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"La prova dei fatti", di Paolo Guerrieri

L’andamento dei mercati negli ultimi due giorni ha offerto segnali contrastanti sulla capacità di tenuta dei nostri conti pubblici, confermando il rischio molto elevato che permane sul futuro del nostro Paese. Di qui la rinnovata sfida per il governo Monti di varare al più presto misure per rilanciare il potenziale di crescita della nostra economia.

Nelle aste dell’altro ieri, a fronte della forte domanda di titoli del Tesoro a sei mesi, il rendimento si è dimezzato, mentre un calo altrettanto significativo ha interessato le scadenze a tre anni. Sono diminuzioni che testimoniano una ritrovata fiducia, almeno nel breve termine, sulle prospettive dei nostri conti pubblici. Ma negli stessi giorni il tasso dei titoli di Stato a più lunga scadenza, pur registrando un lieve calo, è rimasto su livelli elevatissimi, e l’ormai famoso spread rispetto ai titoli decennali tedeschi ha superato abbondantemente la minacciosa quota di 500 punti. In questo caso il segnale è opposto, ovvero di una perdurante elevata incertezza e tensione che continuano a gravare sulla parte a medio-lungo termine del nostro debito. E per una molteplicità di ragioni: l’elevato stock di debiti, l’enorme volume dei titoli in scadenza l’anno prossimo e la recessione destinata ad aggravarsi nei prossimi mesi.
Il nostro tallone d’Achille era e resta l’elevatissimo rapporto debito/pil che continua a oscillare intorno al 120%. Va assolutamente corretto. La manovra del governo Monti ha mirato soprattutto a far scendere il numeratore di quel rapporto, con misure prevalentemente incentrate sul lato delle entrate e delle tasse (oltre il 75%). Ne è conseguito un aumento delle entrate sul pil ben oltre il 50 cento e della pressione fiscale oltre il livello record del 47 per cento. Come ha ribadito Monti nella conferenza stampa di ieri, ogni futuro spazio di intervento andrà incentrato a questo punto sul denominatore e su come far crescere il pil. Solo la crescita sarà in grado di assicurare che il nostro Paese possa assicurare nel tempo la sostenibilità del suo debito pubblico. Ed è evidente che questa è la vera sfida che incombe sul nuovo governo e ne determinerà in larga misura le sorti future.

In proposito da Monti ci si poteva aspettare qualcosa di più. Sia sulla visione di insieme e sia sulle più importanti misure che il governo si accinge a varare già a partire da gennaio. È stata comunque offerta una lista di possibili interventi, attualmente al vaglio dei ministri competenti, in qualche modo scontata, pur se largamente condivisibile, dal momento che spazia dalle liberalizzazioni alla concorrenza, dalle infrastrutture alle nuove regole per il mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, agli interventi nel campo della ricerca e dell’istruzione.
È ovvio che il rilancio della crescita non dipenderà dalle singole misure prese in sé, ma dal disegno organico complessivo in grado di assicurarne coerenza interna ed esaltarne l’efficacia. Fino ad ora è mancato e va rapidamente disegnato. Ovviamente, senza aspettarsi miracoli e particolari risultati a breve, ma con la fondata speranza di poter incidere sui processi di ristrutturazione in atto e sulle opportunità che si apriranno nel corso del prossimo anno in quel processo di «distruzione creatrice» che le fasi di recessione portano sempre con sé.
A questo riguardo, Monti ha teso a ribadire più volte che la manovra non può certo servire da sola a rianimare una congiuntura ormai preda della recessione. Ci vogliono una risposta e un’azione europee all’altezzai. Non si può che convenire. Suggerendo soprattutto due cose da chiedere nei prossimi incontri ai partner europei e in primis alla Germania. In primo luogo che si tenga conto della recessione nel fissare gli obiettivi in termini di saldo di bilancio e riduzione dello stock di debito per i prossimi due anni, come peraltro stabilito nel nuovo patto di stabilità europeo e ribadito anche nell’accordo fiscale da ratificare il prossimo marzo. In presenza di una recessione assai dura è molto probabile che non riusciremo a conseguire il pareggio di bilancio nel 2013, pur registrando un surplus primario e un saldo strutturale consistenti. Sarebbe sbagliato e addirittura deleterio a quel punto intervenire con nuove misure correttive dei saldi nominali, destinate a aggravare la recessione e di qui peggiorare il risultato di bilancio.

In secondo luogo, va chiesto con forza che la firma del nuovo accordo sulla disciplina fiscale – fortemente voluto dalla cancelliera Merkel – sia accompagnato da adeguate misure per la crescita a medio termine dell’area europea, oltre all’aumento a breve delle risorse a disposizione del Fondo salva stati (Efsf) in favore della liquidità dei paesi. Sono tutti spazi vitali da cercare di conquistare in Europa. La serietà del governo Monti e la ritrovata credibilità del nostro paese potrebbero essere spese proficuamente in questa direzione.

L’Unità 30.12.11

"Si lavora al contratto prevalente", di Claudia Fusani

Ci sono i titoli e lascia intravedere solo i contenuti. Perché stavolta sarà tutto «negoziato» con i partiti e le parti sociali seppur «rapidamente». Ma la strada è segnata. Dopo il «salva-Italia» ora in agenda c’è il «cresci-Italia». «Nei prossimi mesi lavoreremo per la crescita» dice il premier Monti ma i tempi saranno «veloci perché non ci è dato di lavorare con calma».

Ci sono scadenze serrate, l’euro-gruppo del 23 gennaio e il consiglio europeo del 30». E per quelle date le carte saranno calate sul tavolo: le liberalizzazioni nell’ambito del più vasto capitolo della concorrenza «su cui io, che ancora ricordo qualcosa sul tema, e il sottosegretario Antonio Catricalà saremo incalzanti» sono al primo posto insieme con «il cantiere del lavoro e gli ammortizzatori sociali», linee di sviluppo che Monti vede camminare insieme, intrecciate.

