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Il 28 ottobre gli studenti tornano in piazza: «Vogliamo un altro futuro», da corriere.it

Il 28 ottobre gli studenti tornano in piazza: «Vogliamo un altro futuro». Mobilitazioni contro i tagli anche il 9 e il 17 novembre: «Consegnati alla precarietà e all’assenza di welfare». In piazza il 28 ottobre, il 9 e il 17 novembre per «rilanciare la nostra idea alternativa di futuro che abbiamo cominciato a costruire in questi anni di distruzione e tagli, nelle scuole e nelle università pubbliche, nei luoghi della formazione, nelle tante assemblee e piazze che abbiamo riempito in modo pacifico e non violento». La Rete degli Studenti e l’Udu (Unione degli universitari) lanciano l’autunno caldo delle proteste studentesche, che avrà il culmine nella Giornata internazionale del diritto allo studio appunto il 17 novembre con iniziative di protesta in tutta Italia. «Mentre il ministro Gelmini sta ancora cercando di capire dove hanno trovato i 45 milioni di euro che crede di aver speso per un tunnel Cern-Gran Sasso, da anni noi studenti siamo nelle piazze italiane per batterci contro questo governo e – dicono – contro l’idea di distruzione che sta portando avanti di scuola ed università, e di qualsiasi prospettiva di futuro per intere generazioni, consegnate alla precarietà e all`assenza di welfare e di diritti. Questo governo non ci ha mai ascoltato e oggi continua ad imporre un modello di scuola e università sempre più povero e con tantissimi blocchi ed ostacoli per gli studenti, che spesso decidono per questo di abbandonare i percorsi formativi». «L’ultimo, che rischia di essere il più devastante, è la nuova riforma del diritto allo studio. Questo Governo vuole adeguare, dopo un taglio del 95% dei fondi nazionali per le borse di studio, il numero di studenti ai pochissimi fondi disponibili, passando quindi dal taglio delle risorse al taglio degli studenti. Tramite l’inasprimento dei requisiti per ottenere la borsa di studio si vuole negare a migliaia e migliaia di studenti il diritto ad essere idonei alla borsa di studio: il colpo di grazia per eliminare il diritto allo studio nel nostro Paese». «Davanti all’ennesimo attacco al diritto allo studio – proseguono Rete degli Studenti e Udu – non possiamo che rilanciare la nostra idea alternativa di futuro che abbiamo cominciato a costruire in questi anni di distruzione e tagli, nelle scuole e nelle università pubbliche, nei luoghi della formazione, nelle tante assemblee e piazze che abbiamo riempito in modo pacifico e non violento»

LA GIORNATA DEL DIRITTO ALLO STUDIO – Appuntamento il 28 ottobre, dalle 14, con un sit-in davanti al Ministero dell’istruzione a Roma «contro i tagli alle borse di studio e la nuova riforma che vuole sbarrare definitivamente la strada del futuro a un’intera generazione». Il 9 novembre mobilitazioni, assemblee, flash mob, e altre iniziative in tutte le città d’Italia «per portare all’attenzione di tutti uno dei drammi dell’Italia di cui nessuno si occupa: l’edilizia scolastica e l’insufficienza di alloggi per gli studenti universitari che ancora una volta sono visti come un costo da tagliare». Infine il 17 novembre, Giornata internazionale del diritto allo studio, studenti di nuovo in piazza in tutta Italia «per riportare al centro della politica italiana e mondiale il dramma che milioni di studenti vivono nel non poter accedere a scuola ed università e ritrovarsi esclusi da qualsiasi percorso lavorativo».

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"La bozza del decreto: dai condoni alle norme sull'eredità ai figli", di Mario Sensini

