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"Un regime vuoto", di Ezio Mauro

Incapaci di salvare l´Italia, tentano disperatamente di salvare se stessi. A questo si è ridotta la forza titanica del berlusconismo, la “rivoluzione liberale”, il governo “del fare”, il vento del Nord leghista. Un ceto politico spaventato, timoroso ormai di mostrarsi al suo stesso popolo, impotente a governare la crisi, non riesce a dare le risposte di governo di cui il Paese ha bisogno. L´unica risposta è un accordo al ribasso, inadeguato e probabilmente inutile, nella speranza che possa imbrogliare l´Europa garantendo uno spazio ulteriore di sopravvivenza alla disperazione congiunta di Bossi e Berlusconi, chiusi nel recinto di governo trasformato in ultimo bunker.
L´Europa aveva imposto il principio di realtà ai trucchi contabili italiani e alla falsa rappresentazione dei conti del Paese. Passata la dogana, anche Berlusconi aveva dovuto parlare di crisi, negata per mesi nei comizi telefonici e nei comunicati imperiali che rimbalzano perfetti nei telegiornali di corte. Una manovra riscritta quattro volte, sotto il diktat europeo, era la prova regina del governo dell´impotenza e del commissariamento europeo, con Napolitano ormai unico punto di riferimento, dentro il Paese e fuori.
Poi l´atto finale. Con la leadership sostanziale dell´Europa (Sarkozy-Merkel) e quella formale (Van Rompuy e Barroso) che notificano a Berlusconi l´obbligo di varare in tre giorni le misure necessarie per far uscire l´Italia dal girone infernale della Grecia. Il Premier dice di sì. Poi torna in Italia e si scontra col muro della Lega, con la crisi aperta dentro il suo partito e in quello di Bossi, con l´ingovernabilità della maggioranza, con l´esaurimento patente della leadership e di ogni sua autorità.
Dovrebbe dimettersi, consentendo al Paese di provare a salvarsi, finché è in tempo. Ma non è un uomo di Stato, e il suo destino personale gli preme più del destino dell´Italia. Si rinchiude in un´agonia democristiana, da tardo impero, che potrà produrre un accordo con il minimo comun denominatore, ma non produrrà più né politica né governo. L´Europa e i mercati giudicheranno questo vuoto di responsabilità. Intanto dobbiamo prendere atto che, mentre i governi cadono regolarmente quando una fase politica si esaurisce, solo i regimi non sanno finire.

La Repubblica 26.10.11

"Prevenzione dimenticata", di Mario Tozzi

Buoni ultimi in Europa, gli italiani sembrano scoprire, nell’autunno 2011, che il regime delle piogge è cambiato. Non ci sono più le pioggerelline invernali, né le rugiade primaverili. No, qui deflagrano vere e proprie bombe d’acqua. Bombe d’acqua che scaricano in poche ore la stessa quantità di pioggia che un tempo cadeva in qualche mese. Quasi 130 mm di pioggia a Roma (con due vittime) in un paio d’ore, una vittima nel Salernitano, 140 mm in una sola ora alle Cinque Terre e ancora dispersi. Peccato che le alluvioni istantanee (flash-flood) siano ormai da tempo diventate la regola nel nostro Paese e investano anche bacini fluviali minori. Questo non è più il tempo delle grandi piene del Polesine o dell’Arno: nell’Italia del terzo millennio tocca e toccherà sempre più all’Ofanto, piuttosto che al Brachiglione. Le bombe d’acqua sono figlie del clima che si surriscalda e si estremizza: più energia termica a disposizione dei sistemi atmosferici significa maggiore possibilità di eventi fuori scala rispetto al passato. Ma tutto peggiora quando, anziché guardare in terra, si continua a osservare il cielo nella speranza che il fato non sia avverso. L’esempio della Liguria è eclatante: le alluvioni in quella sottile striscia di terra sono e saranno la regola a ogni pioggia un po’ più grave del solito. Per forza: quando si costruisce fino dentro gli impluvi fluviali, il terreno viene reso impermeabile e non assorbe più la pioggia che, invece, si precipita nei corsi d’acqua, ormai non più commisurati a quelle precipitazioni. Così arrivano le alluvioni, dovute alla nostra scarsa conoscenza della dinamica naturale e al mancato rispetto delle regole: se si leva spazio al fiume, il fiume prima o poi se lo riprende. E hai voglia a sturare i tombini a Roma o a decretare lo stato di calamità (che non andrebbe assolutamente favorito, perché si deve operare in prevenzione, non in emergenza) a La Spezia: sono solo palliativi che rimandano alla prossima occasione. Se non si liberano i fiumi dell’aggressione cementizia, se non si rispettano le regole di un territorio così fragile e giovane come quello italiano e se, peggio, si favorisce l’abusivismo anche attraverso sciagurati piani casa e ancor più sciagurati condoni, il problema non si risolverà mai. Ma proprio questo è il punto: nessun decisore politico si impegna nella manutenzione del territorio attraverso piccole opere diffuse. Tutti sperano di lucrare consenso con l’ennesimo ponte inutile o l’ennesimo raddoppio di strada. Così non si opera nell’interesse della popolazione e si degrada il territorio al rango dei Paesi del Terzo mondo, mentre si hanno ambizioni da sesta potenza industriale del pianeta. Le perturbazioni investiranno le solite zone ad alto rischio: l’Alto Lazio, la Campania, la Calabria e Messina. E ascolteremo le solite litanie e giustificazioni, magari appellandosi all’eccezionalità dell’evento che, però, non è ormai più tale. Non si può vivere a rischio zero, è vero, ma, non avendo fatto nulla, non ci si dovrebbe nemmeno lamentare.

