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"Commissariati da "Merkozy"", di Tito Boeri

Doveva essere il week-end del salvataggio dell´euro e dell´intera costruzione europea. Lo ricorderemo invece per i sorrisi sarcastici di Sarkozy alla conferenza stampa in chiusura del vertice europeo, quando gli è stato chiesto un giudizio sugli impegni presi dal nostro presidente del Consiglio. Lo ricorderemo per gli ammiccamenti fra il presidente francese e Angela Merkel.
Lo ricorderemo per il lungo silenzio di quest´ultima di fronte ai dubbi espressi in modo così evidente sulla credibilità di chi rappresenta il nostro Paese. Questo teatrino non solo è umiliante, ma anche ha dei costi per tutti noi: è difficile per chi guarda all´Italia dall´estero scindere le opinioni sul nostro presidente del Consiglio da quelle sulle nostre istituzioni.
Ieri il “duunvirato Merkozy” ha operato un netto distinguo tra, da una parte, Grecia e Italia e, dall´altra, gli altri paesi coinvolti nella crisi del debito. Si sono rivolti a Berlusconi e a Papandreou come se fossero loro il problema, come se avessero “la stessa faccia”, e le nostre istituzioni fossero della “stessa razza” di quelle che in Grecia hanno per lungo tempo occultato le vere dimensioni del deficit pubblico. Spiace ritrovarsi accomunati a chi ha scatenato la crisi del debito, ed è per noi ingeneroso ogni parallelo fra le istituzioni che monitorano e certificano i conti pubblici nei due paesi. Ma è innegabile che portiamo grandi responsabilità se non nella genesi, quanto meno nell´escalation della crisi, per i pesanti ritardi con cui il nostro governo è intervenuto in questi mesi. Ed è del tutto comprensibile che i contribuenti tedeschi e francesi che dovranno impegnarsi di più per tenere l´Euro in piedi si vogliano oggi tutelare contro il rischio che chi beneficia degli aiuti ne approfitti per rinviare ulteriormente scelte difficili quanto inevitabili. A ben vedere il problema è tutto lì: non usciremo dalla crisi fin quando non solo i leader, ma anche l´opinione pubblica francese e dei paesi dell´ex area del marco si saranno convinte che gli strumenti di salvataggio che si vanno faticosamente approntando a livello europeo non sono un pozzo senza fondo. Hanno non poche ragioni per temere atteggiamenti opportunistici. Se la Banca Centrale Europea non fosse intervenuta massicciamente a sostegno dei nostri titoli di stato negli ultimi tre mesi, non avremmo un governo che continua a procrastinare le misure per la crescita, dopo aver per lungo tempo cercato di rinviare ai posteri anche l´aggiustamento fiscale. Eppure non usciremo dalla crisi senza un prestatore di ultima istanza di dimensioni sufficienti, come potrebbe esserlo la Bce. È questo in fin dei conti il problema affrontato in queste interminabili riunioni d´emergenza dei leader europei: come trovare consenso per interventi della dimensione richiesta dall´aggravarsi della crisi, rassicurando gli elettori del “cuore dell´Euro” sulla qualità del risanamento in atto nei paesi ad alto debito.
Vertice dopo vertice, gli interventi sulla carta messi a disposizione per sostenere i paesi in crisi del debito sono sempre più consistenti, per qualche giorno magari convincono anche i mercati, ma poi si rilevano ogni volta insufficienti per bloccare il contagio, la diffusione a macchia d´olio della crisi. Si potrebbe ironizzare sui tantissimi complicati schemi ideati in questi mesi per cercare di aumentare le risorse messe effettivamente in campo dai vari governi. Sono riuscite a riportare in auge gli strumenti di finanza creativa ritenuti responsabili della crisi del 2008! Come nel caso dei vituperati CDOs, si impacchettano i “titoli tossici” dei paesi periferici con quelli di paesi che godono ancora della tripla A. Ma i mercati hanno imparato la lezione: non è un caso che lo spread fra i bund tedeschi e i titoli emessi dal fondo di salvataggio europeo si siano pericolosamente allargati negli ultimi giorni.
Il fatto è che finché si interverrà reagendo alla diffusione della crisi, anziché cercando di anticiparne gli sviluppi futuri, si sarà sempre in ritardo. Bisognerebbe invece sorprendere i mercati mettendo in campo un credibile prestatore di ultima istanza, in grado di intervenire ben oltre i limiti oggi imposti al fondo salva stati, impedendo il fallimento di altri stati dopo la Grecia. La Banca centrale europea ha tutte le caratteristiche per ricoprire questa funzione, peraltro svolta dalla Fed sull´altra sponda dell´Atlantico. Ma giustamente la Bce non intende cimentarsi in questo compito fin quando non avrà ricevuto un chiaro mandato politico e legale dai governi della zona dell´Euro. Si è già spinta molto al di là dei compiti tradizionali di una banca centrale negli ultimi anni, diventando una specie di hedge fund, e non può diventare prestatore di ultima istanza dei governi, oltre che delle banche della zona euro, senza un preciso mandato. Altrimenti, oltre ad agire illegalmente, non sarebbe credibile perché i governi potrebbero un domani smettere di ricapitalizzarla, non dotandola di quelle risorse che le permettono effettivamente di fare prestiti ai paesi (e alle banche) in difficoltà.
La Bce non verrà mai messa in condizione di operare come la Fed, oppure di finanziare un fondo di salvataggio europeo, finché gli elettori ai due lati del Reno non si convinceranno del fatto che non c´è comportamento opportunistico nei paesi del Sud Europa. Per questo la Merkel e Sarkozy hanno ieri parlato come veri e propri commissari straordinari del nostro paese, sostenendo che d´ora in poi vigileranno passo dopo passo su ciò che farà Berlusconi, e si sono spinti fino a imporre un ultimatum di tre giorni e a dettare un´agenda di misure a un grande paese fondatore dell´Unione. Si rivolgevano soprattutto agli elettori tedeschi e francesi. Il nostro Presidente del Consiglio ha reagito annunciando una riunione d´emergenza del Consiglio dei Ministri e misure su pensioni e vendita di immobili pubblici. Avremmo evitato tutto questo se il nostro governo avesse agito per tempo senza dover subire alcun ultimatum dall´Europa. Non è solo una questione di orgoglio nazionale. Abbiamo bisogno di riforme che affrontino i nodi strutturali, specifici del nostro paese. Bene, dunque, che le riforme per la crescita siano decise da noi, invece che essere imposte dall´esterno.

