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Crisi: ecco le proposte che servono al Paese

Bersani: “Gli italiani riconquisteranno rispetto e fiducia che meritano. Ma con questo governo niente basterà mai”. Tre anni di politiche dissennate, inique e inconcludenti hanno portato l’Italia dove non sarebbe dovuta stare: nella situazione più esposta, con il Paese che è considerato un pericolo per l’euro e con gli italiani che devono riconquistare il rispetto loro dovuto. Se oggi, con il ritardo che noi abbiamo denunciato da anni, si vuol mettere mano a misure per la crescita, i capitoli sono quelli che abbiamo indicato più volte e che, per larga parte, abbiamo già presentato in Parlamento sotto forma di proposte e disegni di legge e anche di emendamenti condivisi dalle opposizioni alla manovra approvata a colpi di fiducia dalla maggioranza di centrodestra.

· Una riforma fiscale che carichi su rendite e evasione per ridurre il peso del fisco su produzione e lavoro, anche anticipando misure immediate contro l’evasione fiscale e di imposizione ordinaria sui grandi patrimoni immobiliari, secondo le proposte che il PD ha presentato concretamente in Parlamento in occasione della manovra di agosto, e di alleggerimento del costo del lavoro per sostenere la crescita anche attraverso questa via.

· Un programma di liberalizzazioni effettive, secondo i provvedimenti che il PD ha più volte presentato in dettaglio con proposte ed emendamenti parlamentari.

· Una ripresa degli interventi di politica industriale ed energetica, con particolare riferimento al Mezzogiorno, riprendendo l’ispirazione di Industria 2015 che il governo ha boicottato.

· Una deroga selettiva al patto di stabilità interno per consentire ai comuni che ne hanno la possibilità di avviare immediati investimenti e di procedere ai pagamenti verso le piccole imprese. Questa misura può essere agevolmente finanziata con un contributo straordinario a carico degli scudati.

· Misure sul welfare che, a fronte di interventi di riduzione della precarietà dei giovani, correggano in modo flessibile il meccanismo di uscita dal lavoro con incentivi.

· Un piano di dismissione e valorizzazione degli immobili demaniali, secondo il progetto presentato dal PD.

· Un programma di interventi per ristrutturare l’assetto istituzionale centrale e locale, a cominciare dal dimezzamento del numero dei parlamentari, dallo snellimento degli organi di rappresentanza e di governo di Regioni, Province e Comuni, dall’accorpamento degli uffici periferici dello Stato, dall’eliminazione degli organi societari per le società in house dei comuni (oltre 50 mila incarichi) e così via.

“Queste sono alcune delle cose che si possono fare”, ha dichiarato il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani.
“Naturalmente va anche ricordato che tutto ciò che l’Italia e gli italiani possono fare rischia di avere un effetto davvero limitato se resta questo quadro politico. Con un governo così niente basterà mai. L’Italia è un grande Paese. Gli italiani hanno risorse e mezzi per uscire dalla crisi e meritano ben altro rispetto a quello mostrato in questi giorni dagli altri partner europei. A questo punto è necessario dare un segnale di cambiamento politico chiaro per mettere il Paese in condizione di riprendere il suo cammino e anche per recuperare a livello internazionale il rispetto e la fiducia che gli italiani meritano”.

www.partitodemocratico.it

"Italia commissariata dopo i crolli. L’Unesco pronta a salvare Pompei", di Giuseppe Salvaggiulo

