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"Non vendiamoci anche il futuro", di Carlo Ossola

Cominciamo a tener viva quella cultura critica della fine che in fondo ha salvato la nostra civiltà Da Ausonio a Gregorio Magno, a Tacito, fino a Tolstoj

Questo «Domenicale» ha ospitato più volte, e anche di recente, articoli sulla crisi della scuola italiana, sulle ragioni del merito, sul come premiare gli insegnanti meritevoli, sul come frenare l’emorragia dei “cervelli”, sul come valutare i test che valutano (prove Invalsi, eccetera).
Mi limiterò, inquesto mio intervento, a qualche ragione sul come «ben meditare della fine». Vorrei dunque subito sgombrare il campo da ogni ragione economica e sociologica e venire a quelle nervature che tali rimangono, tanto che lo stipendio degli insegnanti sia fissato a 1.500 euro al mese (quando va bene), o a 4.000 (come accade in molti paesi europei, ma non in Italia).
Vorrei anche chiarire che, almeno per una ragione, il Governo dovrebbe salvaguardare la scuola: e cioè che essa, preparando il futuro della società italiana, è l’unico asset, (risorsa, nel mio italiano) che non abbiamo ancora venduto (ma anche questo accadrà, quando dall’estero si renderanno conto che non basterà ricevere i cervelli in fuga, ma sarà meglio coltivarli e prenotarli sin dai Licei; come già la Migros e altre multinazionali faceva e fanno con le buone culture di uva da tavola e pomodori in Italia, eccetera).
E in effetti non ci rimane che vendere il futuro, visto che il miglior presente è quasi tutto venduto. Ora, affinché questo non accada o accada con quelle «rotture instauratrici» (Michel de Certeau) che poi fanno dirompere altro futuro, è necessario – a mio modesto avviso e dopo quasi 25 anni di esperienza di insegnamento all’estero – cominciare a tener viva quella «cultura critica della fine» che in fondo ha (quasi sempre) salvato la nostra civiltà. Partiamo proprio dalla nozione, e dai segni premonitori, della fine: quasi tutta l’Europa della tarda antichità ne ebbe coscienza (per la civiltà romana classica): da Ausonio a Gregorio Magno. Ma nessuno fu così precocemente attento e premonitore come Tacito nella sua Germania, secoli prima della fine. Ora chi legga quel ritratto-trattato non ha poi bisogno di molto altro per comprendere le ricorrenti crisi della “romanità” (non meno che del mondo tedesco-prussiano); altre culture dovranno attendere secoli e secoli per aver coscienza della loro fine (Chateaubriand o Flaubert, Stern o Melville, Dostoevskij o La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj).
Assistiamo dappertutto alla «crisi dei soggetti» (dopo averne celebrato con il Pci di Occhetto i fasti); basterà ritornare al diritto romano e alle acute osservazioni di Paolo Grossi (ora giudice della Corte costituzionale) per constatare la «vanificazione – avvenuta nella modernità giuridica – della dimensione sociale e della dimensione collettiva del soggetto». Comunità, bene comune, sono principi che vanno da Eros e Agape di Anders Nygren al concetto di “comunità” olivettiano. Politica e filosofia greca, civitas romana, utopia cristiana.
Il particulare, anche virtuale, s’insedia dappertutto; ma la scuola italiana – per sua fortuna – è vissuta di universali, dagli universalia tantum della filosofia medievale all’idealismo di Gentile (che riformò in profondo i programmi liceali); e persino Gramsci – che pure lo criticava – ebbe a riconoscerne il fondamento. Dopo aver acutamente osservato che: «Il latino si presenta (così come il greco) alla fantasia come un mito, anche per l’insegnante. Il latino non si studia per imparare il latino; il latino, da molto tempo, per una tradizione culturale-scolastica di cui si potrebbe ricercare l’origine e lo sviluppo, si studia come elemento di un ideale programma scolastico, elemento che riassume e soddisfa tutta una serie di esigenze pedagogiche e psicologiche; si studia per abituare i fanciulli a studiare in un determinato modo, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere che continuamente si ricompone in vita, per abituarli a ragionare, ad astrarre schematicamente pur essendo capaci dall’astrazione a ricalarsi nella vita reale immediata, per vedere in ogni fatto o dato ciò che ha di generale e ciò che di particolare, il concetto e l’individuo», concludeva con vigore: «La logica formale è come la grammatica: viene assimilata in modo “vivente” anche se l’apprendimento necessariamente sia stato schematico e astratto, poiché il discente non è un disco di grammofono, non è un recipiente passivamente meccanico, anche se la convenzionalità liturgica degli esami così lo fa apparire talvolta. Il rapporto di questi schemi educativi collo spirito infantile è sempre attivo e creativo, come attivo e creativo è il rapporto tra l’operaio e i suoi utensili di lavoro; un calibro è un insieme di astrazioni, anch’esso, eppure non si producono oggetti reali senza la calibratura, oggetti reali che sono rapporti sociali e contengono implicite delle idee. Il fanciullo che si arrabatta coi barbara, baralipton, si affatica, certo, e bisogna cercare che gli debba fare la fatica indispensabile e non più, ma è anche certo che dovrà sempre faticare per imparare a costringere se stesso a privazioni e limitazioni di movimento fisico, cioè sottostare a un tirocinio psico-fisico. Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza» (Quaderni del carcere, Quaderno12; edizione Gerratana, Einaudi, vol. III, p. 1549). Oggi siamo molto lontani da tutto questo: né la grammatica latina, né la logica organizzano più il pensiero dei nostri ragazzi; ma sono ancora in un limbo (non del tutto abolite) dal quale attendono le trombe dell’Apocalisse per risorgere; basta avere coscienza che l’Apocalisse è già qui, anche se le trombe sono afone.
Anche la cultura scientifica più inventiva ne ha sempre avuto, lungo il XX secolo, coscienza: da Erwin Schrödinger, pioniere della fisica dei quanti e squisito poeta (senza ricordare il suo: Nature and the Greeks) a Conrad Hal Waddington, uno dei padri della epigenetica, ma insieme paleontologo, e umanista insigne.
Ecco, credo che non ci sia altra soluzione che non rinunciare alla “coscienza della fine”: solo così le mode, le poetiche dei soggetti virtuali, del Web che collasserà, finiranno prima, molto prima, per la certezza di aver, troppo rapidamente, vinto: anche questo abbiamo imparato dai Romani, la tecnica, compatta, della “testuggine”; serrare i ranghi, lasciar piovere i dardi, e avanzare. Il primo che alzerà lo scudo “per vedere”, sarà perduto…

