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"Il prigioniero Obama", di Federico Rampini

I collaboratori più stretti di Barack Obama lo descrivono “esasperato” dai suoi colloqui telefonici con Benjamin Netanyahu. In quanto all’ultimo incontro tra il segretario di Stato John Kerry e il premier israeliano, gli aggettivi variano da “burrascoso” a “disastroso”. Se l’America è l’unico possibile arbitro nel conflitto di Gaza, la sua influenza su Israele è precipitata ai minimi storici.
E VICEVERSA : la fiducia di un’Amministrazione Usa verso una leadership israeliana non era mai finita così in basso.
Arrivato alla sua “quinta crisi mediorientale” — dopo Egitto, Libia, Siria e Iraq — Obama sconta anche questo accumularsi d’instabilità. A ridurre le chance di una mediazione di pace, c’è il fatto che i tradizionali alleati moderati dell’America sul fronte islamico — Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Qatar — sono sempre più divisi tra loro. L’avanzata del movimento jihadista Isis con i suoi progetti di grande califfato, le nuove carneficine tra sciiti e sunniti, contribuiscono a fragilizzare tutti i possibili punti d’appoggio per l’iniziativa americana su Gaza.
Perfino il pessimo rapporto con Netanyahu si collega in qualche modo con l’arco d’instabilità che ha intrappolato Nordafrica e Medio Oriente dalle primavere arabe in poi. Obama non ha un carattere umorale o rancoroso, eppure dopo Vladimir Putin l’unico leader con cui l’animosità politica tracima in antipatia personale è proprio Netanyahu. I motivi di risentimento non mancano: dai fatti di sostanza agli oltraggi nel galateo politico. Cominciando dai secondi, nessuno dimentica che Netanyahu venne a Washington a parlare al Congresso “contro” il presidente degli Stati Uniti; intervenne in piena campagna presidenziale (2012) con uno sfacciato appoggio al rivale repubblicano Mitt Romney. L’astio reciproco si nutre anche di queste ferite. Alla base c’era da parte di Netanyahu un attacco politico: non concepiva che Obama appoggiasse le rivolte antiautoritarie delle primavere arabe, se questo significava mollare un partner sicuro di Israele come Mubarak e magari spianare la strada al governo (temporaneo) dei Fratelli Musulmani amici di Hamas. Analisi identica a quella della destra Usa. In casa propria, Netanyahu ha ripetutamente sbeffeggiato i tentativi americani di fare avanzare un nuovo piano di pace, vanificandoli con la politica degli insediamenti nei territori occupati.
Tutto questo si traduce anche in un cambio di atmosfera e di equilibri interni negli Stati Uniti. Un tempo l’appoggio americano a Israele era ampiamente bipartisan, oggi è più squilibrato verso destra, con i repubblicani molto più schierati dei democratici (nel breve periodo questo non inficia i calcoli di Netanyahu, visto che i repubblicani potrebbero stravincere le legislative di novembre). Sui mass media Usa i resoconti da Gaza danno un risalto inedito alla sproporzione fra le vittime dei bombardamenti israeliani e quelle dei missili di Hamas (venti a uno, inclusi i militari). Edward Luce in un’analisi sul Financial Times mette in luce un’altra evoluzione, di tipo generazionale: l’appoggio all’azione di Israele resta maggioritario tra gli americani, ma crolla nella “generazione Millennio”, i giovani adulti che rappresentano il futuro, votano democratico, hanno contribuito in modo determinante alle due vittorie di Obama. Lo stesso Financial Times sottolinea il calo d’influenza dell’American Israel Public Affairs Committee, la storica organizzazione che promuove l’intesa fra i due paesi, sconfitta in due battaglie recenti al Congresso di Washington (sull’inasprimento delle sanzioni all’Iran, e sull’intervento
militare in Siria).
Ai vertici della diplomazia Usa regge ancora un consenso di base sulle condizioni per una pacificazione a Gaza e in Cisgiordania: Israele deve accettare uno Stato palestinese sovrano; a loro volta i palestinesi con l’inclusione delle fazioni estreme come Hamas devono riconoscere il diritto d’Israele all’esistenza e alla sicurezza, quindi devono abbandonare la ricerca di una soluzione violenta. Ma è proprio per far accettare queste condizioni di base, che oggi manca il “capitale politico” da spendere sui due versanti. L’America non ha più l’influenza di una volta, su questa leadership israeliana. E il fronte dei paesi islamici moderati che dovrebbero piegare Hamas è traversato da tensioni interne: i rapporti si sono deteriorati tra il Cairo, Ankara, Riad. Dall’inizio delle primavere arabe la “piazza” è diventata un fattore di cui ogni autocrate della zona deve in qualche modo tener conto, e la “piazza” non è favorevole alle soluzioni di compromesso nella questione palestinese.
In quanto all’America, Obama è prigioniero di una profonda contraddizione interna: ha un’opinione pubblica attraversata da robuste correnti isolazioniste; i suoi cittadini vogliono un presidente che riporti a casa tutte le truppe (come sta facendo) e al tempo stesso conservi l’influenza di un superpoliziotto globale. «Molti cittadini — osserva Obama — sono preoccupati perché hanno la sensazione che il vecchio ordine mondiale non regge, ma le condizioni per un nuovo ordine ancora non si vedono». E come spesso accade, questo presidente è un analista di grande lucidità e visione, non altrettanto convincente quando passa all’azione.