Non c’è sviluppo senza lavoro e le chiavi per far progredire entrambi sono più concorrenza e vere liberalizzazioni. le priorità C’è molta Italia a passeggio in un Natale triste e sospeso che aspetta misure concrete. Il premier professore evita annunci ad effetto, spiegherà il dettaglio quando le misure saranno pronte e punta sulla sostanza, forse meno appariscente ma che va ad incidere in modo strutturale sul sistema Paese. Il capitolo ammortizzatori sociali è il primo in agenda. Il governo ha compreso la gravità della situazione. I soldi per cassintegrati, licenziati, chi è finito in mobilità e/o sta per andarci scarseggiano e a gennaio molte situazioni potrebbero diventare esplosive.

Monti punta sulla lotta all’evasione («che deve avere effetto anche immediato visto gli strumenti che abbiamo messo a disposizione») per recuperare fondi «che saranno destinati al mondo del lavoro». E lavorerà molto anche per riorganizzare il sistema attuale degli ammortizzatori in modo di recuperare risorse e impiegarle meglio.

Nella lunga conferenza stampa, una lezione di economia lunga tre ore alleggerita di tanto in tanto da sprazzi di humour inglese, la parola lavoro viene pronunciata decine di volte, segno che il tabù non è più totale. La riforma del mercato del lavoro è «delicata, impegnativa ma essenziale». Giovani e donne, «risorsa per la crescita», sono il cruccio e insieme l’obiettivo del governo. E soprattutto ai giovani, categoria comprensiva di trentenni e di tutti i precari, è destinato il «contratto prevalente», il jolly che il governo si appresta a calare sul tavolo.

Il Professore non lascia trapelare dettagli. Parla genericamente di «contratto unico che superi l’attuale precarietà», uno strumento «più interessante per giovani e precari» con due obiettivi: «Superare il profondo dualismo del mercato del lavoro italiano con effetti negativi non solo in termini di equità ma di efficienza»; «superare le regolazioni che puntano quasi solo su condizioni di liceità delle diverse fattispecie giuridiche e con forti incertezze interpretative». Fonti del governo confermano che il «contratto prevalente» è l’opzione più valida tra quelle possibili. Si tratta di una forma di contratto che allunga da tre mesi fino a tre anni la condizione di precario segnando però un percorso più garantito (è previsto un salario minimo a tutela crescente) al termine del quale può arrivare il contratto a tempo determinato. Ha il pregio di fare pulizia e di unificare la babele di contratti a tempo determinato (dai 18 ai 27 tipi diversi) che da anni strozzato il presente e il futuro dei giovani che entrano nel mondo del lavoro. E ha il vantaggio di non toccare l’articolo 18 che scatta solo, eventualmente, alla fine del percorso di tre anni e che incendia le barricate solo a nominarlo. Una bozza di contratto prevalente è contenuta in un disegno di legge a firma dei senatori Nerozzi e Marini (Pd). Monti vuol leggere testualmente un appunto che ha tutta l’aria di essere stato scritto dal ministro Fornero. È destinato a quei 50-60 mila per lo più cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro, con scarse prospettive di rientrarci e ora anche di accedere alla pensione. «Il governo – promette il Professore – assicura il massimo impegno per le situazioni di difficoltà economica.

D’accordo con il ministro Fornero e il ministero dell’Economia e delle Finanze, in relazione alla recente riforma pensionistica che ha modificato i requisiti di accesso, ha adottato misure rivolte a salvaguardare chi si sarebbe trovato senza lavoro e senza pensione per esempio i lavoratori in mobilità». Il Professore usa il passato. Significa che si tratta di misure già prese e risorse già trovate. Era uno dei punti di maggiore iniquità della manovra appena approvata. Da parte del Pd e dei sindacati era arrivata al governo una richiesta perentoria di correzione. Ora l’ufficialità della modifica è attesa per i primi di gennaio.

L’Unità 30.12.11

"Caro ministro, sia davvero super partes", di Milena Gabanelli e Giovanna Boursier