Troppi ritardi, l’Organizzazione si occuperà del sito: caso unico al mondo. Un anno dopo l’allarme, non sono arrivati né soldi né tecnici Negli scavi c’è un solo archeologo I mecenati francesi Pronti a mettere 200 milioni, ma con garanzie che finora il ministero non è riuscito a dare. A salvare Pompei ci penserà l’Unesco. Tra un mese sarà siglato un inedito accordo con il ministero dei Beni Culturali con cui il massimo organismo internazionale in materia scende in campo per salvare il sito archeologico. Le formule ufficiali sono «collaborazione istituzionale e assistenza tecnica», ma la sostanza è che caso unico al mondo l’Unesco si occuperà in prima persona di un «patrimonio dell’umanità», svolgendo un ruolo che generalmente gli Stati sono in grado di esercitare da soli. «Niente scandalo né gelosie, in tanti campi l’Italia ricorre al “podestà straniero” spiega il sottosegretario Riccardo Villari -. Non ci sarà ingerenza nelle nostre prerogative, solo un rapporto più stretto».
Se non si tratta di «commissariamento» (come anche nel ministero si temeva), poco manca. Anche perché non è stata l’Italia a chiedere aiuto. L’idea è emersa nel corso dei colloqui che Unesco e ministero hanno avviato dopo i crolli di un anno fa. Il prestigioso organismo con sede a Parigi si è mosso subito dopo il cedimento della Scuola dei gladiatori, manifestando «profonda preoccupazione» e inviando una «missione di esperti» per valutare «lo stato di conservazione» di Pompei. Gli archeologi hanno redatto un duro rapporto, esprimendo «profondo rammarico» per la gestione del ministero e inviando a Roma una lista di raccomandazioni stringenti per evitare il declassamento dalla lista dei World Heritage Sites, in cui è stato inserito nel 1997. Infine, l’Unesco è intervenuta su richiesta degli imprenditori francesi disposti a donare fino a 200 milioni di euro per salvare Pompei, mettendoli in contatto con lo Stato italiano.
Il nuovo accordo, che secondo Villari «impedisce che il cartellino giallo dell’Unesco diventi rosso», va incontro alle richieste degli industriali francesi di precise garanzie su destinazione e procedure di utilizzo dei fondi che sono intenzionati a mettere a disposizione. Sin dai primi abboccamenti, la cordata transalpina ha chiarito: niente soldi a fondo perduto, niente cambiali in bianco, vogliamo un piano di intervento dettagliato altrimenti non mettiamo un euro. Ma il piano non c’era e i tempi si sono allungati. La presenza dell’Unesco garantisce che il ministero si adegui alle prescrizioni di tutela del dossier dell’organizzazione, con inevitabile sollievo francese.
L’intervento del «podestà straniero» (mutuando la definizione di Mario Monti) anche nel campo dei Beni culturali giunge dopo il nuovo e annunciato crollo di venerdì. Evento in sé di relativa gravità (i muri di Pompei si sgretolano come in ogni altra città), ma scoraggiante se contestualizzato. Tutti Unesco, soprintendenza, archeologi, ministero sapevano che alle prime piogge autunnali sarebbe accaduto. Il dramma, come sottolinea l’Associazione nazionale archeologi, è essere arrivati a fine ottobre senza aver combinato nulla.
Un anno dopo il crollo della Schola Armaturarum definito dal capo dello Stato Giorgio Napolitano «una vergogna per l’Italia», nessun piano straordinario di tutela è stato avviato. Al di là degli annunci e dell’attesa messianica su 100 milioni di fondi europei ancora da sbloccare, non un solo euro è stato stanziato e in compenso a Pompei sono stati sottratti 5 milioni (20% del bilancio) per ripianare i debiti del Museo di Capodimonte di Napoli. Nemmeno un tecnico dei 26 necessari (e 170 sbandierati) è stato assunto per lavorare su 65 ettari di scavi in cui opera un solo archeologo e l’ultimo mosaicista, mai sostituito, è andato in pensione dieci anni fa.

