necessaria delle strutture pubbliche. In questo senso è importante realizzare radicali progetti di riorganizzazione che permettano di ridurre la frammentazione organizzativa dei ministeri, in particolare per quanto riguarda la rete degli uffici periferici, e di accompagnare il processo di ampliamento delle competenze degli enti territoriali con un adeguato spostamento di strutture e di risorse umane dall’amministrazione centrale dello Stato a favore di questi ultimi.

Proposte

– Piani industriali per la riorganizzazione dei servizi e delle strutture amministrative: obiettivi, risorse, tempi, verifica dei risultati, monitoraggio degli effetti
– Unico ufficio territoriale del governo
– Superamento degli uffici decentrati dei ministeri (salvo che per le materie di competenza esclusiva dello Stato centrale)

Performance . Gli obiettivi devono essere il rafforzamento dei meccanismi di valutazione, concentrandoli sulle strutture ammnistrative più che sui singoli dipendenti, e il collegamento effettivo tra programmi realizzati dai vertici politici e risultati conseguiti, oltre a un maggiore coinvolgimento dei cittadini nella definizione di tali piani di azione.

Proposte

Civit

– Rafforzare l’autonomia dal governo, attraverso l’autonomia organizzativa e gestionale
– Rimuovere il vincolo di operare nei confronti della Presidenza del consiglio e del Ministero dell’Economia.
– Ampliare la competenza agli enti territoriali, aprendola alle rappresentanze degli utenti-consumatori e di regioni e autonomie
– Introdurre una forma di valutazione dell’operato degli OIV realizzato dai responsabili di vertice politico con il supporto della Civit.

Obiettivi e risultati

– Stabilire una relazione stretta tra funzione di bilancio e di programmazione in particolare con riferimento alla spending review .
– Prevedere per legge che i piani della performance e il loro monitoraggio siano sottoposti a consultazione pubblica, così come la pianificazione delle opere pubbliche

5. Le risorse umane: accesso, formazione, responsabilità

Accesso . L’obiettivo numero uno deve essere il ringiovanimento dell’amministrazione pubblica più anziana del mondo (età media 60 anni), operando in modo selettivo in modo da concentrare interventi di immissione di personale qualificato nei settori dell’amministrazione centrale e periferica da potenziare. Ad esso si accompagna la necessità di ristabilire la regola “concorsi pubblici sempre”, dando nuova effettività a un principio costituzionale divenuto ormai desueto.

Proposte

– Riduzione drastica dei casi in cui PA e società pubbliche o a partecipazione pubblica possono attingere a personale non assunto per concorso; divieto di ricorrere a somministrazione del personale;
– Regole uniformi stabilite con legge statale per la valorizzazione, nei concorsi, dell’esperienza professionale svolta in enti pubblici o privati a titolo precario e divieto di riservare l’accesso o di dare premialità specifiche a chi abbia lavorato presso le medesime PA che assumono;
– Concorsi unici articolati sul territorio, con commissioni di esame estratte da un albo composto da esperti nominati per un periodo di tempo limitato; procedure affidate a un organismo indipendente; migliorare l’efficienza nell’organizzazione dei concorsi sulla base delle migliori esperienze UE
– Mobilità nelle carriere fondata sul merito, riconoscendo le funzioni svolte in altre amministrazioni;
– Divieto di attivare nuovi concorsi, e tantomeno contratti “precari”, prima dell’esaurimento delle assunzioni di idonei in concorsi ( segnaliamo che la Commissione Lavoro della Camera ha in programma, la prossima settimana, l’esame di una PDL in materia, presentata, tra gli altri, da Cesare Damiano )
– Disciplina dei tirocini nelle PA ( vedi proposta di legge PD, Damiano et al. )
– “Eccellenze nelle PA”: programma annuale per selezionare (con test standard) studenti all’ultimo anno di università da immettere in percorsi di formazione e esperienza professionale e come dirigenti e quadri nella PA, in seguito a valutazione competitiva.
– Titolo di studio e accesso: nell’ambito di un obiettivo più generale di attenuare gli effetti del valore legale del titolo di studio, anche in considerazione di potenziali abusi e dell’attuale impossibilità di definire uno standard comune di valutazione delle performance degli studenti da parte degli Atenei, il PD propone di abolire il valore legale del voto di laurea (solo il titolo quale filtro all’accesso) e di evitare che le progressioni di carriera interne alla PA siano legate alla successiva acquisizione del titolo di studio da parte dei dipendenti.

Formazione . La qualità del personale delle PA dipende anche dalla formazione continua. Al sistema formativo pubblico italiano manca una bussola. Ogni amministrazione ha preteso la propria scuola, così abbiamo una galassia della formazione, con almeno 10 scuole: chiediamo di intervenire con coraggio per riformare finalmente questo sistema pulviscolare. Gli sprechi da abbattere sono noti: oltre 140 milioni per la formazione nel 2009, molte scuole che comprano docenze all’esterno, anche quando – è il caso della Scuola superiore della PA – hanno in organico un cospicuo personale docente “comandato” dalle università e dalle PA.

Occorre individuare una politica-guida della formazione: per riformare il sistema occorre prefigurare l’assetto dell’amministrazione dopo la riforma federalista. Il personale dovrà sempre più avere un profilo formativo europeo, e sulla cultura giuridico-formalistica dovrà prevalere la capacità di lettura dei fenomeni economico-sociali e un’attitudine organizzativa/manageriale.

Dirigenza pubblica. La dirigenza deve essere autonoma, responsabile, libera dagli effetti negativi dello spoils system, pratica che ha prodotto una forte immissione nel sistema di pseudo dirigenti affini alla politica. È necessario ridurre il numero dei dirigenti e far emergere i quadri direttivi, sempre più decisivi nei processi gestionali. Giovani ad alta professionalità fortemente presenti nel sistema privato ma non in quello pubblico.

Proposte

Chiediamo che si intervenga sulle norme che hanno ripristinato un regime di precarietà per la dirigenza pubblica tutelando il merito e l’imparzialità dell’azione amministrativa. In relazione ai processi di riorganizzazione di cui sopra è necessario operare una drastica riduzione del numero dei posti dirigenziali per donare la necessaria ampiezza al loro potere gestionale. Esprimiamo soddisfazione riguardo al ripristino di un tetto ai compensi dei dirigenti e di destinatari di incarichi pubblici.