Ue, ultimatum a Berlusconi di Elena POlidori

Ironia di Sarkozy e Merkel sul premier. Il Cavaliere: sì alla riforma delle pensioni

BRUXELLES – Ultimatum Ue a Berlusconi: un piano entro mercoledì. In tv Merkel e Sarkozy ridono del premier. Che replica: riformo subito le pensioni. Al summit di Bruxelles l´Italia viene accomunata alla Grecia e non alla Spagna, che «non è più in prima linea» nella crisi del debito sovrano. Per il governo Berlusconi c´è un ultimatum: nel giro di tre giorni, cioè entro mercoledì, deve dire cosa farà per ridurre il debito e rilanciare la crescita.
Ma più di tante parole, di tanti pressing, valgono alcuni istanti di una conferenza stampa congiunta tra il presidente francese Sarkozy e il cancelliere tedesco Merkel. In una saletta, stipata fino all´inverosimile, i due leader raccontano il senso di questi incontri e i risultati attesi. C´è una domanda sull´Italia: avete visto Berlusconi, siete rassicurati da lui? Sarkozy lancia un´occhiata alla collega e la mimica del suo viso sembra offrire una risatina di scherno, sicuramente di scetticismo. Anche il Cancelliere tedesco ride. Poi il presidente francese tira un profondo respiro e risponde: «Abbiamo fiducia nel senso di responsabilità dell´insieme delle istituzioni, sociali, politiche e economiche italiane». E´ un attimo, ma utile per capire cosa pensa del nostro Paese il Direttorio franco-tedesco.
Dopo questo “siparietto” con momenti di ilarità generale, nella sala cala il gelo. Merkel, per allentare la tensione, definisce «una discussione tra amici» l´incontro mattutino con Berlusconi. Quindi aggiunge: l´Italia «è un importante partner dell´Eurozona» e deve fare di tutto «per essere all´altezza della responsabilità che è la sua. Il capo del governo è il nostro interlocutore e contiamo su di lui». E ancora: il Paese «ha una forza economica notevole, ma un debito pubblico molto alto che deve essere ridotto in modo credibile». Per ripristinare la fiducia, però, non bastano le misure, «c´è bisogno di una prospettiva chiara». Per la cronaca: Berlusconi si era detto sicuro di aver “convinto” il Cancelliere. Analogo pressing all´Italia lo fa anche il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, che pure in mattinata, assieme a Barroso, aveva incontrato Berlusconi. Racconta: «Abbiamo chiesto rassicurazioni entro mercoledi», quando i leader Ue si ritroveranno nuovamente a Bruxelles. «Serve uno sforzo. E´ importante fare tutto il necessario per mostrare senso di responsabilità, prendendo provvedimenti sia sul debito che sulla crescita».
L´Italia come la Grecia: Berlusconi e Papandreou vengono ricevuti in parallelo dai big dell´Europa; entrambi i Paesi devono fare “i loro compiti”. Si capisce però che, vista dall´asse franco-tedesco, il Paese sta peggio della Spagna. Madrid, spiega Sarkozy, «grazie agli sforzi di Zapatero e alla responsabilità del leader dell´oppozione Rajoy non è più in prima linea» per i guai del debito sovrano. Anche in Portogallo le cose vanno «nella giusta direzione». Perfino l´Irlanda, che era «sull´orlo del precipizio» adesso è «fuori dalla crisi». Sulla Grecia si cerca un´intesa entro mercoledì per rendere sostenibile l´onere del debito.

La Repubblica 24.10.11

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“Ma il problema del premier ora è Bossi”, di Francesco Bei

“Mi hanno trattato come uno scolaretto”. Silvio doveva essere a Milano oggi in Tribunale. Ma ha cambiato la sua agenda per vedere il capo del Carroccio e per il Consiglio dei ministri sulle misure urgenti. “Abbiamo due giorni per salvarci o chiederanno un altro esecutivo” Napolitano vuole essere subito aggiornato previsto un confronto al Quirinale. Due giorni per salvare se stesso e il suo governo. E´ quanto resta al Cavaliere prima che l´Europa, come spiega un´autorevole fonte italiana che ha partecipato ai negoziati, «ci metta con le spalle al muro e pretenda un nuovo governo in grado di agire». L´allarme a palazzo Chigi è altissimo, così come la rabbia e il senso di frustrazione del premier, «trattato come uno scolaretto» da Merkel e Sarkozy. Ma la gravità della situazione impone al Cavaliere di tenere a freno la lingua, non può permettersi di rispondere come vorrebbe agli sberleffi di cui è fatto oggetto. L´unica risposta possibile è ormai nei fatti, a Bruxelles nessuno è più disposto a credere agli annunci. Di questo e di come reagire all´ultimatum dell´Ue il premier ha discusso sabato fino a tarda notte chiuso nella sua suite all´hotel Conrad, in un brain trust con i consiglieri diplomatici, con Bonaiuti, con Mario Mauro e Antonio Tajani. Una riunione fiume in cui sono state elaborate le ipotesi più diverse, a partire dall´abolizione delle pensioni d´anzianità. Compresa quella di rivolgersi ai fondi sovrani cinesi e arabi per prestiti a tassi agevolati, dando come garanzia i beni del demanio. Nell´incontro con Barroso di ieri mattina uno dei collaboratori del presidente della Commissione l´ha spiegato senza remore al Cavaliere: «Un intervento sulle pensioni sarebbe considerato strutturale, ma i suggerimenti li avete già avuti dalla Bce. L´importante è che facciate qualcosa di serio. E lo facciate immediatamente».
Berlusconi, messo alle strette, è pronto allo showdown con Umberto Bossi, per questo ha cambiato la sua agenda. Era previsto infatti che si presentasse oggi a Milano in Tribunale, invece ha dato ordine ieri sera al pilota di fare rotta sulla Capitale. Oggi stesso dovrebbe infatti incontrare Napolitano per fare il punto sulle richieste franco-tedesche, mentre martedì mattina ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario per varare qualche provvedimento con cui presentarsi il giorno successivo all´esame del Consiglio europeo. Il tempo stringe. Il vero nodo resta tuttavia il «chiarimento politico» con il capo del Carroccio che potrebbe avvenire in giornata. «Con Umberto dobbiamo guardarci in faccia – ha confidato il premier ai suoi – e deve dirmi chiaro e tondo se pensa alle elezioni anticipate. Perché, se vogliamo andare avanti, occorre dare subito una risposta all´Europa. A partire dalle pensioni». Il passaggio è stretto, alternative non ve ne sono più.
Quanto allo scherno di Sarkozy e alle pubbliche rampogne della Merkel, che ci ha messo alla pari con la Grecia, il Cavaliere in privato mastica amaro. «Ci usano come capro espiatorio per i loro problemi interni», è la sua tesi. Davanti ai giornalisti il premier ha gettato la croce su Lorenzo Bini Smaghi, attribuendo alla caparbietà con cui il banchiere rifiuta di lasciare il suo posto alla Bce l´atteggiamento ostile di Sarkozy. A microfoni spenti, con i suoi collaboratori, sono però altre le considerazioni a cui Berlusconi si lascia andare. «Sarkozy ha paura di perdere le elezioni, fa il duro con noi perché nei sondaggi sta andando male. E se la Francia dovesse perdere la tripla A per lui le cose si metterebbero davvero male». Considerazioni analoghe a quelle che il premier riserva alla Merkel: «Con me è stata cordialissima. Poi però domani deve presentarsi davanti al Bundestag e allora recita contro di noi la parte della guardiana del rigore».
Eppure, nonostante la gravità della situazione, il premier non rinuncia a giocare con le istituzioni europee. Ieri nei palazzi comunitari è arrivata infatti una strana richiesta dall´Italia per incontrare faccia a faccia i vertici Ue il prossimo venerdì. Barroso e Van Rompuy si sono chiesti il perché di tanta fretta, evidentemente ignari del fatto che venerdì prossimo i pm di Milano vorrebbero interrogare Berlusconi nel processo Mills