La Stampa 24.10.11

"Biennale, La Lega ci ripensa in cambio di più soldi all’Arena", di Toni Jop

Mercoledì la commissione cultura della Camera darà il parere (consultivo) sulla nomina di Malgara alla Biennale di Venezia. Dopo lo stop iniziale, la Lega ora è possibilista. Ma chiede al ministro Galan alcune cose…E se invece Malgara, l’uomo di Berlusconi e di Galan, piacesse alla fine anche alla Lega? Stiamo parlando di chi, nelle intenzioni del ministro veneto, dovrebbe sostituire Paolo Baratta alla guida del più prestigioso ente culturale italiano.
Quando Galan ha fatto il nome di Malgara, nei giorni scorsi, il paese ha assistito, e anche partecipato, ad una levata di scudi che ancora sta raccogliendo adesioni in ogni ordine delle gradinate di questa tormentata Italia. Non lo vogliono, non è gradito e non perché sia antipatico. Dicono, con molte ragioni, che non sia adatto allo scopo, gli mancano i fondamentali: molto addentro al mercato pubblicitario, cresciuto sfornando con successo
cibo per animali domestici, poi patron dell’Auditel, nel 2005 candidato bollito alla presidenza della Rai, ha lo stesso rapporto con il mondo e la produzione culturale cheun leghista ha con il Risorgimento. Ma lui insiste a dire che questo rapporto ce l’ha; Malgara ha giurato di aver acquistato quadri di valore e di tenerli in casa, quindi – ritiene di averlo dimostrato – l’arte la conosce: «Ho appeso alle pareti due Tancredi e un Mirò». Malgara dispiace – oltre che al sindaco di Venezia, Orsoni – anche al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, “affezionato” a Baratta che nel corso dei suoi otto anni di reggenza ha portato alla Biennale buoni bilanci, cautele e sensibilità “territoriali” molto gradite, una buona lucidatura dello smalto istituzionale dell’ente sul fronte interno ed internazionale. Così, pareva che mercoledì prossimo, quando la commissione cultura della Camera dovrà esprimere il suo parere sull’investitura, Galan rischiasse un clamoroso autogol: avendo contro, e senza possibilità di
trattare niente, tutta l’opposizione con l’aggiunta della Lega Nord. Tuttavia, il clima sembra ammorbidirsi proprio nelle ultime ore ed è certo che, sotto i banchi, qualcuno sta trattando. La Lega, l’intrattabile Lega. Parole della onorevole Paola Goisis, deputata del Carroccio nonché presidente della commissione cultura: «Abbiamo chiesto al ministro Galan risposte su due progetti di legge, uno sullo spettacolo dal vivo e uno sui festeggiamenti del centenario di
Giuseppe Verdi. Se saranno positive, noi faremo la nostra parte».
IL SOCIO
Traducendo: Galan faccia il bravo con ciò che ci interessa, soldi e soldi alle cose venete, a partire dall’Arena di Verona e noi gli dimostriamo che ciò che poche ore fa giudicavamo più o meno una purga fascista lo buttiamo giù come fosse caviale. Perché, ricordiamo, proprio Goisis aveva lamentato i modidella candidatura Malgara. Pragmatismo celtico?
Flessibilità padana? Nell’incertezza che mina i pilastri culturali dell’occidente, l’unica cosa certa è che Malgara e Berlusconi sono soci in affari: il secondo ha prestato anni fa 15 miliardi al primo, dieci son tornati a casa ma degli ultimi cinque risultava niente negli atti del processo All Iberian (2001) che avevano acceso un po di luce su questi rapporti improntati sulla fiducia. Intanto, le imprese tv di Berlusconi potevano contare sul controllo Auditel governato da uno che aveva ricevuto un enorme prestito dal padrone e che forse neppure lo aveva restituito per intero.
Chi meglio di lui alla presidenza della Biennale? Intanto Baratta, di sicuro, almeno seguendo le cifre. Nel corso del suo ultimo mandato quadriennale, le mostre dedicate alle arti visive e all’architettura hanno superato il milione di visitatori, per la prima volta nella sua storia,l’Ente ha raggiunto, nel settore Arte, il 90% dell’autofinanziamento su tredici milioni di euro. Baratta è stato il solo presidente italiano a meritarsi una pagina, a giugno, sul Financial Times. Poi, qualche record fresco di calcolo: inquesta settimana, l’afflusso di visitatori alla Biennale Arte ha raggiunto la vetta storica di 22.242 spettatori, trend che consente di prevedere il superamento di quota 375.700 visitatori raggiunto nella passata edizione. Infine, per la prima volta le entrate proprie della Biennale raggiungono il50%delle entrate com- plessive. Ma Baratta non ha debiti con Berlusconi e questo non promette bene.