«Se l’insalata costa di più perché l’Iva è aumentata, io ne vendo di meno, ma la benzina che metto nel furgone quando vado all’ortomercato adesso è più cara, anche se carico 10 cassette invece di 20!» mi dice il fruttivendolo. Lo stesso giorno, in ascensore, incontro il vicino del piano di sopra: «A fine gennaio non mi rinnoveranno il contratto alla Coop e quindi venderò la macchina perché non so con cosa pagare l’assicurazione». Siamo in recessione e sarà dura «quasi» per tutti. Le ragioni sono state spiegate e rispiegate, ma quel «quasi» fa la differenza e chi governa un Paese non può non sapere che, quando la maggior parte dei cittadini è allo stremo, prima di chiedere «ancora uno sforzo», occorre dare almeno l’impressione che i primi a «sforzarsi» siano proprio coloro decidono per tutti. Corrado Passera è ministro dello Sviluppo, Infrastrutture, Trasporti e i suoi ministeri dovranno, più di altri, partorire una crescita che per ora non si intravede. Considera giustamente prioritario saldare i debiti della Pubblica amministrazione e pensa di farlo con i titoli di Stato. Obiezione: l’azienda creditrice con questi titoli potrà pagare gli stipendi ai suoi dipendenti? In caso affermativo perché non allargare questa modalità al mensile degli onorevoli…
Come ministro deve controllare e decidere se finanziare quelli che fino a ieri erano suoi clienti o soci nella grande industria italiana (dall’editoria alle telecomunicazioni, dai trasporti al settore energetico). Lo farà nell’interesse generale, della banca o di questa o quella società partecipata? Tra l’altro la crisi è stata generata anche da quel potere finanziario che lui prima deteneva e allora ci chiediamo: non c’era proprio nessun altro all’altezza di quell’incarico? Certamente sì, ma Monti ha scelto Passera e Passera ha accettato. Per sistemarsi, visto che per le banche non sono più vacche grasse? O per spirito di dedizione alla grande causa? Poco importa ma, se davvero gli sta a cuore l’uscita dalla palude, ha l’opportunità di dimostrarlo, liberandosi subito di tutti quei vischiosi, possibili conflitti.
Le ombre e i sospetti uccidono e, in questo momento, la forma è anche sostanza. Possiede 7 milioni e mezzo di azioni di Intesa Sanpaolo: le venda domattina, invece di continuare a dire «le venderò». Capiamo che è una disgrazia, perché quando le ha comprate valevano di più, ma è un gesto che l’avvicinerebbe a tanti disgraziati veri. Inoltre ci toglierebbe il pensiero obliquo che, da azionista di Intesa, possa interferire nelle scelte che riguardano Ntv, la società di Montezemolo e Della Valle (di cui Intesa possiede il 20%), che dovrebbe partire a gennaio e far concorrenza a Trenitalia. Poi c’è lo 0,11% di partecipazioni nel Campus Biomedico Spa, una società per azioni con sede a Milano, legata all’omonima università privata di Roma, con annesso Policlinico, nata nel ’93 per volontà dell’Opus Dei. Certamente il suo investimento ha ragioni etiche e non di profitto ma, siccome questa società è legata a un’università e a un centro di ricerca che ruotano nell’orbita dei finanziamenti pubblici, sarebbe bene che il ministro ne uscisse. Anche per indicare la volontà di un distacco da un mondo (quello dell’Opus Dei) che non brilla per trasparenza, parola che invece il ministro usa spesso. Dovrebbe liberarsi anche di quel 10,77% del Day Hospital International Srl, che sta ad Aosta e appartiene al gruppo D.H.I. Dovrebbe essere un centro diagnostico e forse anche una clinica privata. Il centro era nato per mandare gli eventuali utili alla sanità africana, ma sembrerebbe in perdita e quindi nulla di fatto per gli africani.
Nella sua storia professionale c’è una liquidità consistente che la società di famiglia ha parcheggiato per una decina d’anni nella zona franca di Madeira, perché facendosi due conti era più conveniente. C’è il fratello piazzato nel cda della Nh hotel, a zero stipendio ma a grande conflitto, visto che Intesa è azionista al 44%. Poi c’è l’eredità della famiglia d’origine, un 33% della Lariohotels Spa, che a sua volta ha una piccola quota dell’hotel Villa d’Este di Cernobbio (dove ogni anno si riunisce il gotha di finanza, politica e imprenditoria). Anche da questo sarebbe opportuno allontanarsi per sgombrare il campo da malignità. La maggioranza della società Villa d’Este (il più lussuoso albergo del mondo) la compra Loris Fontana, l’operazione è finanziata da Intesa, che sta anche nel patto di sindacato. Nulla di male, se questo non sembrasse il surrettizio controllo dei grandi alberghi del lago di Como. Il gruppo Fontana poi lo ritroviamo nella cordata Alitalia. E su Alitalia val la pena di rinfrescare la memoria: nell’estate del 2008, Intesa Sanpaolo, ex alleata di Air One, viene nominata da Berlusconi advisor di Alitalia. L’amministratore delegato Corrado Passera deve fare un piano e trovare una cordata. Il piano si chiama Fenice e prevede che debiti, passivo ed esuberi siano a carico dello Stato, mentre l’attivo finisca dentro una nuova società, che si fonda con Air One. La cordata nasce il 27 agosto e si infila in uno strumento già esistente e messo a disposizione da Intesa, che si chiama Cai (una srl che prima produceva passamaneria…). Intesa da advisor diventa socio e fra i soci c’è pure Air One, il che significa fine della concorrenza sulla rotta Roma-Milano; ciò è vietato dalle norme antitrust ma il giorno dopo, con un decreto ad hoc, le norme vengono sospese. Intesa, amministrata da Passera, è stata quindi prima advisor, poi socia e sicuramente anche creditrice di alcuni soci, compresa Air One. A valutare Alitalia per conto del governo, invece, c’è Banca Leonardo, che ha dentro alcuni dei soci che comprano: Benetton, Ligresti, Tronchetti Provera… Insomma, una storia che di regole, trasparenza e libera concorrenza, di cui oggi il ministro si riempie ogni giorno la bocca, ne ha ben poca. A tre anni di distanza, mentre stiamo ancora pagando i debiti di Alitalia, è possibile che debba prendere posizione sulla fusione con Air France o sul destino stesso dell’azienda.
Ecco, con questo curriculum, perché oggi dovremmo pensare che il Passera superministro sarà «sopra le parti»? È veramente difficile ma, non avendo alternative, si può fare uno sforzo, a condizione che ne faccia uno anche lui: quello di liberarsi di tutti gli ingombri. Subito, non quando gli fa comodo, visto che ai comuni cittadini non è stato concesso di scegliere quando prendersi la mazzata. Dimostri che anche nel suo ambiente si possono avere ideali nobili. Coraggio, ci stupisca!

Il Corriere della Sera 30.12.11

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«Conflitto d’interessi? No, ho già venduto le azioni di Intesa», di Corrado Passera

Caro Direttore,
rispondo all’articolo di oggi sulla prima pagina del Corriere.
Vorrei prima di tutto sgombrare il campo dai presunti conflitti di interesse. Pur non avendo alcun obbligo di farlo, nei giorni scorsi ho vendute tutte le mie azioni Intesa Sanpaolo, come avevo preannunciato in una recente intervista televisiva (il richiamo «le venda invece di continuare a dire le venderà» potrebbe far pensare che la questione sia aperta da lunghissimo tempo, mentre sono ministro da poco più di un mese).