La Repubblica 29.07.14

Scuola, nella bassa modenese un organico aggiuntivo di 60 docenti

L’annuncio nel corso della visita odierna del sottosegretario Reggi alle scuole terremotate

«E’ in territori come questi, così duramente colpiti ma in grado di rispondere con altrettanta forza per rialzarsi, che la scuola si dimostra, ancora una volta, il fulcro della comunità e del suo sviluppo.» Lo ha ribadito questa mattina a Mirandola il sottosegretario all’istruzione Roberto Reggi in visita alle scuole dell’area colpita dal terremoto del maggio 2012. Un’occasione, da parte del dirigente regionale, Stefano Versari per annunciare l’arrivo nella bassa modenese per le esigenze delle scuole terremotate di un organico aggiuntivo di 60 docenti e 86 unità di personale Ata. «Una buona notizia per gli istituti che stanno riorganizzando la loro attività dopo il sisma, cui presto farà seguito, dall’assegnazione dell’organico di fatto, quella per le scuole della provincia modenese in generale, che a più riprese hanno ribadito l’esigenza di incrementare il tempo scuola.» Questo il commento della parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, vicepresidente della commissione cultura della Camera, che ha accompagnato il sottosegretario Reggi nella bassa modenese.

Mattinata modenese quest’oggi per il sottosegretario all’istruzione Roberto Reggi a Mirandola per visitare le scuole colpite dal terremoto del maggio 2012. Ad accompagnarlo anche la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, vicepresidente della Commissione cultura della Camera, da tempo impegnata a fianco degli enti locali sul fronte della ricostruzione. “E’ in territori come questi, così duramente colpiti ma in grado di rispondere con altrettanta forza per rialzarsi – ha ribadito il sottosegretario Reggi – che la scuola si dimostra, ancora una volta, il fulcro della comunità e del suo sviluppo. È volontà del Governo continuare ad investire sulla scuola puntando su personale, strutture e tecnologie.” La visita a Mirandola del sottosegretario Reggi è stata anche l’occasione per il dirigente regionale Stefano Versari di annunciare l’arrivo nella bassa modenese di un organico aggiuntivo composto da 60 docenti (l’anno scorso erano stati 49) e 86 unità di personale Ata (nel 2013 erano stati 81), per affrontare le richieste documentate provenienti dalle stesse scuole del territorio ed emerse dall’organizzazione che questi istituti hanno dovuto adottare dopo il sisma, come la suddivisione dei plessi in più edifici di nuova costruzione, casi di classi sdoppiate perché le nuove aule sono più piccole di quelle precedenti o ancora la separazione fra le strutture scolastiche e le palestre. “Alla scuola modenese oggi arriva una buona notizia: docenti e personale Ata in più per dare risposte agli istituti dell’area colpita dal terremoto del 2012, che si stanno riorganizzando dopo il sisma – sottolinea la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni – Alle scuole del territorio modenese in generale e alle loro esigenze di incrementare il tempo scuola, come il dibattito pubblico ha dimostrato nelle ultime settimane, la risposta verrà dal riparto dell’organico di fatto. Nell’attesa di conoscere la puntuale suddivisione di queste risorse aggiuntive, per rispondere alle diverse esigenze emerse nel modenese la notizia odierna è un importante segnale di attenzione alle esigenze reali delle nostre scuole, affinché possano continuare ad offrire a studenti, famiglie e operatori una proposta formativa all’altezza delle sfide contemporanee.”