Allo studio c’è un provvedimento di 126 articoli. L’intesa sul pacchetto messo a punto dal governo per rilanciare l’economia ancora non c’è, ma del possibile decreto per lo sviluppo esiste una bozza, con un pacchetto di norme per la definizione delle pendenze con il fisco, le agevolazioni per la costruzione di nuove infrastrutture, la semplificazione dei controlli e delle incombenze amministrative a carico delle imprese, gli incentivi al lavoro part-time e all’apprendistato, fino alle nuove norme per garantire il trasferimento delle società alla morte degli imprenditori, compresa una revisione del codice civile sull’eredità a favore dei figli. Un provvedimento di 126 articoli, con un corposo pacchetto di norme per la definizione delle pendenze con il fisco, le agevolazioni per la costruzione di nuove infrastrutture, la semplificazione dei controlli e delle incombenze amministrative a carico delle imprese, gli incentivi al lavoro part-time e all’apprendistato, fino alle nuove norme per garantire il trasferimento delle società alla morte degli imprenditori, compresa una revisione del codice civile sull’eredità a favore dei figli, e la nuova, ennesima, riforma delle pensioni. Più alcune norme «contingenti», come quella che definisce la Tav Torino-Lione come «infrastruttura strategica» e prevede dunque l’arresto e la condanna da tre mesi a un anno per chi si introduce abusivamente nei cantieri.
L’intesa sul pacchetto messo a punto dal governo e dalla maggioranza per rilanciare l’economia è ancora in alto mare, ma del possibile decreto per lo sviluppo da ieri è in circolazione almeno una bozza. Dettagliata e molto articolata, che comprende sia le norme già concordate dal ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, con i suoi colleghi, sia altre proposte che vengono dai singoli ministeri ed anche misure avanzate dai gruppi parlamentari della maggioranza. Nella bozza non c’è, ma è circolata pure l’ipotesi di un nuovo aumento dell’Iva. Il Tesoro, però, smentisce.
Patto di famiglia ed eredità
Tra queste ultime ci sono anche quelle che modificano il cosiddetto «Patto di famiglia» per agevolare la trasmissione della proprietà delle imprese e delle società alla scomparsa dei titolari. Secondo la bozza del testo, l’assegnatario della società o delle partecipazioni, potrà ricevere i beni «alla scadenza di un termine o al verificarsi di una condizione sospensiva». Quindi anche dopo la morte del proprietario, che in tal caso avrà nominato un terzo che designerà poi l’assegnatario tra più persone indicate dallo stesso imprenditore nel Patto. Lo stesso articolo, modifica profondamente anche le norme del codice civile che riguardano il testamento. Quando i figli sono più di uno, la quota «legittima» loro riservata sarà sempre dei 2/3, ma non più necessariamente divisa in parti uguali. Il 50% andrà distribuito equamente, ma l’altra metà potrà essere attribuita dal genitore, nel testamento, «a uno o più di loro anche in misura diversa rispetto agli altri».
Il pacchetto fiscale
Il testo contiene anche un nutrito pacchetto di misure fiscali, dodici in tutto, che potrebbe produrre un gettito di 10 miliardi l’anno, con i quali finanziare lo sviluppo. Si va dalla riapertura dei termini per gli adempimenti fiscali, con la presentazione di una dichiarazione «integrativa» (si pagherebbe tutto il dovuto meno interessi e sanzioni), al concordato di massa sugli anni pregressi, una sorta di accordo che permetta ai contribuenti non in linea con gli studi di settore o che hanno dichiarato meno di quanto risulta dagli indici di capacità contributiva del nuovo redditometro, di sanare il passato, con uno «sconto» forfettario del 40%. Non può essere chiamato condono perché, se pure estinguesse i reati penali, non precluderebbe comunque gli accertamenti. E forse anche per questo il ministero dello Sviluppo ha smentito che il testo allo studio contenga «condoni o sanatorie». Le norme fiscali comunque sono inserite nel testo, in un capitolo separato, e contengono pure la definizione delle liti fiscali pendenti, la «rottamazione» dei ruoli con il pagamento del 25% delle somme richieste, la possibilità di pagare i canoni Rai pregressi con 50 euro l’anno, di sanare l’affissione di manifesti elettorali abusivi con 750 euro l’anno, la chiusura delle liti pendenti con il pagamento del 10% delle pretese del fisco, la possibilità di sanare il mancato pagamento di tributi e tariffe locali.
Opere pubbliche e immobili
La bozza del decreto prevede anche la concessione di sgravi Ires ed Irap, come contributo al finanziamento, per le opere pubbliche immediatamente cantierabili, la loro approvazione «per legge», nuovi meccanismi per accelerare gli appalti. Il governo punta poi alla riduzione degli spazi occupati dagli uffici pubblici e alla dismissione degli immobili, anche di quelli appartenenti agli enti locali, che potranno reinvestire il ricavato senza cadere nei vincoli del Patto di Stabilità. Prevista anche la possibilità di una permuta di immobili statali con nuove carceri. Le società assicurative potranno investire le riserve tecniche in fondi che investono in opere pubbliche.
Meno burocrazia
Nel decreto dovrebbero entrare anche le norme di semplificazione normativa e di decertificazione, elaborate dai ministri Brunetta e Calderoli. Il documento di regolarità contributiva sarà acquisito direttamente dagli uffici pubblici e non più chiesto alle imprese. Si semplifica la gestione delle buste paga ed arrivano pagelle, certificati medici e ricette online. La riforma degli ordini professionali, secondo la bozza, dovrebbe scattare entro un anno, ma nel frattempo sarà possibile costituire società tra professionisti.
Lavoro e agevolazioni
Come previsto, nella bozza del decreto ci sono gli sgravi fiscali e contributivi per le donne con figli occupate in part-time e le agevolazioni per i nuovi contratti di apprendistato. Le aziende potranno offrire ai dipendenti una serie di servizi, dagli asili nido ai trasporti, concordando una diminuzione della retribuzione. Previsti anche sgravi Irpef del 2% per gli studenti-lavoratori, un’aliquota Iva agevolata pari all’1% per l’acquisto della casa per i lavoratori atipici con meno di 40 anni.
Le detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici vengono prorogate fino al 2014, ma saranno più basse ed avranno un plafond di spesa. Per i residenti delle Regioni che ospitano i rigassificatori è previsto uno sconto del 15% sul metano per autotrazione. Tra le norme di iniziativa parlamentare è prevista per le imprese e le fondazioni bancarie la rivalutazione degli immobili.

Il Corriere della Sera 25.10.11

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“Le norme e i beni della Fininvest”, di Fabrizio Massaro

È bastata la bozza del decreto-sviluppo con le nuove norme sull’eredità e la quota di legittima a far esplodere la polemica: «Una nuova legge ad personam» a favore di Berlusconi, ha aperto ieri fronte Antonio Borghesi, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera. La proposta in effetti interviene radicalmente sul potere del testatore di privilegiare un figlio rispetto agli altri nell’assegnazione dei beni. Attualmente la legittima è pari a due terzi del patrimonio «da dividersi in parti uguali tra tutti i figli, legittimi e naturali». Con la riforma, resterebbe ferma la quota dei 2/3, ma con una differenza rilevante: la metà di tale quota dovrà essere assegnata in parti uguali ai figli, mentre l’altra metà potrà essere attribuita dal genitore a uno o più figli in vario modo. Anche l’anno scorso era stata tentata una modifica delle norme sulla divisione dell’asse ereditario, sulla base di una proposta dell’Aidaf, l’associazione delle aziende familiari presieduta dal banchiere Maurizio Sella, per dare una mano alle imprese nella delicata fase del passaggio generazionale, specie in presenza di figli con idee diverse sull’azienda. Puntualmente anche allora erano piovute critiche su una «legge ad personam» per il presidente del Consiglio. È vero comunque che il tema è molto dibattuto, e i casi clamorosi non mancano. Non c’è dubbio che la spartizione dell’impero di Berlusconi tra i suoi cinque figli sia una delle questioni che il premier punta a risolvere. In realtà c’è chi ipotizza che un accordo sia già stato raggiunto con i figli avuti dal matrimonio con Carla Dall’Oglio, Marina e Piersilvio, e i tre avuti da Veronica Lario, Barbara, Eleonora e Luigi. I primi due, ormai ultraquarantenni, sono saldamente in sella al gruppo: Marina alla Fininvest, la holding operativa, e in Mondadori; Piersilvio a Mediaset; i tre ragazzi, poco più che ventenni, stanno muovendosi in maniera diversificata con iniziative autonome, come la quota in Assicurazione.it o nella asiatica Expobee Inc., anche se le mire non sono nascoste: in particolare Barbara ha già detto di voler puntare sull’editoria — che è in mano a Marina, difesa da Silvio in questo ruolo — mentre Luigi sta sperimentando il campo della finanza. Finora comunque l’avvicinamento al patrimonio da parte della seconda generazione dei Berlusconi ha seguito i binari della divisione paritaria: Fininvest è controllata da sette holding (una volta erano ben 22), Silvio Berlusconi controlla le Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava, pari al 63% di Fininvest. Marina e Piersilvio hanno il 7,65% a testa con le Holding Quarta e Quinta, mentre dal 2005 Barbara, Luigi ed Eleonora hanno la proprietà della Holding Quattordicesima, che possiede il 21,4% di Fininvest. Diviso tre fa appunto il 7,65% ciascuno. La riforma potrebbe forse aiutarlo nell’assegnare ruoli specifici ai vari figli facendo pendere da una parte o dall’altra pacchetti rilevanti ai fini del controllo, in un impero che è valutato circa 6 miliardi di euro. Anche se resta ancora da risolvere anche la questione del divorzio da Veronica Lario.