Pur non avendo alcun obbligo di farlo, ho provveduto, inoltre, a donare la piccolissima partecipazione che detenevo nel Campus Biomedico — sottoscritta per pure finalità filantropiche — ad una delle persone più impegnate nel progetto. «Mi sono liberato» — non certo per obbligo — anche della minima partecipazione che avevo nella società Day Hospital International, donandola a un altro azionista che condivideva con me le finalità filantropiche con cui l’iniziativa nacque parecchi anni fa. Nell’articolo si fa riferimento anche alla società della mia famiglia d’origine, alla quale fanno capo due alberghi e due immobili a Como, nella quale possiedo una quota di minoranza (33%), per due terzi in nuda proprietà, e nella quale non svolgo alcuna attività né gestionale né amministrativa. Il fatto che questa società possegga una piccolissima partecipazione finanziaria nell’albergo Villa D’Este mi pare del tutto irrilevante da qualsiasi punto di vista. Negli anni passati la società della mia famiglia, invece di distribuire dividendi agli azionisti, aveva messo da parte liquidità in maniera trasparente e legittima dandola in gestione in un paese dell’Unione Europea. Ciò nella prospettiva di futuri investimenti industriali che ha poi realizzato negli ultimi due anni ristrutturando uno degli alberghi di proprietà sul lago di Como. Tutti i dettagli sono già stati forniti al pubblico attraverso questo stesso giornale. Quanto all’incarico non retribuito che mio fratello — da esperto riconosciuto in campo turistico — è stato chiamato a ricoprire in maniera ufficiale e trasparente in una società del settore partecipata dalla banca che dirigevo, non mi appare che configuri alcuna forma di conflitto. L’articolo riprende poi il tema Alitalia. L’operazione «Nuova Alitalia» è stata del tutto trasparente e rispettosa delle regole, comprese quelle della concorrenza. Con capitali privati si sono salvati almeno 15 mila posti di lavoro ed è stato drasticamente ridotto l’onere che lo Stato avrebbe dovuto sostenere se fosse avvenuto l’inevitabile fallimento dell’intera «vecchia Alitalia». Anche Air One dovette rinunciare al suo progetto che Intesa Sanpaolo aveva inizialmente appoggiato con finalità esclusivamente imprenditoriali e non certo per ragioni creditizie che non esistevano. Prendo atto che nella ricostruzione del mio curriculum l’articolo ignora del tutto l’esperienza fatta a Poste italiane e non riconosce a Intesa Sanpaolo di aver rappresentato negli ultimi dieci anni un modello di banca dell’economia reale che, se maggiormente diffuso anche fuori d’Italia, avrebbe contribuito a evitare le ultime grandi crisi finanziarie. Quanto ai «pensieri obliqui» ai quali si fa cenno nell’articolo, nessuna persona che mi conosce ha mai avuto alcun dubbio sulle ragioni che mi hanno convinto a cambiare vita da un giorno all’altro e ad accettare la proposta del professor Monti. «Con le ombre e con i sospetti si uccide»: sono d’accordo con Gabanelli e Boursier. Spero di aver contribuito serenamente e concretamente a dissipare entrambi.
Corrado Passera
ministro dello Sviluppo economico
p.s.: non avrei nulla da eccepire se lo stipendio da ministro mi venisse pagato in Bot.

da Corriere della Sera – sabato 31 Dicembre, 2011

"I riformisti ascoltino Napolitano", di Debora Serracchiani

«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani». Non dubito che parecchi avranno riconosciuto la famosa frase spinelliana del manifesto di Ventotene, il pamphlet più antesignano dell’idea d’Europa che oggi, a leggere le cronache, sembra debba traslocare sullo scaffale della fantapolitica.
Eppure il nodo è e resta tutto lì, e più si prova a rinviarne la soluzione o ad arrangiare pecette per tenere assieme i pezzi del puzzle continentale, più si avvicina la resa finale dei conti; con l’Europa degli stati che riprende definitivamente il sopravvento, si candida all’irrilevanza politicoeconomica, e si condanna ad essere un territorio in decadenza nella sfida globale.
Dovrebbe dirci qualcosa la notizia che il Brasile ha superato la Gran Bretagna nella graduatoria mondiale del Pil piazzandosi al sesto posto tra le grandi economie. E un’altra spia dovrebbe accendersi quando veniamo a sapere che gli scambi fra la Cina e il Giappone avverranno in yuan e yen, senza far ricorso al dollaro, né tantomeno all’euro. Auspicabile una reazione più articolata di quella del ministro delle finanze tedesco, che ha detto di essere stato “sorpreso” dall’accordo.
Negli ultimi mesi, in Italia, il leit-motiv più accreditato attribuisce proprio alla Germania e alle rigidità della cancelliera Merkel le maggiori responsabilità per una conduzione della crisi che sembra non solo lontana dal raggiungere l’obiettivo di traguardare l’uscita dal tunnel, ma che addirittura potrebbe alimentare i rischi recessivi per la zona euro. C’è probabilmente parecchio di vero, quando si dice che l’imposizione del modello tedesco di stabilità non fa bene all’Europa.
Ma questo ragionamento, per quanto condivisibile, non dovrebbe essere tirato fino al punto da sradicare dall’Italia la responsabilità di mettere in atto tutte le misure che finora abbiamo creduto di poter rinviare ai posteri. Perché i posteri della spesa pubblica siamo noi. Più chiaramente: allo stato delle cose, il futuro dell’Italia si decide in primo luogo a Roma, e solo poi a Bruxelles.
Ancora a metà novembre ho avuto occasione di dire che il governo Monti sarebbe stato pienamente politico. Sono sempre più convinta che questa non è un’opzione trattabile, ma che l’agibilità politica del governo Monti sia il prerequisito per la riuscita del risanamento. Siamo infatti di fronte a una grande e decisiva sfida per il paese, e l’unica alternativa è vincerla. Le ricette le conosciamo da sempre, ora si tratta di applicarle: riforma delle pensioni, del welfare e del mercato del lavoro, sburocratizzazione, liberalizzazioni… insomma si tratta di far diventare l’Italia un paese moderno, che non stia più in fondo alle classifiche di tutto tranne che della corruzione, del sommerso e dell’evasione fiscale.
E si può anche provare a esorcizzare l’odiosa lista di Olli Rehn ma la realtà non cambia. C’è da sperare che i riformisti italiani vogliano trarre ispirazione dalla lettera di Giorgio Napolitano, anche nei punti più ruvidi, in cui ricorda come il grande esiliato della politica italiana, il pensiero liberale abbia “incontrato sordità e suscitato contrapposizioni nell’area del riformismo e, più concretamente, nella sinistra legata al mondo del lavoro”.
È una riflessione che ha le sue conseguenze politiche, sul piano dell’idea di partito che si propone di essere il Pd, e sul piano dell’immediata azione nei confronti del governo. L’immagine del presidente del consiglio Monti stretto fra l’incudine dei compiti a casa dell’Europa e il martello dei partiti di maggioranza che scalpitano per tirare dal proprio lato una già corta coperta non può essere auspicata dal Pd, che di questo governo ha creato le condizioni parlamentari.
Non possiamo volerlo nemmeno se crediamo che Monti sia, adesso, l’unica faccia italiana spendibile in Europa quando bisognerà discutere le modifiche ai trattati. Perché è all’Europa che bisogna guardare, se intendiamo recuperare la responsabilità storica di chi costruisce e non assumerci quella di chi assiste al crollo. L’Italia non è una variabile indipendente dell’architettura europea e della sua speranza di futuro, è un cardine, e ciò che decidiamo per i nostri destini nazionali ha conseguenze a breve e a lungo termine sull’Unione. Ricordiamocene quando prendiamo di mira la Merkel.

