Latest Posts

"I passi obbligati per la crescita", di Irene Tinagli

Approvata la manovra, si apre il capitolo crescita. Ne ha parlato pochi giorni fa Napolitano, ricordando quanto questo tema sia «stringente e drammatico». E ne ha fatto cenno Tremonti dal G8 di Marsiglia, annunciando un «dossier crescita» che dovrebbe aprirsi già questa settimana. E’ un tema ineludibile, e finalmente tutti sembrano averlo capito. Tuttavia, nonostante tutti ne parlino, nessuno sembra avere le idee chiare su come ottenerla. Tra le voci più ricorrenti quando si parla di crescita troviamo le infrastrutture e le opere pubbliche, oppure gli aiuti alle imprese: da incentivi settoriali al supporto alla capitalizzazione e alla crescita dimensionale. Tutte misure trite e ritrite, di cui è stato ampiamente fatto uso in passato e che non hanno mai portato risultati duraturi. Si tratta infatti di misure limitate, soggette ad abusi a distorsioni, incapaci di autosostenersi nel lungo periodo perché troppo gravose sui bilanci pubblici. Una possibilità di cui si sente parlare poco, su cui sarebbe necessario un dibattito più approfondito, è quella di creare le condizioni per nuovi processi imprenditoriali, nuove imprese attive in settori innovativi e mercati ad alte prospettive di crescita.

Il tema è stato flebilmente affrontato dal governo, che ha inserito in finanziaria un’agevolazione fiscale per imprese e partite Iva di nuova creazione, ma il dibattito su questa misura o su eventuali altre misure di supporto è stato quasi inesistente. Lo scrittore ed ex imprenditore Edoardo Nesi ha rilanciato questo argomento con un lungo e appassionato editoriale sul Corriere della Sera di martedì, in cui sosteneva che per ricominciare a crescere servono migliaia di giovani imprenditori, che fondino aziende «protese a creare il nuovo (…), che vendano prodotti che oggi non esistono». Come realizzarlo? La ricetta di Nesi è semplice: prendere l’un per cento dei capitali scudati rientrati dall’estero e con quel miliardo di euro finanziare queste nuove imprese, «dandogli fiducia prima ancora che la meritino».

Al di là della sua fattibilità tecnica, la proposta merita attenzione perché affronta la questione del rilancio economico senza fare appello alle solite richieste di aiuti e protezioni per una struttura produttiva che non tiene più, e perché lo fa enfatizzando la necessità di dare fiducia ai giovani attraverso un’immagine molto bella e molto vera (dare fiducia prima di vedere risultati, altrimenti che fiducia è?). Tuttavia la proposta, pur validissima nelle intenzioni, lascia trapelare alcune convinzioni fortemente radicate nella nostra cultura, che permeano le nostre politiche economiche rendendole spesso deboli e poco efficaci.

Innanzitutto l’idea che ci sia una relazione univoca e quasi lineare tra investimenti o sgravi da un lato e creazione di innovazione o nuove imprese dall’altro. Come se a un certo investimento in ricerca corrisponderà, prima o poi, un certo aumento di innovazione, o se a un certo aiuto o sgravio alle nuove imprese corrisponderà un ricambio di struttura produttiva. Purtroppo non ha mai funzionato così, né in Italia né altrove. I processi innovativi ed imprenditoriali richiedono condizioni assai più ampie, a partire, per esempio dal sistema dell’istruzione. Un sistema che, nel nostro Paese, non è minimamente attrezzato per trasmettere una vera cultura imprenditoriale e per dare quegli strumenti necessari a valutare criticamente opportunità, tecnologie e mercati, e a misurarsi col rischio e la competizione internazionale. Raramente si «nasce» imprenditori di successo.

Serve un ambiente che stimoli, formi e supporti certe attitudini, oggi più di prima. In Italia si è perso. Non è un caso se in Italia i giovani imprenditori ormai sono sempre più figli di altri imprenditori. Abbiamo finito per rendere chiusa ed ereditaria l’attività che più dovrebbe servire a rivoluzionare società e mercati. E non basterà dare un finanziamento ai figli dei disoccupati e dei cassintegrati affinché questi diventino i prossimi Bill Gates.

L’altro punto debole è legato all’idea che per supportare nuove imprese o tecnologie siano necessari soldi pubblici. Si sente parlare spesso del problema dell’accesso al capitale e dei fondi, e si sono persino diffuse proposte di «venture capital pubblico». Eppure negli ultimi venti anni le possibilità di accesso a finanziamenti sul mercato globale sono cresciute esponenzialmente. E non solo i venture capitalists: dai network di business angels alle fondazioni private, dai concorsi imprenditoriali al crowdfunding. Se in Italia queste opportunità non sono ancora ai livelli internazionali, non possiamo pensare di sopperire con fondi pubblici (erogati da chi? Con quali criteri?). Semmai, dovremmo chiederci come mai gli investitori stranieri fanno fatica ad arrivare e ad investire sui nostri ragazzi o come mai produciamo pochi investitori in casa nostra.

E allora cominceremmo ad accorgerci di quanto ci penalizzi, per esempio, un sistema di norme che fanno sì che per chiudere un’impresa ci voglia quasi più tempo che per aprirla – un aspetto chiave per i venture capital che devono aprire e chiudere decine di imprese ogni anno. O quanto ci abbia penalizzato avere imprenditori che appena l’economia ha iniziato a frenare si sono rifugiati nell’immobiliare (incentivati da un regime di tassazione che rende più conveniente avere 100 case che tenere in piedi un’azienda), smettendo di imparare, misurarsi con le nuove tecnologie e i nuovi mercati. Ecco, già unendo come in un gioco enigmistico i punti emersi sin qui – dall’istruzione ai mercati di capitali, dal diritto fallimentare al sistema fiscale e così via – si cominciano a delineare i contorni di ciò che serve per ripartire. Non una misura miracolosa o un grappolo di eroi, ma un Paese intero che decide di pensare e agire come tale. E soprattutto un Paese in cui tutti siano chiamati a fare la loro parte. Una parte già difficile in fase di tagli e risparmi, doppiamente critica in fase di rilancio, investimenti e azione.