Il Corriere della Sera 25.10.11

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Più discrezionalità nella legittima per i figli spunta anche la norma “anti-Veronica”, di Ettore Livini

Quarantesima legge ad personam per risolvere la successione all´impero di Arcore. Il diavolo sta nei dettagli. E tra le pieghe del Decreto sviluppo imposto all´Italia da Berlino e Parigi si nasconde la 40esima legge ad personam dell´era Berlusconi: la “taglia-legittima” (o “anti-Veronica”). Tre righe secche mimetizzate a pag. 203 della bozza che restituiscono al Cavaliere il ruolo di king-maker nella delicata partita per la successione nella dinastia di Arcore.
Il succo della questione è semplice: se Berlusconi, toccando tutti i ferri del caso, facesse testamento con le leggi attuali, il controllo di Fininvest passerebbe di diritto alla seconda moglie Veronica Lario e ai figli Barbara, Eleonora e Luigi con una quota del 56,1%. Relegando Marina e Piersilvio nello scomodo ruolo di azionisti di minoranza con il 43,9%. Il Decreto sviluppo – ritoccando l´articolo 537 bis del Codice civile – cambia le carte in tavola e rimette il premier al centro dei giochi: consentendogli, in teoria, di lasciare fino al 53,38% dell´impero di famiglia ai due primogeniti e di ridimensionare Veronica e i suoi figli a soci di Serie B con il 46,62%.
A garantire il miracoloso ribaltone è la revisione della legittima, la quota di eredità che spetta per legge in caso di morte a moglie e figli. Oggi la norma ha paletti rigidi che limitano la discrezionalità del genitore che redige il testamento. Nel caso dei Berlusconi, per dire, il presidente del Consiglio sarebbe obbligato a girare il 25% del suo patrimonio alla moglie – e Veronica Lario è tale fino al divorzio – e il 50% ai figli, diviso in parti uguali. A lui rimarrebbe in mano solo il 25% da distribuire a piacere. Questa formula (vedi tabella) concentrerebbe automaticamente nelle mani della seconda moglie e dei suoi tre figli il controllo del Biscione.
Visti gli screzi in famiglia, il premier è da tempo a caccia di una soluzione che gli liberi le mani. Il primo Cavallo di Troia – andato in fumo – è stata un norma presentata dalla Associazione delle aziende familiari (Adaf) che tagliava tout court la quota della legittima al 50% dell´eredità. Lo scopo dell´Adaf era quello «di agevolare il passaggio di controllo delle pmi tricolori garantendo continuità aziendale e riducendo la conflittualità tra figli». L´effetto collaterale era quello di togliere le castagne dal fuoco al Cavaliere.
Fallito questo tentativo, la legge “anti-Veronica” è rispuntata nel decreto sviluppo. L´articolo 542 conferma che alla moglie spetta un quarto dell´eredità e ai figli la metà. Ma i margini di manovra di chi redige il testamento raddoppiano: del 50% riservato ai figli, solo la metà va divisa in parti uguali. Il resto può essere distribuito a piacere a uno o più di loro a sua scelta. In soldoni: oggi Silvio Berlusconi ha in mano un jolly pari al 15,9% di Fininvest che non gli consente di sparigliare le carte e fa pendere l´ago della bilancia nel risiko di Arcore verso la seconda moglie. Se la bozza diventerà legge, invece, il premier avrà a disposizione il 31,74%. E a decidere chi terrà in futuro le redini dell´impero di casa sarà solo lui.

La Repubblica 25.10.11

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La dynasty berlusconiana. L’eredità e la legge-testamento”, “i Claudia Fusani

L’aveva capito negli anni dell’edilizia, quando per le sue prime maxilottizzazioni a Milano ebbe a che fare con gli amministratori locali dell’hinterland milanese: la politica non è un fine ma un mezzo. Un mezzo per difendere i propri affari e, possibilmente, farli crescere. La storia dell’impero del Cavaliere – prima le Edilnord e l’edilizia residenziale a Milano, poi la Fininvest, un gruppo che vale tra i 9 e i 10 miliardi e spazia dalle tv di Mediaset all’editoria della Mondadori alla finanza di Mediolanum – è soprattutto la narrazione di come la politica sia sempre stata per Berlusconi il mezzo per conservare, tutelarsi – dalla giustizia ad esempio – e arricchirsi. Era sceso in campo nel 1994 per risolvere il problemino dei 5 mila miliardi di lire di debiti di Fininvest. E oggi, diciassette anni dopo, negli ultimi giorni di Pompei, mentre già si alza la polvere dei crolli, il pensiero unico di Berlusconi resta se stesso, le immunità dai processi e il destino del suo impero, la Fininvest.