"L’Unità e l’editoria. Lo specchio del Paese in crisi", di Carlo Buttaroni

In tutte le economie di mercato le imprese sono soggette alle leggi della domanda e dell’offerta. Chiudono e aprono, prosperano o falliscono, in base ai gusti dei consumatori, alla competitività del rodotto, alla concorrenza.Aquesti criteri, ineludibili, non si sottraggono le imprese editoriali come l’Unità stessa, perché i «mercati » non rispondono ai sentimenti, nemmeno quelli più nobili. E non conta quanta storia ci sia alle spalle, se le vendite calano e non c’è equilibrio fra entrate e uscite. Piaccia o no, questa è la ruvida legge dei mercati. Talmente ruvida che, in tutte le economie occidentali, un complesso sistema di norme ne disciplina il funzionamento. Le norme anti-trust, per esempio, tutelano la concorrenza, impedendo che le imprese pregiudichino la regolare competizione economica con abusi di posizione dominante e condizioni di monopolio. Ma c’è di più: le politiche pubbliche dei Paesi a economia di mercato si sono assunte il compito di contenerne gli eccessi, prevenirne gli squilibri e orientarne lo sviluppo, operando direttamente come attori economici e occupandosi di far crescere quei settori strategici sui quali il privato non nutriva alcun interesse. È quello che, ad esempio, è successo in molti paesi europei dal dopoguerra in poi, nel welfare, nei trasporti, nella scuola, nelle comunicazioni, nella cultura. In questi casi, la mano pubblica non ha occupato soltanto gli spazi lasciati vuoti dall’imprenditoria privata, ma ha dato anche una spinta decisiva per far crescere la ricchezza e il benessere, secondo criteri di qualità e uguaglianza.
Tornando all’Unità, quando un giornale con una storia così importante arriva alla soglia del fallimento, è un segnale preoccupante. E anche chi non ne condivide la linea editoriale e politica, non può evitare di riflettere sulla ferita profonda che si apre nel mondo dell’informazione. Un «sistema» che, come i mercati, può prosperare solo se c’è pluralismo e concorrenza e ha bisogno di norme che ne tutelino il corretto sviluppo. Questo, naturalmente, non significa che la crisi dell’Unità deve trovare una soluzione «pubblica», ma sarebbe miope non contestualizzarla in un orizzonte che va oltre i conti economici della singola impresa.
Varrebbe perlomeno la pena chiedersi perché il Lussemburgo ha tassi di diffusione di copie di quotidiani quattro volte superiori all’Italia, il Regno Unito il doppio e la Germania una volta e mezza. E, ancora, perché il nostro, che sarà pure un paese di poeti, di artisti, eroi, santi e pensatori, è all’ultimo posto in Europa per quote di quotidiani e riviste scaricate da internet. Siamo, quindi, di fronte a un problema serio, perché la pluralità dell’informazione e il tasso di lettura dei quotidiani non sono elementi secondari per la crescita di un paese, sia dal punto di vista economico che democratico. D’altronde, il tasso di democraticità di un paese si misura anche attraverso la pluralità delle voci che l’attraversano. E non è un caso se l’Economist, nel suo Democracy Index, colloca l’Italia al 31° posto tra le democrazie imperfette, dopo Norvegia, Islanda e Danimarca (rispettivamente al 1°, 2° e 3° posto), Paesi Bassi e Lussemburgo (10° e 11°), Germania (14°), Regno Unito e Stati Uniti (18° e 19°), Costa Rica (20°), Spagna e Francia (25° e 29°).
La crisi dell’Unità è lo specchio della crisi del Paese. Una crisi che negli indici economici ha un’evidenza acuta e drammatica.E il quotidiano, oggi, è anche il simbolo del precipitato di un settore strategico come l’informazione, senza la quale, al netto di tutte le riforme possibili e immaginabili, nessuna democrazia può dirsi tale. Il campo di battaglia dell’Unità non ha confini politici a «sinistra» o a «destra», nel momento in cui il calo dei lettori e delle vendite riguarda, più o meno, tutte le testate e la crescitadell’informazione online risulta troppo debole per compensare il calo delle nelle edicole. La crisi dell’Unità, quindi, va oltre L’Unità. È il riflesso di una sfida che riguarda tutto il mondo dell’informazione. Una sfida che l’Italia sta perdendo e non per colpa della «tecnologia » pervadente, visto che altrove le cose vanno diversamente. In tutto il mondo occidentale, la quantità dell’informazione disponibile è cresciuta enormemente, così come la velocità di accesso ai contenuti. Se per un verso internet ha reso enormemente meno costoso le pubblicazioni, dall’altro ha trasferito la funzione di filtro qualitativo, che nell’epoca analogica era affidata alle grandi centrali del sapere (editori, università, enti e istituzioni), ai singoli utenti. Tutto questo arricchisce le possibilità di ciascuno di accedere direttamente alle fonti, dà responsabilità al lettore, apre alla cultura alla molteplicità, ma inevitabilmente disorienta e rende più difficile far ritrovare gli individui su un terreno culturale comune.
Ecco perché nei paesi a più alto tasso di democrazia, la carta stampata, pur conoscendo una certa crisi, continua a vivere, contraddicendo tutte le previsioni che ne decretavano la fine imminente. Una progressiva integrazione, quindi, e non una veloce e inevitabilesostituzione. Questo perché il giornale stampato resta ancora uno strumento fondamentale per la libera circolazione delle idee e per un’informazione capace di sedimentarsi su orizzonti che riflettono la profondità delle opinioni più che la velocità di diffusione. La società ha assunto entusiasticamente la rete, ne ha sperimentato il valore d’uso, trovandoci libertà e ricchezza d’idee.
Ma nelle democrazie occidentali si sente forte la necessità di compensarne i limiti. E se, per un verso, quella dei giornali stampati non può più essere la posizione di chi ha l’autorità culturale per definire esclusivamente la qualità dell’informazione, dall’altro, il nuovo ruolo al quale sono chiamati è quello di approfondimento critico, di analisi, di condivisione su terreni che continuano a essere patrimonio comune. È da questo nuovo equilibrio che può scaturire un rinnovamento dell’ecosistema dell’informazione, il cui motore e senso, ancor più che nella tecnologia, è nelle persone che colgono l’occasione offerta dalla tecnologia per ottenere livelli più alti di conoscenze e informazioni. Se la crisi dell’Unità non s’inserisce in questo contesto è difficile capirne la gravità. Si perde un pezzo di storia, ma, ancor più, si spegne una voce in un Paese che ambisce a guardare alla pari le democrazie e le economie più avanzate.