La Stampa 15.09.11

Ocse, precari metà dei giovani italiani. Napolitano: "Non lasciamoci atterrire", da repubblica.it

Quasi il 28% non ha un impiego e il 46,7% di chi ce l’ha non ha un contratto stabile. La condizione degli italiani fra i 15 e i 24 anni nel rapporto sul mondo del lavoro. Più basse della media anche le retribuzioni, mentre la perdità del posto incide più che altrove sul rischio povertà. Precari e poco pagati. In Italia, il 27,9% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è disoccupato e il 46,7% di chi invece lavora ha un impiego temporaneo. La fotografia dello stato di precarietà occupazionale del nostro Paese arriva dall’Ocse che, nel suo Employment Outlook, basato su dati di fine 2010, mette in chiaro quanto sia difficile per un giovane italiano trovare occupazione o stabilità contrattuale.

Una fotografia allarmante che il presidente Giorgio Napolitano, in visita a Bucarest, ha scelto di commentare con un messaggio di incoraggiamento: “La tendenza negativa è un dato già acquisito da lungo tempo. Non facciamoci atterrire da questi dati e problemi negativi. Dobbiamo affrontarli con consapevolezza e lucidità in un contesto europeo”, ha detto il capo dello Stato. “L’Europa – ha aggiunto – può fare molto per sostenere lo sviluppo e risanare le situazioni più squilibrate”. Poi, però, il presidente ha indirizzato un richiamo alla politica italiana: “Come fare, dopo due manovre in tre mesi, per stabilizzare la finanza pubblica e rilanciare la crescita non tocca a me dirlo, deve deciderlo il governo e il parlamento”.

Proprio oggi la Bce ha parlato di crescita molto moderata nell’area euro. E la commissione europea ha tagliato le sue stime sulla crescita del prodotto interno lordo italiano a +0,7% nel 2011 rispetto al +1% ipotizzato nelle previsioni di primavera. Già nei giorni scorsi, parlando da Palermo, Napolitano aveva definito la crescita un “tema drammatico”.

I giovani e i lavoro – Il 46,7% dei giovani ha dunque un contratto precario e questa percentuale è cresciuta di 9 punti dall’inizio della crisi, nel 2007. In quei giorni la disoccupazione giovanile era al 20,3%: oggi è al 27,9%, ben superiore alla media ponderata dell’area Ocse (16,7%). Il tasso di disoccupazione giovanile, riporta ancora lo studio Ocse, è più alto tra le donne, 29,4%, che tra gli uomini, 26,8%. Ed entrambi i dati sono superiori alla media dei 34 Paesi membri dell’organizzazione, rispettivamente del 15,7% e del 17,6%.

Secondo l’Ocse, “il mercato del lavoro italiano sta diventando più segmentato, con lavoratori in età matura in impieghi stabili e protetti e molti giovani senz’altro sbocco immediato che posti più precari”.

Salario – Notizie poco liete il rapporto Ocse segnala anche sul piano delle retribuzioni. Il salario medio in Italia nel 2010 è stato di 36.773 dollari (a tasso di cambio corrente), contro una media dell’Ue a 21 di 41.100 dollari e dell’Eurozona a 15 di 44.904 dollari. Il salario medio italiano è superiore a quelli di Spagna (35.031), Grecia (29.058) e Portogallo (22.003), ma inferiore a Francia (46.365 dollari), Germania (43.352) e Gran Bretagna (47.645).

Disoccupazione lunga. Continua a crescere nell’area Ocse il tasso di disoccupazione di lungo termine. Nei 34 Paesi membri, a fine 2010, il 48,5% dei disoccupati era senza lavoro da almeno 6 mesi (contro il 41% dell’anno precedente) e il 32,4% da almeno 12 mesi, contro il 24,2% del 2009. Per quanto riguarda l’Italia, i disoccupati senza lavoro da 6 mesi o più sono il 64,5% (in aumento di 3 punti percentuali rispetto al 2009) e quelli senza lavoro da un anno o più il 48,5% (+4 punti percentuali rispetto al 2009). “Fasi prolungate di disoccupazione – sottolinea l’Ocse nel rapporto – sono particolarmente penalizzanti, perché aumentano il rischio di una marginalizzazione permanente dal mercato del lavoro, come risultato del deprezzamento delle abilità e della perdità di autostima e motivazione”.

Part time. In Italia il lavoratori part time sono donne per il 76,9%. Le lavoratrici part-time rappresentano il 31,1% del totale delle donne occupate, mostrano ancora i dati dell’organizzazione parigina, contro il 6,3% tra gli uomini. Il lavoro a tempo parziale (meno di 30 ore settimanali, secondo la definizione Ocse) rappresenta nel nostro Paese il 16,3% del totale dei posti di lavoro.

Ammortizzatori. In Italia il sistema fiscale e di welfare “gioca un ruolo minore nel proteggere le famiglie contro le conseguenze di grandi contrazioni del reddito da lavoro” rispetto ad altri Paesi dell’Organizzazione. Per gli italiani, spiega l’Ocse, “grandi riduzioni del reddito da lavoro individuale (per esempio in caso di perdita del posto di lavoro) tendono a tradursi in contrazioni del reddito disponibile familiare superiori a quelle osservate negli altri Paesi Ocse”, a causa “della limitata azione di assorbimento degli shock operata dagli ammortizzatori sociali”. Di conseguenza, conclude lo studio, “lo shock negativo sui redditi da lavoro subìto da non pochi italiani durante la crisi si è probabilmente tradotto in un aumento del rischio di povertà e di difficoltà finanziarie, anche se l’aumento massiccio di risorse per la cassa integrazione guadagni ha contribuito significativamente a limitare il numero di lavoratori affetti da tali shock”.