Con un paio di aggravanti: adesso il Cavaliere deve provvedere a “tutelarsi” da una seconda moglie, Veronica, donna ferita sul piede di guerra con a disposizione l’arma di un lungo e complicato divorzio, cinque figli e sei nipoti; ancora una volta, «contro di lui e il suo volere», sarebbe in vigore un sistema di leggi – la cosiddetta Legittima – che nei fatti gli sottrae la possibilità di decidere chi sarà il suo successore. Tutto questo, tra l’altro, rischia di provocare molte turbolenze nella dynasty berlusconiana.

La norma anti-Veronica, rispuntata a pagina 203 della bozza del Decreto Sviluppo mentre Roma brucia, è solo l’ultimo tassello di questa lunga storia. Oggi le norme sulla successione prevedono che, in caso – da scongiurare – di decesso del titolare, il controllo di Fininvest passerebbe di diritto a Veronica Lario e ai figli Barbara, 27 anni, Eleonora, 25 e Luigi, 23, con la quota del 56,1 per cento. Relegando Marina e Piersilvio, da anni alla guida delle aziende, allo scomodo ruolo di azionisti di minoranza con il 43,9 per cento. Quando Berlusconi non ha mai fatto mistero di voler dare un vantaggio ereditario ai figli di primo letto perché «da anni con posti di responsabilità al vertice delle aziende hanno contribuito con la loro professionalità ad accrescerne il valore». Non è un mistero che il premier veda in Marina il talento del numero 1. «Mondadori è affidata da anni a Marina che la sta gestendo con i manager molto, molto, molto bene. E continuerà a farlo» ha detto Berlusconi nel febbraio 2010. Marina indicata anche come successore alla premiership. E membro del Cda di Mediobanca. E Piersilvio, pure lui, «sta facendo molto molto molto bene in Fininvest e nelle tv». Insomma, il vecchio imprenditore ha già annusato i più idonei a prendere il suo posto. Un programma che rischia di saltare per colpa dell’attuale «Legittima». Che fare? Presto detto: si cambia.

La norma anti-Veronica ha cominciato a prendere forma un anno fa, dopo la firma della costosissima separazione che prevede un assegno mensile di circa quattro milioni. Il premier ci aveva provato anche a maggio, nel primo decreto sviluppo, articolo 8 comma 1 e 2. Poi, nella versione finale, quelle righe erano sparite. Dopo, si dice, una raccomandazione del Quirinale. Rispunta fuori adesso, pressoché identica: del 50 per cento destinato ai figli, solo il 25% va diviso in parti uguali; il restante 25% lo decide il genitore. Silvio torna padrone del suo futuro con il controllo diretto del 31,7% del pacchetto anzichè il 15,9%. Si dice che la norma serva, in realtà, a correggere un problema grave della nostra imprenditoria: con l’automatismo attuale spesso le aziende finiscono in mano a dei bravi figli ma pessimi capitani d’azienda. Chissà. Se Steve Jobs ha detto che «la morte è la più grossa opportunità della vita» perché costringe a fare senza perdere tempo, Berlusconi la considera invece, con qualche ragione, la peggior iattura della vita. Racconta di aver dato incarico a don Verzè di trovare l’elisir di lunga vita, «fino a 150 anni». Intanto ci prova con la prima legge che lo tutelerà anche dopo l’eventuale e remota dipartita.

L’Unità 26 ottobre 2011

"Perché stavolta il Pd non va in soccorso", di Rudy Francesco Calvo

Senza le dimissioni del premier nessuna disponibilità dem a “collaborare”. Tutto il Pd, senza eccezione alcuna, è convinto che non ci sia veramente altro da fare: senza le dimissioni di Berlusconi, l’Italia non potrà uscire dalla crisi. Non potrà, cioè, soddisfare le condizioni poste dall’Europa, Francia e Germania in testa, né prima né dopo la scadenza di domani.
«Siamo vicini alla crisi», dice senza mezzi termini Enrico Letta. «Sta avvenendo quello che abbiamo detto tante volte», rivendica Pier Luigi Bersani, che spiega: «Quel che faranno sarà poco, ma fosse anche tanto non basterebbe.
Gli altri paesi hanno fatto elezioni o cambiato governo». Due opzioni che rimangono entrambe sul tavolo, perché i dem non vogliono precludersi alcuna strada. Quel che è certo è che il Pd non sosterrà in parlamento qualsiasi proposta dovesse giungere dal governo.
Bersani ha ribadito che il partito è pronto a discutere il proprio pacchetto di interventi (i principali: riforma fiscale, liberalizzazioni, dismissioni degli immobili demaniali, dimezzamento dei parlamentari e snellimento degli organi periferici).
Solo all’interno di un complesso di riforme, i dem sono disponibili a discutere anche di pensioni. «Noi pensiamo con molta chiarezza che i sacrifici vadano fatti – spiega Letta al Tg3 – ma la nostra idea di sacrifici è molto diversa da quella del governo attuale».
Il principio è chiaro: «Chi più ha, più dà». I toni, su questo, restano comunque diversi anche dentro il Pd. Per Bersani, l’Italia ha già fatto più di Francia e Germania e un ulteriore passo in avanti può andare solo in direzione di un «meccanismo flessibile per innalzare l’età effettiva, attraverso incentivazione e disincentivazione ». MoDem chiede più coraggio e, con Enrico Morando, invita ad accelerare l’entrata a regime della legge Dini, con un correttivo verso l’alto delle soglie di età («da un minimo di 61, quasi 62, a un massimo di 69» e «una deroga almeno per gli operai», in attesa che si definisca una lista dei lavori usuranti).
Il dibattito interno sul merito, però, sarà affrontato con calma. Il Pd non ha mai avvertito così forte la possibilità di una caduta del governo. Il siparietto di domenica tra Sarkozy e Merkel è stato stigmatizzato da più parti: «Mi sono prima di tutto irritato e mi sono sentito anche umiliato ingiustamente», ha spiegato anche Romano Prodi.
Letta ieri mattina è stato ricevuto dal capo dello stato, al quale ha ribadito la disponibilità per un esecutivo di transizione, formato da personalità di alto profilo e con una larga maggioranza parlamentare. Questa rimane la priorità per una maggioranza trasversale interna al Pd. In ogni caso, al Nazareno sono convinti che qualsiasi svolta rispetto all’attuale stallo politico indurrebbe l’Ue a concedere un margine di fiducia (e di tempo) all’Italia. Perfino per affrontare una campagna elettorale.
Per questo, i dem continuano a tenere d’occhio i sondaggi, che danno il centrosinistra ancora vincente, anche nel caso in cui il Terzo polo non accettasse la proposta di un’ampia alleanza.
Bersani e Casini si sono visti ieri mattina a Bologna per fare il punto sulla situazione e dare il segnale di un dialogo che procede per la costruzione di un’alternativa.
Entrambi si sono detti «preoccupati » ma la discussione tra i due si è spinta anche più in là. «Non è che possiamo fare il governo qui», ha frenato le illazioni Casini. «È stata una chiacchierata sulla situazione politica – è la ricostruzione di Bersani – mi pare che siamo abbastanza consonanti. Oggi tutta l’opposizione chiede che ci sia un segnale di cambio politico».