da Europa Quotidiano 30.12.11

"Il genero tedesco", di Curzio Maltese

I fatti sono ancora pochi, ma lo stile è molto. Una delle richieste del mondo all´Italia, un cambiamento nello stile di governo, Monti l´ha garantita. Per chi ha seguito la decina di conferenze di fine d´anno di Berlusconi, è una rivoluzione. Sul piano dello humour, per cominciare, siamo passati da Bombolo a Oscar Wilde. Il professore dimostra una bella dimestichezza con alcune delle virtù meno frequentate dagli uomini pubblici italiani, l´ironia e l´understatement.

Il suo incedere lento, a tratti meccanico, si apre di continuo a paradossi divertenti, perfino trovate surreali.
Quando gli chiedono se riuscirà a rassicurare l´opinione pubblica tedesca, risponde citando la Suddeutsche Zeitung, «che mi ha definito il genero ideale, perché parlo poco e vesto in maniera banale. Un grande complimento per me e per i tedeschi. Direi che il più è fatto». Al lungo cahier de doleances dell´Ordine dei giornalisti, replica di conoscere la materia «avendo scritto due o tre articoli nella vita». Agli appelli degli economisti obietta «conosco anch´io un minimo di economia e capisco che la manovra ha molti inconvenienti». Quindi affronta l´ossessione dell´anno: «Vorrei dire qualcosa a proposito dello spread, forse avrete già sentito questo termine…». Ringrazia i giornalisti presenti per i molti scoop sulle intenzioni del governo: «Non di rado leggendo i giornali io stesso apprendo le cose che ho detto, un importante servizio di in house information». Un giornalista gli ricorda i continui sprechi dell´amministrazione pubblica, perfino l´acquisto recente di uova di struzzo decorate da parte di un ufficio: «Questa faccenda mi colpisce molto, non solo per le decorazioni, ma proprio per lo struzzo, che non corrisponde affatto allo spirito del nostro governo».
Se insomma il professore azzeccasse i provvedimenti come le battute, potremmo stare tranquilli. Finora è andata un po´ così. Ma certo il prestigio, il tono, il clima sono cambiati con questo presidente del consiglio. Dall´autarchia del predecessore, immerso in un perenne disagio nei vertici internazionali, dal quale cercava di uscire con bizzarrie cafone, alla naturale apertura di Monti, che chiacchiera in inglese prima della conferenza e ottiene per la prima volta la presenza della stampa estera al rito di fine anno. Dalla vergogna d´essere rappresentati in giro per il mondo da un leader definito dalla stampa anglosassone «un patetico pagliaccio», al cui confronto qualsiasi mediocre leader faceva la figura dello statista planetario, al sollievo di vedere l´immagine dell´Italia affidata a un uomo colto, competente, stimato.
Ma la vera rivoluzione di Monti consiste nel semplice fatto di dire la verità ai cittadini. Per un decennio abbiamo assistito alla conferenza stampa di fine anno come al fuoco d´artificio della balla governativa. La scommessa su quanto stavolta Berlusconi le avrebbe sparate grosse, truccato i dati, falsificato i bilanci, sventolato promesse iperboliche, veniva ogni volta polverizzata da performances costantemente oltre le peggiori aspettative. Non per caso, la più acuminata delle ironie di Monti è stata dedicata proprio al predecessore. Quando il professore, nell´omaggiare con una citazione l´ex premier, non ha potuto fare a meno di ricordare che nella conferenza stampa del dicembre 2010 Berlusconi aveva giurato solennemente che non vi sarebbero state altre manovre d´aggiustamento. «Da allora – ha precisato Monti – ce ne sono volute cinque e soltanto l´ultima porta il mio nome».
Nel bene o nel male, quella di Monti è la verità sullo stato della nazione. Sia quando non nasconde la gravità della crisi, sia quando sottolinea le possibilità di uscirne. Senza miracoli o scorciatoie, perché, citando l´ex ministro Visco «sui mercati la fiducia si perde in fretta, ma si recupera soltanto con un lungo lavoro». Per questa sincerità gli italiani, sondaggi alla mano, sono disposti a comprare da Mario Monti un´auto usata come l´attuale manovra, ma non erano più da tempo disposti a comprare le fiammanti promesse di Berlusconi, come avevano fatto per tanti anni. A quale prezzo, si vede adesso.
Si potrà obiettare che il premier è stato vago assai sulle prossime mosse del governo, la famosa «fase due». Soprattutto sulle riforme e la lotta all´evasione. Ma è anche vero che di annunci se ne fanno fin troppi, con l´unico risultato concreto di far scappare i capitali all´estero. Con quel «minimo di economia», Monti sa benissimo che quando si vogliono cambiare le cose è meglio agire prima e fare gli annunci più tardi. E´ chiaro comunque che se «gli straordinari strumenti forniti all´Agenzia delle Entrate e alla Finanza» non dovessero funzionare, si passerà direttamente alla fase tre, detta «si salvi chi può». In ogni caso è già sorprendente ascoltare un presidente del consiglio italiano che dichiara la lotta all´evasione fiscale «la priorità assoluta dell´azione di governo». Mi sbaglierò, ma mi pare proprio che sia il primo nella storia repubblicana.