L’appello dell’Ocse. “Bisogna fare di più per migliorare in modo durevole la situazione del mercato del lavoro per i giovani” afferma l’Ocse, e per farlo servono riforme. Con l’arrivo della crisi, prosegue lo studio, la legislazione italiana “restrittiva” sui contratti da lavoro a tempo indeterminato da una parte “potrebbe aver aiutato il paese a contenere l’impatto della recessione sul mercato del lavoro”, ma dall’altra “nella fase attuale tale legislazione potrebbe scoraggiare le assunzioni, soprattutto con contratti permanenti, mettendo dunque a repentaglio la ripresa”. L’Ocse chiede dunque “un’ampia riforma dei contratti di lavoro” che “dovrebbe essere rivolta, in particolare, a ridurre l’incertezza rispetto alle conseguenze del quadro regolamentare sugli esiti delle procedure di licenziamento”.

www.repubblica.it

"Marchionne ringrazia l'Italia e chiude la fabbrica Irisbus", di Marco Ventimiglia

Tutto in 24 ore: martedì mattina il sinistro ringraziamento di Sergio Marchionne al governo, «Quello che serviva ci è stato dato»; ieri, altrettanto di buon ora, l’asettico annuncio della Fiat: «Dopo la rinuncia del GruppoDr all’acquisto, l’attività dello stabilimento Irisbus di Valle Ufita cesserà». Asettico nella forma ma non certo nella sostanza, visto che la chiusura dello stabilimento irpino metterà sulla strada 700 lavoratori. Naturalmente non esiste nessuna correlazione fra i due episodi, come non c’è fra la pioggia che segue il tuono o la notte dopo il tramonto. «Di fronte all’ impossibilità di portare a termine l’unica soluzione individuata – ha poi precisato Irisbus Italia, società del gruppo Iveco -, che consentiva l’avvio di una nuova iniziativa imprenditoriale ed industriale per assicurare continuità al sito l’azienda sarà costretta, suo malgrado, ad avviare le procedure consentite dalla legge per cessare le attività dello stabilimento». A seguire, una frase ambigua: «Irisbus si rammarica del fatto che le strumentalizzazioni sviluppatesi su questa vicenda non abbiano nemmeno consentito la verifica della nuova soluzione industriale che avrebbe garantito prospettive di occupazione e di reddito».
Nella nota la società ricorda di avere subito «duramente gli effetti della crisi che ha colpito il mercato degli
autobus urbani in Italia, le cui immatricolazioni si sono drammaticamente ridotte». Ciò ha determinato una
progressiva e costante contrazione dei volumi produttivi dello stabilimento, che sono passati dai 717 veicoli
del 2006 ai soli 145 autobus, di cui meno di 100 urbani, dei primi sei mesi del 2011. Fin qui i comunicati ufficiali, il primo dei quali, l’ermetico annuncio della Fiat, è arrivato dallo stesso salone dell’Auto di Francoforte dove, appunto, Marchionne aveva plaudito il giorno prima all’articolo 8 del governo. Quanto alle reazioni, sono state una valanga con un paio di significative assenze, quelle di esponenti della maggioranza e del governo.
Un’esecutivo che è stato peraltro chiamato in causa un po’ da tutti per cercare, almeno in extremis, di porre rimedio ad una situazione già compromessa.
«GOVERNO CONVOCHI UN TAVOLO» «Con il piano Fiat – ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani –
siamo a tre stabilimenti chiusi: Modena,Termini e ora Avellino. Il risultato è questo. È inaccettabile che con la
situazione del trasporto pubblico locale in Italia e la tradizione che abbiamo si lasci scappare via un pezzo industriale così importante». Per il capogruppo democratico in Commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano, «la decisione della Fiat di chiudere lo stabilimento Irisbus Iveco è molto grave. Colpisce una produzione collocata nel Mezzogiorno, in territori già duramente colpiti da problemi occupazionali e mette fuori gioco quasi 700 lavoratori e migliaia di addetti delle attività dell’indotto. Molte famiglie si troveranno senza alcun sostegno di reddito in un momento di grande difficoltà a causa della crisi economica». Parole molto dure anche dal responsabile Welfare e Lavoro dell’Italia dei Valori, Maurizio Zipponi: «Marchionne ringrazia a suo modo il ministro Sacconi e il governo italiano per l’articolo 8 della manovra chiudendo in tempi record lo stabilimento della Irisbus. Il dramma sociale e occupazionale di Avellino è la fotografia di un esecutivo che fa da zerbino agli azionisti della Fiat, i quali ormai considerano l’Italia come una vacca da mungere e, giorno dopo giorno, cancellano migliaia di posti di lavoro».
Dal fronte sindacale, compattato dalla gravità del momento, l’unanimerichiesta al governo di convocare subitountavolo della trattativa. «Sono sconcertato dalla decisione annunciata da Fiat e ci sentiamo presi in giro dalle tattiche dilatorie del governo – ha detto Mario Melchionna, segretario della Cisl -. Il sottosegretario
Letta si era impegnato a convocare un incontro, mai avvenuto, a Palazzo Chigi». Per il segretario confederale della Uil, Paolo Pirani, «occorre mantenere il sito industriale garantendo il futuro dei lavoratori.
Non è più oltre rinviabile un reale impegno del Governo per cambiare la situazione in cui versa il trasporto pubblico locale, frazionato in oltre 1200aziende di tutte le dimensioni e fonte di sprechi ed inefficienze».