da Europa Quotidiano 25.10.11

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“Al Colle sembra pre-crisi”, di Mario Lavia

Il Quirinale, preoccupato, al centro delle triangolazioni tra maggioranza, opposizione e partner europei Come al tempo della caduta della Prima repubblica. All’epoca si formò un “triangolo istituzionale” composto dal capo dello stato Scalfaro, il presidente del senato Spadolini e il presidente della camera Napolitano in grado di reggere il timone. Oggi quest’ultimo è al vertice del nuovo triangolo, con Schifani e Fini.
Il compito è il medesimo, guidare la barca in tempesta che è economica e politica insieme, proprio come allora. Napolitano infatti è in contatto costante con Schifani e Fini. Quasi una consultazione permanente.
Perché il Presidente si prepara a tutte le evenienze, a partire da quella, fortissima, di una crisi di governo. Sapendo che sul “dopo” è buio: pare che lo abbia fatto sapere anche ai suoi interlocutori stranieri.
Al Quirinale in mattinata è salito un Berlusconi che è parso, forse per la prima volta, molto preoccupato. Lui che solitamente fa di tutto per creare con l’inquilino del Colle un clima oltremodo disteso, persino apparendo talvolta fuori luogo, ieri non ha fatto nulla per sdrammatizzare.
E Napolitano, che ormai lo conosce bene, ha colto subito la novità. L’unica cosa che poteva dire, il capo dello stato l’ha detta con chiarezza, invitando il premier a mantenere gli impegni assunti fin dalla scorsa estate con l’Europa.
Con ciò sposandone l’appello a mettere in campo misure concrete per la crescita, le liberalizzazioni, la riforma del mercato del lavoro, gli interventi fiscali e sulla previdenza: tutte cose che l’Europa richiede all’Italia da tempo, ma a cui finora, com’è noto, il governo non ha messo mano.
Berlusconi ha preso atto, senza sbilanciarsi troppo. ha fornito qualche assicurazione. Ma con la fronte aggrottata, come di chi sia stanco e forse non ottimista sull’impresa. Di fatto, non ha calato particolari carte nuove. Il classico incontro «interlocutorio». Poi, nel quadro di un giro d’orizzonte assolutamente informale ma non per questo di poco conto, Napolitano ha visto anche Enrico Letta.
Raccomandando «responsabilità » ma soprattutto ascoltando le ragioni illustrate dal vicesegretario del Pd. Non gli ha chiesto di agevolare misure governative su pensioni o altro: sa, il Presidente, che da questa estate, quando le opposizioni non si misero di traverso alla manovra (pur non condividendola), il quadro è radicalmente cambiato. «Via Berlusconi e poi si ragiona», è il leit motiv del Pd.
La “carta” del governo d’emergenza ribadita da Enrico Letta, nella giornata di ieri ha fatto passi avanti. Tanto che allo stato dei fatti è la prima ipotesi che si fa su un eventuale dopo-Berlusconi.
Ipotesi tutta da costruire, s’intende. A partire dalla non piccola impresa di “costringere” un Cavaliere a quel punto disarcionato ad accettare una soluzione d’emergenza, o istituzionale, che potrebbe vedere in Gianni Letta o più probabilmente in Renato Schifani il protagonista.
Di queste possibilità comunque si parla. Non lo fa Napolitano, che attende di capire come Berlusconi riuscirà, se riuscirà, a passare domani l’esame europeo. Ma ci si predispone al peggio. Così si spiegano i continui contatti con la seconda e terza carica dello stato. E si cominciano anche a fare i calcoli.
Come questo: se il governo cadesse a giorni e ogni ipotesi di altri esecutivi si rivelasse impraticabile, si andrebbe alle urne a gennaio-febbraio.
Periodo sconsigliatissimo per una popolazione che manifesta ad abudantiam segni di insofferenza verso un appuntamento elettorale. E Giorgio Napolitano questo lo sa bene. Per ora attende, senza grande entusiasmo.