www.partitodemocratico.it

"Finalmente un leader di livello europeo", di Eugenio Scalfari

Monti non è un tecnico e non è un economista. Mario Monti è un finissimo uomo politico e ne abbiamo avuto la prova, anzi la conferma, dalla conferenza stampa di giovedì scorso. È durata più di due ore. Ha fatto un discorso introduttivo di un quarto d´ora e poi, per più di un´ora e mezzo, ha risposto a 31 domande assai pepate dei giornalisti. Forse alla fine era un po´ stanco ma non si vedeva, l´adrenalina lo sosteneva come fosse uscito in quel momento da un benefico riposo.
Durante la conferenza stampa, tra tanti argomenti toccati e approfonditi, ha fatto l´elogio della politica ricordando che è l´attività più nobile dello spirito umano perché si occupa del bene comune nostro e dei nostri figli e nipoti.
«Gli uomini politici possono essere all´altezza del compito oppure scadenti e corrotti, anteponendo il bene proprio alla prosperità degli altri. Il nostro sforzo – ha detto – è quello di favorire il miglioramento del personale politico operando con efficacia per recuperare il valore di quell´attività».
Era molto tempo che non assistevamo ad un incontro di quel livello.
Competenza, padronanza degli argomenti, ironia e autoironia, furbizia tattica e sapiente strategia.
Personaggi di quella taglia se ne vedono pochi in giro in Italia e anche in Europa. A me che ne ho conosciuto parecchi sono venuti in mente Vanoni e Andreatta, La Malfa e Visentini, Schmidt e Jean Monnet. Esponeva i dati della situazione economica, le strettezze della finanza, le difficoltà di elaborare un programma di sviluppo senza abbandonare il rigore, tenendo insieme un´eterogenea maggioranza parlamentare e negoziando con le parti sociali sul patto generazionale senza il quale è impossibile realizzare la crescita e l´equità. Alla fine ha riassunto l´obiettivo che il suo governo si propone di realizzare indicando i tre valori che vi presiedono: libertà, giustizia, solidarietà. Sono i valori sui quali è nata l´Europa moderna e le bandiere tricolori della Grande Rivoluzione ne furono e ne sono il simbolo rappresentativo.
Quella conferenza stampa è stata il battesimo di un leader di prima grandezza e ne siamo usciti rassicurati e grati.
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Le critiche non sono mancate. Si voleva che desse conto dell´articolato dei provvedimenti destinati allo sviluppo che saranno pronti entro il 20 gennaio, seguiti da ulteriori interventi in febbraio e in aprile. Si volevano indicazioni sul livello ottimale dello “spread” che si trova ancora al suo picco. Le “lobbies” che ancora padroneggiano ampi settori del Pdl e della Lega sono decise a limitare l´entità delle liberalizzazioni. Di Pietro è arrivato a rimproverarlo di non avere la bacchetta magica come ci si aspettava.
Ma chi si aspettava i miracoli? C´è ancora gente così stolta e così intrisa di demagogia da pronunciare frasi così insensate? C´è ancora gente che rimpiange i tempi in cui imperavano le cricche berlusconiane? Gli italiani hanno scarsa memoria storica, ma non fino a questo punto. La politica seria non fa miracoli e non è un circo equestre dove si esibiscono acrobati, orsi che fanno l´inchino e maghi che mangiano il fuoco. La politica è senso di responsabilità, realismo, diagnosi dei malanni e attento dosaggio dei rimedi.
Al circo ci vanno i bambini e recitano i pagliacci che li fanno ridere con le loro smorfie e la faccia infarinata.
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Non vi aspettate che la crescita sia a costo zero, lasciate a Giulio Tremonti queste baggianate con le quali ci ha portato al punto in cui siamo. E non vi aspettate che le misure di sviluppo indicate da Monti siano sufficienti se non saranno accompagnate da un´adeguata politica economica europea.
Lo sviluppo presuppone investimenti, gli investimenti presuppongono un aumento della domanda, quell´aumento presuppone un maggior potere d´acquisto. Questa sequenza di cause e di effetti che interferiscono tra loro presuppongono fiducia, cambiamento delle aspettative, mobilitazione di risorse ed equità nella distribuzione dei sacrifici e dei benefici.
Il governo ha messo al primo posto della sua agenda la lotta all´evasione indicando gli strumenti dei quali dispone. Ha sottolineato la necessità di far crescere la produttività e con essa i salari. Per ottenere l´aumento dei salari netti bisogna ridurre il divario tra costo del lavoro e busta paga. Quindi bisogna fiscalizzare i contributi riducendo massicciamente le imposte sulle imprese, il cuneo fiscale o comunque lo si chiami.
Ma sull´aumento di produttività va aggiunto che il problema va molto al di là del costo del lavoro: ci vogliono forti innovazioni sia nei processi produttivi e sia – soprattutto – dei prodotti. Su questo secondo punto l´industria e i servizi del terziario di qualità lasciano molto a desiderare. Quando si discute della produttività sembra quasi che il tema non riguardi gli imprenditori ma i sindacati operai. Marchionne è l´esempio eloquente di quest´errore di prospettiva. Se l´imprenditoria italiana non specializzerà la sua ricerca sull´innovazione del prodotto, recuperare adeguati livelli di produttività resterà una chimera.
Non a caso su questo punto Monti ha messo l´accento. Il “piccolo è bello” ha fatto il suo tempo perché il “piccolo” non è in grado di fare ricerca. Il piccolo non è bello affatto e va energicamente incoraggiato a crescere anche se finora su questo punto si è fatto pochissimo.
Quanto alla mobilitazione delle risorse per accrescere il potere d´acquisto dei consumatori, il recupero dell´evasione è certamente fondamentale ma i risultati avranno bisogno di tempo. È esatto constatare che fino a quando quella lotta non avrà prodotto i suoi frutti continueranno a pagare “i soliti noti”. Ma se bisognava salvarsi dal baratro con una manovra preparata in due settimane, chi avrebbe dovuto pagare se non i suddetti “noti”? Si poteva aspettare un anno o ancora di più? I movimenti di protesta, le opposizioni senza argomenti, non rispondono a questa domanda sui tempi, quando gli attuali “ignoti” saranno finalmente scovati, l´aumento delle entrate bisognerà destinarlo a ridurre le imposte sui soliti noti, questa è l´equità che il governo si propone e ci propone.
Nel frattempo però anche la crescita richiede una partenza rapida. L´obiettivo più a portata è il taglio delle esenzioni e delle regalie fatte a suo tempo a molte categorie di impresa che non danno alcun particolare contributo d´innovazione e di crescita. La cosiddetta “spending review” prevede una mappatura che solo questo governo ha cominciato ad avviare ma che chiederà anch´essa tempo, salvo alcuni casi macroscopici che gli esperti conoscono bene. Questi sprechi – perché di veri e propri sprechi si tratta – vanno colpiti subito, la cifra che si può recuperare prevede almeno 10 miliardi immediati. Non si tratta di tasse ma di spese da tagliare. Entro aprile quest´obiettivo può essere realizzato ma lo sgravio sul potere d´acquisto dei consumatori può essere disposto subito finanziandolo con quell´esenzione dal deficit degli effetti della congiuntura che Monti ha già chiesto a Bruxelles e che auspichiamo sia definitivamente riconosciuta negli incontri europei di fine gennaio.
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Molti si chiedono quali risultati abbia dato l´imponente erogazione di liquidità (500 miliardi) che la settimana scorsa Draghi ha effettuato. Monti non ha fatto alcun cenno in proposito perché la Bce ha finanziato il sistema bancario e non i debiti sovrani degli Stati europei, visto che il suo statuto non glielo consente. Ma è ovvio che il governo conosce i possibili e fondamentali effetti di quella manovra per il collocamento dei titoli di Stato per cifre imponenti da febbraio ad aprile e oltre.
Le banche finora non hanno utilizzato la liquidità proveniente dalla Bce. In piccola parte sono intervenute alle aste dei giorni scorsi soprattutto sui Bot a tre e sei mesi e, in misura ancor più limitata, sui quinquennali e decennali emessi giovedì scorso. In parte hanno ricomprato obbligazioni proprie sul mercato secondario, ma il grosso della liquidità è fermo nei depositi della Bce. In attesa di che cosa?
Due sono i motivi di questa prevista gradualità. Il primo riguarda le decisioni europee di fine gennaio, il secondo la letargia della clientela sia per quanto riguarda l´attivo sia il passivo delle banche. C´è stata nei mesi scorsi una diminuzione cospicua dei depositi e una altrettanto cospicua diminuzione della richiesta di nuovi prestiti, in parte come effetto della recessione e in parte a causa della perdurante sfiducia nella capacità dell´Europa di governare la crisi. Meno depositi, meno prestiti, preferenza per investimenti a breve, cautela su quelli a lungo termine.
Le previsioni della Bce sono moderatamente ottimistiche.
Prevedono che in febbraio le banche europee saranno presenti attivamente alle aste in Italia, Spagna, Francia, Germania. Faranno profitti con la differenza tra i tassi delle aste e quello dell´1 per cento che gli è costato l´approvvigionamento. Quei profitti andranno a rinforzare i loro capitali e la loro presenza alle aste avrà il risultato di far scendere i rendimenti sui titoli pubblici, sempre che questo circuito virtuoso si realizzi.
Per quanto riguarda lo “spread” se questi percorsi si metteranno in moto diminuirà anch´esso anche se i picchi attuali dipendono in parte dal minor rendimento dei “Bund” tedeschi, quotati attorno all´1.80 anziché, come pochi giorni fa, al di sopra del 2. La Germania dovrebbe accrescere i consumi interni e le spese pubbliche per equilibrare l´economia propria e quella europea, ma ancora non ci sono segnali in questa direzione.
Infine una parola sul tasso di cambio euro-dollaro. Molti commentatori vedono la svalutazione dell´euro, che recentemente oscilla attorno a 1.30 con tendenza a ulteriore ribasso, come una sciagura. Ma non è affatto una sciagura. Appena un anno e mezzo fa l´euro era a livello di 1.18 sul dollaro e questa quotazione favorì le esportazioni. In tempo di recessione, un leggero aumento dell´inflazione e una discesa del cambio estero non sono sciagure ma eventi positivi e come tali andrebbero valutati.

Post scriptum: Mario Monti ha escluso tassativamente sue candidature politiche alle future elezioni ed ha escluso anche – e giustamente – una sua candidatura al Quirinale perché quella posizione non prevede e non sopporta candidature. Le domande su questi propositi politici di Monti ed eventualmente dei suoi attuali ministri erano inutili poiché le risposte erano prevedibili ed ovvie.
Resta il fatto che alle prossime elezioni tutto sarà diverso da prima; pensare che si ripetano le procedure d´un tempo e che si torni a confrontarsi sullo stesso campo da gioco è pura illusione. Questo governo è stato un´innovazione per il fatto stesso di esistere e di esser nato con queste modalità peraltro perfettamente costituzionali. Questa innovazione non è una rondine pellegrina ma un decisivo aggiornamento della democrazia parlamentare. Questo è un evento positivo con il quale la dolorosa e sofferta emergenza ci compensa.

La Repubblica 31.12.11

"La Farnesina deferisce il diplomatico fascio-rock", di Marco Pasqua

Inneggia alla Repubblica Sociale italiana, celebra squadristi e bandiere nere e ricorda, con orgoglio, le botte date ad un antifascista, all’università. Parole d’odio e di militanza nera, quelle che risuonano nelle canzoni del Katanga, leader del gruppo “Sotto fascia semplice”. Uno che ai concerti, promossi da CasaPound, viene accolto con le braccia tese. Cantore fascio-rock e, allo stesso tempo, rappresentante diplomatico italiano all’estero: dietro allo pseudonimo, ben noto sulla scena neofascista italiana, si cela, come ha rivelato l’Unità, Mario Vattani. Ex braccio destro del sindaco Gianni Alemanno (è stato suo “ministro degli Esteri”: dal 2008 al 2011 ha ricoperto il ruolo di consigliere diplomatico), figlio del più famoso Umberto, uno dei diplomatici più potenti d’Italia, attualmente ha il compito di rappresentare il nostro Paese in Giappone. Dallo scorso mese di luglio è stato, infatti, promosso console generale d’Italia a Osaka. Ma la Farnesina, presa visione del caso, ha deciso di deferirlo.

