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"Così la scuola scoppia", di Vera Schiavazzi

Rumore. Un fiume di bambini fa molto rumore, e anche un po´ di paura (per loro) quando si riversa tra grida e spintoni nel corridoio. È questa la prima sensazione quando ci si affaccia nella classi sovraffollate dove anche la – criticatissima – ultima circolare ministeriale che autorizza classi di 26 alunni diventa lettera morta di fronte a una necessità: accogliere tutte le famiglie che bussano alle porte di una scuola pubblica calpestata e dimenticata. I bidelli si fanno segnali da una parte all´altra del corridoio, “ferma quello, guarda quell´altro”, sembrano dire, disincantati e impotenti, e certo non resta loro tempo per fare le pulizie.Subito dopo, arriva la seconda domanda: come si può insegnare a leggere, scrivere e fare di conto a bambini che siedono stipati in aule simili a pollai? Ventisette piccoli di sei anni, prima elementare (tanti ce ne sono alla “Aristide Gabelli”, una scuola di Barriera di Milano, subito al di là di Porta Palazzo nella periferia orientale di Torino) sono difficili da controllare. C´è chi non sta fermo un secondo, chi lancia oggetti ai compagni, chi grida, chi piange e chi ride, chi, come Benjamin, non sa parlare e avrebbe bisogno di un insegnante di sostegno che non c´è. Alle otto del mattino suona la campanella di questa scuola costruita cento anni fa. Un fiume di bambini (in tutto sono 750), jeans, magliette e scarpe colorate, scorre lungo i corridoi e le scale, che, per fortuna, sono state costruite quando lo spazio non era un problema e le città potevano essere disegnate pensando al futuro. C´è di peggio, in giro per l´Italia dei tagli alla scuola, dove qualche volta anche alle elementari si arriva a 30 o 31 bambini per classe. Alla Gabelli una vigorosa dirigente scolastica, Nunzia Del Vento, continua a scrivere e cancellare e spostare nomi su dei tabulati, chiede ai bidelli di portar su qualche altro banco dalle cantine, decide se e quali porte rimontare perché si aprano nell´altro senso. Una porta cambiata può rivelarsi decisiva: se si apre verso l´esterno la classe diventa più grande e invece di due banchi per fila se ne possono mettere tre, un po´ come su un aereo low cost. E siccome un funzionario pubblico, anche se è arrabbiato, dovrebbe far funzionare le cose, la direttrice cerca, anche, di far quadrare i conti: «Abbiamo 58 insegnanti e pochissime unità di personale non docente, così avevamo già chiamato le cooperative per l´assistenza e gli altri servizi. Quest´anno i fondi a disposizione sono stati ridotti del 26 per cento. La coperta è corta, sorvegliare che i bambini non si facciano male durante l´intervallo è la cosa più importante di tutte, vorrà dire che taglieremo sulle pulizie…».
«Così, però, stiamo buttando via la qualità di una scuola pubblica che era tra le migliori d´Italia – commenta Silvia Bodoardo, mamma e rappresentante del Coordinamento dei genitori – e, cosa ancora più grave, produciamo ingiustizie: chi è seguito a casa ce la farà comunque, chi non ha mezzi si fermerà alla fine dell´obbligo, anche se ha talento e bravura». Ma alla Gabelli molti genitori non hanno tempo per queste cose. «Abbiamo il 70 per cento di bambini di nazionalità non italiana, in gran parte nati qui, ma molti appena arrivati – spiega Del Vento – Queste famiglie sono soggette a una mobilità altissima, si spostano, vanno dove c´è lavoro o dove trovano una casa, e non è possibile prevedere in marzo quanti bambini ci saranno in settembre, come vorrebbero i regolamenti. A luglio mi sono resa conto che erano già troppi e ho scritto alle scuole vicine per chiedere aiuto. Nessuna risposta, ma non mi stupisce, sono piene anche loro. Gli ultimi sono arrivati in settembre, tre fratellini, alla famiglia era appena stata assegnata una casa popolare proprio qui dietro… Giustamente, la legge prevede che non si possa respingere nessuna domanda, giustamente i genitori vogliono una scuola sotto casa, comoda, dove i meno piccoli possano andare e venire anche da soli… Ed eccoci qui». Nel caos, allegro ma faticoso, della 1 A l´appello del mattino non esiste più, e del resto chi riuscirebbe a leggere tutti quei nomi e quei cognomi e a sentire le risposte? Meglio contare, e