La Repubblica 24.10.11

"Obbligo di fazzoletto verde, la Lega vigila Task force per segnalare i «reprobi» senza cravatta o pochette padana", di Marco Cremonesi

Il diavolo, si sa, si nasconde nel dettaglio. E la cravatta verde — anzi: la sua assenza — può diventare un utile strumento per individuare l’eresia. E così, nel Carroccio senza pace, ecco che anche il più classico degli accessori maschili diventa l’occasione per un esame della «padanità» dell’esaminato.
Alcuni dei dirigenti leghisti più vicini al clan di Gemonio, da qualche tempo si sono messi a monitorare le trasmissioni televisive in cui compaiono esponenti del Carroccio. Perché troppi di loro si presentano in televisione — e cioè, pubblicamente — senza la doverosa cravatta verde d’ordinanza, con o senza «Sole delle Alpi». Un’assenza che può essere tollerata soltanto in presenza, almeno, di un fazzoletto da taschino di tinta adeguata a ricordare il sogno.
La cosa non è ufficiale. Non ci sono comandamenti di partito che abbiano disposto lo screening delle partecipate televisive del Carroccio sotto il profilo dell’abbigliamento. Eppure, chi raccoglie segnalazioni sull’abbigliamento dei leghisti in tivù esiste.
I primi reprobi individuati negli ultimi giorni sono l’europarlamentare milanese Matteo Salvini, il deputato Gianni Fava da Mantova, il capo indiscusso della Lega romagnola Gianluca Pini, oltre all’eretico per eccellenza: il sindaco di Verona Flavio Tosi. Anzi. Proprio una frase del primo cittadino scaligero sarebbe stata il grilletto delle riflessioni che si fanno nel clan di Gemonio: «Possiamo discutere — ha detto Tosi lo scorso 3 ottobre — se la Padania esiste o non esiste, dove inizia o finisce. Possiamo parlare del popolo padano o veneto, siciliano, juventino o milanista. È filosofia, ma i problemi del Paese restano». Ecco, la Padania come «filosofia» segna l’inizio dell’eresia. E gli eretici, appunto, si distinguono per l’assenza della cravatta.
«Lei potrà ridere — spiega un deputato vicino a quel che i giornali chiamano il «cerchio magico» — ma quel verde è il simbolo della Padania. E la verità è che c’è chi pensa a una Lega normalizzata, senza la Padania. Senza il sogno dell’indipendenza. Senza la rivoluzione. Ma noi non siamo un sindacato di territorio, non siamo un partito borghese. Siamo l’unico movimento che ha un orizzonte. Senza quello, non c’è più Lega».
Al di là delle eresie padane, la tensione non si placa. Il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni ieri ha minacciato querele nei confronti dei giornali che han parlato di liste di parlamentari da non ricandidare alle prossime elezioni. Tra gli altri, ancora Gianni Fava, che della lista farebbe parte. Il deputato mantovano ha detto di ritenere la notizia una «stupidata». Eppure, la nota non è priva di ironia: «Non posso credere che nel Carroccio ci sia qualcuno così stupido da mettersi a fare pagelle con buoni e cattivi, o peggio, liste che hanno il vago sapore dell’epurazione».
Insomma, le divisioni nel Carroccio non accennano a placarsi. Se ne sono accorti i sottosegretari Guido Crosetto e Alfredo Mantovano. Che sono andati da Marco Reguzzoni a chiedere le firme leghiste sotto a un documento che chiede di rinunciare ai tagli al comparto della Sicurezza. Il capogruppo padano ha risposto di dispiacersi, ma che la cosa avrebbe rischiato di essere letta come un attacco a Tremonti. Poi, i due esponenti governativi han chiesto le firme al gruppo. Risultato: in meno di un’ora, 40 autografi su 59 deputati.