da Europa Quotidiano 25.10.11

"L'esercito senza fine dei precari", di Mario D'Adamo

Dalle statistiche che il ministero ha diffuso il 10 ottobre emerge che il numero dei precari è un’enormità ed è costante da almeno dieci anni. Nel 2000/2001 erano 117.084 su un totale di 815.892 pari al 14,4 per cento dell’organico, l’anno scorso in termini percentuali erano ancora di più, il 14,86 per cento, 115.753 su un totale di 778.736. Il 2006/2007 è stato l’anno in cui l’incidenza dei precari è stata maggiore, il 17,9 per cento. È probabile che la massiccia immissione in ruolo realizzata quest’anno, in base al decreto n. 74 del 10 agosto 2011, di 30.300 unità di personale docente ed educativo (su 65 mila complessivi, che comprendono gli Ata) abbia ridotto il numero dei precari ma la prospettiva di un loro definitivo assorbimento negli organici è piuttosto lontana, se è vero che si calcola di assumere con contratto di lavoro a tempo indeterminato nei due anni scolastici 2012/2013 e 2013/2014 solo altri 22 mila docenti. Ne restano fuori ancora più di sessantamila. I quali non è detto vorranno aspettare pazientemente tempi migliori, potranno nel frattempo rivolgersi, come altri colleghi hanno già fatto, alla magistratura per far valere il diritto alla stabilità del posto come previsto dalla normativa europea. Quanto poi al numero degli insegnanti in servizio negli ultimi cinque anni scolastici e ai corrispondenti organici di diritto, i posti che il ministero dell’istruzione prevede di far funzionare anno per anno, si scopre una rilevante differenza a favore dei primi. Premesso che le sole statistiche rese ora pubbliche non consentono confronti e che questi si possono fare solo andando a reperire i provvedimenti annuali di definizione degli organici, emerge che l’organico di diritto del 2010/2011 era di 683.962 posti di insegnante mentre il numero degli insegnanti rilevati è stato di 778.736, ben 94.874 in più rispetto ai posti, il 13,87 per cento. Le ragioni sono numerose: 27.121 posti di insegnante di sostegno sono stati aggiunti nell’organico di fatto per fronteggiare le varie emergenze didattico – organizzative e sicuramente l’adeguamento dell’organico di diritto delle classi normali alla situazione delle effettive iscrizioni ha comportato altri aumenti. Non è dato sapere, invece, se nelle statistiche ministeriali siano inclusi anche gli insegnanti impegnati in distacchi per l’autonomia, utilizzazioni in altri compiti, esoneri sindacali, ecc., nel qual caso non si tratterebbe comunque di cifre importanti. La differenza è anomala e interessa tutti gli anni per i quali è stato fatto il confronto, quelli dal 2007/2008 al 2010/2011 (tabella 1 sugli organici di diritto.)

È positivo il rapporto alunni/insegnanti, anche se è stato possibile calcolarlo solo relativamente a cinque anni e con l’esclusione della scuola dell’infanzia. Le statistiche pubblicate, infatti, mentre forniscono i dati relativi al numero degli insegnanti dal 2000/2001 al 2010/2011 non danno anche quelli relativi agli alunni frequentanti le scuole negli stessi anni. Per conoscerli bisogna accedere alla sezione del ministero dedicata alle statistiche e scoprire che si limitano a cinque anni scolastici, non gli ultimi cinque ma quelli che vanno dal 2004/2005 al 2008/2009, che non comprendono nemmeno i frequentanti le scuole dell’infanzia. Come si vede il rapporto di 9,81 alunni per insegnante del 2004/2005 è via via peggiorato fino al 2007/2008 per risalire nel 2008/2009 al livello del 2004/2005 ed è comunque migliore rispetto a quello di altri paesi europei. Considerati gli interventi di natura finanziaria adottati tra il 2008 e quest’anno il rapporto dal 2009/2010 a quello in corso è sicuramente peggiorato ma i dati non sono tutti disponibili sul sito del ministero per poter esprimere giudizi certi (tabella 2, rapporto alunni/insegnanti.)Le statistiche non dovrebbero essere parziali così come sono ora. È necessario disporre al più presto di tutti gli elementi per ricostruire una realtà complessa, che forse nemmeno al ministero si conosce con il necessario approfondimento, dagli organici del personale al numero dei docenti in servizio, dal numero delle classi al numero degli alunni, relativamente a tutti gli ordini di scuola e a tutti gli anni scolastici, almeno gli ultimi dieci. Onde evitare anche il solo sospetto che un’istituzione dedicata alla conoscenza come il ministero dell’istruzione non voglia facilitare le operazioni di conoscenza delle sue attività da parte non solo degli addetti ai lavori.