Sul sito della rappresentanza diplomatica italiana viene riportato il suo curriculum “ufficiale”: ha guidato l’ufficio economico commerciale all’ambasciata di Tokyo, è stato consigliere diplomatico di Alemanno quando era ministro delle politiche agricole e forestali e console d’Italia a Il Cairo. Classe 1966, formazione internazionale, grazie al background e ai mezzi che gli ha messo a disposizione il padre, è entrato nella carriera diplomatica nel 1991. Anni durante i quali era già un leader della musica identitaria, che animava (e anima) gli incontri della destra estrema negli spazi occupati e nei pub neri. Quella delle celtiche e dei raduni nostalgici a Predappio. Voce degli “Intolleranza” prima, fondatore nel 1996 dei “Sotto fascia semplice”, non aveva mai cantato live. Anche se, come testimoniano le interviste rilasciate con lo pseudonimo “Katanga”, era un sogno che aveva sempre coltivato. La musica, per lui, è sempre stata militanza. Una potente arma da usare per inculcare nei giovani quei valori fascisti di cui le canzoni sono impregnate. A documentare una delle sue prime uscite pubbliche, su Youtube, c’è un video che racconta l’esibizione presso “La tana delle tigri”, raduno organizzato da CasaPound nei pressi dello stadio Olimpico.

Canta con Gianluca Iannone, voce degli Zeta Zero Alfa, e attacca pacifisti e disobbedienti. E’ la prima esibizione pubblica dei “Sotto fascia semplice”. Sul palco esibisce braccia ricoperte di tatuaggi, quelli che poi, nei viaggi da diplomatico, ha sempre celato dietro ad eleganti completi gessati, protetto dalle maniche lunghe. Anche nelle missioni estere con il sindaco Alemanno, da Auschwitz ad Hiroshima (un incarico retribuito con oltre 228 mila euro lordi annui). Una doppia vita anche nel look per il fascio-console. In Campidoglio è tornato, tre settimane fa, per salutare il sindaco e i suoi vecchi collaboratori – che ben conoscevano la sua attività di fascio-cantante. Le sue parole sono musica per l’orda nera: “Una repubblica fondata sui valori degli epuratori – canta in “Repubblica”, uno dei suoi cavalli di battaglia – Da chi senza tante storie e con l’aiuto degli stranieri ha fatto fuori quegli ultimi italiani che fino alla fine hanno combattuto per un’altra repubblica”.

L’altra Repubblica a cui si riferiva – come spiega in un’intervista concessa ad uno di quei siti di controinformazione che lo osannavano – in contrapposizione a quella italiana (“fondata sui valori della resistenza, sui valori della violenza, sui valori del tradimento e dell’arroganza. Una repubblica fondata sulla lotta armata fatta da banditi e disertori, dinamitardi e bombaroli”) è quella della Repubblica sociale, e oggi rappresenta “quella che ognuno di noi può incarnare attraverso la sua attività quotidiana, e non parlo solo di militanza”. Un nickname, Katanga, che gli è stato dato a Bologna, durante una trasferta “in pullman – recita il testo della canzone dei Sotto fascia Semplice ‘Automito’ – le ore di canti, di grida, di inni di sezione. Il grande raduno, i saluti romani davanti alla stazione”. In quegli anni militava nel Fronte della Gioventù, gli scontri con i “pelosi” antifascisti (come li chiama lui) erano all’ordine del giorno. Anni difficili, durante i quali, insieme ad altri militanti dell’estrema destra, finirà sui giornali in seguito al pestaggio di due giovani di sinistra davanti al cinema Capranica (salvo poi essere prosciolto). Ma dei pestaggi sembra andar fiero. E lo scrive, nero su bianco, con assai poca diplomazia. Nella canzone “Ancora in piedi” racconta di quando, dopo essere stato malmenato nella facoltà di Scienze Politiche, a Roma, si è vendicato dei suoi aggressori: “Siamo tornati col Matto e con Sergio, siamo passati dalla porta di dietro. Vicino ai cessi dalla parte dell’aula quarta c’era il bastardo che mi aveva aggredito. L’abbiamo messo per terra e cercava di scappare, ma è rimasto appeso a una maniglia. Gli ho dato tanti di quei calci, ed era tanta la rabbia, che mi sono quasi storto una caviglia”. Definisce le sue canzoni “musica per i camerati”. E la musica potrebbe essere il primo passo per sbarcare nell’attività politica, come ha lasciato intuire in un’altra intervista: “Ritornare a suonare dal vivo – ammetteva – significherebbe riprendere a fare politica attivamente. E’ una cosa a cui sto pensando molto in questo periodo”. E’ venuto il momento – diceva – “in cui ognuno di noi capisce che è venuto il momento per lasciare l’isolamento”.

La Farnesina si limita in una prima fase a difendere il primogenito di Umberto Vattani (e a definire la sua musica “un fatto di costume”). Poi, nel pomeriggio, rilascia un comunicato più netto: “Il Ministro degli Esteri Terzi, dopo aver preso conoscenza del caso, ha sin da ieri dato istruzioni affinché esso venga immediatamente deferito alla Commissione di disciplina del Ministero degli esteri, del che il funzionario interessato, Mario Vattani, è stato prontamente messo al corrente”.

La doppia vita del diplomatico approderà in Parlamento, con un’interrogazione preparata da Roberto Morassut (Pd): “Presenteremo un’interrogazione urgente al Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, per sapere se ritenga opportuna la nomina a console generale d’Italia in Giappone di Vattani, funzionario della Farnesina e leader di un gruppo musicale vicino agli ambienti di CasaPound. Crediamo che, nel momento in cui è ancora aperta l’indagine della Magistratura sull’ipotesi che alcuni esponenti di CasaPound siano responsabili di aggressioni e di violenze ai danni di militanti del Pd, non si possa derubricare a ‘fatto di costumè la partecipazione di un diplomatico, nominato console in Giappone, a manifestazioni dove si inneggia alla Repubblica di Salò e ai rituali di una destra identitaria. Per quanto riguarda nomine importanti come quelle di diplomatici, che rappresentano il Paese all’estero, ci permettiamo di sollevare alcuni dubbi sui criteri adottati e sulla presentabilità politica del console Vattani”.

L’associazione Libertà e Giustizia, tramite il coordinatore del circolo di Roma, Massimo Marnetto, chiede, con una lettera inviata al ministro Terzi, la rimozione immediata dal console: “Qui non si tratta di ‘una questione personale’ come ha tentato di minimizzare con inspiegabile leggerezza il portavoce della Farnesina. Infatti, Mario Vattani si pone contro il dettato dell’art. 54 della Costituzione, che vincola tutti i cittadini al dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione. Inoltre, come titolare di delicate funzioni pubbliche di rappresentanza diplomatica, il Vattani-Katanga ha ‘il dovere di adempierle con disciplina ed onore’, come prescrive sempre l’art.54 della Carta. Per questi gravi e comprovati motivi, le chiediamo di provvedere affinché Mario Vattani sia rimosso al più presto dalla sua funzione, come segno di intransigente rispetto dei valori costituzionali, nati dal superamento della tragedia fascista”. Preoccupazione viene espressa dal presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia: “Le ridicole, ‘nere’ esibizioni notturne di Mario Vattani, console italiano in Giappone, non possono non preoccuparci in quanto rivelatrici di un clima di ‘nostalgismo fascistà che è penetrato fin dentro le istituzioni. L’ANPI, nel richiamare tutte le coscienze sensibili e responsabili ad una vigilanza attiva, con cesserà di condannare fermamente ogni gesto e azione che faccia riferimento a quel momento cupo e criminale della vita del Paese che fu il fascismo, già condannato dalla storia e fuori da ogni consesso che si dica civile e democratico”.

www.repubblica.it

Rilanciare Università e ricerca: le proposte PD per l’agenda del governo Monti

Partendo dalle posizioni programmatiche approvata dall’Assemblea Nazionale e dalle posizioni assunte nell’iter parlamentare ecco l’agenda che proponiamo al ministro Profumo e all’esecutivo. La nuova stagione politica avviata con l’insediamento del governo guidato da Mario Monti contiene in sé i tratti dell’emergenza e, al contempo, la volontà di riattivare lo sviluppo, a partire dagli interventi di stabilizzazione e riforma necessari per superare la drammatica condizione economica e sociale italiana ed europea. Emergenza e speranza sono tratti che si proiettano con la medesima intensità nell’azione di governo relativa all’università e alla ricerca. Il Partito Democratico guarda a questo “impegno nazionale”, che rappresenta la cifra costitutiva del governo Monti, con apprezzamento e interesse, e intende partecipare a questa fase attraverso il sostegno politico e parlamentare, accompagnato da un’azione di stimolo e proposta che, su questi temi, prende le mosse dalle posizioni programmatiche elaborate dall’Assemblea nazionale e dalle posizioni assunte nell’iter parlamentare che ha condotto, con la nostra ferma opposizione, all’approvazione della Legge 240/2010 (la legge Gelmini) .