controllare un po´ per volta col registro alla mano, e abituarsi un giorno dopo l´altro alle nuove facce e a nuovi nomi che arrivano da tutto il mondo. Perfino la Somalia con la sua carestia contribuisce a riempire i corridoi della scuola intitolata a un filosofo semi-dimenticato, perché da un anno a questa parte i bambini che arrivano dal cuore dell´Africa sono sempre di più e stanno per raggiungere altri gruppi, i piccoli cinesi (molte delle loro famiglie, intanto, si stanno spostando in nuovi quartieri), i rumeni, i marocchini. La maestra Antonietta spiega: «Facciamo incontri con diversi gruppi di genitori, i bambini sono molto bravi nell´aiutarci a tradurre quando manca il mediatore, i moduli per l´iscrizione li abbiamo fatti nelle diverse lingue anche grazie a loro». Alle pareti ci sono ancora i disegni dell´anno scorso, domina il tricolore e l´idea di Italia e di Risorgimento pare popolarissima in questa scuola di periferia, dove tutti sanno fare tutto e le maestre sono diventate bravissime ad appendere ai fili tesi di traverso ai corridoi disegni e piccoli oggetti fatti dai bambini. Ma non potrà andare avanti a lungo: «Banchi e arredi non ci sono ancora mancati perché ce li aveva comprati il Comune, che ora non potrà più farlo. Quest´anno per la prima volta abbiamo tagliato un pomeriggio di scuola alla settimana, prima si usciva sempre alle 16,30, ora al venerdì si va a casa, anche se mamma e papà lavorano. Gli alunni sono tanti, non posso obbligare tutti a lavorare più del dovuto o a fare straordinari non pagati». Se le si chiede come va con la didattica, che cosa si riesce a insegnare a una classe di 27 piccoli urlanti, la direttrice sorride: «Abbiamo insegnanti bravissimi e motivati, anche chi arriva da lontano impara l´italiano rapidamente. Semmai i problemi sono altri: i bambini disabili che non hanno abbastanza sostegno, la crisi che rende difficile per le famiglie pagare di tasca propria materiali o attività. La legge dice che la scuola dell´obbligo deve essere quella più vicina a casa, a meno che i genitori non ne scelgano un´altra sulla base dei “principi educativi”. Beh, qui non capita mai…». In compenso, Nunzia Del Vento è preoccupata per i Vigili del Fuoco. Già, perché i certificati antincendio non si aggiornano con la stessa velocità del fiume di bambini che preme alle porte della scuola, e se su un certificato c´è scritto che in quell´aula ci sono 24 o 25 persone, maestra compresa, non dovrebbe essercene neppure una di più. «Alcuni di noi – spiega la direttrice, che è anche un´esponente dell´associazione sindacale dei dirigenti scolastici – non ci dormono la notte, la responsabilità civile e penale è tutta sulle nostre spalle». Chi ha tagliato con l´accetta i conti delle scuole, poi, non ha pensato che nel frattempo anche i bilanci dei Comuni precipitavano verso il basso. A Torino, dove dalle mense ai banchi, dagli scaffali alle palestre, anche nelle scuole statali, molto è stato spesso speso dalla città perché ministri e ministeri erano troppo lontani e quelle cose altrimenti non sarebbero mai arrivate, ora il problema è tangibile, e al Comune non si può più chiedere neppure un tavolino. Così, ci si arrangia: il Comune manda ancora i suoi tecnici a cambiare il senso alle porte senza spedire il conto al ministero, e continua (con fatica) a fare appalti per il servizio di mensa, ma tutti sanno che i tempi della generosità tra istituzioni sono finiti. Come una madre che ha fatto provviste, Nunzia Del Vento pensa a voce alta: «Per fortuna, due anni fa avevamo pensato di chiedere qualche tavolo in più e gli armadi chiusi dove i libri non prendono la polvere. Mi ricordo che mi ero detta ‘così ci resta un po´ di scorta´…». Per fortuna, quasi per miracolo, i portoni della Gabelli, una scuola grande come un isolato, si spalancano ogni mattina alle sette e si richiudono la sera alle sei, quando anche chi lavora fino a tardi si decide a andare a casa, quando anche l´ultimo bambino è stato preso dall´ultima mamma trafelata. E quando alle 9.55 suona la campanella del primo intervallo, fa un po´ di paura vedere quel groviglio di bambini che si precipita in corridoio, corre, spinge. È solo il 15 settembre, bisogna arrivare fino a giugno. Ma i miracoli, si sa, non si ripetono all´infinito.