La Stampa 26.10.11

Scuola, Pd: gravi ritardi su messa in sicurezza edilizia scolastica

Ghizzoni e Mariani: pericoloso governo che fa finta di non vedere la realtà. “Avvilente performance del governo oggi al question time in commissione Cultura sul delicato problema dell’edilizia scolastica. Alla richiesta di chiarimenti il sottosegretario Mantovani non ha trovato di meglio che prodursi in una risposta tanto burocratica quanto vuota. Infatti, in merito allo stato di avanzamento dei primi due programmi stralcio del piano straordinario di messa in sicurezza delle scuole del 2003, il sottosegretario si è spinto ad affermare che ‘i ritardi in realtà sono più teorici che reali’. Insomma siamo alla negazione dell’evidenza sebbene lo stesso Cipe solo la scorsa settimana abbia certificato che alla fine del 2010 ‘non sono ancora stati avviati il 20% degli interventi per circa il 25% dei 490 milioni di euro stanziati:” Così i capigruppo del Pd nella commissione Cultura e Ambiente della Camera, Manuela Ghizzoni e Raffaella Mariani replicano al sottosegretario Mantovani sottolineando come sia “avvilente che un rappresentante del Governo cerchi oggi di scaricare la responsabilità di questa incapacità di spesa ai vincoli del patto di stabilità. E’ da tre anni che chiediamo la rimozione di quei vincoli. Il governo è del tutto inadeguato”.

"Quegli alunni stranieri nati e cresciuti in Italia", di Alessandra Coppola

Nell’ultimo anno scolastico il 42,1% degli studenti che non ha la cittadinanza italiana è nato qui. In Lombardia il dato sale al 48%. Lo dicono i dati del ministero dell’Istruzione. Un salto, rispetto a tre anni fa, quando erano il 34,7%. Alla Casa del Sole, elementari e medie nel parco Trotter che a Milano è il ritrovo di molte nazionalità, lo sanno dai registri di classe: sono sempre di più gli alunni stranieri nati in Italia. «Un elemento decisivo — sottolinea lo storico, battagliero, preside Francesco Cappelli (appena andato in pensione) —: se i bambini parlano bene l’italiano e crescono in situazioni di stabilità familiare, crollano tutte le differenze che potevano creare difficoltà».
Lo dicono adesso con il timbro dell’ufficialità anche i dati elaborati dalla Fondazione Ismu per il ministero dell’Istruzione: nell’ultimo anno scolastico il 42,1 per cento degli studenti che non ha la cittadinanza italiana è nato qui. Un bel salto rispetto a tre anni fa, quando erano il 34,7. Nelle scuole dell’infanzia, poi, il numero quasi raddoppia: 78,3. «Diventa sempre più difficile usare la parola “stranieri” — osserva Vinicio Ongini, della Direzione generale dello studente al ministero, uno dei responsabili del rapporto —: in Lombardia il dato sale addirittura al 48 per cento». Sorridono i ragazzi della Rete G2-Seconde generazioni: un argomento in più a sostegno della campagna in corso per una legge sulla cittadinanza che riconosca come italiano chi è nato nei nostri confini, introducendo lo ius soli.
Non si parla di boom di alunni stranieri, però, avverte Ongini. Al contrario, l’aumento complessivo frena, in modo anche più visibile di quanto si era già registrato per gli adulti. Gli studenti non italiani sono 711.064 (il 7,9 per cento del totale), dieci volte di più rispetto a 15 anni fa. Ma se fino al 2008 si sono moltiplicati al ritmo di 60-70 mila all’anno, nell’ultima tornata i nuovi ingressi sono stati «solo» 38 mila. Significa meno arrivi e più partenze: «Da una parte è effetto della crisi — continua il ricercatore — dall’altra alcuni nuclei familiari tornano ai Paesi d’origine, per esempio in Romania o in Albania, dove c’è una leggera ripresa».
Romeni e albanesi restano comunque i più numerosi in classe, seguiti da marocchini e cinesi. A sorpresa, però, subito dopo arrivano i bambini moldavi, effetto dei ricongiungimenti chiesti da colf e badanti. Li tallonano al sesto posto gli indiani, che alle superiori vengono scavalcati dai ragazzini ucraini ed ecuadoriani (anche loro spesso hanno raggiunto le mamme al lavoro nelle case italiane).
Gli ultimi iscritti, quelli che arrivano in Italia in fasi delicate come l’adolescenza, inseriti spesso in classi inferiori all’età anagrafica, sono il segmento più fragile — avvertono i ricercatori — quello che avrebbe bisogno di maggiore attenzione: ma sono solo il 5 per cento. Un dato assorbito nel conto degli alunni stranieri con ritardo scolastico: il 70 per cento alle superiori contro il 20 degli italiani. «Fenomeno spesso legato al percorso migratorio più che a una cattiva riuscita» spiega Mariagrazia Santagati, curatrice del rapporto per l’Ismu. Certo, il divario con i figli di italiani è significativo, anche nelle promozioni: «I bocciati stranieri sono il doppio, il 30 per cento».
La professoressa Santagati s’è dedicata soprattutto ai dati che riguardano la scuola secondaria di secondo grado, traendone due considerazioni essenziali. La prima: i figli dei migranti stanno crescendo, in un anno 10 mila si sono iscritti alle superiori, anche se sono ancora solo il 5,8 per cento del totale (restano quindi concentrati tra elementari e medie). La seconda: la grande maggioranza frequenta un istituto tecnico o professionale, solo il 18,7 per cento (soprattutto ragazze) va al liceo (contro il 43,9 degli italiani). Spesso su consiglio dei docenti, in molti casi nella speranza di un più rapido accesso al mondo del lavoro.
Infine, qualche sorpresa dalla distribuzione geografica. Se il record nei numeri è della Lombardia (il 24,3 per cento degli studenti non ha la cittadinanza italiana), guardando alle province le incidenze maggiori (cioè le percentuali più alte sul totale) si registrano a Piacenza, Prato, Mantova, Asti e Reggio Emilia. «Cè una tendenza a parlare dei quartiere delle grandi città — riflette Ongini —: questo rapporto sposta l’attenzione su un’altra Italia, fatta di paesi anche piccoli. E aiuta a dare un quadro più equilibrato».