In questo documento intendiamo affrontare i temi che, a nostro avviso, riguardano più direttamente l’agenda per l’università e la ricerca del governo, in ragione della sua natura costitutiva e della combinazione di vincoli e opportunità ad essa connessi. Crediamo pertanto che, tanto più in questo tratto finale di legislatura, sia opportuno concentrare l’attenzione principalmente sul terreno dell’attuazione della Legge 240. Al contempo intendiamo sviluppare, a partire da gennaio 2012, una riflessione che ci conduca ad aggiornare il nostro programma, ponendo il sistema universitario nell’ambito di una visione complessiva da un lato delle politiche per la ricerca e l’innovazione quali nucleo essenziale delle azioni per la crescita e la competitività del Paese, e dall’altro del sistema dell’istruzione quale elemento fondante per la qualificazione delle risorse umane e per favorire la mobilità sociale e creare occupazione di qualità. Siamo convinti che nel processo di attuazione della L. 240 vi siano, nonostante tutto, notevoli spazi per attenuarne gli effetti più negativi, e così da fare di questa fase una sorta di ponte, che renda più stabile e efficiente il sistema, e meno confuse le regole e le prassi che lo governano, e da porre dunque le basi per un suo effettivo rilancio.
Particolare attenzione dovrà essere riservata alle indicazioni contenute nella lettera con la quale il capo dello Stato accompagnava, esattamente un anno fa, la sua promulgazione, facendo esplicito riferimento alle questioni delle risorse, delle carriere dei giovani ricercatori e del diritto allo studio, ed alla necessità di ricercare, da parte del governo, un “costruttivo confronto con tutte le parti interessate”. La natura e i compiti di questo governo richiamano alcune ulteriori indicazioni di fondo. La prima è la necessità di tener conto degli impegni che, anche in questa materia, il governo ha assunto rispetto alle istituzioni europee, richiamate da ultimo nel Report conclusivo dell’Eurogruppo del 29 novembre scorso. Crediamo poi che questo governo sia nelle condizioni ottimali per attuare una revisione di procedure e prassi operative, mirando alla trasparenza di dati, processi e obiettivi: in particolare il riferimento è alla connessione tra dati sul sistema – già disponibili – e obiettivi dell’azione di governo, e ai processi decisionali, con riferimento anzitutto alla ripartizione delle risorse per le università, i progetti e gli enti di ricerca.
L’attuale situazione richiede, in altri termini, una prima condivisione – con gli interlocutori politici e parlamentari, il mondo accademico e la più generale opinione pubblica – delle condizioni di partenza e degli obiettivi, sulla base dei quali porre in essere un tessuto di azioni e misure capaci di ridare dignità e sviluppo a politiche che, è opinione unanime, sono essenziali per la crescita economica, civile, democratica.

1. Le condizioni di partenza.

Il nostro giudizio sulle politiche universitarie nell’ultimo decennio, quasi esclusivamente governato dal centrodestra berlusconiano, è netto: si è affermata una cultura che nel complesso ha mostrato scarsa considerazione, quando non aperta ostilità, nei confronti del mondo dell’università e della ricerca. Con una ulteriore accelerazione negli ultimi 3 anni e mezzo, per l’operare congiunto di interventi legislativi errati e in ogni caso carenti in termini di capacità di introdurre le riforme necessarie, e di una compressione di grande rilievo delle risorse ordinarie per il sistema universitario e della ricerca, già ampiamente sottofinanziato rispetto alle medie europee e OCSE. In altre nazioni gli investimenti in ricerca scientifica sono stati fra i pochissimi risparmiati dalle politiche di austerità imposte dalla crisi economica; in Italia il precedente governo, pur aumentando la spesa pubblica, ha tagliato senza criterio le infrastrutture della conoscenza. Per cambiare passo, occorre avviare una fase di rilancio che consideri finalmente ricerca ed innovazione i principali motori della crescita economica di una nazione moderna e tenga conto dell’importanza dell’economia dell’apprendimento nell’attuale contesto internazionale. Agire in questa direzione appare sempre più urgente, perché oggi la ricchezza delle nazioni si misura non solo sul denaro, ma sulla condivisione della conoscenza e sulla capacità continua di evolversi, di innovare e di attrarre talenti. È sempre più necessario ripensare l’intero sistema economico a partire da questo nuovo paradigma.

A partire dalla ricerca, l’asimmetria tra risorse (ridottissime) e risultati (molto positivi) è un dato che deve da un lato rassicurare sulla tenuta complessiva del nostro sistema educativo, e dall’altro indurci a comprendere che c’è ancora la possibilità di non perdere il treno della competizione internazionale. I numeri ci dicono che il nostro Paese si colloca tra il settimo e l’ottavo posto nella graduatoria fra le nazioni, con una crescita del numero annuo di pubblicazioni che fra il 1996 e il 2008 è stata la più alta fra i paesi del G8. Per converso, è noto che i nostri investimenti in ricerca sono in ritardo rispetto agli standard europei, con un trend negativo che nel 2011 ci porterà a scivolare al dodicesimo posto al mondo per investimenti assoluti, mentre l’investimento in percentuale sul PIL ci vede da tempo ben oltre il 25° posto, con un 1,18% (dato 2008) lontanissimo dall’obiettivo del 3% che il Summit di Barcellona del 2002 fissava come obiettivo da raggiungere entro il 2010, e che la Strategia Europe 2020 indica adesso per il 2020.

Anche nell’istruzione universitaria l’Italia mostra un considerevole ritardo rispetto ai migliori standard internazionali, dovuto in particolare agli scarsi investimenti sia nel sistema universitario che nel diritto allo studio. La percentuale di laureati nella popolazione italiana fra i 30 e i 34 anni è pari al 19%, contro una media europea di oltre il 30%. Quasi due terzi dei nostri laureati provengono da famiglie con almeno un genitore laureato, un dato indicativo di un sistema di sostegno allo studio drammaticamente insufficiente a garantire la mobilità sociale sancita come principio costituzionale, e di una società nella quale più che capacità e merito vengono premiate le condizioni culturali e socio-economiche di partenza. Non a caso, la percentuale di studenti universitari che fruisce di borse di studio in Italia è pari al 9%, da confrontare con i dati delle principali nazioni europee, tutte vicine od oltre il 25%. A fronte di investimenti nel diritto allo studio del tutto insufficienti, le nostre università impongono tasse universitarie fra le più alte del continente (terzo posto tra gli Stati membri dell’UE).

2. Ricostruire la fiducia tra gli italiani e l’università.

In questi anni l’azione e la capacità innovativa degli atenei italiani si è indebolita. Politiche sbagliate, un costante attacco mediatico alla credibilità del sistema, partito da gravi episodi di malcostume da estirpare con decisione, hanno finito col travolgere la fiducia del nostro Paese nell’intera università. L’obiettivo primario dell’azione di governo deve essere dunque quello di ristabilire la fiducia e di ridare credibilità al nostro sistema universitario, nella consapevolezza – espressa dal ministro Profumo già nei suoi primi interventi – del ruolo cruciale che proprio l’università, nel suo complesso e attraverso l’azione dei singoli atenei nei rispettivi territori di riferimento, può giocare per la ripresa. Per un Paese che non “ama” la sua università non c’è alcuna speranza di sviluppo duraturo. D’altro canto, è giusto e doveroso chiedere sempre all’università i massimi risultati e la massima trasparenza, con un impegno etico e organizzativo che si deve tradurre soprattutto nella capacità di far funzionare al meglio le sue regole, rendendone più semplice il contenuto e più severa l’attuazione.

3. Le proposte di intervento.

3.1. Premessa

Prima di entrare nel merito delle singole proposte, crediamo sia necessario chiarire gli obiettivi di fondo del sistema universitario e introdurre un’innovazione nelle procedure e nelle prassi che possa realmente migliorare il suo funzionamento. Chiediamo che il governo assuma l’impegno di definire, sulla base delle analisi ufficiali di istituzioni italiane e internazionali, a partire dall’OCSE, gli obiettivi del sistema da raggiungere nell’immediato, nella propria azione, e a medio termine, rispetto al 2020 (in modo da apportare gli opportuni aggiornamenti al PNR e agli impegni assunti in sede europea), per quanto riguarda: il numero di laureati, il numero di studenti assistiti dal diritto allo studio (compreso il numero dei posti letto nelle residenze universitarie), il numero dei docenti strutturati e il rapporto studenti/docenti, il grado di internazionalizzazione (corsi in lingua inglese, presenza di studenti e docenti stranieri, percentuale di studenti che compiono periodi di studio all’estero), gli investimenti pubblici e privati nella ricerca e nell’università. Tutto ciò tenendo come parametro essenziale, e prospettiva tendenziale da raggiungere, i dati relativi ai Paesi dell’UE. Quanto a prassi e procedure, crediamo che sia necessario perseguire un chiaro avanzamento in termini di processi aperti e trasparenti, con riferimento, ad esempio, alla programmazione e alla ripartizione delle risorse (FFO e FOE), all’approvazione degli statuti e degli accordi di programma, e più in generale per tutte le scelte affidate alla discrezionalità degli organi politici e amministrativi. È inoltre auspicabile che, in particolare per quanto attiene al processo di attuazione della legge 240 sia mantenuto costantemente aperto il confronto con i soggetti interessati. Nell’affrontare la nuova fase politica, è fondamentale che il governo si confronti con le forze politiche e parlamentari – e nello specifico con il PD – sullo stato di attuazione della L.
240. Con riferimento in particolare ai provvedimenti ancora da adottare o attesi all’esame del Parlamento, è necessario intervenire per migliorare, nella sua attuazione, l’operatività di una legge alla quale, come noto, ci siamo opposti duramente. Chiediamo anzitutto di riaprire il pacchetto di provvedimenti in via di approvazione, a partire dal fondamentale schema di decreto legislativo sul diritto allo studio, che necessita, a nostro avviso, di significativi interventi che ne migliorino la funzionalità e l’efficacia.