La Repubblica 16.09.11

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“Noi ragazzi delle classi-pollaio” A scuola la rivolta delle famiglie, di Corrado Zunino

Anno scolastico 2011-2012, esplodono le classi pollaio con anche 42 alunni in una sola classe. A Bologna il novanta per cento delle scuole ci sono classi con uno o due portatori di handicap e più di venti alunni. Vietato per legge. Al liceo scientifico Scacchi le aule sono tutte sopra i trenta. A Roma accorpamenti e tagli agli organici regalano “over 30” alle superiori Talete, Tacito, Kant e Virgilio.Sulle classi pollaio e i ragazzi in batteria c´è un problema di cifre, e di interpretazione delle cifre. Basandosi su un dato della stagione scorsa rimodulato sulle tendenze in corso, il ministero dell´Istruzione ha detto che dalla prima elementare alla quinta liceo in Italia ci sono solo 2.108 classi (su 350 mila) con oltre trenta studenti stipati. Rappresentano lo 0,6 per cento e coinvolgono 63.240 ragazze e ragazzi. Insiste la Gelmini: abbiamo una media di ventidue alunni per aula, un punto sotto i paesi economicamente sviluppati. E i suoi dirigenti precisano: la soglia dei trenta è artificiosa, in alcuni casi in ventisette si sta stretti e in trentadue larghi. Ci sono diversi problemi rispetto alle cifre pubbliche. Il ministero continua a considerare “aule sovraffollate” quelle con almeno 31 studenti. C´è una sentenza del Consiglio di Stato del 15 giugno 2011 che fissa il tetto, invece, a quota 25. Da ventisei in su, dice, è pollaio. E ci sono tre sentenze del Tar del Molise firmate a ridosso dell´anno scolastico che confermano: in aula non più di venticinque. «Non si può pregiudicare il rispetto di norme igieniche e di sicurezza». E la possibilità di ascolto della lezione. Sono 1,96 i metri quadrati necessari per ogni alunno, ma a Larino, provincia di Campobasso, c´era mezzo metro in meno. Al ministero, segnalando che sette scuole in difficoltà su dieci sono superiori, fanno sapere che per loro il numero massimo resta trenta e che della sentenza del Consiglio di Stato hanno fatto propria solo la seconda parte: «Abbiamo redatto un piano programmatico per l´edilizia scolastica, la prossima settimana distribuiremo 400 milioni alle Regioni». Per rimettere a posto le nostre scuole – una su due sono da rifare – servirebbero venti miliardi.
È probabile che un ricalcolo delle classi pollaio con la “quota 26” come riferimento offrirebbe alla Gelmini percentuali imbarazzanti. Inoltre, lo “0,6%” indicato non può essere motivo di vanto: nel 2009 le aule sovraffollate erano lo 0,4%, le cose peggiorano. E la fotografia della stagione 2011-2012 illustrerà una situazione che precipita.
Già, le indicazioni provenienti da tutta Italia sono pesanti. A Bologna, il coordinamento dei presidenti di istituto segnala che nel novanta per cento delle scuole ci sono classi con uno o due portatori di handicap e più di venti alunni. Vietato per legge. Al liceo scientifico Scacchi le aule sono tutte sopra i trenta. A Roma accorpamenti e tagli agli organici regalano “over 30” alle superiori Talete, Tacito, Kant, Virgilio. Lo scientifico D´Assisi è arrivato a quota 42, fino a quando gli studenti hanno piantato le tende e il ministero è intervenuto. Intorno ai trenta sono quasi tutte le prime. Il preside del classico Kant: «L´alternativa al pollaio era il sorteggio per mandare via alcuni ragazzi, non me la sono sentita». La dirigente del Giulio Cesare: «Con questi numeri i più deboli restano indietro e aumentano le bocciature». A Colleferro, hinterland della capitale, Istituto tecnico Cannizzaro, si gioca con la decenza: 37 alunni di cui due disabili. Molti genitori romani si sono già rivolti al Tribunale amministrativo, quattro istituti hanno ottenuto dai giudici la sospensiva.
“Over trenta” si segnalano nella provincia di Pavia e in Toscana (tutta la Valdarno, il Grossetano). A Fucecchio, un´altra malandata ragioneria, sono rientrati nell´aula (ampia peraltro) i quarantuno che avevano scioperato. Non c´erano pc per tutti, né spazio in palestra: la classe è stata spezzata in due. I 27-28 alunni per classe sono il criterio di partenza in Piemonte. Se si apre il capitolo “serali” si arriva alla quota infernale di 56: Istituto professionale Bertarelli, Milano. A Ozieri, Sassari, sono in rivolta docenti e discenti. Senza spazi sufficienti per ristrutturazioni in corso, cinque classi delle medie di Trenta, Cosenza, sono state sistemate nella sala del Consiglio comunale, nella sala degli assessori, nella sede dei vigili urbani, nella biblioteca comunale.

La Repubblica 16.09.11

"Anche l'Emilia-Romagna ricorre contro il dimensionamento", da Tuttoscuola

La Regione spiega di ritenere che “la materia dell’organizzazione scolastica sia oggetto di potestà normativa concorrente e che allo Stato spetti la sola emanazione delle norme di principio, mentre alle Regioni competono le disposizioni di dettaglio”. Come anticipato in una precedente notizia, che riprendeva le dichiarazioni di Stella Targetti, vicepresidente di Regione Toscana con delega all’Istruzione (nonché presidente della Commissione Istruzione all’interno della Conferenza delle Regioni), la Regione Emilia-Romagna in una nota dà conto del proprio ricorso alla Corte Costituzionale contro la Manovra del Governo del 15 luglio, nella parte che riguarda l’organizzazione scolastica e che impone la creazione di istituti scolastici comprensivi costituiti da un numero minimo di mille alunni, 500 nelle scuole di montagna.