L’Unità 24.10.11

«Una scena impietosa Italia ridicolizzata per colpa del governo», di Andrea Carugati

L’europarlamentare Pd: «ll nostro Paese avrebble possibilità per farcela. Questo governo ci costringe a combattere con le mani legate, senza idee credibili». Quella di Merkel e Sarkozy è una risata molto amara per il nostro Paese. L’Italia viene messa alla berlina dall’Europa,
ma non merita tutto questo. Nessuno può offendere l’Italia in questo modo», dice David Sassoli, capodelegazione Pd al parlamento europeo. I due leader hanno sorriso in risposta a una domanda sulle rassicurazioni offerte da Berlusconi sulla crisi…
«Quella risata è una fotografia impietosa, e la cosa che fa più rabbia è che il nostro Paese avrebbe tutte le possibilità per farcela, mentre questo governo ci costringe a combattere con le mani legate, senza un’idea, una proposta. Spero che gli italiani esprimano la giusta dose di rabbia per tutto questo…».
C’è un ultimatum all’Italia.
«La situazione è drammatica e la riunione del Consiglio europeo lo ha consacrato. Siamo in una guerra, davanti ad un’Europa, quella di Merkel e Sarkozy, che presenta anche un volto egoista. L’Italia avrebbe tante buone ragioni da spendere, anche di fronte a Francia e Germania e alle istituzioni europee. Una grande occasione per sostenere che da questa crisi non si esce con “meno Europa”, ma solo dando vita agli Stati Uniti d’Europa. Del resto la California non sta molto meglio della Grecia. Eppure nessuno stato americano si sognerebbe di abbandonarla».
Come giudica nel merito le ricette europee, a partire da un nuovo intervento sulle pensioni?
«Credo che il sistema italiano sia in grado di affrontare alcuni di questi
capitoli. Le pensioni? Mettiamo le parti sociali intorno a un tavolo. Si può ragionare. Ma si scordino di uscire da questa situazione spaccando il Paese: quel tipo di riforme non si fanno contro i sindacati. Il problema vero è la debolezza politica di questo governo, che è arrivato al capolinea. È il sistema paese che deve reagire nel suo complesso. È in grado questo governo di guidare questo percorso? Mi pare evidente di no».
La Spagna è stata considerata fuori pericolo. Mentre l’Italia finisce all’angolo, insieme la Grecia.
«In Spagna c’è stato un effetto tranquillizzante quando sono state indette le elezioni anticipate. Anche Tremonti, in un momento di sincerità, lo ha ammesso. Le opposizioni hanno il dovere di invitare il governo a farsi da parte».
Sono mesi che le opposizioni insistono su questo…
«E invece assistiamo a una maggioranza attaccata alla sedia e legata da vincoli spregiudicati. Che ignora del tutto le esigenze del Paese».
Come faranno a presentare delle proposte all’Europa entro mercoledì? «Colpisce che un uomo pacato come
Van Rompuy, presentite del Consiglio europeo, faccia l’elenco degli impegni che deve assumere l’Italia. E colpisce quanto siano elevate le aspettative. Possiamo aspettarci che il governo in tre giorni sia così lungimirante da affrontare le grandi questioni che sono state poste? Io voglio bene all’Italia, mi auguro che si inventino qualcosa per sostenere la crescita. Ma ricordo che fino ad oggi non c’è stato nulla. E la lettera della Bce è arrivata dopo tre manovre sbagliate».
Prima lei parlava di egoismo di Merkel e Sarkozy…
«Esprimono un’idea di Europa che non è all’altezza di questa crisi. L’idea cioè che i paesi un poco più forti possano cavarsela da soli. Anche le conclusioni del Consiglio europeo sono deludenti. Non c’è stato nessun riferimento ai Project bonds, che pure erano stati sollecitati dal Parlamento e dalla Commissione europea. E c’è stato solo un timido accenno alla proposta di tassazione delle transizioni finanziarie che il presidente Barroso aveva indicato come necessaria per destinare denaro alla crescita».

L’Unità 24.10.11

Barroso a Berlusconi: "Il modello è Zapatero", di Amedeo La Mattina

Lo avevano avvertito sabato sera, alla cena del Ppe. Attento presidente, Merkel, Sarkozy, Barroso e Van Rompuy saranno duri, molto duri. Ti diranno che «il problema sei tu» e la tua capacità politica di affrontare le questioni che ti pongono in Europa, di tenere fede agli impegni, di fare le riforme. Anche di assicurare l’obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2013. In sostanza ti diranno, in maniera indiretta, che dovresti dimetterti. Solo così l’Italia potrà riprendere quota. Di fronte a queste anticipazioni, che gli sono arrivate da fonti diplomatiche, Berlusconi è andato in escandescenza: «Ma questa sarebbe un’ingerenza inammissibile! Hanno deciso di farmi la guerra? Vediamo se sono capaci di dirmelo in faccia!».