da L’Unità

"Solo contro tutti e quindi popolare", di Ilvo Diamanti

IL DIBATTITO sulle riforme istituzionali, che si sta svolgendo in Parlamento, rammenta, sempre di più, una contesa personale. Quasi un corpo a corpo. Renzi contro tutti. Da solo.
INTORNO a lui, un manipolo di fedeli.
La ministra Boschi per prima. Dall’altra parte, tutto il mondo (politico) contro. Renzi: vuole riformare la legge elettorale ma, prima ancora, il nostro bicameralismo perfetto, unico in Europa. Ostacolo a ogni percorso decisionale rapido ed efficace. Così ha ingaggiato la sua lotta — senza confini e senza tregua — contro i freni e i vincoli che si frappongono e oppongono alla costruzione di una democrazia efficiente e “riformata”. La realtà, ovviamente, è più complessa. E le ragioni di chi si oppone e frappone al progetto del governo non sono tutte e del tutto irragionevoli. Tuttavia, questa è la “rappresentazione” che emerge dalle confuse vicende parlamentari degli ultimi giorni. Renzi contro tutti. Perché lui si è esposto in prima persona. Bersaglio di tutte le critiche e di tutti gli oppositori. Esterni, come Grillo e il M5s. E poi, la Lega e Sel (alleato, ai tempi delle elezioni politiche del 2013). Ma anche interni. Perché non sono poche le riserve, non sono pochi i parlamentari ostili, nel Pd. E il sostegno che gli giunge, a giorni alterni, da altri settori politici (Ncd, Fi…) non fa che rafforzare questa immagine. Che vede il primo ministro e segretario del Pd, da solo, sfidare i conservatori e i conformisti. La nebulosa confusa in cui si celano tutti coloro che pensano a difendere se stessi e i propri privilegi. I propri spazi di potere e i propri interessi, grandi o piccoli che siano. Gli apparati di partito e il “ceto politico” annidati negli organismi e nelle istituzioni. A livello centrale ma anche locale. A Roma e sul territorio. Ma anche le burocrazie pubbliche dello Stato, come i dipendenti di Camera e Senato, che hanno manifestato contro il governo, dopo il ridimensionamento retributivo che li ha coinvolti. E, soprattutto, i parlamentari. Per primi, i senatori, destinati a scomparire. Quei gruppi che hanno trasformato l’iter della discussione e dell’approvazione della riforma, in Parlamento, in una missione impossibile. Contrastata da migliaia di emendamenti che, se affrontati e votati, richiederebbero una legislatura. Così la “tagliola”, o meglio, la “ghigliottina”, annunciata dal presidente del Senato Grasso, per passare direttamente all’approvazione, diventa, agli occhi di gran parte dei cittadini, quasi una spada, in mano a Renzi. Per tagliare i lacci e lacciuoli del rinnovamento. Le mille teste del dragone buro-politico romano.
La questione, lo ripeto, è più complicata. E lo stesso ostruzionismo parlamentare fa parte del gioco democratico. È uno strumento per fare opposizione e negoziare. Ma la percezione prevalente, fra gli elettori, è molto diversa. Non si spiegherebbe altrimenti come Renzi e il suo governo possano mantenere indici di gradimento e di approvazione popolare così alti. Perfino in crescita, nelle ultime settimane. La fiducia nel governo, secondo Ipsos, sarebbe salita oltre il 60%. E il consenso “personale” verso Renzi oltre il 65%. Ciò suggerisce che questo serrato e confuso dibattito parlamentare sulle riforme istituzionali contribuisca a rafforzare il governo e Renzi.