Corriere della Sera 25.10.11

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“I ragazzi di Caserta che aiutano i migranti”, di Dacia Maraini

Di Castel Volturno si raccontano cose inquietanti: sul degrado territoriale, sulla massiccia presenza dei clandestini, sulla soggezione della città alla Camorra. Nessuno racconta la parte sana, reattiva e combattiva della città. Nessuno racconta di quei cittadini che da anni fanno un lavoro di resistenza alla camorra, di aiuto agli immigrati, di difesa del territorio. E invece vale davvero la pena di conoscerli questi ragazzi (ma ci sono dentro uomini e donne di tutte le età) del Centro sociale Ex Canapificio di Caserta.
Essi non si limitano alla mera protesta. Prima viene l’analisi della situazione, precisa e razionale, per niente ideologica e poi le proposte concrete. La Bossi-Fini, dicono, è risultata fallimentare. Scopo della legge era il rimpatrio dei clandestini. Per questo la legge stabilisce che chi non dispone di un contratto di lavoro non può rimanere in Italia. Ma non hanno fatto i conti con la prassi del lavoro nero. Risultato: niente contratto, niente permesso, e niente permesso niente contratto. «Manovali, braccianti agricoli od operai, lavorano in media 10/12 ore al giorno e percepiscono una paga quotidiana non superiore ai 25/30 euro». Non disponendo di un permesso di soggiorno non possono nemmeno affittare regolarmente una casa. Di ciò approfittano gli usurai per fare pagare da 400 a 600 euro al mese una stanza in periferia. Per saldare la cifra assurda i clandestini sono costretti a pigiarsi in dieci, venti dentro quella misera stanza, in condizioni igieniche disastrose.
Ma la legge è inefficace anche per un’altra ragione: il diritto internazionale vieta il rimpatrio se l’Ambasciata del Paese di origine non collabora con l’Italia per l’identificazione del cittadino. «Pertanto, esclusi gli sporadici permessi concessi alle colf e alle badanti, si è creato un limbo giuridico per migliaia di immigrati che non possono essere rimpatriati e che al tempo stesso nel nostro Paese lavorano, anche se in condizioni durissime, supportando la nostra sempre più debole economia», come scrivono con logica saggezza i cittadini del Centro sociale. Essendo in nero, fra l’altro, i migranti non pagano tasse. «Eppure solo nel 2009, per la sanatoria di colf e badanti sono state presentate 300 mila domande (fonte ministero dell’Interno) e ciascuno ha pagato 500 euro. Pensiamo a quanti fondi potrebbe ricavare lo Stato da una sanatoria generalizzata, senza contare il successivo versamento di contributi! La regolarizzazione potrebbe costituire un “tesoretto” non indifferente».
Questa l’analisi. Seguono le proposte che per ragioni di spazio sono costretta a sintetizzare: 1) introduzione di canali di ingresso regolari per ricerca di lavoro. 2) Visto di ingresso valido un anno con cauzione. 3) Regolarizzazione graduale ad personam, e decrescita fino alla scomparsa dell’immigrazione irregolare. 4) Garanzia di giusto diritto di asilo e di accoglienza. 5) Riforma del diritto di cittadinanza. 6) Rafforzamento di politiche attente ai ricongiungimenti familiari e alla possibilità che i bambini nati in Italia ottengano la cittadinanza.