La Repubblica 30.12.11

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La Lega a Berlusconi: idiota se non stacca la spina

Bossi: errore l´8 per mille alla Chiesa. Bersani: bene Monti, ma l´articolo 18 non si tocca. Silvio Berlusconi insiste: Mario Monti deve concordare con il Pdl i prossimi passi. Ma questo non gli risparmia nuove bordate dall´ex alleato leghista: «Berlusconi – attacca Roberto Calderoli – dimostri di non essere l´utile idiota che sostiene il governo di sinistra. Stacchi la spina e si vada al voto». «Di danni ne stanno facendo Monti e il suo fedele alleato Berlusconi – rincara Umberto Bossi – . Tutto quello che dice la sinistra lo stanno facendo». Il Senatur attacca anche la Chiesa: «Tremonti ha sbagliato a dargli l´8 per mille. Senza una sana povertà i preti si dimenticano della loro missione».
Con toni diversi anche Pierluigi Bersani incalza il Cavaliere: gli chiede in particolare di non toccare l´articolo 18. E il fossato si approfondisce sempre di più da Antonio Di Pietro. Il leader dell´Idv arriva a paragonare Monti a Berlusconi: «Continua la politica delle televendite del presidente del Consiglio, che magnifica i suoi decreti». L´unica reazione di appoggio incondizionato al discorso del presidente del Consiglio arriva dal Terzo polo. Pier Ferdinando Casini dice infatti: «Siamo nelle mani migliori che ci potessero essere».
Pd e Pdl a parole riconfermano lealtà al governo. Ma Berlusconi mette le mani avanti. Il Cavaliere, infatti, si compiace del riconoscimento di Monti sull´importanza di essere ottimisti, ma fa l´elenco delle cose che il governo dovrebbe fare e lo avverte: «Su tutti questi temi si potrà intervenire con efficacia e rapidità se d´ora in poi i provvedimenti del governo, prima del varo, saranno concordati anche con noi che siamo la forza di maggioranza relativa». E ai suoi dice: «Stiamo pronti alla campagna elettorale».
Bersani invece apprezza «l´analisi onesta della situazione» che ha fatto il premier. «Dopo anni di favole, un bagno di realtà». Ma anche lui pone paletti a Monti. Bersani parla di lotta alla precarietà, di dare una prospettiva ai giovani di rivedere gli ammortizzatori. «Tutto ciò – afferma – non ha risposta nell´articolo 18». Il leader del Pd aggiunge che «non abbiamo una larga alleanza, Berlusconi l´abbiamo mandato a casa, non ci siamo alleati con lui». Parole che irritano il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto: «Se Bersani cerca la riapertura della conflittualità con il Pdl fa una operazione irresponsabile. Mam sappia che certamente noi non ci tireremo indietro nella polemica».

La Repubblica 30.12.11

"I fuochi sul cammino del governo", di Mario Deaglio

Molti italiani saranno rimasti sbalorditi alla vista di un presidente del Consiglio che si esprime con grafici; altri avranno trovato, tutto sommato, grigia un’esposizione in cui volutamente non si sono toccate corde emotive ma si è enunciata una lunga serie di fatti e di intenzioni. I telespettatori non erano preparati a una lezione in diretta, a un tipo insolito di comunicazione politica e continuano a restare spaesati di fronte a una griglia di provvedimenti che incide su moltissimi aspetti della società italiana.

Per superare lo sbalordimento occorre probabilmente mettersi nei panni del Professor Monti, nella condizione, incredibile per l’italiano medio, di un presidente del Consiglio che dichiara di non avere alcuna particolare ambizione politica e di trovarsi in una posizione da superchirurgo incaricato di tagliare e ricucire là dove è risultato impossibile, a chi ne aveva il mandato politico, di fare altrettanto.

Agli occhi di un osservatore esterno, la manovra del presidente del Consiglio si svolge tra due fuochi. Il primo è rappresentato dalla crisi del debito pubblico italiano sui mercati finanziari internazionali. La sua gravità non viene normalmente colta dal normale cittadino ma è difficile esagerarla: senza alcuna particolare «colpa» dell’Italia, i mercati hanno bruscamente cambiato opinione, negli ultimi mesi, sulla gravità dei debiti sovrani. La condizione debitoria italiana (1,2 euro di debiti per ogni euro di produzione annuale) prima ampiamente tollerata per la dimostrata capacità italiana di mantenere sostanzialmente stabile il debito stesso, è diventata insostenibile nel giro di pochi mesi: nessuno vuol più acquistare, senza un consistente premio per il rischio, i titoli del debito pubblico italiani e molti scommettono sull’incapacità italiana di restituire il debito.

L’Italia si è trovata in condizioni di grande debolezza di fronte a imposizioni estremamente dure e qualcuno potrebbe osservare che le cifre complessive della manovra assomigliano alle imposizioni di un trattato di pace dopo una guerra persa; altri obietteranno che l’Italia sta pagando per tutti, in quanto la manovra italiana ha evitato che il ciclone monetario si scaricasse sui sistemi bancari di altri Paesi, meno solidi di quanto appaia. Il fatto è che l’affermazione del presidente del Consiglio circa l’impossibilità di pagare le tredicesime, se non si fosse accettata una rapidissima manovra, non è retorica. Senza il suo frettoloso viaggio a Bruxelles e la definizione di un programma radicale di rientro dal deficit, si sarebbe dovuto ricorrere ad altri tagli oppure ad altri inasprimenti fiscali almeno equivalenti a quelli messi in atto e per i quali la classe politica riteneva di non avere il mandato.

Oltre a questo fuoco internazionale, il Professor Monti se la deve vedere con un secondo fuoco che cova, in maniera preoccupante all’interno del Paese, dove si moltiplicano i segnali di crescenti diseguaglianze economiche e di disgregazione sociale. Ieri una raffica di comunicati dell’Istat ha segnalato che il livello di fiducia delle imprese si è fortemente abbassato: la scarsità di liquidità del sistema bancario corre il rischio di portare a estese rotture del normale tessuto economico-commerciale. Sempre secondo l’Istat, un quarto della popolazione – con punte molto maggiori nel Mezzogiorno – si trova in condizioni di povertà o di rischio di povertà, con difficoltà a pagare le bollette, l’affitto o il mutuo.