3.2. Proposte specifiche di intervento Più istruzione e più mobilità sociale: il diritto allo studio al primo posto

Il rilancio della politica universitaria deve partire dall’emergenza del diritto allo studio. Attraverso il diritto allo studio, infatti, possiamo conseguire tre obiettivi, tutti fondamentali per il Paese: (i) aumentare il numero dei laureati, per portarlo nel più breve tempo possibile nelle medie europee, invertendo una tendenza che negli ultimi anni ha visto invece diminuire il numero delle immatricolazioni; (ii) fare dell’università “il” luogo per eccellenza della mobilità sociale, consentendo l’attuazione del principio costituzionale di assicurare ai “capaci e meritevoli, ancorché privi di mezzi”, di completare il loro percorso di studi, il che accade sempre più raramente in un Paese in cui aumentano sensibilmente le differenze sociali; (iii) spingere il sistema universitario alla coesione, che può essere assicurata accompagnando la possibilità per gli studenti di spostarsi più liberamente nelle diversi sedi universitarie ad un costante e rigoroso ‘controllo di qualità’ sui titoli, e ad una politica di equa distribuzione di ‘poli di eccellenza’ sul territorio nazionale.
Si tratta di obiettivi che, nei nostri programmi, si possono perseguire attraverso un “diritto allo studio mobile”, che consenta, appunto, agli studenti contribuire alla valutazione delle università attraverso le loro scelte (e facendo di queste uno degli elementi per la valutazione e per l’assegnazione delle risorse, ad esempio attraverso l’introduzione di un costo standard per studente): in altri termini, un diritto allo studio che garantisca parità di trattamento indipendentemente dal luogo di origine e di destinazione dello studente e che pertanto lo affranchi dalla necessità di piegare la scelta vocazionale ai limiti della capacità di spesa della famiglia, con impatto negativo tanto sulla performance nello studio che sulla piena espressione del proprio talento. Alla base di questo nuovo meccanismo è necessario costruire un sistema di diritto allo studio e di orientamento già nella scuola secondaria superiore. Nell’immediato, crediamo sia necessario definire gli obiettivi essenziali e i pilastri del sistema: (i) raddoppiare in 6 anni il numero di studenti assistiti dal diritto allo studio, per raggiungere il 25% nel 2020; (ii) stabilire regole chiare e uniformi su tutto il territorio nazionale e assicurare a tutti gli aventi diritto l’effettiva erogazione della borsa di studio; (iii) favorire la mobilità nazionale e internazionale degli studenti; (iv) esercitare una attenta e pervasiva azione perché i percorsi di studio delle università siano rispondenti alle specifiche progettuali sui quali sono impostati a partire dal rispetto dei tempi di laurea e dalla considerazione delle opportunità professionali.
Per conseguire questi obiettivi è necessario garantire la borsa di studio a tutti gli aventi diritto su tutto il territorio nazionale e con condizioni di accesso chiare e uniformi nel Paese, anche apportando le seguenti modifiche allo schema di decreto legislativo atteso all’esame parlamentare: (i) introduzione di un unico bando nazionale, con requisiti omogenei, sul sito del MIUR, al posto della miriade di criteri e requisiti degli attuali bandi ‘di sede’, cui corrispondono percentuali di effettiva erogazione assai variabili, ovviamente nel rispetto delle competenze regionali in materia e previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni; (ii) aumento del valore dell’ISEE (indicatore della situazione economica) per accedere alle agevolazioni, in modo da ampliare la platea di beneficiari, prevedendo opportune dotazioni finanziarie: a tale scopo, è razionalità e buon senso far confluire tutte le risorse per diritto allo studio e merito (provenienti anche da dotazioni di altri ministeri o da specifici progetti come il progetto Diritto al Futuro dell’ex Ministro della Gioventù) in un unico fondo che assicuri prioritariamente l’erogazione delle risorse per tutti gli aventi diritto alle borse di studio, e i sostegni per premiare il merito disgiunto dal reddito siano erogati solo attraverso risorse aggiuntive; (iii) obbligatorietà dell’erogazione di un contributo in denaro integrativo della borsa ai partecipanti a programmi di mobilità internazionale, poiché lo status socio-economico familiare è attualmente una forte discriminante nell’accesso a questi programmi.
Per realizzare pienamente il dettato costituzionale, in realtà, occorre costruire attorno alle università un vero welfare studentesco che vada incontro a tutti i bisogni della popolazione universitaria in modo da incoraggiare le immatricolazioni ed abbattere la dispersione. Serve un cospicuo investimento nelle residenze universitarie – anche attraverso le risorse dei Fondi strutturali – per sostenere la mobilità degli studenti (solo il 3% della popolazione universitaria beneficia di posto letto e il costo dell’alloggio è quello che pesa maggiormente nel budget di spesa di uno studente), prevedendo un’azione di programmazione che parta dal monitoraggio degli effetti della legge 338/2000 sulle residenze universitarie.
Con riferimento alle tasse universitarie, si deve partire dal presupposto che l’Italia è uno dei paesi UE in cui esse sono più elevate (siamo al terzo posto): per tale ragione è sbagliato ipotizzare un loro innalzamento, così come rendere maggiormente elastico il criterio del 20% del contributo degli studenti al finanziamento ordinario. E se le risorse ordinarie diminuiscono – è il caso di questi anni – è giusto che con esse diminuiscano in valore assoluto anche le tasse, proprio perché il rapporto riferisce la contribuzione degli studenti ai costi ordinari dell’università, e non è pensabile bilanciare i minori trasferimenti statali con un aumento – anche solo proporzionale – della contribuzione studentesca.
Consideriamo, a tale proposito, positivo che nel Report conclusivo dell’Eurogruppo del 29 novembre non compaiano più i criptici – e criticabili – inviti, già presenti nella fitta corrispondenza tra governo italiano e istituzioni europee, a rendere maggiormente flessibile il rapporto tra tassazione a carico degli studenti e servizi resi dagli Atenei.
Occorre piuttosto rendere la tassazione maggiormente progressiva[1] e più omogenea territorialmente. Quanto al tema dei prestiti, molto dibattuto negli ultimi tempi, è necessario affermare che essi non possono essere finalizzati al pagamento delle tasse universitarie. Sarebbe sbagliato, in altri termini, che tale sistema costituisse una leva per l’aumento delle risorse ordinarie per l’università attraverso un incremento notevolissimo delle tasse: al fine di spostare il peso del costo dell’istruzione sulle spalle di chi ne trae effettivo beneficio occorre intervenire prioritariamente sul diritto allo studio, così da mutare la composizione sociale della popolazione universitaria, accompagnando questo sostegno con una valutazione severa dei requisiti per l’accesso e il mantenimento. Il sistema dei prestiti agevolati, invece, può essere sperimentato avendo riguardo a specifiche situazioni, quali quelle degli studenti che attualmente accedono in minor misura (o per niente) a forme di agevolazione (ad esempio gli iscritti ai master, i dottorandi e gli specializzandi) o delle fasce degli studenti che superano (entro determinati limiti) i requisiti reddituali per l’erogazione delle borse di studio, accomunate dal fatto che potrebbero vedersi costretti comunque a chiedere un sostegno finanziario a condizioni decisamente peggiori di quelle di un prestito per sostenere i costi diretti e, ancor più, indiretti della loro permanenza all’università.

Sbloccare e rendere stabile l’accesso alle carriere

Il rilancio del sistema universitario non può prescindere dal superamento di una paralisi nel reclutamento che si trascina ormai da un triennio. A un anno dall’approvazione della legge 240, il varo della prima procedura di abilitazione nazionale, preliminare al nuovo reclutamento, non è ancora in vista.

Occorre dunque porre fine ai ritardi nell’emanazione dei provvedimenti necessari per l’avvio delle procedure di abilitazione nazionale e accelerare l’attuazione del piano straordinario per la chiamata di professori associati previsto dalla legge 240, svincolando la distribuzione dal rapporto assegni fissi/FFO dei singoli atenei (come prevede il PD in una proposta di legge, prima firmataria Ghizzoni, sottoscritta da tutte le forze politiche nella commissione Cultura della Camera).

Si deve, in sintesi, sbloccare il reclutamento e rendere continuo, stabile e certo il processo di ingresso e carriera. Da troppi anni, al contrario, i concorsi per l’ingresso di giovani talenti nelle università sono praticamente bloccati, con il risultato di un progressivo ed inesorabile assottigliamento ed invecchiamento del corpo docente e ricercatore. Analogamente, da troppo tempo a docenti e ricercatori è negata la possibilità di misurarsi per l’accesso a ruoli superiori.

Per evitare un’inaccettabile durata della fase ‘precaria’ del rapporto fino alla soglia dei quarant’anni ed oltre, occorre superare da subito l’artificiosa distinzione fra assegni di ricerca e contratti a TD di tipo a), per farli convergere, com’era negli auspici e nelle proposte del PD, verso un contratto unico di ricerca, e far diventare i TD di tipo b) una vera tenure track. E in ogni caso, poiché la valorizzazione del merito e del talento è necessariamente legata all’esistenza di momenti di crescita personale e professionale, occorre incentivare l’attivazione dei contratti a TD di tipo b), fornendo alle amministrazioni tutte le indicazioni tecniche necessarie e vigilando tuttavia rigorosamente sulla puntuale applicazione della norma che prevede il preventivo accantonamento delle risorse per l’ingresso dei ricercatori a TD di tipo b), che conseguono l’abilitazione scientifica nazionale entro il triennio del loro contratto, nei ruoli dei professori associati.