da ItaliaOggi 25.10.11

"E il Cavaliere cede: stavolta potrei lasciare", di Francesco Bei

Il passaggio più drammatico del governo, con un piede già oltre il precipizio, si consuma alle sette di sera. Quando Berlusconi incrocia il suo sguardo con quello di Umberto Bossi e scandisce bene le parole davanti al Consiglio dei ministri: «Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta».
Anche Gianni Letta, aprendo la riunione, era stato del resto molto esplicito: «Nessuno qui dentro può immaginare che il presidente del Consiglio si presenti al Consiglio europeo a mani vuote». Nella richiesta di Berlusconi alla Lega di un «mandato pieno» c´è infatti anche la constatazione che, in caso contrario, per il premier non resterebbe altra strada che gettare la spugna e chiudere anzitempo la sua esperienza a palazzo Chigi.
Una possibilità che, per la prima volta, abbandonando i soliti toni baldanzosi, Napolitano sente evocare dalla viva voce del Cavaliere, ricevuto in mattinata. Al capo dello Stato, preoccupatissimo per il precipitare degli eventi, si presenta infatti un Berlusconi più realista del solito. Pessimista sulle possibilità di andare avanti: «Io davvero non so se ce la faccio. È chiaro che a Bruxelles ci vado solo se c´è l´accordo con Bossi». Altrimenti il premier affaccia la possibilità di un «passo indietro», anzi appare addirittura «pronto» a farlo se la situazione lo dovesse richiedere. La situazione è talmente grave che nel Pdl, per tutto il pomeriggio, si affastellano ipotesi estreme. Si discute di scenari “alla Zapatero”, con la possibilità di un voto anticipato a marzo e annuncio immediato del «passo indietro». Oppure di un governo guidato da Gianni Letta o Renato Schifani, che potrebbe trovare in Parlamento il sostegno del terzo polo. Qualcuno pensa che sia solo un modo per aumentare la pressione sulla Lega, altri, stanchi del Cavaliere, ci puntano davvero. Sta di fatto che il capo dello Stato si dà da fare per tenere i contatti con tutti, dando vita a un giro di pre-consultazioni che coinvolge anche i principali esponenti dell´opposizione. Incontra Enrico Letta, vicesegretario del Pd, e sente al telefono Pier Ferdinando Casini. A tutti, governo e opposizione, ripete che «l´Italia deve garantire i suoi impegni», dando così ragione a Barroso e Van Rompuy. Perché «servono risposte urgenti e concrete», il tempo degli annunci è scaduto. Né il Pd né il terzo polo sono disposti a fare sconti o concedere aiuti a gratis. Chiedono la testa del premier, altrimenti il governo si arrangi. E anche Napolitano ammette che questa volta Berlusconi ce la deve fare con le sue gambe, non è possibile fare altrimenti. E se il Cavaliere davvero dovesse farsi da parte oppure essere sfiduciato dalla Lega, il centrosinistra suggerisce la strada di un esecutivo di salvezza nazionale “alla Ciampi”, guidato da Mario Monti, che tiri fuori l´Italia dal buco nero dove si è cacciata.
Il governo invece è nel caos. Nel faccia a faccia con Bossi il premier ricorre ai toni drammatici per indurlo a mollare sulle pensioni. «Siamo con le spalle al muro – ripete in maniera accorata – e se non portiamo subito qualcosa a Bruxelles ce ne andiamo a casa tutti. Significa esporre l´Italia a un rischio enorme: te la senti di assumerti la responsabilità di farci fare la fine della Grecia? Perché è questo quello che accadrà». Di fronte ai ripetuti “niet” di Bossi deve saltare anche il Consiglio dei ministri previsto per oggi per approvare il decreto sviluppo. Come soluzione di ripiego si pensa a una conferenza stampa con l´annuncio delle cose da fare e un “papiello” da portare a Bruxelles con i tempi di attuazione previsti per ogni provvedimento, sperando che il Consiglio europeo si accontenti di un pezzo di carta. Insomma, la strategia è ancora molto lontana da quelle «risposte concrete» chieste dal capo dello Stato e dai vertici Ue.
Nel Consiglio dei ministri, per uscire dall´impasse delle pensioni, si discute anche dell´ampio menu di riforme da approvare al più presto: mercato del lavoro, liberalizzazioni degli ordini professionali, riduzione del debito pubblico con dismissioni di beni demaniali. Alla fine Berlusconi sembra rincuorato: «Vedete che da un male può nascere un bene. Può essere la volta buona che riusciamo a fare quella rivoluzione liberale per la quale siamo scesi in campo». Una ventata di ottimismo che spiazza i ministri che lo stanno a sentire: l´ennesimo colpo da attore mentre il teatro brucia.

La Repubblica 25.10.11

"Il momento cruciale", di Stefano Menichini

Quando chiudiamo questa edizione del giornale, siamo in bilico fra la crisi del governo e chissà quale altro pasticcio elaborato non per far uscire l’Italia dalla crisi ma solo per tenere inchiodato Berlusconi al suo posto. Un intero paese è schiavo dell’unica ossessione del suo premier: reggere all’assedio non più solo delle opposizioni, dei giudici, della stampa e dei mercati, ma ormai anche all’ostilità palese dei leader mondiali. Quei leader che ci possono stare antipatici – sono tra l’altro tutti espressione della destra europea – e si comportano in maniera inaccettabile, ma hanno in mano le chiavi di un aiuto che l’Italia non può più darsi da sola.
Non c’è un solo governo normale che, di fronte al bivio fra una decisione politica necessaria e il veto posto da un alleato, non cerchi fuori da sé la soluzione. La maggioranza di centrodestra italiana è l’anormalità assoluta di una coalizione che antepone a tutto neanche la propria salvezza politica – che sarebbe ancora possibile nonostante tutto – ma l’esclusiva angoscia personale del suo capo.
La provocazione che oggi lancia il nostro Montesquieu è la semplice rivelazione di quanto il re sia nudo: basterebbe che l’Italia venisse rappresentata nei vertici mondiali dal suo presidente della repubblica, invece che dall’attuale presidente del consiglio, e già le cose sarebbero molto diverse. Non sarebbe risolto tutto il problema, certo, ma quello fondamentale e preliminare della credibilità del paese sì. Nessuno si azzarderebbe a sogghignare. Nessuno emetterebbe diktat. Nessuno ci mancherebbe di rispetto.
Naturalmente il debito pubblico non diminuirebbe per ciò stesso di un solo centesimo, ma il giudizio sulla stabilità e l’affidabilità nazionale cambierebbe, gettando le premesse per ogni passaggio successivo. È una provocazione, dicevamo, ma illumina il quadro: fa capire fino a che punto il problema sia l’Italia in generale, e fino a che punto il problema sia l’Italia di Berlusconi.
In questo scorcio – ore concitate e confuse – si è di nuovo intravisto un nucleo di opposizione che è ormai maggioranza reale nel paese e si dice pronto ad assumersi la responsabilità delle scelte necessarie. È importante dare atto a Bersani, a Casini e agli altri di essere presenti al momento topico: non abbiamo molto altro in cui sperare.

da Europa Quotidiano 25.10.11

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“Stallo sulle pensioni. E spuntano 12 condoni”, di Raffaella Cascioli