L’Unità 15.09.11

******

“COLPA DEL GOVERNO MANCA UNA POLITICA PER L’INDUSTRIA”, di di Paolo Bonaretti

Dalla crisi dell’ Irisbus ci viene una lezione sui disastri che comporta una politica economica senza politiche
industriali. È evidente che dopo anni di tagli agli enti locali e alle regioni, dopo le ultime manovre approvate e con quella in corso si è colpevolmente colpita la domanda pubblica in settori vitali per la tenuta del paese,
soprattutto nel settore degli investimenti (mentre, come è noto, la spesa statale corrente è aumentata). Inoltre si è resa impossibile la programmazione degli investimenti, sia perché si è generata una situazione di
emergenza, sia perché l’improvvisazione e la mancanza di credibilità delle politiche governative generano un quadro di incertezza in cui nessuno, né amministratori locali, né aziende di trasporto, né le industrie sono
in grado di fare più previsioni e programmazioni di sorta. I tagli al trasporto locale sono spaventosi e insostenibili. In questa situazione le aziende di trasporto non hanno potuto fare altro che prima rallentare e poi bloccare gli ordini, quindi l’intero settore industriale è entrato in crisi. Gli effetti disastrosi continueranno. Innnanzitutto sui costi ambientali: la riduzione dimensionale e di efficienza del servizio pubblico, genererà
maggior traffico privato, con maggiori costi per i lavoratori e gli studenti, ma anche con un peggioramento della qualità ambientale, cui le città dovranno far fronte con maggiori costi per soluzioni palliative. Inoltre il
blocco della sostituzione dei mezzi non consentirà l’introduzione di tecnologie meno inquinanti e con consumi
e manutenzioni molto inferiori; ovviamente questo produrrà nuovi costi ambientali, ma soprattutto ulteriori costi economici e in particolare spesa corrente, impedendo anche una prospettiva di infrastrutture di trasporto più efficienti e soffocando sul nascere qualsiasi ipotesi di partnership pubblico-privata. Il disastro
maggiore però sarà proprio nella scelta di colpire a morte un settore industriale in cui l’Italia sempre avuto una buona capacità industriale e tecnologica. Del resto non bisogna aver studiato economia per capire che un settore industriale, che in tutto il mondo è a prevalente domanda pubblica, entra in difficoltà se si azzera la domanda interna. Non si riescono a studiare e sperimentare nuovi mezzi, nuove tecnologie, nuovi sistemi organizzativi e di trasporto. Il caso di scuola fu la nuova Metro di Napoli: l’allora Ansaldo fu in grado di studiare mezzi e tecnologie di nuova concezione che poi le consentirono di acquisire appalti in tutto il mondo. Si pensi alle sperimentazioni in corso, sull’idrogeno, su metano e idrometano, sull’elettrico e sui integrati di trasporto, sui nuovi sistemi di gestione del traffico delle città che in tutto il mondo privilegiano il trasporto pubblico e il ruolo che questo avrà nelle nuove città sostenibili. Quando questo mercato decollerà (e sta già decollando) la nostra industria sarà fuori gioco, noi non ci saremo. Nel frattempo avremo maggiori costi di gestione, e quando mai avremo risorse da investire compreremo tecnologia di altri Paesi.
Con Industria 2015 del governo Prodi , nell’ambito del progetto strategico Mobilità Sostenibile si erano messe a punto una serie di azioni convergenti di ricerca e sviluppo, di sperimentazioni in
collaborazione con le regioni e i territori che avrebbero generato in pochi anni ritorni di gran lunga superiori ai risparmi che si otterranno da questi tagli; ma Industria 2015 si è prima boicottata poi azzerata. Semplicemente irresponsabili.

L’Unità 15.09.11

""Asili e buoni scuola per i veneti doc" Pd e Udc contro Zaia: discrimini i bimbi", di Nicola Pellicani

“Prima i veneti” è lo slogan che ha accompagnato Luca Zaia in tutta la campagna elettorale, che l´ha incoronato governatore con percentuali bulgare. Un motto che, nei mesi successivi, non ha mai smesso di echeggiare nel Palazzo della Regione a guida leghista. Tant´è che adesso lo slogan si sta trasformando in un progetto di legge. Anzi tre progetti di legge, che hanno ricevuto il primo via libera in Commissione affari istituzionali del consiglio regionale, e prevedono la precedenza assoluta nelle graduatorie di accesso ad asili e servizi per la prima infanzia, buoni scuola e case popolari a chi risiede in Veneto da almeno 15 anni. Si tratta solo del primo passo, ma ce n´è abbastanza per scatenare un mare di polemiche e l´indignazione di tanta parte della popolazione veneta e non.
Il provvedimento d´iniziativa del Carroccio è passato anche con i voti del Pdl. Contrari ovviamente il centrosinistra e l´Udc che in Regione Veneto, come a Roma, sono all´opposizione. Ma anche nel Pdl c´è chi ha detto no, come l´ex sindaco socialista di Venezia Nereo Laroni. Ma l´approvazione in Commissione ha scatenato un polverone politico. Il centrosinistra parla di “norme razziste” e annuncia ricorsi.
Il pacchetto legislativo era quello presentato dalla Lega a inizio legislatura, che introduce una corsia preferenziale a coloro che risiedono o lavorano in Veneto da almeno 15 anni nell´accesso ai servizi sociali, nelle graduatorie per gli asili nido e i servizi per la prima infanzia, nelle agevolazioni per il diritto allo studio, nelle assegnazioni di alloggi pubblici e nei contributi per la prima casa. «Norme demenziali e razziste», ha protestato Laura Puppato, capogruppo del Pd. «Proposte di pura propaganda che discriminano bambini e famiglie», ha aggiunto Stefano Valdegamberi dell´Udc. Ma alle critiche dell´opposizione si è associato anche Laroni: «Odioso discriminare i bimbi. Mi rifiuto di votare queste proposte di legge. La Lega dovrebbe ritirarle». Non pare però che il Carroccio abbia intenzione di fare marcia indietro. «Queste proposte di legge – ha ricordato Federico Caner – fanno parte del programma elettorale con cui abbiamo vinto le elezioni. La proposta non è in contraddizione con la Costituzione poiché non parla di “esclusione”, bensì introduce il criterio di priorità». Al massimo i leghisti sono disposti a fare un piccolo sconto sugli anni. «Per noi ciò che conta è l´affermazione del principio, soprattutto in tempi in cui le risorse sono limitate. Al massimo possiamo quindi rivedere il limite dei 15 anni», conclude Caner. La vicenda non è passata inosservata al mondo della Chiesa che attraverso Monsignor Fabio Longoni, delegato alla Pastorale Sociale, parla di incostituzionalità del testo legislativo «perché discrimina i cittadini nei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione».