Nel comunicato, la Regione spiega di ritenere che “la materia dell’organizzazione scolastica sia oggetto di potestà normativa concorrente e che allo Stato spetti la sola emanazione delle norme di principio, mentre alle Regioni competono le disposizioni di dettaglio”.

“La Corte Costituzionale già in passato ha confermato la nostra interpretazione sul tema”, ha spiegato l’assessore regionale alla Scuola Patrizio Bianchi, citando la sentenza n. 13 del 2004: “Da tempo abbiamo avviato una politica di ottimizzazione del dimensionamento scolastico, ma sempre con un processo di concertazione con le comunità locali”, ha proseguito, ricordando che “il 60% delle scuole nella nostra regione sono già istituti comprensivi, ma imporre i 500 alunni nei territori di montagna significherebbe accorpare situazioni molto lontane tra loro e di fatto annullare il radicamento delle scuole sul territorio”.

Tuttoscuola 16.09.11

La beffa del Ponte che non c´è così appalti e assunzioni hanno già bruciato 400 milioni", di Giuseppe Baldessaro e Attilio Bolzoni

La decisione di Bruxelles non ha fermato le spese folli quasi 500mila euro stanziati per la formazione di personale. È stato pagato uno studio sull´impatto emotivo dell´opera ma c´è anche una ricerca sugli uccelli migratori della zona. Le procedure di acquisto dei terreni procedono spedite ma su quelle aree probabilmente non sarà costruito nulla. Per 42 anni è stato sperperato denaro della collettività. Ma chi ha favorito e chi ancora favorisce questo scialo infinito?mQuanto abbiamo speso per le ricerche sulle evoluzioni di falchi e poiane nel cielo fra Reggio e Messina? Se ci sta costando così tanto e ancora non c´è, quanto ci costerà se davvero dovessimo vedere unite Calabria e Sicilia? È fatto di carta. Non si stufano mai di disegnarlo, di ritoccarlo nel suo slancio a una o due o a tre campate verso l´isola, d´immaginarselo indistruttibile mentre sotto un bombardamento nucleare la Sicilia e la Calabria sprofondano nel mare. Ma il loro Ponte resta lì intatto e perfetto, sospeso per miracolo nell´aria. Abbiamo pagato anche per questa prova di resistenza: lo studio «su un ipotetico attacco atomico». Paghiamo sempre per il Ponte che non c´è. L´altro giorno ci hanno presentato l´ultimo conto: 454 mila euro.
La regione Calabria è pronta a finanziare i primi corsi di formazione professionale per «preparare» otto tecnici che, a loro volta, dovrebbero «preparare» tutti i dipendenti che saranno assunti per aprire un cantiere o per distribuire gli stipendi alle maestranze. Il Ponte è un abbaglio lontano ma l´agenzia «CalabriaLavoro» ha già pubblicato il suo bando. Vogliono subito un esperto giuridico, tre informatici, due amministrativi, un valutatore e un revisore contabile. Ed è solo il primo, di bando. Quei furbacchioni di Catanzaro e di Reggio hanno annunciato tutti contenti che ne stanno sfornando un altro. Vogliono al più presto pure «gli addetti alla manutenzione dell´opera». Molto previdenti. Già pensano alla salsedine che aggredirà i piloni o i binari dove sfrecceranno i treni. Lo chiamano Ponte ma lo sanno tutti che è un pozzo. Se ci sta costando così tanto e ancora non c´è, quanto ci costerà il giorno quando – chissà quando – vedremo unite Scilla e Cariddi?
IL POZZO SENZA FONDO
Non c´è. Qualcuno però dà a intendere che prima o poi ci sarà. Fino ad ora è servito solo per divorare soldi. I giudici della Corte dei Conti calcolano che siano stati spesi dal 1986 al 2008 poco più di 200 milioni di euro, c´è chi dice invece che i milioni sono quasi 300 e, se si aggiungono i costi delle trivellazioni degli ultimi mesi, la cifra totale dovrebbe sforare i 400. Numeri che ballano ma poi mica tanto. Quasi tutto il denaro è sparito in progetti. E in altri progetti. Sempre nuovi progetti. Ultimi. Finali. Definitivi.
È una (carissima) visione onirica che ci insegue da quarant´anni – era il 1971 quando la legge numero 1.158 prevedeva la costituzione della Società Stretto di Messina «per la realizzazione e la gestione del collegamento stabile fra la Sicilia e la Calabria» – e che ha fatto crescere quest´albero della cuccagna che ha arricchito le solite cricche di ingegneri e architetti, ha ingrassato eserciti di specialisti e consulenti, che ha scatenato gli appetiti di malavitosi perennemente in agguato sulle due sponde per accaparrarsi appalti. Due anni prima di quel 1971 era stato bandito dall´Anas e dalle Ferrovie dello Stato il «concorso di idee», 143 i lavori presentati: 125 firmati da italiani, 8 da americani, 3 da inglesi, 3 da francesi, poi ce n´erano anche uno tedesco, uno svedese, uno argentino e uno somalo. Tunnel a mezz´acqua ancorato al fondo con cavi di acciaio. Ponte sospeso a luce unica. Galleria sotterranea.