Perché, al di là delle intenzioni degli attori, e del governo per primo, di fatto, concentra l’attenzione dei cittadini in direzione diversa da quella, assai più critica, delle riforme sul fisco, sull’economia e sul lavoro. Molto più difficili da realizzare. Il fragore del dibattito parlamentare, inoltre, copre anche i problemi della nostra economia, marcati dalle stime sulla crescita del Pil, corrette al ribasso. E lascia sullo sfondo gli indici di un disagio sociale sempre più diffuso. Non solo, ma lo spettacolo della guerra che si combatte in Parlamento, di fronte alla trincea delle riforme istituzionali, offre altri solidi argomenti allo stile di governo di Renzi. Veloce e personalizzato. Giustifica i ritardi su molti degli obiettivi promessi. Sulle cose annunciate e non fatte. Come dire: vedete? Sono tutti contro di me. Tutti a fare ostruzionismo. E io, solo contro tutti, per districarmi, per farmi largo in mezzo a questa giungla, non posso che impugnare falci e tagliole.
Così il cammino del PdR — il Partito di Renzi — procede spedito. Agli occhi dell’opinione pubblica. Al di là della distanza percorsa. Perché avviene in modo cinetico e dinamico. Movimentato, come un videogame. Scandito da conflitti e agguati. Politici e dialettici. Dove Grillo fa la sua parte, da protagonista. Con-divide la scena con Renzi. Ogni giorno una battuta, una schermaglia. Fra un tweet e un’intervista in tv. Non importa. Tanto tutto rimbalza dovunque, fra il web, la tv e i giornali. E Renzi — come Grillo — è un tipo che li sa usare bene i media. Vecchi e nuovi. La tv ma anche la Rete e i social media.
Così, in questa estate politica concitata (come, da qualche anno, tutte le estati), si fa largo il sospetto che, in fondo, a Renzi non spiacerebbe arrivare in fretta alla “sfida finale”. Fra lui e gli altri. Non tanto e non solo attraverso il referendum, annunciato dalla ministra Boschi “a prescindere”. Cioè: anche se si raggiungesse la maggioranza qualificata alle Camere. Perché il referendum, comunque, si svolgerebbe tra un anno. Tardi per Renzi. Che ha bisogno di consolidare e legittimare, al più presto, la propria posizione di leader “non eletto”. Tardi, anche perché, prima di allora, la crisi economica e sociale potrebbe peggiorare. La distanza fra le cose annunciate e fatte potrebbe divenire fin troppo evidente. Tardi, comunque, perché oggi, adesso, presso l’opinione pubblica, Renzi gode di uno “stato di grazia” troppo intenso per non pensare di sfruttarlo appieno. Così non è detto che un incidente, lungo il percorso delle riforme istituzionali, in Parlamento, oppure nel cammino del governo e della maggioranza (quale?) risulterebbe davvero sgradito al premier. Tanto più se conducesse a elezioni anticipate. Dove Renzi si presenterebbe — a capo del PdR — come il portabandiera del Nuovo. Del Cambiamento. Della Riforma. Da realizzare in un Parlamento che rifletta davvero gli attuali rapporti di forza nel Paese — e nel Pd (molto più favorevoli a lui).
Così Renzi procede veloce. Da solo contro tutti. Pronto alla sfida finale.