da IlSole 24 Ore

"Creare valore e redistribuire reddito l’esempio del bonus alla Ferrero", di Dario Di Vico

Possiamo ragionare di lavoro dentro uno schema che prende in esame la specializzazione produttiva e la capacità di creare valore? Presa a sé la domanda rischia persino di apparire bizzarra ma arriva il giorno dopo la notizia del premio di 6 mila euro (su tre anni) negoziato tra direzione aziendale e sindacati del gruppo Ferrero. E quindi un significato ce l’ha. È chiaro che stiamo parlando di uno dei fiori all’occhiello del made in Italy, un gruppo multinazionale che ha saputo utilizzare al meglio tutti i fattori della specializzazione produttiva: brand conosciutissimo, alta qualità delle produzioni, filiera controllata e ambiente di lavoro orientato alla «complicità». Oltre al bonus l’azienda di Alba si impegna ad ampliare i programmi di welfare aziendale in cambio di una dichiarata disponibilità di Cgil-Cisl-Uil a favorire il lavoro al sabato laddove se ne verificasse la necessità.
Sembra quasi un manifesto del perfetto management italiano e ci indica una strada sulla quale quantomeno riflettere. Nel settore agroalimentare fortunatamente casi come questo non sono mosche bianche perché la tradizione industriale italiana ha dimostrato di saper produrre sufficiente valore per poterlo anche redistribuire ai dipendenti. Non dimentichiamo che il nostro primato internazionale nel food non si basa certo sulla disponibilità illimitata di materie prime (proprio la Ferrero ha annunciato di recente un’acquisizione in Turchia per garantirsi il flusso di nocciole) ma sulla qualità del processo di trasformazione. Insomma siamo più bravi di altri e siamo in grado di spuntare prezzi vantaggiosi.
In altri settori, penso agli elettrodomestici, la musica è diversa. Non siamo riusciti a salire nella catena del valore e c’è ben poco da redistribuire, anzi siamo costretti a inseguire con affanno chi si giova di un costo del lavoro estremamente più basso. Non c’è quindi una ricetta unica, il lavoro sta pienamente dentro la vicenda industriale e il posizionamento giusto/sbagliato che ne è conseguito. Purtroppo però quando nei numerosissimi convegni sindacali si discute è assai difficile che il tema venga impostato così. Prevalgono quasi sempre i toni da comizio.