La Repubblica 15.09.11

******

“La Lega se la prende coi bambini”, di Mauro Munafò

In Veneto la Regione vuole dare ‘precedenza assoluta’ per gli asili nido (e gli altri servizi sociali) a chi abita lì da almeno 15 anni. Il Pdl appoggia la norma, solo un consigliere della maggioranza si ribella
(14 settembre 2011)
Prima di tutto ci sono i veneti: i diritti degli altri vengono dopo, e poco importa se sono poco più che neonati. Nel suo feudo del nord-est, la Lega Nord ha infatti appena presentato una serie di progetti di legge regionale dall’inconfondibile titolo ‘prima i veneti’ che istituiscono una corsia preferenziale per l’accesso ai servizi sociali. Case popolari, borse di studio e, soprattutto, graduatorie per asili nidi e servizi per l’infanzia.

Tuo figlio non è un purosangue veneto con tanto di pedigree? Allora mandalo in un nido privato, perché quelli pubblici non lo vogliono. Il requisito per essere definito un veneto doc è infatti stabilito nella residenza anagrafica ininterrotta (dei genitori) nelle terre della Serenissima Repubblica per almeno 15 anni o, in alternativa, un’attività lavorativa della stessa durata, sempre ininterrotta.

L’articolo unico che compone questo pacchetto di proposte di legge (sei in tutto) recita testualmente così: “Costituisce titolo di precedenza assoluta per gli interventi previsti dalla presente legge, la residenza anagrafica continuativa o la prestazione di attività lavorativa ininterrotta da almeno 15 anni in Veneto di almeno un genitore degli studenti”.

Un abominio giuridico tale da aver scatenato le proteste di tutta l’opposizione e di parte stessa della maggioranza. “Trovo stupido e odioso intaccare i diritti dell’infanzia, e mi rifiuto pertanto di votare queste proposte di legge perché le considero discriminatorie – ha dichiarato il consigliere Nereo Laroni, che fa parte del Pdl – indifendibili dal punto di vista etico e contraddittorie con altre leggi di questa regione’.

Ancora più dura è stata la reazione dell’opposizione, unita nel condannare questa proposta definita dai vari esponenti ‘razzista’, ‘demenziale’, ‘irragionevole’, ‘irrazionale’, ‘carente’ e molto altro ancora. “Si tratta di una mostruosità che va contro gli stessi italiani – spiegano i consiglieri del Pd in una nota – e contro quegli stessi veneti che vogliono tornare a vivere in questa regione. Una regione dove ormai, in nome di una propaganda folle, non c’è più nessuna uguaglianza nemmeno tra i bambini’.

E sì, perché nella sua follia xenofoba la Lega non si è preoccupata dei lavoratori stagionali e dei precari (che non possono godere dei 15 anni ininterrotti di attività lavorativa) oltre che dei veneti ‘purosangue’ che magari vogliono tornare nella loro regione dopo qualche anno passato all’estero. E non mancano neppure i sospetti di incostituzionalità per una legge che lede direttamente il diritto all’istruzione dei più piccoli, la cui ‘colpa’ sarebbe quella di non avere genitori radicati in Veneto.

La proposta della Lega non è comunque niente di nuovo per il Carroccio, che il ‘prima i veneti’ lo aveva già fatto passare senza troppo successo nelle aule del Consiglio nel 2008, quando però in Veneto governava Galan di Forza Italia. Conquistato il potere con Zaia, i tempi si sono fatti maturi per riprovarci, stavolta con buone probabilità di successo. Al momento attuale infatti, tre di queste proposte di legge (relative ai buoni scuola, ai servizi per la prima infanzia ed asili nido e all’assegnazione degli alloggi popolari) hanno ottenuto il parere di congruità dalla Commissione Affari Istituzionali del Consiglio veneto, ma dovranno adesso passare alle altre commissioni competenti prima di essere approvate.

L’Espresso 15.09.11

"Leghisti nel posto sbagliato", di Giuseppe Vespo

Per ora è solo un «modello 45»: un’indagine senza ipotesi di reato né indagati. Ma è il segno che alla procura di Monza non è passato inosservato l’incontro di lunedì tra Bossi, Calderoli e i 14 rappresentanti delle Province a guida leghista, riuniti nelle nuove sedi ministeriali di Villa Reale manco fossero gli uffici politici
del Carroccio. «O è un ministero o è una sede di partito», commenta una fonte che spiega come le due cose non possano essere confuse. Nel fascicolo al momento ci sono solo i ritagli dei giornali che parlano della riunione di Bossi & Co., ufficialmente convocata per discutere l’abolizione delle Province. Non che qualcuno sia preoccupato per la poltrona, si sono affrettati a spiegare gli amministratori padani. Semmai il
timore è per il vuoto di rappresentanza che si potrebbe lasciare nei territori. Un sentimento certamente trasmesso al ministro Tremonti, anche lui – brevemente – in visita negli uffici ministeriali assegnati guarda caso proprio all’Economia, alla Semplificazione (Calderoli) e alle Riforme (Bossi). Le tre dependance istituzionali, pegno pagato da Berlusconi al Carroccio in cambio del suo sostegno, avevano già irritato il presidente Giorgio Napolitano, che alla vigilia dell’inaugurazione di fine luglio ha scritto al premier «una lettera contenente rilievi e motivi di preoccupazione sul tema». Ma nessuno evidentemente aveva considerato che, come riportato sui manifesti leghisti, «Quando un popolo come quello padano cammina, piega la storia». Nei giorni scorsi il dibattito è poi sfumato, complice il disastro che sta piegando i mercati
finanziari e le inchieste che da Monza a Napoli stanno piegando la politica. Fino a lunedì, quando la verve sui ministeri al Nord è ripresa proprio con la riunione della Lega, che stavolta ha fatto storcere la bocca a qualche pm: «Ma come!», commenta una fonte del Tribunale brianzolo, «sulla Villa Reale vedo la bandiera
italiana, ci sono i ministeri, non è di proprietà del Carroccio. E allora mi domando: chi paga?».