Da quel momento è stato un trionfo di carte e di soldi, di soldi e di carte. Si comincia subito a mangiare. Il compenso per il vincitore al «concorso di idee» – come ricorda Daniele Ialacqua di Legambiente in un saggio (C´era una volta il Ponte sullo Stretto, storia vera ma tragicomica) che sarà in libreria il prossimo dicembre – era di 15 milioni ma poi i vincitori risultarono a sorpresa 6 ex aequo. Per il secondo classificato erano previsti 3 milioni, ma anche i secondi furono 6. Se ne andarono così i primi 108 milioni di vecchie lire.
Dei soldi ingoiati vi stiamo già anticipando qualcosa. Delle carte del progetto preliminare vi possiamo rivelare subito quanto pesano: centoventi chili. Più di un quintale di schizzi e mappe chiusi in un baule.
È un´avventura che non finisce mai. Una caccia al tesoro permanente. Dopo i corsi i concorsi, dopo i concorsi le selezioni, dopo le selezioni le convenzioni. Come quella a inizio estate 2011, laureandi e neolaureati delle Università di Messina e di Reggio, dodici studenti scelti a ogni edizione del Programma Atlantis «per raccogliere dati ambientali da sensori fissi e mobili». Tirocinio di formazione e di orientamento, spesa al momento sconosciuta ma molto sbandierata la collaborazione con l´università spagnola di Cordova e con il Centro di Studi Integrati del Mediterraneo. In nome del Ponte è stato ideato pure un nuovo corso triennale in informatica, con rilascio del doppio titolo di laurea in Italia e negli Usa. Sono pronti a venire «aggiornati» al più presto anche notai calabresi e geologi siciliani, avvocati, biologi, studiosi delle correnti marine e dei venti.
È la frenesia per avere in fondo all´Italia «l´ottava meraviglia del mondo». Quella che porterà lavoro a 40 mila disoccupati per 5 o 6 anni e forse anche di più. Le finanze pubbliche ormai non possono garantire un solo euro per costruirlo ma intanto quelli del Ponte assumono e spendono, studiano, analizzano, controllano, esaminano, ricercano. Soldi pubblici, naturalmente. Chi è che ha favorito e chi ancora favorisce questo scialo infinito?
L´INUTILE PRIMA PIETRA
Alla fine di luglio Bruxelles ha cancellato il Ponte cambiando la geografia europea delle grandi infrastrutture (la commissione Ue ha ridisegnato gli «assi di comunicazione» sostituendo il corridoio Berlino-Palermo con quello Helsinki-La Valletta, quindi eliminando praticamente dai suoi piani strategici l´opera fra la Sicilia e la Calabria) ma la «Stretto di Messina spa» ai primi di settembre ha fatto pubblicare su tutti i quotidiani siciliani e calabresi un avviso: «Dichiarazione di Pubblica Utilità del progetto definitivo del Ponte sullo Stretto». Avverte la popolazione che stanno cominciando le procedure per gli espropri. Non si fermano più. E più si allontana l´ipotesi del Ponte e più loro si accaniscono e mettono mano al (nostro) portafoglio. Come nel giugno del 2006 quando il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi – premier era Prodi – aveva spiegato che il Ponte «non era nelle priorità del governo» ma in Sicilia e in Calabria aprirono in quegli stessi giorni due Info Point, a Villa in via Garibaldi civico 68 e 70 e a Messina in via San Martino 174, per comunicare a tutti che avrebbero visto alzare i primi piloni del Ponte nel secondo semestre del 2007 e l´isola non sarebbe più stata un´isola all´inizio del 2012. Appartamenti e hostess (e arancine e succhi di frutta per i visitatori più influenti) tutti pagati dalla società pubblica «Stretto di Messina spa» con lo scopo «di favorire i rapporti con le comunità e le istituzioni locali e per offrire informazioni sul progetto e sullo stato di avanzamento dei lavori». Due anni dopo – dicembre 2009 – c´è stata «la posa della prima pietra» nella borgata calabrese di Cannitello, proprio davanti ai laghetti di Ganzirri. Qualche ruspa che ha spianato un terreno, le foto di rito, una cerimonia un po´sotto tono che non ha entusiasmato quelli della «Stretto di Messina spa». Faranno un´altra «posa della prima pietra» fra il 2012 e il 2013. Magari dall´altra parte, in Sicilia.
DA COSSIGA A BERLUSCONI
E questa società pubblica, la «Stretto di Messina spa», che è la fabbrica del Ponte di carta. E da quarant´anni è come un bancomat. Nasce nel 1981 – il governo Cossiga nomina presidente della società l´avvocato onorevole Oscar Andò – con 25 dipendenti e nel 2006 paga già 102 stipendi. Più il Ponte sembra un miraggio e più la «Stretto di Messina spa» spende e spande, s´ingrossa, interpella «esperti», commissiona sondaggi, ingaggia «professori» indigeni e stranieri, noti e meno noti. I consulenti locali, con il Ponte che non c´è, si sono fatti la villa con vista Calabria o con vista Sicilia.
Gli anni «felicissimi» sono stati quelli che vanno dal 2001 al 2006. Le spese totali della società sono state di 88,903 milioni di euro. Dal milione 924 mila euro del 2001 (6 milioni 728 mila nel 2002; 12 milioni 005 mila nel 2003; 18 milioni 844 mila nel 2004; 10 milioni 767 mila nel 2005; 20 milioni 845 mila nel 2006) ai 17 milioni 790 mila nel 2007. Prendiamo un anno a caso, il 2005. Ecco come quell´anno sono stati spesi i fondi.