da Il Corriere della Sera

"L'obiettivo è contenere i tagli", di Silvia Bernardi

La Commissione Cultura voterà il budget di programma 2015 il prossimo 4 settembre, il giorno dopo aver incontrato la Presidenza italiana

«L’Europa ha l’obbligo di garantire la salvaguardia e lo sviluppo del patrimonio culturale europeo» (articolo 3.3 del Trattato sull’Unione). «L’Unione contribuisce al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali» (articolo 167 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, Tfue). L’Europa eletta il 25 maggio sarà capace di attuare queste direttive? Ha gli strumenti (e la volontà) per farlo? L’occasione c’è. I fondi per il cultural heritage europeo sono stati stanziati e sono disponibili nei programmi pluriennali Horizon 2020, Erasmus+, Europa Creativa, Europeana, Europa dei Cittadini, Comunicazione, che entrano nel loro secondo anno di programmazione (2015). L’importanza del settore è ormai sempre più evidente: a livello Ue (anche se mancano ancora dei dati unitari) studi settoriali e su base nazionale indicano che il settore dei beni cultrali offre un’innegabile contributo economico. Per la Federazione europea dell’industria edile, ad esempio, nel 2013 la ristrutturazione e la manutenzione di beni artistici hanno rappresentato il 27,5% del valore del settore delle costruzioni in Europa. Ora tocca alla nuova Commissione Cultura contenere i tagli del Consiglio sul Bilancio che è arrivato ad un accordo sull’importo globale di ogni titolo di programma. Su Europa Creativa (finanziato nell’ambito del titolo 3 del Quadro finanziario pluriennale) pesa un taglio generale (impegni e pagamenti) del 3,3%; Europa per i Cittadini che ha tra gli obiettivi quello di contribuire a rendere l’Ue più visibile e presente nella vita dei cittadini, ha un bilancio in calo del 20% rispetto al 2007-2013 con la previsione di ulteriori tagli da parte del Consiglio. La spinta euroscettica emersa alle elezioni di maggio e un diffuso scollamento rispetto all’Europa con un conseguente indebolimento dello «spirito» europeo, impongono ora all’Ue una riflessione sulle azioni di comunicazioni messe in atto e sulla valorizzazione dei collanti, cultura in primis. «Ho ottenuto dalla Commissione il mandato a chiedere di contenere i tagli del Consiglio ipotizzati nella bozza di accordo globale sul budget Ue 2015» , ha detto la Presidente Silvia Costa martedì a Bruxelles nella prima riunione della Commissione Cultura. «È fondamentale che ci siano stanziamenti sufficienti di impegno e pagamento per assicurare il raggiungimento del numero previsto dei beneficiari dei programmi. Allo stesso tempo, vista la centralità e l’interconnessione dei temi, propongo un commissario europeo unico tra turismo, cultura e digitale, la vera grande sfida che ci attende nei prossimi anni». Preso l’impegno a difendere i budget e ad aumentare il peso della cultura (e con lei della formazione, dell’istruzione, della ricerca, della digitalizzazione) nei programmi di governo comunitario, la Commissione voterà il budget di programma per il 2015 il 4 settembre, dopo aver incontrato la Presidenza italiana il 3 settembre. Nel programma di presidenza, un documento di 80 pagine in cui si delineano le linee di governo, si legge (pag. 78) che «obiettivo della Presidenza sarà quello di portare la cultura e il patrimonio culturale al centro della strategia europea. La Presidenza si concentrerà sul valore trasversale della cultura e della creatività in tutte le pertinenti politiche dell’Ue e sosterrà l’importanza della cooperazione culturale e del dialogo interculturale nell’affrontare le sfide sociali e nello stabilire valide relazioni esterne». Riusciranno l’Italia e l’Europa a tenere fede alle direttive che si sono date?