Quello che ieri è andato in scena davanti ai giornalisti, con le parole e i sorrisini di Merkel e Sarkozy, certifica come Berlusconi non venga considerato all’altezza della sfida. Nei colloqui a margine del vertice Ue il presidente francese e la cancelliera tedesca non hanno chiesto al Cavaliere di mettersi da parte. Ma hanno espresso a più riprese la loro grande preoccupazione che l’Italia non sia in grado di fare tutti i passi necessari per uscire dalla crisi. Più esplicito è stato il presidente della Commissione europea Barroso quando ha sostenuto che «non solo l’Italia è in pericolo, ma è l’Italia il pericolo per tutta l’Europa».

In Europa sono stanchi di sentire le promesse di Berlusconi sulle riforme, di avere disatteso in parte la lettera della Bce, anche in quella parte in cui si chiede al nostro Paese di fare la riforma delle pensioni. Il presidente del Consiglio adesso vorrebbe farsi forte dell’ultimatum europeo per piegare Tremonti e convincere Bossi a modificare il sistema previdenziale. Avrebbe ricordato a Barroso che se una richiesta in tal senso fosse venuta da tutti i Paesi europei, la sua azione in Italia sarebbe stata più forte e convincente. Ma il capo dell’esecutivo Ue gli ha risposto che non possono essere le cancellerie straniere a indicare all’Italia quali riforme fare.

Una doccia gelata, quella di Barroso, che ha pure indicato a Berlusconi l’esempio spagnolo: Zapatero ha fatto riforme lacrime e sangue, indicando allo stesso tempo la strada delle elezioni anticipate. Il messaggio è chiaro: se non sei capace di andare avanti, fatti da parte. L’impressione nel giro berlusconiano è che l’obiettivo vero sia la testa del Cavaliere. E non sono pochi nel Pdl a pensare che sia arrivata l’ora di passare la mano a Gianni Letta o a Renato Schifani. Ma il presidente del consiglio vuole resistere e alla fine di una maratona a Bruxelles durata 14 ore ha annunciato un consiglio dei ministri d’emergenza, domani o dopodomani.

Pensa di fare leva su quanto è accaduto nella capitale belga per convincere l’alleato leghista. Dovrà fare in 48 ore, prima del vertice di mercoledì, ciò che non è stato capace di fare in tutti questi mesi di scontri e discussioni dentro la maggioranza. Sull’età pensionabile a 67 anni come chiesto dalla Ue, ha detto che lo farà presente alla Lega: «Anche perché siamo l’unico Paese ad avere anche le pensioni di anzianità. Bossi ha a cuore i pensionati. Ma questo non collide. Gliene parlerò. L’intervento a cui pensiamo non va contro i pensionati perché non saranno toccate le pensioni di nessuno. Bisogna però tener presente che la vita media in Italia è intorno agli 80 anni e per i giovani diventa difficile mantenere persone che vanno in pensione a 58 anni ma che poi vivono fino agli 80. E’ un carico sulle loro spalle ingiusto».

Purtroppo, si è giustificato, queste sono misure «che non ho potuto fare per colpa di altri». L’obiettivo rimane il pareggio di bilancio nel 2013, «ma si potrebbe ridurre il debito forse già prima ponendo sul mercato gli immobili del patrimonio pubblico». E’ ovvio, ha proseguito il premier lasciando il vertice, «che 1.900 miliardi di debito, ereditato dal passato, salta agli occhi. Soprattutto della speculazione finanziaria». In ogni caso, ha assicurato Berlusconi, «non c’è stato e non c’è un rischio Italia». Un rischio che possa uscire dall’euro.

Se l’è presa con «l’opposizione anti italiana che per fare la guerra al governo diffonde pessimismo e disfattismo. Queste cose vengono riprese dai giornali di sinistra che vengono copiati all’estero e quindi si diffonde un’immagine negativa dell’Italia che non è reale». Scarica le sue responsabilità e giustifica l’atteggiamento di Sarkozy con la vicenda di Bini Smaghi che non intende lasciare il board della Bce per fare posto ad un rappresentante francese: «Bini Smaghi non può essere il casus belli per i rapporti che si deteriorano con la Francia. Sarkozy si è adontato per Bini Smaghi che non si dimette dalla Bce. Noi gli abbiamo offerto dei posti prestigiosissimi e di responsabilità ma lui li ha rifiutati. Ho detto a Sarkozy, ma io cosa posso fare, lo uccido?».