L’Unità 15.09.11

******

“Il partito caserma che non hai mai tollerato il dissenso”, di Oreste Pivetta

Nella Lega un regime stile Pol Pot. Storia vecchia. L’accusa la pronunciò tredici anni fa un leghista importante, per quanto veneto, che rivendicando autonomia per il Veneto, venne immediatamente espulso dal partito di Bossi. L’ex leghista in questione si chiama Fabrizio Comencini, uomo che portava un filo di cultura politica sul Carroccio. Era un astro nascente: venne immediatamente abbattuto. Continuò nella politica senza grandi fortune. Comencini è uno dei tanti leghisti che alzarono la testa e che finirono presto
azzoppati: Castellazzi, Franco Rocchetta, Manuela Manin, Luigi Negri, tra gli ultimi il vicentino Davide Lovat (per la rivelazione di un miracolo che aveva trasformato un terreno agricolo in terreno edificabile a tutto vantaggio di un boss padano). Anche Miglio, l’ideologo degli inizi, lo studioso del federalismo, venne presto accantonato. Solo accantonato: era un professore e non sosteneva duelli al vertice. Si riparla di espulsioni… quando il partito è in crisi, si trascina nella pestilenziale alleanza con Berlusconi, si divide su tutto. Quando il “capo” conta meno e governa meno, lasciando per forza ma controvoglia spazio alle correnti, ai maroniani che rivendicano un ruolo più attivo e indipendente del partito, al “cerchio magico” di Calderoli, sempre più stretto a Berlusconi, mentre c’è una base che discute e che contesta, senza più speranze nelle rivoluzioni promesse da Bossi, immiserite in uno stanco federalismo che non vedrà mai la luce e in una targa affissa sui muri della Villa Reale di Monza, quella dei ministeri del Nord. Si riparla di espulsioni e il dito è puntato contro Maroni, in primo luogo, poi contro il sindaco Tosi, il veronese che contesta le manovre governative e già mette la parola fine al film berlusconiano, poi i sindaci leghisti in blocco, diffidati dal partecipare alle manifestazioni dell’Anci, che non gradisce ovviamente i tagli di Tremonti. Di Maroni ha detto Bossi: «È amico mio da sempre». Chiuso, a parole e per il momento, perché intanto la signora Bossi, e cioè, Manuela Marrone, avrebbe intimato al marito di cacciare Maroni e accoliti, gli altri eventuali traditori, oltre a Tosi, Fontana e Giorgetti, e intanto sul web imperversa da settimane Velinaverde, che si definisce «pagina di informazione per tornare alle origini della Lega Nord, a quella dura e pura di Bossi» e elenca malefatte di Maroni («Alì Baba e i quaranta Maroni insubri») e rappresenta in dettaglio il “sistema”, che il ministro avrebbe messo all’opera per controllare tessere e poltrone. Saranno anche questi momenti di battaglia politica, ma il metodo è quello della insinuazione, della calunnia, eccetera eccetera. Bell’aria sotto il Carroccio, che per l’altra parte si aggrappa al tandem Calderoli-Reguzzoni, con l’aggiunta di Rosi Mauro, più che vicepresidente del Senato ormai caritatevole guardiaspalle di Bossi (ha pure abbandonato Milano per avvicinarsi al capo, occupando una villa della ridente Gemonio), il “cerchio magico” che circonda Bossi e che la base non ama: sono loro, per definizione, i “poltronisti” per eccellenza, quelli che alla Legahanno fatto sempre finta di biasimare in sommo grado. Legato a Silvio, il partito di Bossi ha imboccato la china dell’autodistruzione. Ma non è solo la conclusione del ciclo berlusconiano. La verità è che la base sociale della Lega è mutata o ha mutato orientamenti: artigiani, piccoli industriali della provincia italiana, redditi fissi, ceti sociali in difetto di rappresentanza, se ce l’hanno fatta, ce l’hanno fatta da soli, lontanissimi dai propagandistici traguardi indicati da Bossi: secessione, indipendenza, Padania, persino federalismo con questo governo, non promettono più niente e se verranno i cinesi a salvarci cadrà anche l’ultimo tabù leghista.

L’Unità 15.09.11

******

L`ennesima giravolta del senatur spiazza i “soldati” leghisti, di Michele Brambilla

C’ è sempre un momento, alle manifestazioni della Lega, in cui qualche pezzo grosso prende la parola e inveisce contro ì gìornalìsti: «Sì sono inventati spaccature al nostro interno, tutte balle, la Lega è unita!». E giù applausi perché l`indice di gradimento dei giornalisti, basso ovunque, nel mondo padano è sottoterra. Non sarà facile, però, replicare questa specie di gag ai prossimi comizi.

Le divisioni interne sono ormai alla luce del sole. Ieri ad esempio il sindaco di Varese, Attilio Fontana, ha dovuto dimettersi dalla presidenza dell`Anci, l`associazione nazionale dei comuni italiani, per aver deciso di non partecipare allo sciopero dei sindaci contro la manovra, programmato per oggi. Fontana era stato l`ideatore di questo sciopero.

Se ha deciso di non parteciparvi è solo perché lunedì il consiglio federale della Lega – massimo organo di partito – ha imposto ai sindaci tesserati di non aderire all`iniziativa dell`Anci. «Mi sono trovato mio malgrado di fronte a un bivio», ha scritto ieri Fontana in un comunicato, e per non essere espulso dalla Lega ha lasciato l`Anci.