Il Corriere della Sera 23.10.11

"Gelmini, l'ultima corbelleria", di Giuseppe Caliceti

Anche il Ministro all’ Istruzione, come stanno facendo diversi politici del Pdl, in queste settimane ha cercato di smarcarsi da Berlusconi ammettendo, per la prima volta, di aver fatto forse troppi tagli alla scuola. Ma non ha perso il vizio di dire corbellerie. Anche il Ministro all’ Istruzione, come stanno facendo diversi politici del Pdl, in queste settimane ha cercato di smarcarsi da Berlusconi ammettendo, per la prima volta, di aver fatto forse troppi tagli alla scuola. Ma non ha perso il vizio di dire corbellerie. L’ultima riguarda l’esame di terza media. Ha espresso la volontà di semplificarlo affidando ai test dell’Invalsi il compito di accertare gli apprendimenti di matematica e di inglese. E lasciando ai singoli istituti la formulazione dello scritto di italiano e del colloquio orale. Peccato che non sia chiara la tipologia delle prove, nè per testare il raggiungimento di che cosa. Una cosa è fare test a fini statistici, un’altra con finalità valutativa: ma per Gelmini pare non ci sia differenza, la valutazione di alunni e studenti assomigliano in modo preoccupante a un sondaggio o a una indagine di mercato. Altra questione: se l’esame di terza media salterà, che valore avranno i voti sulla scheda di valutazione di fine primo quadrimestre? O Gelmini vuole sopprimere anche le pagelle? Secondo mistero. Intanto, di fronte ai tagli epocali e all’epocale pressapochismo ministeriale, si estende la protesta nel mondo della scuola. Sono in guerra contro il governo non solo tanti docenti, studenti e genitori, ma anche gli enti locali. La Cgil emiliana chiede alla Regione di fermare gli accorpamenti delle scuole in maxi-istituti comprensivi, come dettato dalla finanziaria estiva, che distruggerebbero il rapporto con gli studenti, rendendolo sempre più anonimo. Anche perché questa sarebbe materia delle Regioni, non del governo. Insomma, la scuola ridisegnata dalla controriforma Gelmini appare sempre di più quella delle tre D: diseguaglianza, diseducazione, disoccupazione. Una scuola sempre più lontana da quella di cui si parla nella nostra Costituzione.

L’Unità 23.10.11

"La paga d'oro dei politici siciliani Fino a 10 mila euro per consigliere", di Gian Antonio Stella

«M’ assettu o cunsigghiu e soddi ggià pigghiu», dice una canzone ironica del cantastorie Antonino Caponnetto, in arte BriganTony: mi siedo al Consiglio e soldi già piglio. Tanti, in certe realtà. Fino ai numeri da capogiro di Agrigento o di Palermo, dove un consigliere comunale può arrivare, pare impossibile, a diecimila euro al mese.
Lo spiega, in una lettera a Raffaele Lombardo e all’assessore regionale al bilancio Gaetano Armao, l’avvocato agrigentino Beppe Arnone, storico avversario degli abusivi, da sempre vicino a Legambiente.
Il sistema delle indennità ai sindaci e agli assessori, come testimoniano i dati dell’Anci, è un caos. Certo, esistono regole di base. Ma poi le disparità da regione a regione possono essere abissali. Per capirci, il sindaco di Bolzano è di gran lunga il più pagato d’Italia, quello di Bressanone prende quasi 1.000 euro in più di quello di Milano e quello di Merano, proporzionalmente agli abitanti, guadagna 77 volte più di Gianni Alemanno.
Il nodo di fondo è che le regole generali sono ignorate nelle Regioni a statuto speciale. Dove il diritto all’autonomia è spesso interpretato come facoltà di deliberare prebende e privilegi altrove inarrivabili. Un solo esempio? Stando ai calcoli del quotidiano tedesco di Bolzano Tageszeitung, che nel 2008 pubblicò un articolo intitolato ironicamente «Poveri tedeschi», l’assessore alla sanità altoatesino guadagna più del ministro della sanità di Berlino.
Anche sui gettoni di presenza le differenze possono essere abissali. E dipendere dalle scelte, talora a capriccio, delle amministrazioni. Un caso per tutti, raccontato dalla Tribuna di Treviso: la moltiplicazione a San Vendemiano, il paese di Alessandro Del Piero, del «gettone» della commissione di vigilanza sui locali pubblici e spettacoli. Da 18 a 80 euro.
Ed ecco che un consigliere comunale di Milano prende 120 euro a seduta (sia del consiglio sia di commissione) per un massimo di 19 sedute al mese e uno di Roma sta intorno ai 70, uno di Bari 72 e uno di Livorno 55,78. Città «cugine» possono trattare i membri dei «parlamentini» in modo diversissimo: a Verona il gettone è di 160 euro (per un massimo di 1.446 al mese), a Treviso di 92,96 e a Padova di 45,90: quattro volte meno che nella città scaligera. Se la seduta va per le lunghe non ci paghi la baby-sitter.
Ma è in Sicilia, accusa Beppe Arnone, consigliere comunale nella città dei templi dopo aver sfiorato anni fa l’elezione a sindaco, mancata anche per certe «interferenze» («non avrebbe consentito di mettere più le “mani” di Cosa Nostra su Agrigento», ha rivelato un pentito) che il sistema mostra le falle più stupefacenti. Grazie alla «integrazione» dei gettoni con furbizie assai remunerative. Prendiamo il caso del consigliere più giovane di Agrigento, Giuseppe De Francisci. Al momento dell’elezione, scrive l’avvocato, era disoccupato. Neanche il tempo di entrare ed eccolo assunto. Da chi? «Dall’impresa della mamma, tale DEMA srl». Qualifica? «Dirigente». Stipendio: altissimo, per l’età.
Vi chiederete: cosa c’entra quel contratto? C’entra. Perché il giovanotto, assai impegnato in municipio («Il gettone di presenza è pari a 112,50 euro per ciascuna riunione» ma «in un giorno si possono fare anche tre o quattro riunioni e il gettone si moltiplica» fino a un «tetto massimo mensile pari a circa 1.500 euro») finisce per non avere il tempo per occuparsi dell’impresa di famiglia. Un danno che il Comune, colpevole di trattenere il ragazzo «per 14 giorni lavorativi al mese» impedendogli di fare il «dirigente» a tempo pieno, è costretto a pagare rimborsando all’azienda danneggiata, cioè la mamma del consigliere «ben 2.400 euro mensili». Totale del costo di Giuseppe De Francisci nel bilancio del Comune girgentino: «ben 4.000 euro al mese».
Un caso isolato? No. Anzi. A Palermo ad esempio, denuncia Arnone, la situazione è ancora peggiore. E sarebbero diversi i consiglieri, «cinquantenni che per il “bene della famiglia” hanno avuto la fantasiosa trovata di far moltiplicare dall’impresa privata, dalla cooperativa o dall’associazione sportiva da cui dipendono, l’importo del proprio emolumento. Prima della elezione a consigliere erano semplici impiegati, a poco più di un migliaio di euro al mese. Eletti consiglieri comunali, ecco per loro un mega contratto da dirigente. Lo stipendio si triplica, unitamente al “buco” nelle casse comunali».
Nel capoluogo siciliano, si legge nella lettera di accusa, gli omologhi di quel consigliere agrigentino preso ad esempio «sono oberati dalle attività di commissioni e affini (con tanto di gettoni di presenza e soprattutto rimborso dello stipendio) praticamente ogni giorno». E il gettone, qui, è ancora più sostanzioso: 156 euro lordi. Quattro euro meno che a Verona, ma con un tetto massimo doppio: «3.000 euro lordi al mese, più lo stipendio che il Comune rimborsa al datore di lavoro, pari a ulteriori 4-5.000 euro mensili, più il rimborso spese per l’eventuale trasferta».
Un certo numero di consiglieri comunali palermitani infatti, dice la denuncia, ha «scoperto che è più vantaggioso amministrare la città abitando in comuni della provincia. Strano, ma vero. Abbiamo consiglieri comunali di Palermo i quali, ad esempio, “abitano” nel comune di Cefalù». Va da sé che le spese per la benzina finisce per pagarle ancora il Comune. Risultato: tra rimborso dello stipendio dirigenziale per le assenze dal posto di lavoro, rimborso delle spese di viaggio e gettoni di presenza «vi sono consiglieri-vampiri che costano ai contribuenti oltre 10.000 euro al mese».
Ma lavorano, poi, queste commissioni perennemente riunite? Alcune, per carità, senz’altro. E sarebbe ingiusto fare di ogni erba un fascio: ci sono anche lì, nel consiglio comunale palermitano, persone perbene che si battono per contenere lo sfacelo finanziario di una città in ginocchio. E lo fanno stando alla larga dalle furbizie e magari anche rimettendoci.
Difficile però non restare basiti davanti alla «produttività», ad esempio, della commissione «Attività produttive» se è vero, come dice la lettera-denuncia, che «ogni anno costa ai contribuenti, di soli gettoni di presenza, una cifra prossima ai 300.000 euro cui devono aggiungersi i rimborsi spese degli “stipendi” e quelli delle spese di “trasferta”» per un totale di mezzo milione. Per produrre cosa? «Quattro pareri in quattro anni».
Il caso più clamoroso, però, sarebbe quello di Sandro Oliveri, appena subentrato sui banchi della Camera allo scomparso Ferdinando Latteri dell’Mpa. Vicinissimo a Raffaele Lombardo, così legato a un certo mondo da mettere nella home page del suo sito versetti biblici e da precisare di aver vissuto «la sua giovinezza senza vizi», Oliveri era, secondo Arnone, «contitolare con un congiunto di una piccola società di pulizie» dalla quale aveva «uno stipendio di meno di 2000 euro mensili». Appena eletto in Comune la paga sarebbe «vertiginosamente aumentata in pochi giorni sino a oltre 10.000. Tutte rimborsate dal Comune». Una coincidenza, sottolinea, davvero curiosa…