Sono 5 i milioni e 719 mila euro «per le prestazioni professionali di terzi». Un milione e 479 mila euro sono stati impiegati «per emolumenti e spese amministratori». La propaganda e la pubblicità è costata 1 milione 187 mila euro. Per «viaggi e trasferte del personale» hanno messo in bilancio 280 mila euro. Per i buoni pasto dei dipendenti 172 mila euro. Per la vigilanza degli uffici 215 mila euro. Per fotocopie «e lavori eliografici» 78 mila euro. Per trasporti «e facchinaggi» 59 mila euro. Per acqua, luce e riscaldamento degli uffici 113 mila euro. Per «riproduzione di foto e filmati» 48 mila euro. Per «pulizie e igiene uffici» 64 mila euro. Per spese postali e telefoniche 112 mila euro. Per assicurazioni 184 mila euro. Per manutenzioni non meglio specificate 232 mila euro. Per il personale «distaccato» (non si sa dove) 175 mila euro. Per gli emolumenti e spese del collegio sindacale 212 mila euro. Per i compensi della revisione del bilancio 48 mila euro. Per i corsi di aggiornamento professionale 42 mila euro. Per «il rimessaggio e spese varie veicoli» 103 mila euro. E infine, alla vaghissima voce «altri costi per servizi», 245 mila euro.
Ci sono state impennate impressionanti. Anche del 500 per cento. Come quella della «pubblicità», che è passata dai 110 mila euro del 2002 al 1 milione 480 mila euro nel 2004. Per la sede di Roma la «Stretto di Messina spa» aveva affittato in via Po un appartamento di 3600 metri quadrati su quattro piani: 900 mila euro l´anno. Quando Prodi ha chiuso i rubinetti, hanno cambiato sede per risparmiare: via Marsala, 1200 metri e 600 mila euro l´anno di canone. Tutto per un Ponte di carta.
Nel 2005 i dipendenti della «Stretto di Messina spa» erano 85: tredici dirigenti e settantadue impiegati. Che cosa avranno fatto mai quei tredici dirigenti e quei settantadue impiegati sei anni fa per realizzare il sogno di Giuseppe Zanardelli (1876, «Sopra i flutti o sotto i flutti la Sicilia sia unita al Continente), di Benito Mussolini (1942, «È tempo che finisca questa storia dell´isola: dopo la guerra farò costruire un ponte»), di Bettino Craxi (1985, «E´ un´opera da primato mondiale»), di Silvio Berlusconi (2005, «Così si potrà andare dalla Sicilia anche di notte e se uno ha un grande amore dall´altra parte dello Stretto potrà andarci anche alle 4 del mattino senza aspettare i traghetti») e soprattutto della benemerita società «Stretto di Messina spa»?
LE ASSUNZIONI ALLEGRE
Quel 2005 è stato un anno decisivo per il destino del Ponte. Andatevi a rileggere le voci del bilancio e vi accorgerete che quella più consistente – 5 milioni e 719 mila euro – riguardava «prestazioni professionali di terzi». I famigerati consulenti. Volete sapere come quegli scienziati hanno contribuito a portare avanti il grandioso progetto? Uno che era a capo di un istituto di ricerca è stato pagato per scoprire «quale era l´impatto emotivo», sui reggini e sui messinesi, una volta che il ponte li avrebbe uniti per sempre. L´hanno pomposamente catalogata come «Indagine psico-socio-antropologica sulla percezione del Ponte presso le popolazioni residenti nell´area interessata alla costruzione». Al dipartimento di Biologia animale dell´Università di Messina hanno affidato «uno studio e un monitoraggio sulle caratteristiche chimico-fisiche delle acque dello Stretto e sulle possibili relazioni con i flussi migratori dei cetacei». All´Istituto Ornitologico Svizzero hanno dato incarico «per un´investigazione radar delle specie di uccelli migratori notturni e per catalogare con la massima precisione le quote di volo, le loro planate e le loro picchiate». Quanto ci sono costati gli studi sulle evoluzioni del falco cuculo e della poiana codabianca nel cielo fra Reggio e Messina?
In sette anni – dal 2001 al 2007 – hanno speso 21,3 milioni per consulenze e 28,8 milioni per il personale. Nel 2006 ciascun dipendente è costato mediamente 930 mila euro. È proprio quando il governo Prodi ha sospeso la realizzazione del Ponte. In quei mesi la società «Stretto di Messina» ha allargato il suo organico con 17 nuove assunzioni.
Ieri come oggi. L´Europa dice no all´opera ma la regione Calabria subito apre la cassaforte per mettere sul Ponte otto «professionisti». Niente cambia. Dal vecchio Oscar Andò che ha resistito nove anni alla guida della società alla nomina firmata nel 1990 dal presidente del Consiglio Andreotti di Nino Calarco (ex senatore democristiano e direttore della Gazzetta del Sud), fino al presidente dell´Anas Piero Ciucci messo a capo del consiglio di amministrazione nel 2002 da Berlusconi. La società «Stretto di Messina spa» è sempre lì. La leggenda del Ponte di carta deve continuare.