Il Corriere della Sera 25.10.11

"Pompei cede ancora: giù due muri", di Alessandro Chetta

Nuovi crolli agli Scavi di Pompei. Anche se stavolta a cedere sono «solo» due muri di epoca moderna. A riferirlo è l’ufficio stampa del sottosegretario ai Beni culturali Riccardo Villari. Più precisamente, si tratta di un muro nell’area fuori Porta Ercolano lungo la via dei Sepolcri e di un altro nella zona occidentale del sito. Al momento, la soprintendente Teresa Cinquantaquattro e i carabinieri stanno effettuando un sopralluogo, in stretto contatto con il ministero.

LO SBLOCCO DEI FONDI – Un nuovo caso, dunque, dopo lo sfarinamento dell’opus incertum in zona Porta di Nola avvenuto nella notte tra giovedì e venerdì scorso, che ha indotto la Procura di Torre Annunziata ad aprire un fascicolo per crollo colposo. Tra l’altro, il nuovo episodio capita a 24 ore dalla visita del commissario europeo Hahn, l’uomo che deve decidere sul destino dei 105 milioni di finanziamenti comunitari per investimenti finalizzati alla salvaguardia di uno dei siti più visitati al mondo.

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ASSUNZIONI IN STAND BY – Altro fattore di scontro sono le assunzioni dei tecnici promesse appena sette giorni fa. «È sconcertante che l’assunzione straordinaria di personale tecnico nella soprintendenza di Pompei, annunciata con soddisfazione nei giorni scorsi non si farà subito» ha tuonato Antonio Irlando, presidente dell’Osservatorio Patrimonio Culturale. «Il comma che ne prevedeva l’immediata esecutività è stato stralciato al Senato dal disegno di legge di Stabilità, perchè incompatibile, e dovrà essere approvato con una procedura autonoma dai tempi incerti».

L’SOS DI CORRADO PASSERA – Il 20 ottobre scorso anche il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, intervenne sulla situazione poco felice del sito nell’ambito di un convegno: «In Italia lasciamo morire Pompei, lasciamo cadere i pezzi di Pompei. C’è qualcuno al mondo che spiega come questo sia possibile? Esiste una discrasia tra i fatti importanti per la gente ed il comportamento di chi dovrebbe occuparsi del bene comune».

www.corriere.it

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Pompei, altri due crolli nell’area degli Scavi

Si tratta di murature di epoca moderna. In corso un sopralluogo della Soprintendenza. Domani arriva Galan con il commissario Ue Hahn. Nella mattinata di oggi, all’interno del sito archeologico di Pompei, si sono verificati due cedimenti di murature di epoca moderna. Lo rende noto l’ufficio stampa del sottosegretario Riccardo Villari.

Più precisamente si tratta di un muro nell’area fuori Porta Ercolano lungo la via dei Sepolcri e di un altro nella zona occidentale del sito. Al momento, la soprintendente Teresa Cinquantaquattro ed i Carabinieri della Procura di Torre Annunziata stanno effettuando un sopralluogo, in stretto contatto con il Ministero.
Per domani a Pompei è attesa la visita del ministro per i beni culturali Giancarlo Galan e del commissario Ue per le politiche regionale Johannes Hahn.

Sabato scorso era crollato parte di un muro dell’area nord, probabilmente in seguito al nubifragio di giovedì notte

“Galan e’ diventato il ministro dei crolli culturali. Ormai è peggio di un bollettino di guerra e non è più tollerabile assistere a quotidiani disastri che stanno letteralmente frantumando il sito archeologico di Pompei che fa parte del nostro patrimonio storico e artistico”. Lo dice il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando.

“Si dimettano lui e il sottosegretario Villari – prosegue – il quale è solo capace di diramare comunicati di nuovi cedimenti, invece di correre ai ripari e adoperarsi seriamente per la tutela

e la salvaguardia delle nostre ricchezze.I crolli a Pompei sono il simbolo di questo governo che sta crollando perchè incapace di tenere in piedi il Paese e che, dietro di sè, lascia solo rovine e distruzione”.

I due muri interessati dal crollo sono stati realizzati in epoca moderna e non hanno nessun valore archeologico. Lo rendono noto fonti della Sovrintendenza ai beni archeologici di Napoli e Pompei al termine del sopralluogo compiuto in mattinata.