da Il Sole 24 Ore

"La mancanza di spirito costituente alla base dello scontro sulle riforme", di Mauro Megatti

Quindici anni fa, quando la parola d’ordine era federalismo, la modifica del Titolo V della Costituzione, realizzatasi in un’ottica di parte e di breve periodo, ha dato risultati deludenti: il riassetto delle autonomie territoriali, architettato in modo frettoloso e disorganico, ha creato numerose disfunzioni, delle quali ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Oggi, i temi che scaldano l’opinione pubblica sono il taglio dei costi della politica e il superamento del bicameralismo perfetto. Anche queste sono questioni importanti, come importante era darsi un assetto federalistico decente. Ma, oggi come allora, le modifiche a elementi portanti dell’impianto istituzionale del nostro Paese rischiano di venire forgiate dalla reattività dello scontro politico e dell’interesse di partito di breve termine.
Va da sé che una discussione, anche accesa, su una materia così delicata non è solo scontata ma anche opportuna. Per questo sarebbe sbagliato giudicare negativamente il confronto, talora aspro, magari condito con iniziative forti volte a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui punti più controversi. Tutto ciò fa parte di un ritualismo di cui la democrazia non può fare a meno.
Ben diversa è però l’aria che si respira in questi giorni, dove i toni dello scontro rischiano di arrivare a spezzare quel presupposto comune che le istituzioni democratiche devono comunque salvaguardare, se vogliono poter funzionare. Di fronte ad un tale spettacolo viene da chiedersi: si può mettere mano alla Costituzione senza preoccuparsi di ricreare uno «spirito costituente»? Se non si è lavorato per costruire una prospettiva inclusiva di interesse generale, come potrà la nuova Costituzione essere riconosciuta giusta da tutti? Non porterà dentro di sé, come una sorta di vizio d’origine, un deficit di bene comune?
Come quando si litiga in famiglia, dire adesso chi ha ragione e chi torto è impossibile. E, proprio come nei litigi tra parenti (dove, come nel caso della politica, è impossibile mandarsi semplicemente al diavolo) la matassa è destinata a ingarbugliarsi ulteriormente nella misura in cui in ballo ci sono anche altre dimensioni cruciali (come la legge elettorale). Tanto più che i protagonisti amano rivolgersi ciascuno ai propri supporter a suon di tweet e pagine Facebook, come noto non esattamente ambiti istituzionali dove le parole sono misurate e il dibattito argomentato.
Renzi, che può contare su un vasto consenso popolare, ha ragione a dire che si deve cambiare. E che non basta dire di no. Ma se siamo a questo punto è anche per il modo in cui la questione è stata posta: aver trasformato la riforma costituzionale — per definizione complessa e delicata — nella madre di tutte le riforme è stata una forzatura, aggravata dall’aver contemporaneamente aperto il nodo elettorale (che tocca la stessa sopravvivenza dei partiti). Il tutto senza una chiara cornice di senso, se non il taglio dei costi della politica e la mitica governabilità, a cui da sempre lo stesso Pd è stato piuttosto allergico. Il governo non dimentichi che il suo primo dovere è quello di governare: ed è l’ambito economico e sociale — che peraltro nell’Italia di oggi versa in condizioni critiche — quello che merita la massima e più urgente attenzione. Osservazione valida anche pensando all’Europa che aspetta riforme convincenti. Nell’orizzonte dei 1.000 giorni che si è dato il premier — che significa lavorare con un Parlamento che esprime equilibri elettorali precedenti alla sua ascesa politica — c’è certamente modo di arrivare alle riforme costituzionali: senza dimenticare che, quando si parla di Costituzione, il metodo e lo spirito sono sostanza.
L’opposizione, da parte sua, ha tutto il diritto di sollevare le questioni che ritiene opportune. Ma ciò non può significare praticare l’ostruzionismo parlamentare, gridare al golpe, accusare il primo ministro e il presidente della Repubblica di autoritarismo. Si può e si deve discutere. Ma alla fine si deve potere anche decidere.
Quando ero bambino, c’era un anziano parente che, in dialetto lombardo, censurava le situazioni caotiche con l’esclamazione: l ’è cum’è una repubblica . Probabilmente nostalgico dell’ordine monarchico, l’antenato panettiere stigmatizzava così il rischio che la democrazia sempre corre di implodere quando le parti che la costituiscono dimenticano il bene superiore che le unisce. Di fronte a quanto sta accadendo in questi giorni, mi chiedo cosa possa pensare della democrazia un giovane — ammesso e non concesso che oda gli echi dello scontro — in un momento in cui il suo presente è gramo e il suo futuro indecifrabile.
Ha ragione Grasso: speriamo che il weekend porti consiglio, così da vedere, nelle prossime ore, un’iniziativa politica coraggiosa, in grado di interrompere la spirale nella quale siamo finiti.