Ma precisa di non aver cambiato idea sui motivi della protesta dei Comuni contro i tagli. E nel Varesotto quasi tutti gli amministratori locali leghisti sono con lui. Ieri sul sito web del quotidiano «La Provincia di Varese» il consigliere comunale varesino Gladiseo Zagatto («Bossi è mal consigliato»), il consigliere provinciale Marco Pinti, il capogruppo cittadino Giulio Moroni e il dirigente Marco Bordonaro hanno espresso senza timori la piena solidarietà a Fontana.

Poi c`è il caso Tosi. Lunedì scorso Flavio Tosi, il sindaco di Verona, in un`intervista al «Corriere della Sera» si è reso responsabile di lesa maestà: «Un ciclo è concluso – ha detto -. La cosa migliore sarebbe che Silvio Berlusconi decidesse di farsi da parte. Ma non nel 2013: il prima possibile». Per queste parole ha rischiato di essere espulso. Pare che il consiglio federale di lunedì, quello in cui si è deciso il diktat anti-sciopero dei sindaci, fosse stato inizialmente convocato proprio per buttare Tosi fuori dal partito. E pare che si sia poi deciso di sorvolare perché Tosi è un sindaco forte, con un grande seguito in Veneto e stimato anche da molti non leghisti, compreso il presidente Napolitano.

Sullo sfondo di tutto c`è la spaccatura, ormai evidente, tra i fedelissimi di Bossi e quelli di Maroni. Tra i due c`è sicuramente un`antica amicìzìa, ma c`è anche un dissidio politico ormai arrivato alla resa dei conti. Bossi è per la fedeltà assoluta a Berlusconi: c`è chi dice per l`aiuto che il premier gli assicurò dopo l`ictus di sette anni fa, c`è chi dice per un patto di ferro (e d`argento) stipulato prima delle elezioni del 2001: sta di fatto che Bossi non vuole abbandonare l`amico Silvio. Mentre Maroni pensa che, se la Lega non si smarca adesso, finirà con l`affondare con il premier.

Maroniani sono, per intenderci, Fontana e Tosi. Bossiani il segretario regionale veneto Gian Paolo Gobbo, sindaco di Treviso, e soprattutto l`ormai celeberrimo «cerchio magico», vale a dire un ristrettissimo gruppetto che ha preso in custodia un Bossi sempre più provato dai segni della malattia:

la moglie Manuela Marrone, il figlio Renzo, la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, i capigruppo alla Camera e al Senato Marco Reguzzoni e Federico Bricolo.Dì questo «cerchio magico», che ormai blinda il Senatùr anche fisicamente con una marcatura stretta, i maroniani dicono (naturalmente a taccuini chiusi e microfoni spenti) il peggio che si possa dire.

La divisione maroniani-bossiani condiziona tutta la vita del partito. Ad esempio, tra poco si voteranno i nuovi segretari provinciali. A Brescia si scontreranno Fabio Rolfi (maroniano) e Mattia Capitanio (cerchio magico); a Varese le duè fazioni stanno scegliendo gli sfidanti, mentre in Val Camonica c`è grande fermento perché al congresso di fine mese sul banco degli imputati (l`accusa: scarsa presenza sul territorio) ci saranno l`assessore lombardo Monica Rizzi e nientemeno che Renzo Bossi.

«Il cartellino giallo ai Tosi e ai Fontana è quanto di più lontanamente leghista ci possa essere. Nel dna del Carroccio la difesa del locale viene prima di qualsiasi intesa romana», ha scritto ieri su Libero Gianluigi Paragone, ex direttore de «La Padania». E questo significa che quel che sta succedendo non è una bega da vecchia Dc, una divisione come ce ne sono in tutti i partiti.

In gioco c`è la stessa essenza, e forse la sopravvivenza, della Lega.

La Stampa 15.09.11

"Basta lamentarsi la scuola la salviamo noi", di Marco Rossi Doria

Al di là dell’interpretazione delle cifre, i soldi investiti nella scuola scendono da anni. Non c’è dirigente, docente o genitore che non lo avverta. Ma c’è una novità nell’aria: le scuole si domandano se questo non sia comunque il tempo di smettere di lamentarsi e innovare coi mezzi che ci sono. Da dove partire? Basilicata Lo chiedo a Pancrazio Toscano. Da poco in pensione. Maestro elementare fin da giovane e ricercatore di geografia. È di Tricarico, Basilicata, paese del quale è stato anche sindaco. Da maestro aveva inventato, negli anni Settanta, la classe itinerante. Portava i bimbi a esplorare e studiare i territori dal punto di vista geografico, storico, scientifico, letterario. Con un accordo con l’Alitalia li ha persino portati gratuitamente a volare «per vedere e disegnare l’Italia dall’alto». E’ stato dirigente scolastico a Como, in una difficile periferia romana, nei paesini e nelle città lucane.

«Si parte da cos’è la scuola dell’ obbligo, che è “il luogo intenzionalmente organizzato per apprendere insieme ad altri, non consanguinei». Il che significa che anche noi che insegniamo dobbiamo farlo. Il fulcro è il gruppo docente in azione, che riflette sul da farsi. Questo è al contempo formazione. Certo, ci vuole una manutenzione culturale, un accompagnamento. E il dirigente deve tornare ad essere – insieme ad altri facilitatori rispettosi – innanzitutto persona di scuola, attenta alla postura delle risorse umane. Sì, postura: guardare in alto per non cadere. E poi dedicarsi artigianalmente al come e al cosa si fa, ogni giorno. Con tutti i docenti. Perché solo il 5% non lo farà mai.. Ed è assurdo che solo la scuola primaria faccia due ore a settimana nelle quali ci si confronta su quel che si fa. Prima proposta: estendere questa esperienza a medie e superiori. Anche la formazione iniziale va fatta sul cosa e il come, stando a scuola, con docenti più esperti. Ci vuole molta cura delle relazioni, tempi lenti e procedure costanti. Quel che vale per i ragazzi vale anche per gli adulti. Bisogna tutti tornare a imparare. C’è un evidente calo di motivazione? Per rimotivare bisogna anche differenziare. Ma attenzione! – tenendo i gruppi uniti. Lo skipper deve tenere uniti tutti usando bene ogni differenza. Ma poi annusa il vento. Ci siano singoli docenti bravi e cattivi. Ma fermarsi a questo significa non sapere come è una scuola e non dà spazio alle parti promettenti di ognuno e alla forza pacata di un gruppo. E io ho visto che più c’è costruzione di laboratori, di invenzioni comuni, di ricerca di rigore dentro ogni novità più c’è coinvolgimento dei ragazzi e più crescono anche i docenti».