da La Repubblica

"Naufragio e riscatto, metafora della storia d’Italia", di Marco Ferrari

Le grandi tragedie navali italiane hanno segnato un mutamento d’epoca. Siamo un popolo di naviganti e in epoca di comunicazioni rapide forse siamo rimasti tali. Le tragedie d’acqua segnano il nostro destino, marcano il nostro immaginario, alimentano la volontà di ripresa, elevano il senso di riscatto. È’ sempre stato così. E il dramma della “Concordia” sta a testimoniarlo.
Non c’è un solo italiano che non si sia affranto e rammaricato per l’incidente del Giglio, quasi che quella nave simboleggiasse la nostra grandezza, il nostro prestigio, la nostra consapevolezza comune.
Non a caso il premier Matteo Renzi, ieri a Genova, ha fatto scattare un senso d’orgoglio per l’impresa di portare il colosso del mare sulla banchine genovesi con una soluzione tecnica inedita e per le prospettive che si aprono per i porti italiani, per le costruzioni e le demolizioni navali.
Come in un romanzo di Joseph Conrad il mare è la metafora della nostra misura di società e chi compie il viaggio all’inferno e ne ritorna vivo ha una considerazione nuova della solidarietà. È questo concetto di rinascita che sta dietro a parole semplici come quella di Renzi: «Non bisogna rassegnarsi al declino, l’Italia può ripartire». Come si sentì l’Italia dopo il 26 luglio 1956 quando la «Andrea Doria» andò a picco a diciannove miglia dal faro di Nantucket? A tutti parve che le acque dell’Atlantico avessero inghiottito, quasi annientato, la faticosa ripresa italiana dopo le distruzioni belliche. Invece ne uscimmo fuori con il boom economico degli anni sessanta.
Eancora prima, cosa provarono i nostri padri e nonni, quando la “Corazzata Roma” fu abbattuta il 9 settembre 1943 al largo dell’Asinara dagli aerei tedeschi con il sacrificio di 1.253 marinai? Pensarono che non avremmo più avuto un destino sui mari, invece rimettemmo in piedi una flotta militare, una civile ed una passeggeri. Ne uscimmo con la certezza che l’unità antifascista era un valore nazionale che saldava civili e militari, partigiani e soldati. Su quella base nacque la Resistenza e si fondò la Costituzione italiana.
Non è forse vero che l’affondamento del piroscafo “Principessa Mafalda”, il “Titanic italiano”, la notte del 25 ottobre 1927 in prossimità delle coste brasiliane, trascinando con sé 314 persone, segnò una svolta nell’emigrazione? La Navigazione Generale Italiana aveva anticipato che la nave non era in condizioni di fare la lunga traversata dell’Atlantico, ma tale era la richiesta di passaggi che si decise lo stesso di procedere al viaggio. Molti di loro erano «rondini», uomini di fatica che andavano in Argentina per la raccolta, prendevano i soldi e rientravano in Patria. Ci rendemmo conto che i nostri poveri connazionali in cerca del sogno americano, non potevano viaggiare senza sicurezza. E fu così che nacque quel fantastico mondo dei transatlantici italiani, colossi del mare che facevano invidia in tutti i principali porti.
E più recentemente, alla fine del secolo scorso, vedemmo perire in un incendio nel golfo della Spezia nel 1980 il nostro vanto, la «Leonardo da Vinci» e quindi nel 1994 anche l’«Achille Lauro» bruciò al largo della Somalia. Fu allora che nacque il nuovo sistema della navi da crociera, il business del turismo internazionale.
Il caso «Concordia» rappresenta dunque il paradigma di queste storie di mare: torna nel luogo dove era nata nove anni fa; le sue fattezze eleganti saranno distrutte pezzo per pezzo. Per evitare la caccia ai reperti pregiati – così come per il Muro di Berlino – gli strumenti marittimi saranno esposti al Museo del Mare Galata. Pensate un attimo a quanto avvenuto ieri: una città si è mobilitata per una nave che va a morire, non per una nave che salpa. Come in un spettacolo pirotecnico si sono affittati balconi a mille euro e si è aperta la Lanterna al pubblico per un relitto.
Eppure, in apparenza, questa operazione nessuno l’avrebbe mai desiderata: demolire una nave naufragata due anni e mezzo fa con il suo carico di 32 vittime. Adesso la scommessa è quella di rimettersi in gioco non solo sulle costruzioni navali con i nostri agonizzanti cantieri, ma di riprendere il mercato delle demolizioni, oggi esclusivamente in mano a Pakistan, Bangladesh e Cina, alla Turchia e dell’Est Europeo. L’Italia ha già conosciuto una certa fama nel settore delle demolizioni, abbandonato per i troppi costi umani e ambientali.
Si potrà riprendere? L’idea è quella di un polo dell’Alto Tirreno con Piombino per le demolizioni militari e Genova per quelle civili,ma con certificazioni derivanti dal trattato di Hong Kong e tecnologie comprovate. Alla fine il materiale estratto dal relitto rientrerà nel mercato sotto forma di travi per cemento armato, di lamiere per auto ma anche per costruzioni navali. Così l’acciaio della «Concordia» tornerà a solcare il mare.

da L’Unità

"I terreni del demanio ceduti a 50 mila giovani agricoltori", di Luisa Grion

Coinvolto nell’operazione anche il corpo forestale dello Stato.