L’obiettivo deve essere quello di superare la condizione attuale, che la Legge 240, nonostante le reiterate dichiarazioni, non potrà che aggravare, con interminabili e mal retribuiti percorsi di precariato che hanno elevato a oltre 40 anni l’età dell’ingresso in ruolo. Per andare oltre il circuito vizioso della precarietà e dell’incertezza, è necessario invece ridurre l’età di accesso e guardare alle altre nazioni avanzate, che responsabilizzano i giovani e concedono loro la possibilità di fare ricerca in modo autonomo e costituire propri gruppi ad un’età nella quale, secondo questa legge, un talento italiano dovrebbe ancora barcamenarsi fra borse e contratti di vario genere. Preliminarmente a queste valutazioni occorre avere chiaro che la prospettiva verso la quale il sistema è indirizzato è insostenibile: poiché abbiamo un rapporto tra studenti e docenti superiore alla media UE, e dobbiamo raggiungere un numero ancora maggiore di studenti, occorrerebbe porsi l’obiettivo di aumentare, gradualmente e in modo programmato, il numero dei docenti strutturati, puntando al contempo a una riduzione della loro età media (la più alta al mondo, aumentata sensibilmente negli ultimi anni). Al contrario, gli attuali vincoli rischiano di condurre in pochi anni al dimezzamento dei docenti strutturati, con effetti drammatici per la qualità della ricerca, della didattica e per la trasmissione, tra studiosi e tra questi e gli studenti, del sapere.

La ricerca, anima dell’università e centro dello sviluppo

Il ruolo della ricerca universitaria, che costituisce l’ossatura e la parte maggiore del sistema ricerca del Paese, deve essere rivalutato senza distinzione di discipline, ma con una particolare attenzione per la curiosità innovativa e l’avanzamento della conoscenza in ogni campo.È necessario anzitutto sostenere con decisione i progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN), il cui finanziamento è sceso ai minimi storici in un perenne stato di incertezza su tempi e regole. Occorre agire affinché sia ripristinata un’assoluta trasparenza nei meccanismi di assegnazione dei finanziamenti, utilizzando ovunque possibile metodologie e competenze internazionali e imponendo nette separazioni di ruoli per evitare continui conflitti di interesse. Dobbiamo porre sempre maggiore attenzione alle politiche europee nella programmazione delle linee strategiche della ricerca. L’obiettivo del PD è la costituzione di un’unica agenzia nazionale di finanziamento che superi i mille rivoli della gestione frammentata fra diversi Ministeri dove la burocrazia e l’inefficienza prevengono la distribuzione meritocratica e trasparente delle risorse secondo obiettivi nazionali. Tale agenzia consentirebbe anche di abbattere gli steccati fra settori disciplinari, favorendo l’interdisciplinarietà e superando la tradizionale divisione fra ricerca di base e applicata. La regola che l’agenzia dovrebbe seguire è quella di premiare le idee e le persone meritevoli con la massima trasparenza.
Nella fase contingente, il processo di profonda revisione di tutti gli enti vigilati dal MIUR, che ha visto il suo culmine con l’approvazione dei nuovi statuti e la nomina di tutti i Presidenti degli Enti comporta l’esigenza di una rapida verifica al fine di avere la certezza che tutti gli enti siano allineati alle esigenze del Paese, oltre che correggere eventuali anomalie.
È anche necessario rivisitare il Piano Nazionale della Ricerca al fine di superare l’attuale condizione che riduce al minimo i fondi del FOE non legati ai costi fissi per le ricerche attualmente svolte dagli enti di ricerca, focalizzando tutte le risorse “libere” su 14 mega progetti bandiera decisi al MIUR senza alcuna procedura di peer review, caso probabilmente unico nei paesi dell’UE. A tale scopo è opportuno che una commissione di altissimo livello internazionale analizzi in tempi brevi il PNR e faccia le relative raccomandazioni al ministro.

Sistema universitario, risorse e valutazione

Con riferimento alle risorse, pur con i vincoli determinati dalla crisi economica, qualche segnale di inversione di rotta è possibile, magari limitato in termini finanziari – intervenendo ad esempio sull’estensione dei meccanismi di defiscalizzazione al sostegno ordinario all’attività del sistema o di singoli Atenei – ma certamente significativo in termini politici e normativi.
Anche sul versante dei meccanismi di ripartizione delle risorse ordinarie, crediamo che il primo modo per bilanciare la loro scarsità sia rappresentato da programmazione pluriennale, assegnazione tempestiva (entro il 31 gennaio di ciascun anno), nuovi criteri trasparenti per l’assegnazione di una quota variabile di risorse il più possibile ampia. Questi ultimi devono essere improntati all’obiettivo di distinguere tra una base assicurata a ciascun ateneo, e una percentuale, sempre più ampia, assegnata in base alla valutazione, all’individuazione di un costo standard per studente, al numero di studenti fuori sede, all’internazionalizzazione e alla coesione territoriale, da realizzarsi con piani regionali del sistema universitario e con la finalità di garantire che in tutto il territorio vi sia un’adeguata presenza di strutture di qualità. A questo scopo deve intervenire anche l’operatività dei meccanismi di accreditamento, e l’introduzione di meccanismi che rendano chiaro il livello di formazione impartito dalle singole strutture universitarie (come la sperimentazione di test di verifica della preparazione degli studenti in ingresso e in uscita).
È del tutto condivisibile la prospettiva di assegnare quote crescenti del FFO in base agli esiti della valutazione. A tal proposito è bene tener presente che gran parte degli atenei utilizza il 90% e oltre del proprio FFO per il pagamento degli stipendi e per altre spese di minore entità comunque incomprimibili (bollette, manutenzione ordinaria…), anche a causa di una costante diminuzione delle risorse trasferite dallo Stato repentina e non programmata. Anche considerando altre entrate (fra le quali la contribuzione studentesca, che in ogni caso non può e non dovrà superare il 20% del FFO), è comunque evidente che l’elevazione della quota variabile dovrà essere conseguita in modo programmato e graduale. In un’ottica di superamento delle attuali limitazioni al turn-over, si può prioritariamente pensare ad una redistribuzione dei punti organico, lasciando agli atenei il 50% dell’intera quota dei punti organico resi disponibili ogni anno e assegnando il resto in base alla valutazione, fissate comunque le consistenze minime degli atenei necessarie per assicurare la presenza di adeguati sistemi di istruzione universitaria su base regionale.
La valutazione può essere quindi la chiave per innescare comportamenti virtuosi nell’ambito di una responsabile autonomia universitaria. La fase valutativa deve essere vista da atenei, dipartimenti, docenti e ricercatori come un’opportunità per il riconoscimento e la valorizzazione del proprio lavoro e delle proprie capacità. Per conseguire questo risultato occorre abbandonare approcci formalistici, punitivi ed iper-burocratici ed individuare, anche in base alle migliori esperienze internazionali, strumenti di valutazione dei risultati che partano dalla definizione di obiettivi condivisi, stabili nel tempo e, fatta salva la prima necessaria fase di avvio, resi noti in anticipo. È importante che l’ANVUR consolidi la propria attività, in piena indipendenza dalle funzioni ministeriali, dedicando attenzione prioritaria alle funzioni di valutazione rispetto a quelle di supporto delle attività del ministero e di normativa tecnica. In linea di principio occorre che l’ANVUR dedichi l’attenzione prevalente alla valutazione delle strutture universitarie demandando invece agli atenei la valutazione di singole iniziative e delle performance individuali.
Riguardo la possibilità di fonti di finanziamento alternative, la European University Association (EUA) ha recentemente ribadito che incrementare e diversificare le fonti di reddito costituisce un fattore di successo cui le università europee devono saper mirare, aggiungendo che è necessario diffondere negli atenei la piena consapevolezza dei costi delle attività sviluppate. In questo senso occorre promuovere la capacità degli atenei italiani di attivare fonti multiple di reddito mettendo a frutto le proprie peculiarità in termini di composizione del corpo accademico, interazione con i territori e presenza di infrastrutture di ricerca e di servizio. Non si tratta di imporre ricette centralistiche, ma di incoraggiare la capacità degli atenei di attivare fonti di reddito autonome.
Autonomia universitaria E’ necessario costruire finalmente un assetto efficiente e responsabile rispetto al sistema paese della politica autonomistica. Da quando questa è stata inaugurata, più di vent’anni fa, la sua attuazione è stata caratterizzata da due patologie. Da una parte le università hanno usato in modo poco responsabile l’autonomia gestionale, didattica, organizzativa e finanziaria che era stata loro attribuita. Dall’altra parte il centro del sistema (il ministero) non si è dimostrato capace di guidare a distanza il sistema universitario, ma ha indugiato nelle tradizionali pratiche di regolazione diretta del comportamento universitario e di controllo dei processi piuttosto che di verifica dei risultati (a onor del vero, spesso per porre rimedio agli effetti di un uso inadeguato dell’autonomia da parte delle università). È giunta l’ora, pertanto, di ridisegnare i ruoli che spettano, in una logica virtuosa dell’autonomia, alle singole università e al Ministero. A questo spetta il compito di indirizzare il sistema, attraverso la definizione di obbiettivi sistemici da raggiungere (nella didattica, nella ricerca e nella terza missione) all’interno di un piano almeno decennale di sviluppo del sistema universitario. La valutazione è al centro di questa strategia, ma deve essere capace di esaltare le diverse eccellenze dell’azione delle università (non solo, quindi nella ricerca di base, ma anche nella ricerca applicata, nel sostegno allo sviluppo socio-economico dei territori, nella didattica di base, nei dottorati). Alle università deve essere garantita la possibilità di disegnare – cosa consentita anche della L.
240 – gli assetti organizzativi più coerenti con la missione che esse devono necessariamente scegliersi. Il principio generale che deve informare questa ridefinizione della politica autonomistica deve essere quello di perseguire l’eccellenza nella differenziazione.
Dunque, a questi fini, nella relazione tra organi di governo nazionali e atenei occorre aprire spazi di autonomia, che favoriscano la differenziazione delle strategie, pur non rinunciando al contrasto di comportamenti opportunistici e degenerativi. Abbandonare l’approccio centralistico e iper-burocratico richiede anzitutto un ripensamento delle funzioni e delle competenze del Ministero dell’Università che deve passare dalla logica dell’uniformità e della standardizzazione alla logica delle promozione e della valutazione del pluralismo. È in questo senso centrale impostare azioni per potenziare gli uffici ministeriali addetti alla programmazione del sistema universitario.