Il Corriere della Sera 23.10.11

Il Pd al tempo dei giovani «Unito e con più coraggio», di Maria Zegarelli

A Bologna parte la kermesse di Serracchiani e Civati. «Primarie per i parlamentari, lotta per la legalità e all’evasione, più scuola e una nuova politica». Chi sono? «Innovatori, non rottamatori». Il Pd? «Più coraggioso». Scenografia minimal, niente effetti speciali, il bianco a farla da padrone, unica nota di colore le bandiere del Pd, niente cartelline ma cartoni della pizza per contenere il materiale. Toni sobri e freddo intenso al mattino, che stempera nel pomeriggio, ma sempre piena la tensostruttura in piazza Maggiore a Bologna, dove va in scena la kermesse organizzata da Pippo Civati e Debora Serracchiani, «Il nostro tempo».
Sette minuti a testa per gli interventi, ospiti sul palco a coppia e con un tema preciso di cui parlare, una sveglia a dettare i tempi, big e giovani amministratori, dirigenti navigati e
esordienti. Quanti sono in platea? Tanti, piene le 1200 sedie, gente in piedi, chi va e chi viene.
INNOVATORI NON ROTTAMATORI
È una platea che si autodefinisce, attraverso un «instant-pool» innovatrice al 75%, rottamatrice soltanto un po’ (il 5%), che in buona parte aderisce a Areadem e alla corrente di Ignazio Marino ma contiene una dose di «curiosi» e una fetta di «maggioranza» bersaniana. È una platea che si scalda quando si chiede più coraggio al partito, quando si parla di lotta per la legalità, contro l’evasione fiscale, quando si chiede più scuola, più cultura, formazione e partecipazione. Che vuole il limite dei tre mandati e le primarie per eleggere i parlamentari se resta questa legge elettorale e vuole subito una nuova legge elettorale se vince il centrosinistra. Si inizia con la coppia Civati-Serracchiani che si ispira a Fazio-Saviano o se volete a Crozza-Bersani. «Vado via solo se alla fine inizia una grande
mobilitazione», «resto solo se tassiamo le grandi rendite», «vado via se iniziamo a litigare dopo le elezioni», «resto in carica solo un po’ poi vado via». Rosy Bindi arriva «contenta
perché mi hanno invitato e da qui possono venire fuori proposte interessanti». Invitata qui, ci tiene a sottolineare, ma non a l’Aquila, né a Firenze. Ricambio generazionale? «A Bologna c’è già la nuova classe dirigente, sono giovani amministratori, dirigenti», dice. Aggiunge, parlando con i giornalisti, che però bisogna stare attenti con le regole rigide: «Non vedo molti Enrico Berlinguer o Aldo Moro in Parlamento, né Tina Anselmi o Nilde Iotti: quelle persone non ci sarebbero state se qualcuno avesse deciso di affidare la selezione delle classi dirigenti ai tre mandati e Giorgio Napolitano non sarebbe presidente della Repubblica se fosse stato consegnato all’oblio dopo tre mandati». Dieci anni di mandato, replica Matteo Richetti, presidente dell’Assemblea dell’Emilia Romagna, possono
«bastare per dare il meglio di sé». Lui, rottamatore doc, è qui «per capire » e spera che Civati e Renzi possano trovare «intersezioni nelle proposte». Intanto Civati è impegnato a rispondere ad una domanda frequentissima: «Ma Bersani viene a Bologna?». «Gli fischieranno le orecchie al nostro segretario – dice a fine pomeriggio -. Noi lo abbiamo invitato, ci farebbe piacere se venisse, certo». A chi gli chiede della sua rottura con Renzi assicura: «Non saremo come Veltroni e D’Alema». Al segretario annuncia una «cartolina da Bologna per dirgli che il nuovo Ulivo di cui parla sia anche un Ulivo nuovo».
LE DOMANDE E LE RISPOSTE
Gli interventi più applauditi sono quelli di Luigi DeMagistris, Vasco Errani e Nicola Zingaretti (standing ovation in piedi), tre amministratori in prima linea. «Qualcuno parla di antipolitica, in realtà c’è una voglia di politica che non si vedeva da anni, ma – dice il sindaco di Napoli – se noi non riusciamo a dare uno sbocco politico alla rabbia e all’indignazione diventerà sempre di più violenza». Spetta alla politica, dice questo compito. Aggiunge anche con il Pd c’è feeling, «bisogna lavorare da subito, per l’alleanza di governo». E sul tema torna Zingaretti: «Il tema delle alleanze del Pd cambia se noi ci presentiamo a questo dibattito più forti e radicali». Tocca a lui e Errani parlare di semplificazione della Pubblica amministrazione:
«La semplificazione vera – dice il presidente della provincia di Roma – poi, non è tanto nell’abolizione degli organismi eletti dai cittadini, ma in quelli nominati dalla politica». Plauso a Civati e Serracchiani, stoccata a Renzi: «Questa iniziativa ha dimostrato che è possibile discutere, unire e innovare perché in questo movimento troppo si è diviso». Ed Errani,
che critica i quattro livelli di governo del territorio («non hanno più senso, dobbiamo dirlo»), benedice l’evento bolognese e affonda contro i «cavalieri bianchi» del centrosinistra e il «populismo sia di destra che di sinistra». Sul palco si alternano Mila
Spicola, insegnante siciliana, Francesca Puglisi e Francesca Barracciu, Sergio Staino, Ettore Rosato, Andrea Morrone, Luigi Manconi, Stefano Boeri. Tra gli ospiti anche Fabrizio
Anzolini, giovane dirigente Udc. Romano Prodi non c’è ma ha inviato il suo «in bocca al lupo». Il segretario non ci sarà, per impegni presi in precedenza. «A volte però è bene esserci », commenta alla fine Civati.