La Stampa 24.10.11

"L'sos dei giovani contro la crisi", di Mario Pirani

«Improvvisamente tutto ciò che sembrava passato è tornato attuale», scriveva nel 1999, ben 13 anni orsono, Paul Krugman, uno dei più chiaroveggenti economisti americani, chiedendosi se si stava andando verso un nuovo 1929. La sua risposta era affermativa, accompagnata da proposte d´intervento preventivo che non furono ascoltate.

L´analisi partiva dalla crisi asiatica e che allora aveva colpito i paesi emergenti di quel Continente, ma anche il Giappone. Taluni, tra i primi George Soros, la lessero come un podromo della crisi finanziaria mondiale, una intuizione giusta ma solo parziale, poiché, scriveva Krugman, «questi eventi sono andati ben oltre i mercati finanziari in sé stessi; anche quando, e se, i mercati finanziari si calmeranno, i reali effetti della crisi – i danni alla crescita, all´occupazione e al tenore di vita – si protrarranno a lungo». Oggi gran parte della previsione si è purtroppo avverata. L´epicentro della deflagrazione è partito, questa volta, da Wall Street e si è esteso, come negli anni Trenta, con effetti sempre più allarmanti, all´Europa. Ormai siamo nel bel mezzo della tempesta, l´insolvibilità dei debiti sovrani e le incerte sorti dell´euro segnano gli snodi nevralgici dell´accidentato decorso. La vorticosa dinamica del fenomeno, il terrore nello scoprire l´impeto da valanga del debito pubblico non più controllabile, l´imprevedibilità degli esiti di fronte alle svolte che di volta in volta si producono, il bivio dove si blocca la scelta tra rinchiudersi nelle fragili difese intergovernative o accollarsi le dimensioni crescenti dell´unica via di salvezza intravista, tutto questo comincia ad essere percepito. Purtuttavia la consapevolezza è troppo reticente e incerta per provocare un grande moto politico di riscossa, armato di risposte forti perché accettate da opinioni pubbliche, non tentate dal populismo distruttivo. Questo, per contro, può finire per avere la meglio.
La confusione e i dubbi dominano gli animi dei governanti e dei governati ma non ne esce un´azione convincente e univoca. Che si stia sospesi sull´orlo di un baratro è un incubo, smorzato da una suadente rimozione scaramantica. Non si arriva sempre a vedere i fenomeni nel loro insieme e così i moti degli “Indignati”, che a Roma hanno toccato il culmine, vengono percepiti a se stanti e non quale riflesso immediato di chi, come i giovani, sente realmente stringersi al collo il cappio di una lunga recessione e grida, come può, il suo SOS. Non basta condannare le frange che mimano la lotta armata anche se è importante che questa condanna venga condivisa largamente, senza distinguo. Le prime analisi che fotografano un “set” in nero e composito di un campionario coinvolgente estremisti di sinistra e di destra, reduci dalle tifoserie debellate alla ricerca di curve sud virtuali, no Tav e no global, segnano e valorizzano un confine con moltitudini che quel salto hanno fin qui rigettato. Eppure sbaglieremmo a compiacercene senza qualche riflessione aggiuntiva. In primis se guardiamo in Tv le manifestazioni di Atene ci accorgiamo subito che la violenza contro le misure per ridurre il debito travalica di gran lunga il perimetro che chiamiamo black bloc, ma il cui animus bellicista già in Grecia infetta ben più consistenti strati sociali. Per almeno due motivi: la violenza giovanile è paragonabile alla droga e a guisa di una eroina di pronto uso, esalta e illude chi ha perduto speranza e futuro. Quanti in un prossimo domani si chiederanno: infine perché non provarla anche noi se ogni altro mezzo risulta inutile? Il secondo motivo sta nella confusione delle idee: alcune buone (come l´”economia della decrescita”) si agglutinano a pericolose indicazioni (come “Il debito non lo paghiamo” o “Fuori dall´euro”). Le une e le altre uniscono violenti e non violenti e quando le idee si somigliano può esser facile scivolare dall´uno all´altro campo. Per questo mi desta qualche perplessità il compiacimento di banchieri e industriali per gli “Indignati”.