Didattica, accreditamento e dottorati di ricerca

Per quanto riguarda la didattica, il Ministero dovrebbe monitorare il mutamento della governance interna degli atenei con l’abolizione delle facoltà, senza imposizioni burocratiche, anche in vista della valutazione e dell’accreditamento dei corsi di studio. Rischiano infatti di indebolirsi e di essere deresponsabilizzate la loro organizzazione e gestione, come la loro corretta progettazione culturale, soprattutto negli aspetti multidisciplinari.
Crediamo si debba anticipare il più possibile il momento nel quale lo studente esce dalla “protezione” del suo territorio e dell’ateneo, per dare a tutti in tempo utile la possibilità di comprendere il valore degli studi compiuti e il livello qualitativo del corso di laurea che si è frequentato e per agire come forza di pressione per il continuo miglioramento. A quest’obiettivo possono contribuire la fase di valutazione degli atenei e specifici meccanismi di incentivo/disincentivo, anche collegati ai compensi, che premino i docenti più attivi e viceversa penalizzino quelli meno presenti nel sostegno alle attività didattiche e di ricerca. Alcune proposte specifiche: (i) con riferimento al valore legale, in particolare, una severa analisi in sede di accreditamento delle strutture dotate della facoltà di attribuire titoli con valore legale; (ii) che sia mantenuta la terzietà della valutazione, e che questa tenga massimamente conto delle percentuali adeguate di personale strutturato e a tempo pieno; (iii) a proposito del valore legale del titolo di studio, occorre prevenirne le distorsioni, ad esempio attraverso l’abolizione del valore legale del voto di laurea (le P.A. dovrebbero condizionare le procedure selettive concorsuali al solo titolo di studio) o l’eliminazione della connessione tra acquisizione di un titolo di studio nel corso dell’attività professionale nelle P.A. e progressioni interne di carriera, le quali invece dovrebbero dipendere esclusivamente dal livello di competenze effettivamente acquisite; (iv) chiediamo una specifica analisi nei confronti delle università telematiche, fenomeno che sta assumendo tratti sempre più preoccupanti in termini di qualità e correttezza delle attività svolte e del livello di formazione impartita; (v) una innovazione ineludibile è rappresentata dal test unico nazionale per l’accesso alle facoltà di medicina.
Per tornare al tema del diritto allo studio, riteniamo che in una concezione avanzata ed evoluta esso debba consistere non solo nel dotare gli studenti delle risorse necessarie per svolgere gli studi, ma in un impegno a 360 gradi affinché l’offerta formativa erogata dagli atenei sia costruita intorno alle esigenze e ai bisogni formativi degli studenti e non esclusivamente sulla base di equilibri e accordi accademici. Occorre progettare con cura i corsi di studio e garantire la possibilità per gli studenti di ottenere quanto promesso in fase d’iscrizione. Nel concreto, questo significa che i percorsi formativi devono essere percorribili nel tempo previsto (superando con decisione i casi – purtroppo ancora diffusi – di corsi di laurea con percentuali infime di laureati in corso), devono tenere conto dell’occupabilità dei laureati formati, devono adottare piani degli studi e metodologie didattiche che favoriscono l’apprendimento da parte dei discenti.

La formazione post-laurea e il dottorato di ricerca sono temi centrali, e per questa ragione ad essi – così come all’apertura e all’internazionalizzazione del sistema – dedicheremo un focus specifico. Quel che è certo è che l’occasione offerta dalla definizione della nuova normativa sui dottorati e sulle scuole di dottorato in via di emanazione deve essere colta per stabilire una maggiore sintonia con la concezione degli studi dottorali prevalente in sede europea, anche attraverso la fissazione di fissare regole certe per l’attivazione di corsi di dottorato. La possibilità per gli atenei di istituire i corsi di dottorato deve essere vincolata alla loro effettiva capacità di offrire standard di ricerca elevati e percorsi formativi di qualità ai giovani ricercatori. Il dottorato di ricerca, inoltre, deve essere valorizzato e reso sempre più spendibile nel mercato del lavoro, sia nella pubblica amministrazione che nel mondo delle imprese, anche attraverso meccanismi di incentivazione all’assunzione di dottori di ricerca (come sostenevano proposte emendative del PD alla L. 240). È necessario disporre interventi normativi e politiche economiche di sviluppo che garantiscano allo stesso tempo un’adeguata formazione per i dottorandi e una migliore sinergia delle accademie con il mondo che le circonda. Grande attenzione va poi dedicata alla possibilità per i laureati di accedere al più alto livello di formazione: l’accesso e la frequenza dei corsi deve essere garantita a tutti i meritevoli privi di mezzi economici propri. Ciò implica la necessità di rivedere il livello della tassazione di ingresso e il progressivo superamento dei dottorati senza borsa.

[1] Un esempio è il sistema proposto dall’Osservatorio regionale per l’Università della Regione Piemonte, adottato nel 2011/12 dal Politecnico di Torino, per cui ad ogni incremento di 1.000 euro di ISEE corrisponde una diversa fascia contributiva.
Si ipotizza un importo per la prima fascia pari a 300 euro ed un incremento della tassa da una fascia all’altra di 30 euro, di conseguenza chi rientra nell’ultima fascia (con oltre 80.500 di ISEE) pagherebbe 2.130 euro.

www.partitodemocratico.it

Editoria, il premier: «Ora criteri oggettivi per i contributi», di Virginia Lori

Sul Fondo, passato dai 138 milioni del 2011 ai 53 del 2012, il premier rassicura: «Non lo cancelleremo, ma per assegnarlo sarà valutato l’effettivo impegno dei giornalisti e la reale diffusione delle testate». I colleghi di Liberazione sono fuori, all’ingresso della sede del governo a Largo Chigi, in fila con le pettorina gialle e rosse, spiegano i loro volantini, raccontano la morte di un giornale di sinistra il cui editore, Rifondazione comunista (Mrc) ha deciso di chiudere prima ancora del taglio dei fondi per l’editoria fosse effettivo. Non si rassegnano, stanno occupando la redazione in un conto alla rovescia che sembra senza appello ancora tre numeri e poi fine e invitano ad andare da loro. Solidarietà ma non solo.
Il collega del Manifesto è stato sorteggiato tra i primi, si assicura la domanda a nome di tante altre testate politiche e adesso a rischio pubblicazione: «Signor Presidente, tra un anno a questa stessa conferenza stampa ci saranno un centinaio di testate in meno in conseguenza dei tagli al fondo dell’editoria. Si tratta di quotidiani di destra, centro e sinistra. Come pensa il governo di tutelare il pluralismo nell’informazione e decine e decine di lavoratori e giornalisti?».
Era fatale che il nodo editoria il fondo è passato da 138 milioni nel 2011 a 53 nel 2012 sarebbe stato tra i protagonisti della conferenza stampa di fine anno. Monti era pronto. Sapeva. Ed è stata una delle poche domande a cui ha risposto entrando un po’ più nel merito. «I contributi all’editoria saranno mantenuti ha detto ma stiamo lavorando per definire criteri obiettivi, il più possibile persuasivi, per scegliere e selezionare ciò che sembra più meritevole dei contributi». Scegliere, quindi, «cosa difficile da fare ma necessaria». Il punto adesso sono i criteri che dovranno essere anche «numericamente» definiti. Saranno valutati «l’effettivo impegno di giornalisti e l’effettiva diffusione. Sarebbe impensabile eliminare completamente i contributi che sono il lievito per una informazione pluralista. Ma credo che sarebbe altrettanto superficiale e brutale eludere il problema e lasciare la situazione immutata anno dopo anno. Confido ha concluso Monti in una soluzione pragmatica, pluralista e difendibile. E il governo la difenderà».
In realtà c’è poco tempo. Perchè il credit crunch, la stretta del credito da parte delle banche, riguarda tutte le aziende. E i giornali sono aziende come tutte le altre con le specificità di produrre informazione. In queste condizioni finanziarie persino i giorni possono essere decisivi. Ecco perchè il governo deve fare presto a decidere, a concordare e a deliberare. Il sottosegretario con delega all’editoria Carlo Malinconico è consapevole del fatto che c’è poco tempo. «Stiamo lavorando, anche in questi giorni, per individuare i criteri oggettivi più giusti».
Il fatto è che in questo clima di caccia alla casta in cui la distanza tra tra opinione pubblica e politica è massima, ne fanno le spese anche i giornalisti definiti spesso casta. «Ma quanti sanno precisa il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino introducendo il premier Monti alla cerimonia della conferenza stampa di fine anno che l’Inpgi (la cassa di previdenza giornalistica, ndr) è alimentata solo e soltanto dai contributi dei giornalisti che provvedono alla cassa integrazione e alle pensioni senza vedere né chiedere un euro allo stato?». Precisazione puntuale e necessaria di questi tempi in cui si rischia di confondere un po’ le cose.
Iacopino ha promosso il premier giornalista professionista honoris causa. E gli ha consegnato la tessera rossa, con tanto di foto. «Una tessera ha spiegato Iacopino che hanno avuto in tasca giornalisti come Pippo Fava, Mariagrazia Cutuli e tanti altri morti per raccontare la verità». Una tessera «che aveva anche Giorgio Bocca la cui morte ha reso più triste questo Natale. Ci piacerebbe essere rispettati da vivi piuttosto che essere ricordati da morti».
Monti ha gradito, pare: «È una promozione visto che sono stato iscritto all’albo dei pubblicisti». E ha promesso: «Non mi sfugge l’importanza della stampa libera nel nostro Paese».