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«Parole e proposte nuove. Da noi nessun complotto»

L’europarlamentare Pd: «Non remiamo contro il partito, diamo una mano sui temi che interessano alla gente: lotta all’evasione, patrimoniale, scuola» Intervista a «singhiozzo» con Debora Serracchiani, co-organizzatrice insieme a Pippo Civati della due giorni bolognese. «Dobbiamo fare presto, devo presentare i prossimi ospiti», dice mentre le comunicano l’ennesimo cambio di scaletta.
Serracchiani,qui a Bologna si incontrano i giovani che vogliono il rinnovamento senza rottamazione ma con accompagnamento “dolce” alla porta per i vecchi dirigenti?
«Qui ci sono quelli che hanno l’ambizione di dare una mano al partito, con le idee e anche con le parole perché una nuova politica ha bisogno anche di nuove parole».
Per esempio quali? «Per esempio iniziamo con il dire che oggi abbiamo cercato di parlare
di politica senza annoiare le persone e mi sembra che ci siamo riusciti. E arriviamo alle parole: patrimoniale, lotta all’evasione,diritti, scuola, difesa del suolo, lotta al precariato, pensione. Sono questi i temi che interessano le persone comuni, i cittadini ai quali il Pd deve rivolgersi dando risposte chiare. Della difesa del suolo oggi su questo palco hanno parlato Boeri, Dall’Olio, gli Ecodem: abbiamo fatto delle proposte, vorremmo che il Pd nazionale le accogliesse e ne discutesse in vista delle elezioni che vogliamo vincere».
C’è chi rimprovera voi giovani del Pd di esservi organizzati mantenendo intatta la logica delle correnti. I bersaniani a l’Aquila, Areadem e la corrente di Marino qui, i rottamatori e un bel pezzo di Modem a Firenze. Insomma, non riuscite a emanciparvi dai padri. «Questo è quello che piace raccontare alla stampa. Io sono andata a l’Aquila, oggi sono qui e chissà che non vada anche a Firenze. Qui ci sono, tra gli altri, Vasco Errani, Luca
Zingaretti, Stefano Bonaccini, Matteo Ricci, Ivan Scalfarotto, Rosy Bindi: mi dica lei se fanno tutti parte di Areadem o della corrente di Marino. A noi non interessa liberarci del padre, ma fare un accordo con la sorella e il fratello. Abbiamo bisogno di esperienze, di quelle di chi è arrivato prima di noi in politica, ma anche di nuove competenze. Vogliamo conquistarci il futuro senza regali da parte di qualcuno. Siamo qui per unire e non per assaltare la ditta».
Serracchiani, una delle critiche che muovono a lei è quella di aver criticato l’establishment e di essere diventata subito dopo una «franceschiniana doc».
«Lo so cosa dicono, ma forse mi rimproverano di non essermi candidata in un Paese dove ci sono più candidati che elettori. Io siedo al parlamento europeo e faccio politica sul territorio come segretario regionale, mi misuro con la nostra gente e con i loro problemi e vengo giudicata per il mio lavoro, le mie idee e il mio impegno».
Che cosa inizia da Bologna?
«Lo spirito che c’è qui è quello di lavorare tutti insieme nel Pd, non siamo quelli del complotto. Vogliamo che il nostro partito sia un partito coraggioso, in grado di fare grandi
campagne nel Paese per cambiare l’Italia. Dobbiamo essere netti nelle proposte, con un programma che sia il nostro tratto distintivo rispetto alla destra. Dire che siamo contro l’evasione fiscale, per la patrimoniale, per una scuola pubblica qualificata, per una sanità efficiente, per la legalità, contro il precariato e per riforme coraggiose ci permette di farci riconoscere dalla gente come la vera alternativa, come quelli che hanno in mente un’idea di Paese diversa da chi ci ha governato fino ad oggi».
Non siete quelli «del complotto». Si riferiva a Renzi che punta a candidarsi alle primarie?
«A me non interessa quello che fa Renzi. Quello che posso dire con certezza è che da Bologna non verrà fuori un candidato, ma il Pd. Renzi fa Renzi».
Lei andrà alla Leopolda?
«Ho impegni presi in precedenza, non so se avrò tempo, ma non lo escludo».
Non correte il rischio di apparire come una nuova classe dirigente già separata e divisa?
«No, non corriamo questo rischio perché non vogliamo ripetere gli errori dei “padri”. Noi possiamo avere idee diverse, possiamo dividerci sui contenuti, ma il progetto resta lo stesso: il Pd. Ripeto, io sono andata all’Aquila, Ricci che era uno degli organizzatori di quell’appuntamento, oggi è qui. Se anche Matteo è interessato a discutere di contenuti ed è disposto a fare giocodi squadra come noi, siamo pronti a lavorare insieme».