Torino Giulia Guglielmini è dirigente da 5 anni. Prima aveva insegnato in ogni ordine di scuola, dalle primarie all’ università. «Sì, ci sono incerte risorse economiche e nell’organico, mobilità degli alunni, ecc. Ma qui – zona di Porta Palazzo, Torino – sento che si è in un punto strategico, un centro vero, che induce cambiamenti. Perché apre alla multi cultura, al mondo globale. E questo spinge a cambiare i modi della scuola e alla riflessione, alla creatività: apprendimento cooperativo, laboratori, azioni personalizzate, differenziazioni senza escludere, lavoro con i genitori, sinergie continue con il volontariato. Le nostre pratiche sono altrettante riforme messe già in campo. Ma il confronto nazionale tra tante esperienze così – ecco il sogno nel cassetto può avvenire grazie a un forte sviluppo delle reti professionali di chi insegna, del confronto tra gruppi docenti e scuole attraverso il web 2.0, gratuito, comunitario, fondato sul lavoro svolto, sulle idee attuate. Vorrei scuole con più soldi perché siano sicure ed accoglienti. E per fortuna ci sono i genitori che si attivano, ridipingono le aule, tengono su la scuola. Perché la scuola pubblica è sentita come luogo di costruzione di futuro. E oggi regge alla crisi perché ci sono docenti, bidelli, genitori, dirigenti che ci credono».

La Stampa 15.09.11

"Confindustria taglia le stime sul Pil: +0,7% nel 2011, +0,2% nel 2012. Pressione fiscale record", di Nicoletta Cottone

Zavorre, ostacoli, pericoli remano contro il radicamento della ripresa: «i consumi delle famiglie sono fermi», gli investimenti «stagnanti», il mercato del lavoro «rimane imballato». L’Italia soffre, ormai da qualche decennio, “il mal di lenta crescita”. Un male che va aggredito con una terapia d’urto. Pochi occupati, poca crescita, è la denuncia del rapporto del Centro Studi di Confindustria, presentato nel corso del seminario su occupazione e crescita, che si svolge in viale dell’Astronomia, alla presenza della presidente Emma Marcegaglia, e del direttore generale, Giampaolo Galli. Confindustria rivede al ribasso le stime di crescita che, oltre a risentire delle pur «indispensabili e senza alternative manovre per raddrizzare rapidamente i conti pubblici» sono condizionate anche dalla «frenata globale e dall’instabilità dei mercati finanziari, esacerbata anche dalla grave crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona».
Una terapia d’urto contro il “mal di lenta crescita”
L’Italia soffre, dunque, ormai da qualche decennio, “il mal di lenta crescita”. E «questo male va aggredito con una terapia d’urto, uno short sharp shock». Il Centro Studi di Confindustria torna a sollecitare il governo sul fronte delle riforme necessarie per invertire la rotta. «Agendo contemporaneamente su un insieme di fronti, il Pil – assicura il Csc – può aumentare di decine di punti percentuali in un arco di tempo ragionevole».

Pressione fiscale record nel 2012: salirà al 44,1%
Pressione fiscale record nel 2012 anche per effetto della manovra bis. Secondo il Centro studi di Confindustria quest’anno la pressione fiscale raggiungerà il 42,8% e l’anno prossimo salirà al 44,1%, oltre il massimo storico del 43,7% toccato nel 1997 per l’entrata nell’euro.

Allarme occupazione: 729 mila posti in meno in 5 anni
Il 2012 si chiuderà con 729mila unità di lavoro in meno rispetto al 2007. A lanciare l’allarme è il Centro Studi di Confindustria sottolineando che il tasso di disoccupazione si attesterà all’8,2% nel 2011 e all’8,3% nel 2012. «Il problema di questa crisi – sottolinea il direttore del Csc, Luca Paolazzi – è che la disoccupazione tende a diventare strutturale».

Pil in calo nel 2011
Gli industriali prevedono quindi una crescita del prodotto interno lordo nel 2011 pari allo 0,7%, rispetto alla stima di giugno di un rialzo dello 0,9%. Nel 2012 la crescita dovrebbe addirittuta ridursi allo 0,2%, a confronto con il progresso dell’1,1% previsto tre mesi fa. La situazione, però, come ha spiegato il direttore del centro studi di Confindustria, Luca Paolazzi, illustrando le stime contenute nei consueti scenari economici, «potrebbe migliorare mettendo in campo le riforme». Gli industriali, infatti, stimano che con le riforme e lo sblocco degli investimenti il Pil potrebbe crescere dell’1,5% nel 2012 e di un altro punto percentuale nel 2013. Al momento, in ogni caso – spiegano a viale dell’Astronomia – «sul 2012 incidono gli effetti di tre manovre (quella varata nel 2010 e quelle di luglio e agosto) per complessivi 38,4 miliardi di euro, di cui 25,4 miliardi non conosciuti a giugno. Questi ultimi, comunque, hanno un impatto negativo inferiore al punto percentuale. L’impatto della recessione sull’economia italiana – spiegano gli industriali – é stato il più ampio tra i paesi industrializzati: -6,9% di pil tra il picco nel primo trimestre del 2008 e il minimo toccato nel secondo del 2009».

www.ilsole24ore.it