Poco importa che i totali degli indigenti mostrino variazioni minime negli ultimi due anni: con il persistere di una situazione così grave e così diffusa, che toglie dignità alle persone colpite, la trasformazione delle persone stesse da «indigenti» a «indignate» può essere un passo molto breve: sono ormai numerosi i casi, in Paesi ricchi e meno ricchi, di situazioni di rivolta, o, in ogni caso, di rifiuto dell’ordine esistente. All’altro estremo dello spettro sociale crescono invece incoscienti manifestazioni di arroganza, come quella del riccone che scende in elicottero sulla spiaggia per portare la mamma al ristorante. Per non parlare della Regione Sicilia che continua a garantire pingui indennità ai consiglieri regionali e ad assumere personale senza averne i mezzi.

La logica vorrebbe che si portasse via reddito ai ricconi arroganti e lo si ridistribuisse a chi è vicino alla povertà. Si tratta però di un’operazione molto difficile perché il reddito dei ricchi è spesso ben al riparo, in Italia e all’estero. Per quanto i meccanismi messi in atto per stanare gli evasori facciano registrare un discreto successo, il risultato è, come minimo, incerto e soprattutto richiede tempo.

Muoversi tra il fuoco dei mercati internazionali e quello dell’instabilità interna è, al tempo stesso, arduo e impopolare. Richiede, tra l’altro, che lo stupore di chi vede un presidente del Consiglio che illustra un grafico invece di fare della retorica si trasformi in un allargamento di vedute; che gli italiani si stacchino almeno un po’ da una visione egoistica che riferisce tutto a sé e alla propria famiglia nel massimo disinteresse per la dimensione pubblica; che escano da quello che Francesco Guicciardini, nella prima metà del Cinquecento, chiamava il loro «particulare». Allora miopia ed egoismo fecero scomparire molto rapidamente quasi tutti gli Stati italiani dalla mappa dei Paesi avanzati ed ebbe inizio una stagnazione dei redditi e un arretramento economico e civile durato tre secoli. C’è da augurarsi che questa volta vada meglio.

La Stampa 30.12.11

"La lingua del disincanto", di Massimo Giannini

In questo gelido inverno del nostro scontento, è quasi inutile chiedere a Mario Monti conforto e calore. Il suo governo “di scopo” non è nato per questo. La sua forza, che è anche la sua debolezza, deriva dal vuoto pneumatico della politica che si autosospende momentaneamente per manifesta incapacità. Il suo compito è dire l´amara verità a un Paese che per tre anni e mezzo è vissuto nel Truman Show berlusconiano, convinto che la crisi non ci avrebbe colpito, o che l´avremmo superata senza traumi, prima e meglio degli altri.

La sua missione principale è risanare un bilancio pubblico martoriato da una mistura di diffuso lassismo finanziario e di ottuso rigorismo da tagli lineari. Tutto il resto verrà dopo. Le riforme e la crescita, l´equità e le grandi opere.
Nella sua prima conferenza stampa di fine d´anno, il presidente del Consiglio parla il linguaggio ruvido del disincanto. Il decreto Salva-Italia ha raggiunto l´obiettivo. «Eravamo sull´orlo del burrone, ma non ci siamo caduti». «Ora non siamo più vicini alla Grecia». «L´alternativa non era tra una manovra recessiva e una manovra espansiva, ma tra fare questa manovra e non fare nulla, cosa che avrebbe avuto un effetto esplosivo». Sono tante le frasi che restano impresse, e che danno la misura del baratro per adesso evitato. Ma al di là degli sforzi che il premier ha fatto per tenere le porte del 2012 aperte alla speranza, resta la sensazione che la cura da oltre 20 miliardi appena somministrata al Paese siamo solo il primo stadio di una terapia ancora lunga e dolorosa. «Spero non servano altre manovre», si affretta a precisare Monti. Ma restano parole. Come furono parole quelle che Berlusconi pronunciò il 23 dicembre di un anno fa, e che il suo successore ha voluto ricordare: «Non servirà una manovra correttiva», disse allora il Cavaliere. «Nel frattempo ne sono servite altre cinque», ha chiosato il Professore.
Comincia un anno terribile. Il ciclo economico mondiale evidenzia un arretramento della crescita ovunque (comprese le aree finora più emergenti dei Bric) e un azzeramento della dinamica del Pil in Italia. Il ciclo politico europeo registra un´ulteriore cessione di sovranità nazionale alle istituzioni comunitarie. Se ha avuto un effetto, il vertice europeo dell´8-9 dicembre scorso è servito a ridurre ancora di più l´autonomia delle politiche fiscali teritoriali. Con una scelta tanto incomprensibile quanto velleitaria, Tremonti ha inchiodato l´Italia a una promessa impossibile con Bruxelles: il pareggio di bilancio entro il 2013. Monti lo sottolinea con una vena lievemente polemica, nella sua conferenza stampa: «Signori, quell´impegno non l´ha sottoscritto il mio governo». Semmai l´ha ereditato. Ma l´impegno c´è, e ora va onorato. Pena la definitiva sfiducia nei confronti di un Paese già fortemente screditato. Per questo, con ogni probabilità, verranno altre manovre, e verranno altri sacrifici.
Si può insistere finché si vuole, sull´ormai famosa triade che deve concretizzarsi in un´ipotetica unità di spazio e di tempo: rigore, crescita, equità. Si può ripetere fino alla noia che: «Non esistono una fase uno e una fase due». Ma i fatti contano più delle parole. E i fatti dicono che oggi paghiamo per raggiungere il risanamento finanziario, mentre nessuno può sapere se e quando incasseremo i dividendi dello sviluppo economico e della giustizia sociale. Forse non c´è alternativa, a questa road-map che ci impone in appena due anni di abbattere il deficit di 3 punti e il debito di 10 punti di Pil. Forse non possiamo far altro, per placare l´ira funesta dello spread, quel dio mercatista e pagano che pure non va «demonizzato», ma semmai va capito, anche se in questo momento ci penalizza più di quanto non meritino i nostri «fondamentali». «Non ci è dato lavorare con calma», come sostiene il premier. L´Unione ci aspetta, il 23 gennaio con l´Eurogruppo e il 30 con il Consiglio Europeo. Ma mentre sappiamo tutto dell´«atto dovuto», cioè la manovra di tasse e di tagli, sappiamo ancora poco o niente degli «atti voluti», cioè la strategia della crescita e dell´equità. Su questo fronte il governo Monti non ha altro da offrire, se non un operoso ma ancora fumoso «cantiere».
Le riforme del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali «sono in lavorazione». Sul «contratto unico» il ministro Fornero «sta ragionando». Sullo snellimento dei tempi e delle procedure per aprire nuove imprese: «È allo studio un provvedimento». Sul gigantesco problema dei crediti vantati dalle piccole imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione «ci stiamo lavorando». Sull´accordo con la Svizzera per tassare i capitali esportati, secondo il modello già adottato da Germania e Regno Unito, «è allo studio un´ipotesi di accordo». Sulla lotta all´evasione fiscale «abbiamo piantato i primi semi». Sarebbe assurdo pretendere che il governo Monti facesse in tre mesi quello che il governo Berlusconi non ha neanche provato a fare in tre anni.