L’Unità 23.10.11

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Né Renzi né D´Alema, né Veltroni nel Pd arrivano “i ricostruttori”, di MARCO MAROZZI

Non rottamatori: ricostruttori. Non sopportano D´Alema e Veltroni, non reggono nemmeno il «personalismo» di Matteo Renzi. Pippo Civati e Debora Serracchiani, nouvelle vague Pd, hanno scelto per la loro convention Bologna, «una città laboratorio». Contestano ma non rompono, sperano che oggi arrivi Pierluigi Bersani e proclamano «un culto della personalità» per Romano Prodi. Entusiasmo diplomatico: non ci saranno né il segretario del Pd, né il fondatore dell´Ulivo, i cui sodali principi, Arturo Parisi e Giulio Santagata, sono annunciati alla convention assai più hard il 28 ottobre nella Firenze del rottamatore Renzi. «Io e lui non saremo i D´Alema e Veltroni del futuro. Anche perché non sapremmo chi scegliere, chi fa D´Alema e chi Veltroni» dice il consigliere regionale lombardo Civati, che ha preso le distanze dal sindaco di Firenze dopo un pezzo di strada insieme.
I ricostruttori si sono riuniti a Bologna, per ragionare su «Il nostro tempo» e il loro futuro, in un tendone strapieno fino a tarda sera e che riapre oggi, in piazza Maggiore. Cinquecento persone nei momenti di stanca, 1.200 per molte ore. «A me la parola rottamatori non è mai piaciuta- ha esordito Debora Serracchiani – In questo momento ci chiedono di ricostruire l´Italia, non di affossarla». Nel gioco di equilibrismi, Civati lancia anche un avvertimento sulla scelta del candidato premier: «Se c´è Bersani, il Pd vota per Bersani. Invece, se ci saranno primarie alla francese, vedremo come dare il nostro contributo». Ovvero, se non ci si accorda bene, alle elezioni primarie ci sarà un rappresentante dei quarantenni contestatori. Rottamatori o ricostruttori. Il presidente del consiglio della Regione Emilia-Romagna Matteo Richetti, che ieri era a Bologna e il 28 sarà a Firenze, amico di Renzi e ponte verso i ricostruttori, attacca: «Le primarie non possono che essere aperte. Se non lo sono, allora i partiti si assumono le responsabilità di selezionare la classe politica, ma in questo caso si impedisce agli elettori di potersi esprimere».
«Prossima Fermata Italia» si chiama il rassemblement di Civati e di Debora Serrachiani, eurodeputato con mare di preferenze dopo l´attacco ai vecchi capi del Pd, segretaria del Friuli. Ieri sono stati salutati dal presidente della Regione, Vasco Errani, e dal segretario del Pd, Stefano Bonaccini, che hanno onorato chi li ha invitati e insieme definito Bersani il portatore del «progetto giusto», e dal sindaco Virgilio Merola, meno legato alle tradizioni bersanian-prodiane.
Grande star il napoletano Luigi De Magistris. Ovazioni per il romano Nicola Zingaretti, vissuto come il successore di Bersani. «Evviva a Civati e Serracchiani, – ha scaldato la platea – perché hanno dimostrato che è possibile discutere, ma anche unire e innovare. Un grande elemento per un movimento che si è troppo lacerato negli ultimi tempi». Una presenza coraggiosa quella di Rosy Bindi. Oggi tocca a Dario Franceschini e al toscano Enrico Rossi. Civati ha insistito sulla necessità di mandare a casa tutti i parlamentari dopo al massimo tre mandati, il renziano Richetti li ha abbassati a due. La presidente del Pd Bindi ha innalzato la storia: «Nessun partito seleziona la propria classe dirigente con una applicazione formale della regola e senza riservarsi uno spazio di discrezionalità politica», altrimenti non avremmo avuto Enrico Berlinguer e Aldo Moro. «E Napolitano non sarebbe dov´è se fosse stato consegnato all´oblio dopo tre mandati. Serve rinnovamento, ma anche meriti e competenza».
Né Civati né Richetti hanno mostrato di ascoltarla, uno ha citato Ciampi, per pochissimo in Parlamento, l´altro ha sparato: «Non prendiamo più in giro gli elettori molto sensibili su questi temi».
La platea era stile Michele Santoro, movimentista e mobile, diversissima e molto più giovane di quella che due giorni fa a due passi dal tendone aveva ascoltato Massimo D´Alema ricordare Pci e Dc. Civati e Debora Serracchiani hanno imitato Fabio e Saviano. «Vado via se cominciamo a litigare il giorno dopo le elezioni», «Resto se combattiamo il benedetto conflitto di interessi».

La Repubblica 23.10.11

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“Alla convention di Bologna Civati stuzzica i leader: io e Renzi non saremo i D’Alema e Veltroni di domani”, di Sara Bianchi

Compagni di strada fino a pochi mesi fa, ora hanno scelto percorsi diversi senza rinunciare a tenersi d’occhio, a distanza.
Giuseppe Civati e Matteo Renzi dopo la separazione organizzano due diverse convention, con l’intervallo di una settimana l’una dall’altra.
Il consigliere regionale lombardo ha scelto Bologna, assieme all’eurodeputata Debora Serracchiani, per l’iniziativa ‘Il nostro tempo’ (interventi serrati, molti video, diretta streaming e tanti tweet), Renzi tornerà alla Leopolda di Firenze.

Da Bologna Civati manda un messaggio al sindaco di Firenze: «Io e Renzi non saremo i D’Alema e Veltroni del futuro. Anche perchè non sapremmo chi scegliere, chi fa D’Alema e chi Veltroni». E poi: «Matteo ha deciso di fare da solo, ha detto che non aveva più bisogno di noi, ma il lavoro di Prossima Italia è proseguito». Tra rottamatori e aderenti al movimento di Civati e Serracchiani però i confini non sembrano così netti. Alla convention di Bologna ha fatto un salto anche Matteo Richetti, presidente del consiglio regionale dell’Emilia-Romagna e vicino a Renzi, per proporre una tregua. Richetti suggerisce di vedere se strumenti e contenuti coincidano, per poi fare proposte insieme, in particolare sui costi della politica e sulle riforme delle istituzioni.