da Il Corriere della Sera

Scuola, Ghizzoni “Finalmente va in pensione il personale di “Quota 96”

Accolto nella notte tra venerdì e sabato l’emendamento presentato dalla deputata modenese Pd.
Finalmente il personale di “Quota 96” potrà andare in pensione dal 1° settembre di quest’anno: è stato, infatti, accolto l’emendamento Pd che sblocca una situazione in stallo da oltre due anni. Ne dà notizia la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni che, al fianco dei lavoratori, non ha mai smesso di perseguire questo risultato di equità e giustizia.

Fra poco più di un mese, dopo aver atteso oltre due anni, il personale della scuola, bloccato nell’anno scolastico 2011/2012 dalla riforma Fornero, potrà finalmente andare in pensione. E’ stato, infatti, accolto in Commissione, nella notte fra venerdì e sabato, l’emendamento al dl Pubblica amministrazione che reca, come prima firma, quella della parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, vice-presidente della Commissione Istruzione della Camera, che ha lottato per questo risultato, a fianco dei lavoratori, fin dall’insorgere della questione. Il provvedimento riguarda tutti coloro che avevano acquisito questo diritto secondo le vecchie norme pre-Fornero: in Italia 4mila persone, oltre un centinaio nella sola Modena. “Siamo molto soddisfatti del traguardo raggiunto – conferma con sollievo l’on. Ghizzoni – La riforma Fornero era la sola riforma pensionistica che non aveva tenuto conto della peculiarità di chi lavora nel mondo della scuola, personale che, per tutelare la didattica, può andare in pensione, pur avendo maturato i requisiti richiesti dalla legge, in una sola finestra annuale, quella del 1° di settembre, all’avvio di ogni nuovo anno scolastico. Ora anche chi era rimasto bloccato a scuola, pur avendo maturato i requisiti nel corso dell’anno scolastico 2011-2012, potrà finalmente andare in pensione fra poco più di un mese e lasciare il proprio posto a personale più giovane e motivato, ora precario”. Il provvedimento dovrà ora passare il vaglio della Commissione Bilancio, ma in Parlamento gode di un solido sostegno trasversale tra tutte le forze politiche presenti.
E’ stato, inoltre, accolto un altro emendamento a prima firma Ghizzoni, che riforma la procedura dell’abilitazione scientifica nazionale nell’Università italiana: non sarà più a bando bensì a “sportello” (per evitare l’effetto concorso e quindi valutazioni comparative) e durerà 6 anni.