Lo Stato-contadino venderà o affitterà i suoi campi ai giovani. Si tratta di terreni pubblici adatti alla coltivazione, spesso frazionati in piccole parti, ancor più spesso incolti. L’idea di riportarli a nuova vita trasformandoli in una occasione di lavoro per le nuove generazioni era venuta al governo Letta un paio di anni fa, ma per concretizzare quella legge del 2012 ci è voluto un decreto applicativo firmato qualche giorno fa da Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole. Sul piatto ci sono 5.550 ettari di terreni agricoli pubblici — il corrispondente più o meno di 7 mila campi da calcio — che da settembre saranno concessi in affitto o ancor meglio ceduti: possibilmente a giovani che già hanno un’impresa agricola (secondo le stime della Coldiretti poco più di 50 mila) o che intendono metterla in piedi e che s’impegnano — per i prossimi 20 anni — a destinare quelle terre alla coltivazione. In entrambe i casi infatti (vendita o affitto) gli under 40 potranno godere di un diritto di prelazione, una corsia preferenziale resa ancora più solida dalle agevolazioni loro concesse nel decreto competitività in discussione alla Camera (in particolare mutui a tasso zero per la costituzione di nuove aziende agricole e detrazioni sugli affitti dei terreni al 19 per cento).
I terreni coinvolti nel progetto appartengono nello specifico al Demanio (per 2480 ettari), al Corpo forestale dello Stato (2148), al Centro ricerche agricoltura del Ministero (882) e dell’Ente Risi, un ente pubblico ereditato dal periodo fascista (è nato nel 1931) che metterà a disposizione 42 ettari di terreno. Ma il decreto «Terrevive » è solo la prima fase di un progetto più ampio. «Da qui ai prossimi mesi — anticipa il ministro Martina — intendiamo estendere la vendita e l’affitto ai terreni di proprietà di Regioni e Comuni. L’obiettivo principale è quello di favorire l’imprenditoria giovanile, ma nello stesso tempo di restituire alla produzione molti terreni incolti, di renderli più controllati e sicuri, di favorire la ricomposizione fondiaria di proprietà spesso troppo frammentate».
Vendita e affitto saranno impostate ad una logica di ferrea trasparenza, assicura il ministro: per quanto riguarda il primo caso per i terreni che hanno un valore superiore ai 100 mila euro (il calcolo si basa sulla rendita fondiaria) si procederà tramite asta pubblica. Nel caso in cui i campi messi in vendita abbiano invece valore inferiore a tale cifra si farà ricorso a procedura negoziata (pubblicazione dell’elenco dei terreni sulla stampa e sul sito dell’Agenzia del Demanio, vendita alla migliore offerta rispetto alla base di partenza). Se i lotti messi in vendita risultano già occupati, pur salvaguardando gli under 40, sarà riconosciuto il diritto di prelazione in favore di chi già li lavora. Per quanto riguarda invece la destinazione d’affitto è prevista una quota minima del 20 per cento sul totale dei terreni, concedendo la preferenza ai giovani imprenditori. La complessa macchina è gestita dall’Agenzia del Demanio che ha mappato e fotografato dal satellite tutti gli appezzamenti. «Nella maggioranza dei casi si tratta di terreni di dimensioni ridotte — spiega Stefano Scalera, direttore generale dell’Agenzia — spesso fondi interclusi ai quali si può accedere solo attraverso altre proprietà. Appezzamenti che hanno bisogno di essere valorizzatati, magari ricongiungendoli ad altri in modo da raggiungere dimensioni tali da aver accesso ai finanziamenti europei ». Dall’operazione lo Stato considera d’incassare 15 — 20 milioni di euro da destinare all’abbattimento del debito pubblico, ma la priorità — assicurano al Ministero — questa volta è un’altra: creare occupazione dando la terra ai giovani.