La Repubblica 16.09.11

Istat: le coppie sposate con figli sono ormai solo il 36,4% delle famiglie

Dal 1998 ad oggi sono aumentale le persone sole, le coppie senza figli e le famiglie monogenitore, mentre sono diminuite le coppie con figli e le famiglie “estese”. Ad affermarlo è l’Istat, secondo cui le coppie coniugate con figli rappresentano ormai solo il 36,4% delle famiglie (erano il 46,2% nel 1998). Cresce dunque il peso delle nuove forme familiari: single non vedovi, monogenitori non vedovi, famiglie ricostituite coniugate e unioni libere nel complesso passano dal 16,9% del 1998 al 28,0% del 2009. La crescita di separazioni e divorzi è in gran parte alla base dell’incremento di questo tipo di famiglie. Il dato complessivo riguarda 6 milioni 866 mila famiglie e circa 12 milioni di persone, il 20% della popolazione, quasi il doppio rispetto al 1998.

I single non vedovi rappresentano più di un terzo delle persone che vivono in queste famiglie (34,6%), raggiungono i 4 milioni 157 mila e sono maggiormente presenti nel Centro-nord del Paese (23,2%), dove l’instabilità matrimoniale è maggiore. Rilevante anche il peso dei monogenitori non vedovi (1 milione 175 mila famiglie, per un totale di 3 milioni 260 mila persone). Mentre i single non vedovi sono soprattutto uomini, a capo delle famiglie monogenitori sono principalmente donne (86,1%).

Le famiglie di unioni libere sono invece 881 mila e coinvolgono un totale di 2 milioni 523 mila persone, considerando sia i genitori che i figli, e sono più diffuse nel Centro Nord del Paese e nei centri metropolitani. Le famiglie ricostituite coniugate sono invece 629 mila, per un totale di 1 milione 972 mila persone. Le coppie ricostituite coniugate sommate a quelle non coniugate sono 1 milione 70 mila, il 7,0% delle coppie.

Nel Nord del Paese, dove le coppie ricostituite sono anche più diffuse, maggiore è anche il peso delle coppie non coniugate. Nel 37,9% delle coppie ricostituite vivono figli di entrambi i partner e nel 12,9% vivono figli nati sia all’interno della nuova che delle pregresse relazioni di entrambi i partner. Infine, nell’8,6% delle coppie ricostituite si trovano figli solo della madre contro l’1,5% dei casi solo del padre. Nelle coppie ricostituite coniugate, i figli di ambedue i partner prevalgono rispetto alle non coniugate (43,4% contro 29,8%).

Nuove forme familiari, i numeri. Sono 6 milioni 866 mila i single non vedovi, i monogenitori non vedovi, le coppie non coniugate e le famiglie ricostituite coniugate. Vivono in queste famiglie 12 milioni di persone, il 20% della popolazione, dato quasi raddoppiato rispetto al 1998. Lo comunica l’Istat in una nota. I single non vedovi sono soprattutto uomini (55,3%), mentre i monogenitori sono in gran parte donne (86,1%). Le nuove forme familiari sono cresciute per l’aumento di separazioni e divorzi. Quasi 6 milioni di persone hanno sperimentato nel corso della loro vita la convivenza, considerando sia quelle che continuano a convivere, sia quelle che si sono sposate con il partner con cui convivevano, che quelle che hanno concluso definitivamente l’unione.