L’Unità 30.12.11

"Meno flessibilità e contratto unico di inserimento", di Tiziano Treu e Cesare Damiano

Il tema del mercato del lavoro verrà affrontato dal governo entro la fine di gennaio, come annunciato da Monti. L’argomento sarà esaminato attraverso la concertazione con le parti sociali: questo per noi è un fatto estremamente positivo. Anche su questo tema il Pd deve avanzare le proposte e trovare la giusta sintesi. Vogliamo fornire di seguito prime indicazioni per una discussione di merito attraverso la esemplificazione di alcuni punti:

1) Occorre disboscare la giungla delle forme di impiego flessibili: oggi il mercato del lavoro è caratterizzato da una pluralità di lavori temporanei che anziché trasformarsi in impiego stabile,diventano nella maggior parte dei casi precarietà a vita. Noi pensiamo che accanto al lavoro a tempo indeterminato, siano sufficienti poche forme di lavoro flessibile: il contratto di apprendistato, il lavoro a termine, il lavoro interinale e, in alcuni specifici casi, il lavoro a chiamata. Questa semplificazione
aiuterebbe lavoratori ed aziende. Va notato che non tutte le forme di impiego esistenti vengono utilizzate dalle imprese,come rilevato da numerose statistiche. Il governo Prodi aveva gia provveduto ad una loro diminuzione, contraddetta dal successivo esecutivo Berlusconi. A nostro avviso, una scelta più ideologica che pratica.

2) È necessario ripristinare una normativa che tuteli soprattutto le giovani lavoratrici dalle dimissioni in bianco. La regola era stata tradotta in legge dal governo di centrosinistra e cancellata da quello successivo. Occorre ricordare che essa traeva la sua legittimità da un atto parlamentare condiviso da tutti i partiti, ad eccezione della Lega, con un ordine del giorno sottoscritto dalle parlamentari di tutti gli schieramenti.

3) Va confermata e resa strutturale la scelta del governo di concedere lo sconto Irap alle imprese che assumono giovani e donne a tempo indeterminato. È una regola che va nella giusta direzione, come da noi richiesto da tempo: quella di far costare di meno il lavoro stabile rispetto a quello flessibile. Soltanto se si stabiliscono nuove convenienze di costo nel mercato del lavoro si potrà sconfiggere la piaga della precarietà a vita che colpisce in particolare le giovani generazioni. Riteniamo che questa scelta, oltre ai giovani e alle donne, debba riguardare anche i lavoratori ultracinquantenni in cerca di lavoro.
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4) Occorre favorire l’unificazione del mercato del lavoro superando le distinzioni esistenti tra vecchie e nuove generazioni. Il punto di partenza, come abbiamo già ricordato, è quello dei costi più convenienti per il lavoro stabile, che passa anche attraverso l’unificazione dei contributi per tutte le forme di impiego. Quello che noi proponiamo è di adottare un contratto unico di inserimento formativo nel quale esista un periodo di prova fino ad un massimo di tre anni. Durante tale periodo il lavoratore è ovviamente licenziabile, ma al termine della prova va agevolata l’assunzione a tempo indeterminato, compresa la tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Non crediamo che abolendo tale protezione si aumenti l’occupazione o si quadrino i bilanci.

5) È necessario riformare il processo del lavoro. Nel caso di un contenzioso sul licenziamento quello che pesa di più al lavoratore e all’impresa è l’incertezza della situazione che viene a determinarsi. Un processo può durare anni e durante quel periodo ciascuno dei soggetti in causa si interroga sul suo futuro. Il lavoratore si chiede se sia preferibile cercare un nuovo impiego. Il datore di lavoro si chiede quale costo dovrà sopportare nel caso in cui una sentenza a lui sfavorevole comporti un pesante risarcimento e la riassunzione. La nostra proposta è quella di avere per questi casi una corsia privilegiata, una procedura d’urgenza che affronti questi casi, come già proposto dal Pd con un apposito disegno di legge. Riteniamo che la
soluzione di questo problema sia considerata di grande interesse dal sistema delle imprese, più efficace di qualsiasi altro intervento.

6) È necessario dotare il Paese di un sistema di ammortizzatori sociali capace di affrontare la particolare situazione
di crisi che stiamo vivendo. Non bisogna sottovalutare il fatto che Confindustria abbia previsto per il prossimo anno altri 800.000 posti di lavoro persi. Esiste una legge delega del governo Prodi, condivisa dalle parti sociali e sottoscritta nel Protocollo del 2007, che è rimasta finora inattuata. In essa si prevede l’ unificazione delle varie forme di cassa integrazione
e delle indennità di mobilità e di disoccupazione. Pensiamo che questa scelte vada confermata e integrata con risorse che estendano tutele e diritti di base universali anche a chi svolge un lavoro precario.

7) Infine, riteniamo che il governo debba intervenire nella situazione di emergenza che si è determinata a seguito
della riforma pensionistica. Molti lavoratori hanno firmato accordi di mobilità oltre il termine del 4 dicembre previsto dalla nuova normativa. Altri si sono licenziati o sono stati costretti a farlo in previsione di un loro pensionamento a breve. In molti casi il tempo della pensione si sposta anche di 5 o 6 anni. Come si vive senza stipendio, indennità di mobilità o pensione per tutto questo tempo? A queste situazioni va posto immediatamente rimedio. Abbiamo voluto riepilogare brevemente il nostro
punto di vista sui temi del mercato del lavoro, augurandoci in questo modo di contribuire ad un dibattito costruttivo
che consenta di avere una posizione forte e unitaria del nostro partito ed un confronto positivo con il governo e con le parti sociali.

L’Unità 30.12.11

Fassino: «Torino sforerà il patto di stabilità», di Fabrizia Bagozzi

La cosa era nell’aria. Ieri il sindaco di Torino Piero Fassino l’ha annunciata ufficialmente: il comune non rispetterà il patto di stabilità «perché è stupido e cieco. Non seleziona ciò che è giusto vincolare da ciò che è giusto derogare. Non distingue fra spesa corrente e investimenti». La città sforerà di 320 milioni di euro per evitare un taglio da 120 milioni di euro ai servizi e per non tardare pagamenti per 200 milioni ad aziende fornitrici. Un ritardo di questa entità avrebbe rappresentato «un colpo troppo duro per l’economia della città», già provata da una crisi di cui ancora non si vede la fine.
Quella di Fassino è una bocciatura senza appello, il sindaco non esita a fare paragoni: «Catania ha un indebitamento procapite analogo a quello torinese. Ma a Catania non c’è la metropolitana, non c’è il termovalorizzatore, non c’è il passante ferroviario». La decisione di Torino dà corpo al fortissimo disagio di molti comuni che, tramite l’Anci, da molto tempo chiedono la possibilità di rivedere il patto di stabilità, cosa che il governo Monti si è impegnato a fare. Lo ricorda il presidente dell’Anci Graziano Del Rio: «Il 2011 è stato duro per tutti, ora i sindaci si aspettano di arrivare a una rapida revisione del patto. È grazie alla nostra azione che l’esecutivo ha deciso di ragionare su questo tema in maniera nuova».
Tavoli di confronto non sono ancora stati avviati, ma «dovrebbero essere convocati nel nuovo anno», auspica Del Rio. In conseguenza al mancato rispetto del vincolo, Torino otterrà minori trasferimenti dallo stato per circa 30 milioni di euro e dovrà ridurre le indennità degli amministratori del 30 per cento. A queste si aggiungeranno altre due sanzioni: il blocco delle assunzioni e lo stop alla possibilità di contrarre nuovi mutui (peraltro già bloccati nei fatti dal decreto milleproroghe del 2010). Per il 2012 l’obiettivo è rientrare nel patto con un bilancio rigoroso e austero. Ma anche sapendo che i vincoli saranno diversi.
Da Milano, Pisapia fa sapere di essere riuscito a rispettare le regole grazie alla spending review varata all’indomani del suo insediamento in comune, in base alla quale sono stati eliminati «sprechi e spese non necessarie».
Intanto molti primi cittadini provano a scongiurare la riduzione dei servizi ai cittadini con risorse proprie. A Firenze Matteo Renzi ha annunciato che terrà l’aliquota Imu sulla prima casa ferma al dato base nazionale e che abbasserà di un terzo l’addizionale comunale Irpef. Saranno invece tassate di più le seconde case, soprattutto se sfitte. E a Cagliari Massimo Zedda ha fatto sapere che i nove milioni che mancano all’appello verranno trovati mettendo mano ai centri di costo superflui.

da Europa Quotidiano 30.12.11