È, comunque, un momento di difficili e impopolari distinguo ma non si deve confondere la comprensione con la condivisione. anche se va ribadito con forza e chiarezza che le generazioni di cui questi giovani sono la combattiva espressione hanno pienamente ragione nel rifiutare qualsiasi responsabilità per la crisi. Eppure sbagliano anch´essi, se oggi, hic et nunc, rifiutano di onorarne per la loro parte il conto. Nell´arco che andò dalla conclusione del conflitto mondiale, alla Liberazione e alla Ricostruzione (grosso modo dal 1944 al 1950) anche la gioventù di allora incrociò un analogo interrogativo e lo risolse accollandosi la responsabilità delle conseguenze di una guerra perduta, quanto dissennata nelle sue motivazioni. Lottò con le armi per il riscatto e con un impegno senza pari per edificare, assieme alla democrazia, le case, le strade, le infrastrutture di un´Italia tutta da rifare. Certo, erano facilitati da una saldatura generazionale non frantumata, da quell´intreccio tra giovani e adulti, elaborato da partiti consapevoli del loro ruolo storico, quale che fosse l´ideologia di ognuno.
Oggi dobbiamo ricordare che il debito pubblico italiano ammonta a 1.870 miliardi, pari al 118% del Pil. Ha cominciato a lievitare negli anni Settanta ma non è frutto solo di inefficienza, sprechi, costi della politica e ruberie. Un´altra parte è dovuta alla costruzione di un Welfare previdenziale, sanitario, scolastico e quant´altro, propugnato dai grandi partiti di massa e dai sindacati, che ha permesso nell´assieme agli italiani un tenore di vita in certe zone più avanzato, in altre meno, ma sempre paragonabile al resto d´Europa. Solo che altrove è stato pagato da più alta produttività e osservanza fiscale. Da noi ci siamo assicurati il benessere col debito e l´evasione fiscale. I certificati di quel debito, paragonabili alle cambiali che emette un padre di famiglia in difficoltà, sono per il 45% detenuti da banche e soggetti stranieri che temono oggi la nostra incapacità di pagare gli interessi annui (32 miliardi solo per l´estero). Questo timore li fa aumentare (il famoso spread con i bondi tedeschi) e ci si chiede se alle aste per rinnovare i nostri certificati di debito, gli interessi saranno così alti da soffocarci o, per converso, il pericolo della nostra insolvenza sia così acuto dal dissuadere banche. Fondi pensione e altri risparmiatori dal presentarsi alle aste.
Non si tratta però della piccola Grecia ma di uno dei grandi paesi industriali con il terzo debito del mondo. I suoi titoli sono nelle casse dei principali istituti finanziari di ogni continente. Se non valessero all´improvviso quasi nulla salterebbero molte banche e probabilmente l´euro. Non è detto che non avvenga. Per questo l´Italia è oggi al centro della crisi, anzi è la crisi. Ecco il senso dell´intimazione della Merkel e Sarkozy a tutte le istituzioni italiane perché entro mercoledì vengano prese misure urgenti di risanamento. Non vale neanche la pena di sottolineare come l´appello ignori anche formalmente il governo di Roma e il suo premier.