"Tregua, l’ultima speranza", di Adriano Sofri

LA tregua e la pace sono due modi per così dire filosofici di immaginare e maneggiare il mondo. Non è detto che stiano in successione fra loro, così che la tregua preceda e prepari la pace. Spesso, sempre più spesso, la tregua sostituisce la pace, la rattoppa e si rassegna alla sua assenza. A unire comunque i due termini sta la dipendenza comune dalla guerra. Tregua e pace appaiono i due modi di opporsi alla guerra, e la guerra appare come la tentazione, se non la condizione, prevalente
della convivenza umana.
LE CRONACHE di questi giorni rinunciano a star dietro al fantasma della pace, e inseguono invece le peripezie delle tregue auspicate, mancate, firmate e violate: la spola di Kerry fra Egitto Israele e Palestina, gli appelli e gli orpelli telefonici attorno all’Ucraina, le cerimonie retoriche e diplomatiche ginevrine sulla Siria… Non si riesce a far rispettare una tregua di 5 ore, e si vorrebbe ottenere una pace? Ci si può spingere a pensare che la pace sia meno ardua che una modesta tregua, e che i piccoli passi siano un mito che riporta sempre le cose al punto di partenza. In realtà la tregua è la scelta sempre più obbligata di un mondo in cui, per trasferire un’immagine del papa Francesco, prevale la chirurgia da campo. I nostri antenati dicevano, piuttosto che far la pace, “fare le paci”, e intendevano per un verso che ne occorressero altrettante quante erano le fazioni avverse o addirittura le persone, per l’altro verso che bisognasse prima di tutto separare i contendenti, esser pronti a intromettersi fra loro. Francesco d’Assisi era un campione del fare le paci, e può darsi che il papa omonimo senta il divario con la sua visita in Terrasanta e gli incontri subito frustrati nei giardini vaticani.
La divaricazione crescente fra tregua e pace, fra l’ospedale da campo e la medicina curativa o, ancora più lontana, preventiva, è uno scacco della politica, se la politica è l’arte del governo. Ma la politica è stata piuttosto l’arte della guerra, e oggi, quando la vera grande guerra non si può fare (il che non assicura che non si faccia, e buonanotte a tutti) la politica non sa essere né l’arte della guerra né della pace, e batte in ritirata davanti alle innumerevoli guerre locali e civili, e si adatta ai panni di una povera arte della tregua. Ci riuscisse, almeno.
La tregua, oggi, prima d’esser rifiutata o violata, è irrisa. Lo fu già in passato, per un’altra ragione, più fiera e meno cinica. «Alto a cavallo, mentre il sol dilegua / dietro ai templi dell’Urbe, alla Coorte / Garibaldi parlò: “Nessuna tregua!…”». Sono versi delle Rapsodie garibaldine del risorgimentista Giovanni Marradi. I nostri eroi erano così, la tregua era alle loro orecchie sinonimo di viltà, di cedimento. Ancora il leggendario capo della Resistenza urbana nei Gap, i Gruppi di Azione Patriottica, Giovanni Pesce, nel 1967 intitolò così le sue memorie: Senza tregua. Su quella scorta combattenti fuori tempo intitolarono a loro volta «Senza tregua» il proprio desiderio d’oltranza. Nello sdegno verso la tregua si potrebbe ravvisare una variazione del famoso contrasto fra trattativa e fermezza, se non fosse ora di archiviarlo.
Oggi si rincorre la speranza spicciola di una tregua. Che si rassegnino a tacere un giorno, un’ora, le armi a Gaza, così da raccogliere morti e soccorrere feriti. Che si aprano in Siria corridoi umanitari — che stanno allo spazio come la tregua e la moratoria al tempo — dai quali far filtrare vaccini antipolio, farmaci, pane. Che si sospendano scontri e agguati nell’est ucraino. E così via. Altrove, con altri capitani di sventura, nemmeno parlarne, di tregua, nell’Iraq del califfo, nella Nigeria di Boko Haram.