Si tratta di un muretto che delimita la necropoli esterna a Porta Ercolano, in via de Sepolcri, e di un muro a contenimento di un terrapieno retrostante. In seguito ai crolli – dovuti probabilmente alle piogge non ci sono altre vie chiuse al passaggio dei visitatori. Le due zone interessate dai crolli sono state sequestrate dai carabinieri per disposizione della Procura di Torre Annunziata.

www.repubblica.it

"Lega sulle barricate a difesa dei baby pensionati del Nord", di Marco Alfieri

Roma ladrona vuole i soldi dei lavoratori del Nord per tenere viva la vecchia pratica assistenzialista. Ad ogni giro ritornano, come nel gioco della roulette…», disse una sera all’Ansa Umberto Bossi, correva l’anno 2003. La riforma Maroni (2004) doveva ancora venire. Nove anni prima, nel ‘94, il Carroccio ruppe con Berlusconi proprio sulle pensioni. Le barricate leghiste sono dunque un marchio di fabbrica. Soprattutto su quelle di anzianità, tipiche del lavoro dipendente nel settore privato, diffusissimo nelle province industriali del Nord, dove migliaia di lavoratori sono entrati in fabbrica a 18-20 anni e vorrebbero continuare a pensionarsi a 58-59, dopo 40 di contributi.

Più ancora del tam tam politico è la geografia a spiegare l’ultima trincea leghista. L’Italia previdenziale è spaccata come una mela: pensioni di anzianità al Nord, con il 65% degli assegni Inps che si concentrano tra Piemonte (100 assegni ogni 1000 abitanti), Emilia Romagna (92), Lombardia (91) e Veneto (80); invalidità e assegni sociali al Sud. Di qui la battaglia a difesa di una rappresentanza sempre più nervo scoperto: una riforma previdenziale come vorrebbe Bruxelles colpirebbe quell’esercito di lavoratori padani ormai vicini all’età di uscita dal lavoro, che si vedrebbe imporre i tempi supplementari.

L’attuale crisi del Carroccio ha caratteri più profondi della faida interna «maroniani-cerchisti» proprio perché coinvolge quel blocco sociale che nel ciclo 2008- 2010 lo ha gonfiato di voti come nei primi Anni 90 dello strappo pensionistico, usandolo come taxi per denunciare il male del Nord. Per il politologo Roberto Biorcio, infatti, «la crisi economica ha colpito duramente quel bacino interclassista fatto di partite Iva e lavoro dipendente, operai, professionisti e ceto impiegatizio tipicamente nordista che imputa ad un governo a trazione leghista la scarsa protezione nella tempesta e un vuoto di riformismo».

Per capire il cortocircuito di queste ore bisogna tornare ai tre cicli elettorali leghisti. La prima ondata culmina nel ‘92, quando il partito di Bossi diventa il secondo nel Nord raccogliendo il 17,3% di consensi (8,7% nazionale con 3,4 milioni di voti). La seconda si registra nel ‘96: 10,1% nazionale con 3,7 milioni di italiani che salgono sul Carroccio, record storico. Un pieno che si sgonfierà subito: la corsa solitaria lo lascia ai margini del gioco politico e l’ingresso dell’Italia in Europa azzera le ragioni economiche della secessione. Non a caso al voto 2001 il Carroccio lascia per strada 2,3 milioni di consensi: 3,9% nazionale.

Rispetto al ‘96 crolla la preferenza operaia (dal 17 al 9% dell’intero elettorato verde), di artigiani e commercianti (dal 23 all’8%) e di impiegati e insegnanti (dal 30 al 10%), finiti tutti nell’orbita patinata del Cavaliere. La terza ondata è invece quella scoccata col voto 2008, quando la Lega passa da 1,7 milioni di consensi 2006 (4,3%) a 3 (8,3%), con il voto di imprenditori e professionisti che cresce dal 7 al 12% dell’elettorato, sdoganando il partito di Bossi nel voto di opinione dei centri urbani, quello dei lavoratori dipendenti dall’8 al 19%, degli operai dall’8 all’11% e di artigiani e commercianti dall’15 al 20%.

Cos’è successo nel biennio da giustificare un exploit che esonda dai bastioni pedemontani per mietere successi sulla via Emilia? Il Carroccio cavalca la faccia brutta della globalizzazione: l’anti islamismo e il vade retro immigrazione, la protezione della «roba» contro l’invasione cinese, le critiche alla finanza apolide. L’innesco della crisi mondiale spinge il blocco dei produttori sulla stessa barca, padroncini e salariati che rischiano di impoverirsi.

In questo frangente la Lega cresce nei territori tipici di piccola impresa ma anche nei quartieri operai delle grandi città (rubando voti a sinistra). Nel ciclo elettorale 2009-2010 consolida questa ondata, saldando dimensione economica e sociale di cui le pensioni sono uno dei simboli: imprenditori e professionisti salgono dal 12 al 14% dell’elettorato, gli operai dall’11 al 14%, impiegati e insegnanti dal 19 al 25%.

Poi il giochino si rompe. Già alle Regionali 2010 la fine dell’espansione viene nascosta dalla vittoria in Piemonte e Veneto e dall’effetto cestino sui voti Pdl. Alle amministrative 2011 viene meno anche questa finzione. Il Carroccio nelle sue capitali rivince ma crolla: alle provinciali a Treviso passa da 190 mila voti del 2010 a 98 mila! Tenere insieme promesse e risultati è impossibile nella grande crisi. Specie se i più colpiti sono proprio quei settori come legno-arredo, tessile, macchinari e apparecchiature elettriche tipici delle grandi province manifatturiere dove la Lega spopola.