Un condono ci seppellirà. Anzi, ben dodici sanatorie fiscali. Tante se ne contavano ieri sera nella bozza del decreto sviluppo entrata in Consiglio dei ministri, conclusosi con un nulla di fatto. Una bozza che il ministero dello sviluppo economico si è affrettato a smentire sostenendo essere del tutto infondate le notizie rilanciate per tutto il pomeriggio dalle agenzie di stampa sulla base di un testo messo a punto dai deputati Pdl Maurizio Leo e Guido Crosetto.
Un testo che raccoglieva i desiderata del Pdl e dei ministeri, ma che certo non era visto di buon occhio dal ministro dell’economia Giulio Tremonti che, insieme a Bossi, ha avuto un incontro tesissimo con il presidente del consiglio prima della riunione di governo.
Sul tavolo anche la riforma della previdenza. Sulle pensioni, tra le ipotesi sul tappeto, ieri sera Berlusconi ha insistito per anticipare al 2012 quota 97 (somma tra età e anni contributivi) per le pensioni di anzianità, per arrivare a quota 100 nel 2015 e all’abolizione successiva.
In alternativa, l’introduzione di quota 100 per le pensioni di anzianità già nel 2013 e innalzamento della vecchiaia a 67 anni. Ancora un nulla di fatto con Bossi pronto allo strappo. Se sulle pensioni si è litigato fino a tarda sera, nel pomeriggio per ore è circolata una bozza contenente una dozzina di sanatorie di tutti i tipi in grado di fare cassa subito (cosa che la riforma delle pensioni non potrebbe assicurare) e accontentare i palati più fini.
Alla faccia della martellante pubblicità pagata dal ministero dell’economia e dalla presidenza del consiglio (e dunque dal contribuente onesto) che da mesi vorrebbe far passare il messaggio che l’evasore fiscale è un parassita della società.
Dal concordato fiscale alla rottamazione dei ruoli, dalla chiusura delle liti pendenti alla regolarizzazione dei tributi locali e delle multe per i manifesti politici abusivi.
E ai tanti che evadono il canone Rai la possibilità di pagare 50 euro all’anno per regolarizzare la loro posizione. Nella bozza circolata del decreto sviluppo c’è anche una parziale deroga al patto di stabilità interno per i comuni, dato che è previsto che i proventi della vendita degli immobili pubblici siano impiegati dagli enti locali per le spese di investimento.
Ed ancora sarebbero in arrivo incentivi per l’assunzione di giovani disoccupati e agevolazioni contributive per i contratti di apprendistato. Sgravi Ires e Irap per opere subito cantierabili individuate dal ministero delle infrastrutture, la Tav diventa strategica e arriva l’approvazione unica del progetto preliminare per le opere strategiche da parte del Cipe.
Quel che emerge non è una chiara idea di paese quanto piuttosto un confuso frullato di misure che poco o nulla hanno a che fare con lo sviluppo. A cominciare dal taglio di stipendio in cambio di asili nido aziendali alla diversa ripartizione della legittima ai figli nei testamenti dei genitori (se passasse questa norma farebbe la differenza per i cinque figli di Berlusconi tra cui l’impero del Cavaliere potrebbe essere diviso a quel punto non in parti uguali); e ancora, dalle agevolazioni Iva per l’acquisto prima casa per i precari alla costituzione di società di professionisti.

da Europa Quotidiano 25.10.11

"Il pasticcio del dimensionamento", di Alessandra Ricciardi

Il ministero dell’istruzione ha presentato il suo piano. Emilia e Toscana devono avere più scuole. Istituti con mille alunni per centrare i risparmi di Tremonti. Sono 1300 le scuole che devono essere soppresse per conseguire a pieno gli obiettivi del dimensionamento fissate con la manovra della scorsa estate. Dovranno pensarci le regioni e dovranno farlo in fretta, entro il prossimo dicembre. Una prima bozza di autoriforma che è circolata nelle scorse settimane (si veda ItaliaOggi del 27 settembre) proponeva tagli molto sostanziosi per le regioni del Sud.

Tanto da scatenare una mezza rivolta in conferenza delle regioni da parte dei governatori meridionali che si erano visti approvare (a loro insaputa?) la proposta.

Ora il ministero dell’istruzione ha presentano una sua piattaforma nel tentativo di dare uniformità al lavoro. E anche qui non mancano le sorprese, con regioni, come l’Emilia Romagna e la Toscana, che dovrebbero addirittura avere più scuole di quelle che sono in dotazione ad oggi. Insomma, un vero pasticcio, aggravato dal fatto che ogni parametro scelto quando è calato nel dato reale diventa sempre troppo stretto o troppo largo. La razionalizzazione della rete scolastica riguarda la creazione degli istituti comprensivi del 1° ciclo d’istruzione, un nuovo modello organizzativo che raggruppa scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado. Obiettivo: avere istituti con non meno di mille alunni, che scendono a 500 nel caso di comuni montani e piccole isole. E così se oggi ci sono 7.210 istituzioni, con i nuovi parametri si scende a 5.910. Il risparmio? Il conseguente taglio ai posti di dirigente scolastico e di personale amministrativo.

Le regioni più colpite sono ovviamente quelle del Sud: la Campania ha punte del 45% in eccedenza ad Avellino, stessa cosa per la Calabria a Vibo Valentia, l’Abruzzo veleggia sul 20%, con Chieti a quota 30% di scuole in più. Il Lazio oscilla tra il 15% di Roma e il 21% di Viterbo. E poi la Sicilia, con il 32%, la Puglia con il 33%. Ma ci sono anche le eccezioni dell’Emilia Romagna con Modena e Ravenna, che sono a-3%, in Liguria Savona ha un -19%, -14% nella lombarda Bergamo. A Firenze un -10% di scuole, Pisa -12%. E così ci si chiede, cosa si fa in questi casi? Si compensa tra una provincia che ha meno scuole e altra che ne ha di più? Su questo il ministero dell’istruzione non dice nulla. Viale Trastevere, in una nota del 7 ottobre scorso, ha invitato i suoi direttori scolastici regionali a prendere contatti con gli enti locali perché si diano da fare con il piano di dimensionamento. Già, perché la competenza in materia è delle regioni. Ma gli effetti delle loro azioni si riflettono sul bilancio del ministero: nel caso di minori risparmi rispetto a quelli fissati da Giulio Tremonti, il ministero dell’economia taglierà i fondi all’Istruzione. Uno dei pasticci del decentramento scolastico a metà.

da ItaliaOggi 25.10.11