La Repubblica 24.10.11

"La scelta che il premier non può più rinviare", di Mario Calabresi

E’ odioso essere commissariati, essere cittadini di uno Stato a sovranità limitata, a cui premier stranieri dettano l’agenda delle riforme e impongono tre giorni di tempo per dare risposte. È irritante assistere ai risolini e agli ammiccamenti di Merkel e Sarkozy quando sentono parlare d’Italia e di Berlusconi: ciò non è accettabile ed è irrispettoso. È umiliante ascoltare che l’Europa ci considera alla stregua della Grecia, anzi – a quanto ci risulta – al vertice di ieri è stato detto che «in questo momento non solo l’Italia è in pericolo, ma è il pericolo».

Il rispetto però ce lo si conquista con la credibilità e mantenendo gli impegni e tutto questo a noi manca da troppo tempo. Siamo il malato d’Europa perché il governo è paralizzato e non riesce a indicare una direzione di crescita e riforme. In tutto il Continente, pur tra mille divisioni, si concorda su una cosa: o il premier italiano cambia improvvisamente marcia o – per il bene di tutti – si fa da parte seguendo l’esempio spagnolo.

La Stampa 24.10.11

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“Sovranità ridotta per salvarsi”, di STEFANO LEPRI

Ora sì che siamo sotto tutela. I Trattati europei non prevedono nessun «commissariamento» del governo di un Paese membro, ma ciò che è avvenuto ieri è quanto più si può fare in quella direzione. All’Italia si chiede di adottare entro i prossimi tre giorni le parti inascoltate della ormai famosa lettera inviata da Trichet e Draghi all’inizio di agosto.

Volendo fare l’avvocato del diavolo, si potrebbe ribattere: gli altri Stati europei se la prendono con l’Italia perché non si sono riusciti ancora a mettere d’accordo su tutto il resto. Ma non è così.

C’è una ragione precisa per cui l’Italia è passata avanti a tutto il resto, nella ardua scelta della cadenza in cui affrontare i diversi aspetti del problema dell’euro di cui parlava ieri Bill Emmott su questo giornale. La Francia e la Germania restano ancora divise su come rafforzare il Fondo europeo di salvataggio, l’Efsf. Eppure, sulla base delle presenti condizioni l’Italia appare too big to be saved, troppo grande per essere salvata da questo fondo comunque rafforzato, se per caso i mercati finanziari si accanissero contro di lei.

Silvio Berlusconi finora ha contato che il nostro Paese fosse, per restare al gergo della finanza, too big to fail, troppo grande – a differenza della Grecia – per essere lasciato fallire, e che quindi gli altri Paesi fossero costretti ad aiutarci magari anche storcendo il naso. Ieri a Bruxelles è emersa la realtà: contro l’Italia si è più impazienti che verso altri Paesi in difficoltà, perché solo l’Italia ha un peso tale da trascinare a fondo anche chi tentasse di salvarla; si è particolarmente impazienti perché le resta ancora un po’ di tempo, seppur poco, per salvarsi da sola (a differenza della Grecia, di cui ormai una parziale insolvenza pare inevitabile).

Non si fraintenda: in tutto questo c’entrano assai poco i provvedimenti «per lo sviluppo» sui quali il governo non riesce a decidere da settimane. Dalle parole del presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy e del cancelliere tedesco Angela Merkel si ricava che: 1) non viene ritenuto credibile l’impegno al pareggio del bilancio nel 2013, contenuto nella maxi-manovra economica di Ferragosto; 2) occorre perciò un nuovo sforzo per riempirlo di contenuti; 3) per limitare gli effetti recessivi dell’austerità necessaria a riequilibrare il bilancio, occorre varare riforme economiche importanti, capaci di indicare una nuova via di crescita per l’economia italiana.

Servono appunto riforme di grande portata, non le mance a questo e a quello (gabellate per incentivi allo sviluppo) di cui si è inutilmente discusso fino a ieri perché Giulio Tremonti non voleva sborsare i soldi necessari. Il breve elenco enunciato ieri da Van Rompuy contiene tutti i punti disattesi della lettera della Bce: «mercato del lavoro, aziende pubbliche, privatizzazioni, sistema giudiziario, lotta all’evasione fiscale». Ancora, non si fraintenda: la «giustizia» di cui si parla qui non è penale, è civile, con la sua lentezza quasi unica al mondo intralcia l’economia; e i provvedimenti suggeriti per il mercato del lavoro (meno tutele per i lavoratori fissi ma più per i precari, indennità di disoccupazione per tutti, nella versione della Bce) non coincidono con quelli fin qui presi, pur se risulterebbero sgraditi alla Cgil anch’essi.

L’Italia appare oggi come il caso limite di una irresponsabilità dei governi nazionali verso gli interessi collettivi europei che non è più compatibile con l’unione monetaria. Per andare avanti sarà richiesta a tutti una rinuncia parziale di sovranità; a tutti, anche alla Germania che per ora preferisce il soccorso alle proprie banche all’aiuto per la Grecia, benché il primo costi assai più caro del secondo. Il processo decisionale europeo è lento in modo esasperante, per colpa di tutti; ieri abbiamo veduto emergere il timore che la paralisi italiana lo faccia deragliare una volta per sempre.

La Stampa 24.10.11