MASSIMO GIANNINI
In questo gelido inverno del nostro scontento, è quasi inutile chiedere a Mario Monti conforto e calore. Il suo governo “di scopo” non è nato per questo. La sua forza, che è anche la sua debolezza, deriva dal vuoto pneumatico della politica che si autosospende momentaneamente per manifesta incapacità. Il suo compito è dire l´amara verità a un Paese che per tre anni e mezzo è vissuto nel Truman Show berlusconiano, convinto che la crisi non ci avrebbe colpito, o che l´avremmo superata senza traumi, prima e meglio degli altri.
a sua missione principale è risanare un bilancio pubblico martoriato da una mistura di diffuso lassismo finanziario e di ottuso rigorismo da tagli lineari. Tutto il resto verrà dopo. Le riforme e la crescita, l´equità e le grandi opere.
Nella sua prima conferenza stampa di fine d´anno, il presidente del Consiglio parla il linguaggio ruvido del disincanto. Il decreto Salva-Italia ha raggiunto l´obiettivo. «Eravamo sull´orlo del burrone, ma non ci siamo caduti». «Ora non siamo più vicini alla Grecia». «L´alternativa non era tra una manovra recessiva e una manovra espansiva, ma tra fare questa manovra e non fare nulla, cosa che avrebbe avuto un effetto esplosivo». Sono tante le frasi che restano impresse, e che danno la misura del baratro per adesso evitato. Ma al di là degli sforzi che il premier ha fatto per tenere le porte del 2012 aperte alla speranza, resta la sensazione che la cura da oltre 20 miliardi appena somministrata al Paese siamo solo il primo stadio di una terapia ancora lunga e dolorosa. «Spero non servano altre manovre», si affretta a precisare Monti. Ma restano parole. Come furono parole quelle che Berlusconi pronunciò il 23 dicembre di un anno fa, e che il suo successore ha voluto ricordare: «Non servirà una manovra correttiva», disse allora il Cavaliere. «Nel frattempo ne sono servite altre cinque», ha chiosato il Professore.
Comincia un anno terribile. Il ciclo economico mondiale evidenzia un arretramento della crescita ovunque (comprese le aree finora più emergenti dei Bric) e un azzeramento della dinamica del Pil in Italia. Il ciclo politico europeo registra un´ulteriore cessione di sovranità nazionale alle istituzioni comunitarie. Se ha avuto un effetto, il vertice europeo dell´8-9 dicembre scorso è servito a ridurre ancora di più l´autonomia delle politiche fiscali teritoriali. Con una scelta tanto incomprensibile quanto velleitaria, Tremonti ha inchiodato l´Italia a una promessa impossibile con Bruxelles: il pareggio di bilancio entro il 2013. Monti lo sottolinea con una vena lievemente polemica, nella sua conferenza stampa: «Signori, quell´impegno non l´ha sottoscritto il mio governo». Semmai l´ha ereditato. Ma l´impegno c´è, e ora va onorato. Pena la definitiva sfiducia nei confronti di un Paese già fortemente screditato. Per questo, con ogni probabilità, verranno altre manovre, e verranno altri sacrifici.
Si può insistere finché si vuole, sull´ormai famosa triade che deve concretizzarsi in un´ipotetica unità di spazio e di tempo: rigore, crescita, equità. Si può ripetere fino alla noia che: «Non esistono una fase uno e una fase due». Ma i fatti contano più delle parole. E i fatti dicono che oggi paghiamo per raggiungere il risanamento finanziario, mentre nessuno può sapere se e quando incasseremo i dividendi dello sviluppo economico e della giustizia sociale. Forse non c´è alternativa, a questa road-map che ci impone in appena due anni di abbattere il deficit di 3 punti e il debito di 10 punti di Pil. Forse non possiamo far altro, per placare l´ira funesta dello spread, quel dio mercatista e pagano che pure non va «demonizzato», ma semmai va capito, anche se in questo momento ci penalizza più di quanto non meritino i nostri «fondamentali». «Non ci è dato lavorare con calma», come sostiene il premier. L´Unione ci aspetta, il 23 gennaio con l´Eurogruppo e il 30 con il Consiglio Europeo. Ma mentre sappiamo tutto dell´«atto dovuto», cioè la manovra di tasse e di tagli, sappiamo ancora poco o niente degli «atti voluti», cioè la strategia della crescita e dell´equità. Su questo fronte il governo Monti non ha altro da offrire, se non un operoso ma ancora fumoso «cantiere».
Le riforme del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali «sono in lavorazione». Sul «contratto unico» il ministro Fornero «sta ragionando». Sullo snellimento dei tempi e delle procedure per aprire nuove imprese: «È allo studio un provvedimento». Sul gigantesco problema dei crediti vantati dalle piccole imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione «ci stiamo lavorando». Sull´accordo con la Svizzera per tassare i capitali esportati, secondo il modello già adottato da Germania e Regno Unito, «è allo studio un´ipotesi di accordo». Sulla lotta all´evasione fiscale «abbiamo piantato i primi semi». Sarebbe assurdo pretendere che il governo Monti facesse in tre mesi quello che il governo Berlusconi non ha neanche provato a fare in tre anni.

La Repubblica 30.12.11