da La Repubblica

"La crescita non verrà da sola", di Massimo D'Antoni

Benché l’attenzione mediatica sia tutta per le riforme istituzionali, è sull’economia che si profilano i maggiori rischi, per il governo e per il Paese. È vero, nessun crack imminente è all’orizzonte in questo agosto 2014. Ma far suonare il campanello d’allarme è la continua conferma dei dati deludenti sull’andamento dell’economia italiana. La recessione è finita da mesi, eppure non si vedono segni significativi di ripresa; il dato è particolarmente preoccupante proprio alla luce della caduta precedente, cui avrebbe dovuto seguire un rimbalzo ben più deciso.
La mancata ripresa è un rebus che gli economisti faticano a decifrare. La spiegazione sta probabilmente in una molteplicità di fattori concorrenti, internazionali (il rallentamento delle economie europee più forti e dei Paesi emergenti) e nazionali di natura sia congiunturale (anni di politiche di austerità hanno lasciato il segno) che strutturale (la moneta unica, l’inadeguatezza della nostra specializzazione produttiva).
Il nuovo governo aveva puntato le sue carte su un rilancio dei consumi (gli 80euro) rinviando alla seconda parte dell’anno la definizione delle coperture e il conseguente contraccolpo negativo sulla domanda. La scommessa era che l’effetto positivo immediato potesse creare le condizioni per rendere meno dolorosa la successiva quadratura del bilancio. Dati e previsioni sembrano invece confermare che l’aumento del potere di acquisto dei dipendenti, percepito forse come non permanente nonostante le rassicurazioni del governo, non ha fornito la spinta sperata.
Lo stesso annuncio di riforme economiche radicali, se da un lato serve a rassicurare l’Europa e a conferire al governo un’immagine di dinamismo, dall’altro potrebbe aver determinato un contesto di incertezza poco favorevole alla ripresa. Se la prospettiva di tagli nel pubblico impiego, nelle forniture pubbliche, nella sanità, ha ovvi effetti negativi sulle decisioni di investimento delle imprese fornitrici e sulle decisioni di spesa dei dipendenti pubblici interessati, l’incertezza su riforme annunciate ma ancora indefinite finisce per influenzare i comportamenti di una platea ben più ampia di quella rappresentata da coloro che saranno effettivamente colpiti; il timore di essere tra coloro che verranno penalizzati può frenare l’acquisto di beni durevoli e l’avvio di programmi di spesa a lunga scadenza.
La partita vera sarà giocata in autunno, con la legge di stabilità 2015 ma prima ancora con la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, che dovrà indicare eventuali interventi correttivi per il 2014. Con le prospettive di crescita riviste al ribasso, sembra difficile che l’Italia possa evitare la procedura di infrazione. Il ministro Padoan sembra confidare nella conquista di spazi di flessibilità.
Lo sforzo di allentamento degli ottusi vincoli europei che impediscono politiche espansive va sostenuto. Del resto, lo sforzo del governo Letta per rispettare tali vincoli non è stato premiato come forse si sperava, a dimostrazione che fare i compiti a casa non basta ad ammorbidire chi conduce la politica europea. Resta da capire se l’approccio più aggressivo del governo Renzi possa portare a risultati diversi. È presto per dirlo, il semestre di presidenza italiana è solo all’inizio,maa giudicare dalla mancata concessione di un pur blando rinvio del pareggio strutturale al 2016 c’è di che essere pessimisti.
Va inoltre considerato che qualche decimale di flessibilità servirebbe forse ad evitare tagli pesanti al welfare ma difficilmente, in mancanza di un’azione espansiva concertata a livello europeo, potrebbe determinare un’inversione di rotta. Parte delle speranze sono riposte in un possibile programma di investimenti finanziato con project bond europei. L’interrogativo a riguardo è tuttavia sulla disponibilità dei nostri partner, sui tempi di attuazione e sulla dimensione del programma: troppe volte i tavoli europei si sono risolti in misure poco più che simboliche.
Non facciamoci dunque troppe illusioni: non esiste il proiettile d’argento, la formula magica, capace di portarci senza costi fuori della crisi. Ciò non significa tuttavia che l’unica possibilità sia quella di proseguire sul sentiero tracciato delle politiche di austerità, la cui inefficacia risulta ogni giorno più evidente. Non è un caso che sempre più economisti, anche tra quelli meno «eterodossi», comincino a suggerire vie d’uscita non convenzionali. Guido Tabellini ha recentemente suggerito la strada dell’acquisto di titoli pubblici da parte della Bce; Lucrezia Reichlin ha parlato esplicitamente di ristrutturazione del debito. Sono proposte che mettono in discussione alcuni totem, quali la separazione tra politica monetaria e politica fiscale nell’azione della Bce e l’intangibilità degli interessi dei detentori di debito pubblico. Totem cui corrispondono evidenti interessi nazionali.
Proprio per questo è molto difficile che tali soluzioni siano accettate. Bisogna avere tuttavia consapevolezza che l’alternativa è arrivare al punto di dover abbandonare, prima di quando ci aspettiamo, il totem dei totem, quello dell’irreversibilità della moneta unica.

da L’Unità