Se aggiungiamo i comuni strozzati dai tagli proprio mentre il Carroccio ne governa quasi 400, le tasse che aumentano e i redditi scivolati al livello del 1999, si capisce come i miasmi leghisti siano anche figli del modo in cui il Nord resta impigliato nella crisi. Enfatizzando la crisi di rappresentanza.

La Stampa 25.10.11

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“Pensioni, torna lo scalone di Maroni”, di Roberto Giovannini

A seconda dei momenti il barometro indica una tendenza verso l’accordo o verso la rottura, eppure i tecnici dei ministeri coinvolti nella partita delle pensioni ipotesi concrete di modifica del sistema delle pensioni di anzianità le hanno già messe nero su bianco. E a sentire i più ottimisti tra i protagonisti del negoziato, il muro frapposto da Umberto Bossi è tutt’altro che insormontabile. Anche perché, a parte l’arma del diktat di Bruxelles, Sarkozy e Merkel, ieri Berlusconi e Tremonti hanno utilizzato un’altra leva per premere sul Carroccio: «nel 2004 – questo è il ragionamento – proprio l’allora ministro del Welfare, il leghista Roberto Maroni, varò lo “scalone” sulle pensioni di anzianità. Se lo riproponiamo adesso, come fate a dire di no?».

E in effetti una tra le ipotesi più accreditate per una possibile intesa nell’Esecutivo è proprio una sorta di riproposizione del provvedimento di Bobo Maroni. Con qualche importante modifica, però. Una misura che in pratica non solo innalzerebbe a 62 anni l’età minima per andare in pensione di anzianità, ma imporrebbe anche un minimo di 40 anni di età contributiva. La legge Maroni, oltre a prevedere lo «scalone» (ovvero il passaggio improvviso nella notte tra il 31 dicembre 2007 e il 1 gennaio del 2008 dell’età minima per la pensione anticipata da 57 a 60 anni), comportava l’ulteriore innalzamento del requisito a 61 anni nel 2010 e a 62 nel 2014 (per i lavoratori dipendenti, un anno in più per gli autonomi).

Poi, nel 2006, le elezioni vennero vinte dal centrosinistra. E il nuovo ministro del Lavoro Cesare Damiano dopo una lunga trattativa con i sindacati nel 2007 cancellò lo «scalone». Con la riforma Prodi-Damiano per andare in pensione di anzianità serviranno 61 anni nel 2013, anche se con «quota 97» (la quota è la somma tra età anagrafica e contributiva) ci vogliono almeno 36 anni di contributi versati. La possibile mediazione, che potrebbe portare risparmi ingenti, anche di un miliardo di euro l’anno, avrebbe due passaggi dunque.

Primo, imporre ai possibili pensionati un’età minima di 62 anni sin dal 2012 (anziché dal 2014). Secondo, stabilire (non subito) un requisito minimo di contribuzione di 40 anni. Oggi chi ha 40 anni di lavoro alle spalle può andare in pensione a qualsiasi età, e dunque anche con meno di 60 anni. E non si tratta di poca gente: circa due terzi delle pensioni di anzianità liquidate dall’Inps riguardano italiani che hanno raggiunto la soglia dei 40 anni di attività lavorativa (magari col recupero degli anni di militare o dell’università). Si tenga conto che dopo le strette varate da Tremonti, chi conquista il diritto alla pensione di anzianità prima di cominciare a incassare l’assegno comunque ha di fronte l’ostacolo della cosiddetta «finestra mobile», ovvero 12 mesi (se dipendente) o 18 (se lavoratore autonomo).

Infine, c’è il meccanismo dell’adeguamento dell’età legata all’aspettativa di vita. Bisogna ricordare che se la «mediazione» emersa in serata perdesse il secondo elemento – ovvero il requisito minimo dei 40 anni – gli effetti economici sarebbero soltanto simbolici, visto che in questo caso ci sarebbe solo una modesta accelerazione del requisito anagrafico. Altre ipotesi alternative prevedono sempre per le pensioni di anzianità il passaggio dall’attuale quota 96 a quota 100 entro il 2015. Oppure, si potrebbe lasciare inalterato l’attuale meccanismo, con quota 96, ma inserendo penalizzazioni (ovvero un taglio dell’assegno, variabile ovviamente) per chi va in pensione prima dei 65 anni dell’età dell’assegno di vecchiaia. Berlusconi sembra invece aver praticamente alzato bandiera bianca sul possibile giro di vite sulle pensioni di vecchiaia.

Domenica sera il Cavaliere aveva ipotizzato di innalzare l’età minima per la pensione «normale» a 67 anni (oggi è 65) sia pure gradualmente; su questo il niet della Lega si è rivelato insormontabile. Impossibile anche un’accelerazione della parificazione tra uomini e donne: a 65 anni arriveranno soltanto nel 2026, e partendo dal 2014. Niente da fare anche sull’estensione del metodo contributivo pro rata (oggi chi ha cominciato a lavorare prima della riforma Dini ha un metodo di calcolo della pensione più favorevole). E stesso discorso sull’accelerazione delle misure sull’aspettativa di vita, il cui avvio resterà fissato al 2013.