La pensa diversamente Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma che a Bologna strappa un lungo applauso quando loda «Debora e Pippo» perché «stanno dimostrando una cosa semplice ma rivoluzionaria e cioè che é possibile discutere, unire ed innovare: un grande elemento per un movimento ha in questi anni ha troppo diviso e troppo lacerato». Zingaretti non lo nomina ma l’affondo sembra diretto al rottamatore Matteo Renzi.

Da Bologna Civati al Pd manda un messaggio chiaro: «Il nuovo Ulivo di cui parla Bersani, sia anche un Ulivo nuovo». E insieme a Debora Serracchiani fissa alcune parole chiave: «Primarie per scegliere i parlamentari, grande apertura verso le iniziative popolari, anagrafe degli eletti, rendicontazione di cosa si fa, riduzione dei costi della politica e dei rimborsi elettorali». E poi: maggiore vigore su questione morale, legalità e diseguaglianza, ma anche sui temi dell’ambiente.

Tra le misure indicate alla politica per rinnovarsi Debora Serracchiani cita cariche e termine e riforma della legge elettorale. Tra i messaggi lanciati dal palco anche la tassazione delle rendite, la riduzione delle tasse per chi produce e chi lavora, «quello che ci chiedono tutti i cittadini», dice l’europarlamentare.

Il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani auspica una riforma dei livelli territoriali di governo locale, pur non arrivando a chiedere l’abolizione delle Province, «Quattro livelli di governo – sottolinea – non hanno più senso».

Quanto al rapporto con il Pd, i nostri, dice Debora Serracchiani «sono modi diversi di comunicare ma le idee sono quelle e noi le mettiamo a disposizione del partito in cui crediamo fermamente ma anche del Paese». Insomma nessun dubbio sull’appartenenza democratica: «L’abbiamo fatto per il partito e con il partito, vogliamo stare con forza nel Pd perché pensiamo che dobbiamo dare tutti un contributo».

Nessuna mira per eventuali primarie per la scelta del candidato premier, dice Civati. «Se c’è Bersani, il Pd vota per Bersani. Invece, se ci saranno primarie alla francese (aperte, ndr) vedremo come dare il nostro contributo».

A Bologna c’è anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, accolto dai circa duemila partecipanti quasi come una star. Da lui è arrivato un appello a dare uno sbocco politico alla voglia di partecipazione e alla rabbia, e un messaggio di unità. Per De Magistris, la chiave è creare «una connessione sentimentale tra istituzioni e cittadinanza», mentre oggi c’è «una ferita data dalla lontananza e dallo scollamento tra la cittadinanza attiva e chi la rappresenta nei palazzi della politica».

Il Sole 24 Ore 23.10.11

"E il Lazio ignora i Beni culturali" di Andrea Carandini*

La legge regionale del Lazio del 13 agosto 2011 sul «piano casa» ha scompaginato la disciplina dell’assetto del territorio per le aree vincolate, ma in base alla Costituzione e al Codice dei beni paesaggistici essa spetta allo Stato e la pianificazione paesaggistica prevede l’accordo fra Stato e Regioni. Al contrario, ad esempio, il piano casa approvato dalla regione Veneto nel 2009 non si applicava ai beni culturali, non ammetteva cambi di destinazione d’uso e imponeva il rispetto degli standard urbanistici.
Ministero e Regione Lazio erano giunti a un accordo sul piano paesaggistico, quando, senza alcuna consultazione, all’insaputa del Ministero, è stata approvata questa legge, che contraddice il Codice e vanifica il lavoro di copianificazione fin qui svolto. La nuova legge, infatti, rinvia a generiche intese con il Ministero, ma su singoli interventi, che è altra cosa rispetto all’elaborazione congiunta di un piano organico di interventi, che solo consente quella visione d’insieme, necessaria per progettare il territorio secondo linee di sviluppo compatibili con la tutela paesaggistica.
La legge prevede poi che l’individuazione e la riqualificazione delle aree vincolate, compromesse e degradate, siano affidate alla pianificazione comunale, mentre sono materia di accordo tra Stato e Regione secondo il Codice. Così è stato violato il principio per cui il piano paesaggistico è gerarchicamente superiore ai piani urbanistici comunali.
Secondo una norma spetta ai Comuni costieri ridefinire le fasce di rispetto del territorio costiero marittimo (vincolo art. 142 del Codice) e stabilire la delocalizzazione degli edifici esistenti, con incrementi di volumetria fino al 150 per cento. Secondo un’altra norma le disposizioni del piano paesaggistico regionale del 2007 sono sospese e i Comuni hanno facoltà di rivedere quelle ritenute «incongrue» rispetto ai propri piani regolatori anteriori. Anche in questo caso i piani regolatori comunali prevalgono indebitamente sul piano paesaggistico, sempre prescindendo dal Ministero.
Altre norme ammettono interventi in aree vincolate eludendo i divieti del piano paesaggistico e sostituendo a tale copianificazione le anomale intese con il Ministero su singoli progetti. Si consentono così in aree vincolate piste da sci e altri interventi in montagna, ampliamenti e completamenti di edifici pubblici (ospedali e strutture turistico-ricettive), interventi di edilizia popolare e il recupero di nuclei abusivi.
Per pianificare razionalmente le infrastrutture portuali compatibili con la salvaguardia delle coste — 60 richieste presentate a tutt’oggi per 362 km di costa laziale — la Regione aveva istituito, con apposita delibera, una cabina di regia composta dalle autonomie territoriali e dal Ministero, i cui lavori avrebbero dovuti confluire nella pianificazione congiunta. La nuova legge ha stravolto questa procedura, affidando tali decisioni alla sola Regione Lazio, ancorché d’intesa col Ministero. Si va nella stessa direzione per stadi e annessi palazzi e negozi.
La nuova legge stabilisce anche cosa siano le zone di interesse archeologico, potere che spetta invece allo Stato, e amplia l’ambito applicativo del condono edilizio del 2003.
Questa legge regionale, che il Ministero contesta, è sintomo di un male diffuso: la sostanziale non accettazione della copianificazione con il Ministero da parte di alcune Regioni. Non sono mancati nel recente passato tentativi di diminuire il potere dei Soprintendenti in tema paesaggistico, che sono stati finora rintuzzati. Ma il pericolo incombe e qualora il partito del cemento dovesse averla vinta la tutela paesaggistica sarebbe finita in Italia.

*Presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali

Il Corriere della Sera 23.10.11