Per noi la parola tregua è legata a Primo Levi, e al suo libro più famoso, grazie alla scuola e al film di Francesco Rosi, La tregua. Lo si descrive come il racconto del ritorno, di un’uscita a riveder le stelle, mentre Se questo è un uomo, e più I sommersi e i salvati, sono il verbale di una caduta nell’abisso. Tuttavia nel tempo sospeso della tregua, della risalita e perfino dell’allegria e della speranza, Levi addita un significato via via più largo, fino ad abbracciare e ingoiare tutta l’esistenza umana. «Esistono remissioni, “tregue”, come nella vita del campo l’inquieto riposo notturno; e la stessa vita umana è una tregua, una proroga ; ma sono intervalli
brevi, e presto interrotti».
Ma se la vita stessa è una tregua, vuol dire che la morte viene dopo ma anche prima, che la vita è un’interruzione della morte, e che la pace è un’interruzione della guerra. «Ma la guerra è finita — obiettai: e la pensavo finita, come in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. — Guerra è sempre — rispose memorabilmente Mordo Nahum». Il nostro mondo è paradossale: ha un’aria balordamente spensierata, e insieme si adatta a un realismo che sconfina nel cinismo.
A cent’anni dalla prima Sarajevo, la nozione storiografica di una lunga guerra europea che va dal 1914 al 1945 è senso comune: non sono le due guerre dichiarate mondiali a interrompere la pace, ma l’intervallo fra il ‘18 e il ‘39 a interrompere l’unica guerra, tregua e insieme incubazione. Una visione analoga potrebbe applicarsi, non più cronologicamente ma geograficamente, al mondo d’oggi, un pianeta di guerre interrotte — provvisoriamente? — da spazi di pace. L’Europa soprattutto, che ha creduto di meritare, grazie alla lezione del 1945, il Nobel continentale per la pace, nonostanti Caucaso e Balcani e ora Ucraina; l’Europa che ha 28 eserciti, dunque nessuno. Quanto alla convenzione della tregua olimpica, Putin ha fatto coincidere le Olimpiadi caucasiche di Sochi con la prodezza imperiale ucraina.
È curioso come il pessimismo tragico sulla calma e la labilità della tregua, la metafora di Levi, sfiori involontariamente il pessimismo realpolitiker che, come in Henry Kissinger, pensa che la pace non possa essere altro che una dilazione della guerra. Una tregua, in sostanza: come la vita del 91enne ex Segretario di stato, appena operato per un’ennesima volta al cuore… Era già l’opinione di Talleyrand, e, prima e senza mondanità, di Niccolò Machiavelli: le inveterate inimicizie fra le famiglie «ancora che le non finissero per pace, si componevano per triegue» .
La tregua è preziosa. Come nel gioco infantile in cui, prima di soccombere, si grida: Pace. Come la mano battuta sul tappeto della gara di lotta che sta diventando micidiale. Ma chi ha conosciuto le tregue sa come siano insidiate dall’angoscia della rottura: davvero si potrà camminare lungo il viale senza che i cecchini aprano il fuoco? Che si possa andare a far provvista di acqua senza essere investiti a tradimento dalla pioggia di granate? Sedere nella cucina senza che un bombardamento incenerisca la casa? La tregua è provvisoria e aleatoria. In quel laboratorio disgraziato di tregue che è il Vicino Oriente, all’avvicinarsi dell’ora del cessate il fuoco concordato si moltiplicava la potenza di fuoco, come ci si ubriacherebbe a morte la notte prima dell’entrata in vigore del proibizionismo.