La Stampa 25.10.11

"Come la crisi del 2008 lavora solo chi fugge e chi ha una laurea", di Luigina Venturelli

Inchiesta tra le agenzie di gestione di risorse umane. «La curva attuale è simile a quella di tre anni fa: recessione». Domanda di impiego ferma per le mancate scelte del governo. Ma gli ingegneri meccanici sono richiestissimi oltre confine. La curva di mercato di queste ultime settimane è speculare a quella registrata nell’autunno del 2008 all’esplodere della recessione economica». La batosta che incombe sui lavoratori italiani sta tutta in questa considerazione,
grafici alla mano, dell’amministratore delegato di Manpower, azienda leader nella gestione delle risorse umane. Vale a dire, società che si occupa d’intermediazione di mano d’opera, in posizione d’osservazione privilegiata su quanto sta accadendo in questi giorni nel mercato del lavoro: «I primi otto mesi di quest’anno sono stati estremamente positivi, la crescita si era attestata intorno al 22%, ma l’impatto delle notizie sulla crisi internazionale e italiana è stato immediato» afferma Stefano Scabbio. «A settembre l’incremento è rallentato al 12% ed il mese di ottobre chiuderà molto vicino alla soglia del 5%».
Dunque le imprese non hanno atteso di vedere l’ultima puntata della vicenda della Grecia, da mesi ormai sull’orlo del fallimento. Tantomeno hanno deciso di aspettare le battute finali del supposto decreto sviluppo, ormai disperando in un qualsiasi esito utile del provvedimento del governo. Hanno preferito agire subito di fronte alle incertezze del momento, fermando gli investimenti e bloccando le nuove assunzioni di personale, che pure erano state messe in programma in vista di una pur timida ripresa produttiva. Niente da fare. «Sembrava di essere usciti da questa crisi, invece sarà di nuovo lacrime e sangue. Siamo indubbiamente preoccupati: la situazione di difficoltà è comune a tutta Europa, ma l’Italia soffre di un handicap maggiore, perché non è in grado di creare domanda interna di lavoro, a causa di una politica che non decide e di un’economia che non cresce» continua il manager di Manpower.
Un vero peccato, visto l’enorme capitale nazionale di manodopera specializzata, di capacità artigianali e di potenzialità logistiche: «Invece stiamo qui a subire un dumping salariale pazzesco, mentre i capitali si spostano dove il lavoro costa meno. E a discutere dei due miliardi di euro d’investimenti della Fiat quando, se solo riuscissimo ad attrarre gli stessi investimenti esteri di un paese medio come l’Olanda, potremmo contare su qualcosa come 57 miliardi di euro all’anno».
L’allarme occupazionale riguarda, ovviamente, le professionalità di basso profilo, operai ed impiegati non specializzati, perché i lavoratori con capacità e qualifiche ben definite (quelli con retribuzioni superiori ai 50mila euro all’anno) possono contare su un mercato sempre in crescita del 20%.
Eppure si tratta di professionalità che anche le agenzie di lavoro interinale con centinaia di filiali in tutto il paese fanno fatica a trovare, soprattutto per il lamentato scollamento
tra il nostro sistema formativo ed il mercato del lavoro. Non a caso le società di intermediazione hanno deciso investimenti diretti nella formazione del personale. Un altro colosso del settore come Adecco ha stanziato solo per il 2011 circa 20 milioni di euro, tra l’altro, per l’apertura in Val di Sangro di un istituto tecnico scientifico che fornisca due anni di corso post-diploma per creare i profili professionali richiesti dalle aziende della zona nell’immediato futuro. Ma esiste un altro problema tutto italiano al reclutamento di lavoratori altamente specializzati: la fuga dei cervelli, maledizione nazionale che incombe non solo sul sistema universitario di ricerca, ma anche sul sistema produttivo più avanzato. «Per i profili più qualificati lavoriamo anche sull’estero, attraverso divisioni specializzate che sarebbe impossibile coprire in ambito nazionale. Diciamo così, centri d’eccellenza, come quello che abbiamo costituito per il settore petrolchimico» spiega l’amministratore delegato di Adecco, Federico Vione. «Il mercato italiano non è molto attrattivo per i giovani ad alto potenziale, sia per ragioni retributive, sia per ragioni di prospettive future. Quindi se ne vanno all’estero».Secondo la stima elaborata dall’Istat in collaborazione con il Cnr, sono circa 3mila i giovani cosiddetti «ad alto potenziale» che ogni anno lasciano l’Italia in cerca lidi lavorativi adeguati alle proprie aspettative.
Basti l’esempio del settore metalmeccanico, che da queste parti non sta certo vivendo un momento felice, come possono testimoniare le migliaia di dipendenti del Lingotto che hanno trascorso gran parte di quest’anno in cassa integrazione. Oltre i confini nazionali la situazione è ben diversa: «I miei colleghi di Monaco sono alla disperata ricerca di ingegneri meccanici, visto che una nota azienda automobilistica tedesca ha urgente bisogno di procedere a duemila assunzioni», racconta il direttore generaledi Randstad, MarcoCeresa. A peggiorare la situazione italiana, poi, concorre «la notevole rigidità del mercato del lavoro».Ma attenzione, non si tratta di rigidità normativa, bensì di «rigidità mentale, anche da parte delle aziende, che hanno ormai stereotipato il profilo del lavoratore da assumere e così rischiano di mancare i propri obiettivi». Secondo il dirigente del gruppo Randstad, infatti, «le imprese vogliono
tutte persone giovani, sotto i 40 anni, che non abbiano alcuna intenzione di chiedere il part-time,maanzi siano disponibili oltre l’orario di lavoro full-time, e che non costino troppo». E pagano le pesanti conseguenze di questa loro rigidità: «In questo modo possono non riconoscere la persona giusta al posto giusto, quella che fa davvero la differenza. Noi abbiamo fatto assumere anche persone di cinquant’anni, magari dopo un periodo formativo specifico, e i risultati nelle aziende sono stati più che buoni».