da La Repubblica

"Riforme radicali per la svolta in Europa", di Guido Tabellini

Gli ultimi dati deludenti sulla crescita nell’area euro e in Italia confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, l’inadeguatezza della strategia di politica economica seguita finora in Europa. Ogni Paese deve risollevarsi da solo, con riforme dal lato dell’offerta per riacquistare competitività, e con politiche di bilancio restrittive per riassorbire il debito pubblico. Ma il problema oggi nell’area euro è la carenza di domanda interna, non la competitività, e la stagnazione impedisce il rientro dal debito. Alla fine del 2013, i consumi privati dell’intera area euro erano del 2% sotto i livelli raggiunti a fine 2007; gli investimenti privati erano sotto del 20%; solo le esportazioni sono salite di quasi il 10% negli ultimi sei anni. Questo problema può essere risolto solo a livello europeo: i governi nazionali non hanno strumenti efficaci per stimolare la domanda aggregata, perché hanno le mani legate dal patto di stabilità e non hanno sovranità monetaria.
Dal punto di vista tecnico, la soluzione sarebbe semplice e non avrebbe grosse controindicazioni. Ogni Paese dell’area euro dovrebbe tagliare le imposte di un ammontare rilevante (ad esempio del 5% del reddito nazionale), finanziandosi con l’emissione di debito a lungo termine (30 anni), e impegnandosi a ridurre i disavanzi nell’arco di cinque o sei anni, attraverso una combinazione di maggiore crescita e tagli di spesa. Il debito emesso dovrebbe essere acquistato dalla Bce, senza sterilizzarne gli effetti sull’espansione di moneta.
Il coordinamento tra politica monetaria e fiscale sarebbe essenziale per il successo dell’operazione: l’espansione monetaria farebbe svalutare il cambio e arresterebbe le spinte deflazionistiche; l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce eviterebbe l’aumento del costo del debito e, restituendo gli interessi sotto forma di signoraggio, ne alleggerirebbe il peso.

E il taglio delle imposte darebbe uno stimolo diretto alla domanda aggregata, in un momento in cui i tassi di interesse sono già a zero e il canale del credito è bloccato dalle sofferenze bancarie. Questo è sostanzialmente quanto hanno fatto o stanno facendo, con modalità diverse, Stati Uniti, Inghilterra e Giappone per uscire dalla crisi. Eppure un’ipotesi del genere nell’area euro è pura fantascienza, perché si scontra con i vincoli istituzionali di Maastricht e con il veto politico della Germania che teme l’azzardo morale. Di qui a sei o nove mesi probabilmente la Bce sarà comunque costretta ad acquistare i titoli di Stato, per cercare di contrastare la deflazione. Ma l’intervento sarà ancora una volta timido e tardivo, e soprattutto, senza l’aiuto della politica fiscale, poco efficace. In questo disarmante quadro europeo, cosa può fare la politica economica italiana? Innanzitutto, non deve fare errori. Questo vuol dire soprattutto non aggravare la carenza di domanda aggregata attraverso aumenti della pressione fiscale. La cosa è tutt’altro che scontata, perché l’assenza di crescita mette a rischio gli obiettivi di bilancio, sia per l’anno in corso che per il 2015 (dove manca qualche decina di miliardi). Per il 2014 probabilmente non c’è più nulla da fare, ed è meglio avere un disavanzo sopra il 3% e se necessario rientrare nella procedura di disavanzo eccessivo, piuttosto che aumentare il prelievo. Per il 2015 non ci sono alternative al dare piena attuazione ai tagli di spesa identificati dal rapporto Cottarelli, accelerandone i tempi. È inutile illudersi che esistano imposte innocue; in questa situazione qualunque forma di maggior prelievo avrebbe effetti negativi sulla fiducia e sulla spesa privata. In secondo luogo, è importante fare tutto il possibile per evitare ulteriori aumenti del debito pubblico. Non tanto perché lo impongono i vincoli europei, ma per non perdere la fiducia dei mercati. Le privatizzazioni devono ripartire, andando oltre i modesti obiettivi indicati dal programma di stabilità del governo Letta e confermati da questo governo (1% del PIL ogni anno), e finora disattesi. La situazione sui mercati finanziari non è sfavorevole, e qualunque ritardo o esitazione sarebbe del tutto incomprensibile. E le politiche dell’offerta per ridare competitività all’economia italiana? Anche se il loro effetto sulla crescita è dilazionato nel tempo, sono comunque urgenti e essenziali, per due ragioni. Primo, per rinforzare la fiducia delle imprese e dei mercati finanziari sulle prospettive future dell’economia italiana. Secondo, per vincere le resistenze europee ad adottare politiche macroeconomiche più espansive. In altre parole: la crisi economica non potrà essere superata senza una svolta nelle politiche macroeconomiche di tutta l’area euro. Ma questa svolta non ci sarà senza riforme radicali nei paesi del Sud Europa. Che ci piaccia o no, questa è la realtà della moneta comune.

da Il Sole 24 Ore