L’Unità 25.10.11

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“Senza ricerca non c’è futuro”, di Pietro Greco

Convocati dalla Cgil, sette sindacati del Vecchio Continente si interrogheranno, oggi e domani a Roma, sull’impatto della crisi economica su Università e Ricerca in Europa. In molti paesi dell’Unione la crisi finanziaria inizia ad avere un impatto sul mondo della scienza e dell’alta educazione. Alcuni Paesi – con l’Italia in primissima fila – stanno tagliando i fondi alla ricerca e alla formazione. È un clamoroso errore a cui i sindacati più avvertiti vogliono mettere riparo. Tuttavia il tema proposto dalla Cgil e dagli altri sindacati può e deve essere visto anche in maniera speculare: «Impatto dell’Università e della Ricerca sulla crisi economica in Europa». La tempesta finanziaria che sta mettendo alle corde molti Paesi del nostro continente e, per certi versi, la stessa Unione Europea rischia di nascondere un dato più strutturale. Che riguarda l’economia reale. Quella che produce beni e merci di scambio. Tranne alcuni Paesi – in generale la fascia che parta dalla Scandinavia e giunge fino alle Alpi (ahinoi senza oltrepassarle) con al centro la Germania – l’Europa fa fatica a competere sui mercati internazionali proprio nell’ambio del commercio internazionale di beni. Ebbene, una componente strategica dell’economia reale – sia perché più ricca e dinamica, sia perché remunera di più i lavoratori – è quella che produce beni ad alta tecnologia (o meglio, ad alto tasso di conoscenza aggiunto). Questo tipo di industria è legato, a sua volta, al settore della ricerca scientifica e dell’alta educazione. Esiste, in particolare, una correlazione molto forte (anche se non del tutto lineare) tra la produzione di beni hi-tech, la definizione di lucide politiche industriali e gli investimenti in ricerca e alta educazione. Lo dimostra la storia economica, recente e meno recente, degli Stati Uniti e del Giappone. Lo dimostra la storia, recentissima, dei paesi a economia emergente: Cina, India, Corea del Sud. Ma anche Brasile e ora anche Sud Africa. Non è un caso che i due paesi che hanno avuto le maggiori performances economiche degli ultimi venti anni, Cina e Corea del Sud, hanno avuto anche la più grande accelerazione (la derivata più positiva, direbbero i matematici), negli investimenti in ricerca scientifica e in alta educazione. Tanto che la Cina ha di recente superato gli Stati Uniti per numero di ricercatori (1,4 milioni) e la Corea detiene il record mondiale di laureati nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 34 anni. Ebbene l’Europa non riesce a tenere questo passo. Pochi se ne sono accorti. Ma da un paio di anni i 27 paesi dell’Unione investono in ricerca meno della media mondiale. Non era mai accaduto. Non nell’ultimo mezzo millennio, almeno. D’altra parte è facile riscontrare come l’unico frammento della frammentata Unione che riesce a tenere il passo economico del resto del mondo siano la Germania e i paesi che dalla Scandinavia alle Alpi le ruotano attorno. Ed è facile riscontrare che i paesi investiti dalla crisi finanziaria – Grecia, Italia, Spagna – siano anche quelli che meno di altri riescono a competere nel settore dell’economia reale, che hanno una specializzazione produttiva in beni a media e bassa tecnologia, che non hanno una lucida politica industriale. Se vogliamo tentare di uscire dalla crisi non bastano i tagli di bilancio. E non basta neppure rincorrere una generica crescita. Occorre una politica industriale (e culturale) capace di qualificare la crescita. Indirizzandola verso la produzione di beni ad alto tasso di conoscenza aggiunto, maggiore remunerazione del lavoro, maggiore sostenibilità ecologica. Solo la sinistra può darsi un simile progetto, se ne prende piena coscienza. È consolante sapere che la Cgil e altri sei sindacati europei nei prossimi giorni lanceranno un Manifesto di Roma, Università – Ricerca per uscire dalla crisi che si basa su questi presupposti.

L’Unità 25.10.11