Le libere unioni nel 2009 sono 897 mila e rappresentano il 5,9% delle coppie. Sono più diffuse nel Nord-est, presentano un titolo di studio più elevato e una quota di coppie in cui ambedue lavorano piu’ alta di quelle coniugate. Diminuisce la quota di chi era deciso a sposarsi fin dall’inizio dell’unione e cresce la percentuale di ‘possibilisti’ (34%). Le convivenze prematrimoniali sono in crescita. Hanno raggiunto il 7,9%. Il fenomeno e’ aumentato e per le coorti tra il 2004 e il 2009: il 33% per i primi matrimoni e il 70% per i matrimoni successivi. Aumenta la durata di tale convivenza, che si consolida come “periodo di prova dell’unione”.

Nel 2009 sono 2 milioni 890 mila e persone che vivono con regolarità in un luogo diverso dalla loro dimora abituale per alcuni giorni dell’anno per motivi vari (lavoro, studio, stare con i familiari o altri motivi). Rappresentano il 4,8% della popolazione: il fenomeno e’ piu’ sviluppato tra i maschi (5,2%), tra i giovani di 20-29 anni (12,9%) e nelle isole (6,3%). La durata media del soggiorno altrove è di 155,5 giorni all’anno. I motivi di tale scelta vedono al primo posto il lavoro (30%). Seguono gli spostamenti per studio (20,3%), per stare con il coniuge/partner (12,2%) e per stare con i genitori (10,9%). Per i minori di 18 anni il motivo principale e’ stare con i genitori (59,6%); per i giovani e’ lo studio (l’80,8% tra i pendolari della famiglia di 18-19 anni). Nelle età centrali il motivo principale è il lavoro: tra i 30 e i 54 anni la metà dei pendolari della famiglia si sposta per questo motivo. Tra gli anziani di 65 anni e più prevalgono gli spostamenti per stare con familiari o parenti (51,8%); uno su cinque si sposta per motivi di salute (19,6%).

Si allunga la durata delle convivenze prematrimoniali. Complessivamente nel 2009 sono 5 milioni e 910 mila le persone che nel corso della propria vita hanno sperimentato una fase di convivenza con il proprio partner, sia approdando ad un’unione coniugale, sia rimanendo in una situazione “more uxorio” sia esaurendo la relazione, pari all’11,5% delle persone di 15 anni e più (erano 4 milioni e 35mila nel 2003, l’8,2% del totale). A ricordarlo è l’Istat, che sottolinea anche come l’esperienza di libera unione avviene in modo differente nelle varie zone del Paese. I livelli maggiori sono raggiunti nel Nord-est (16,7%), nel Nord-ovest e nel Centro (13% circa) e i minori nelle Isole (8,5%) e al Sud (4,4%).

Considerando tutti i matrimoni celebrati dalla popolazione vivente nel dicembre 2009, ma avvenuti in anni diversi, emerge che 1 milione e 635 mila di questi sono stati preceduti da convivenze, il 7,9% del totale. La convivenza ha riguardato circa la metà dei matrimoni successivi al primo e il 7% dei primi matrimoni di celibi e nubili. Il fenomeno è cresciuto nel tempo e, nelle coorti tra il 2004 e il 2009, ha raggiunto il 33% per i primi matrimoni e più del 70% per gli altri. La durata delle convivenze prematrimoniali si allunga nel tempo. La durata mediana di 2,2 anni tra i primi matrimoni è in crescita e ha raggiunto 2,6 anni per le coorti tra il 2004 e il 2009. Mentre tra le coorti 2004-2009 il 64,4% delle convivenze prematrimoniali presentava una durata superiore ai 2 anni, prima del 1974 la stessa percentuale riguardava una durata inferiore ai 2 anni. Tra i secondi matrimoni il fenomeno è attestato sui 5 anni anche nelle coorti recenti. Prima degli anni ’70 le convivenze prematrimoniali erano brevi e finalizzate direttamente al matrimonio.

Con il passare degli anni è cresciuto il modello convivenza come periodo di prova dell’unione. È raddoppiata, infatti, la quota di coloro che erano indecisi se sposarsi o no (dal 18% al 36,7%) e triplicata quella che non aveva previsto di sposarsi (dal 5,3% al 17,6%). Tra questi ultimi la percentuale di chi si è sposato perché il periodo di prova ha funzionato ha raggiunto nelle ultimi coorti il 55,8% dal 10,6% di prima del 1974. Nel Centro-nord il fenomeno delle convivenze prematrimoniali risulta essere più diffuso nel complesso; nel Mezzogiorno riguarda più le Isole (6,7%). Nelle coorti 2004-2009 il fenomeno riguarda la metà delle coppie del Nord-est e del Centro, il 40,6% di quelle del Nord-ovest (il 19,5% nelle Isole e l’11,9% del Sud). La convivenza prematrimoniale diventa sempre più un momento di passaggio prima del matrimonio soprattutto nel Centro-nord.

Anche i matrimoni religiosi sono toccati dalla convivenza prematrimoniale, sebbene il fenomeno riguardi di più quelli civili. Nei dati più recenti (2004-2009) si tratta del 50% dei matrimoni civili (con punte del 57,1% nel Nord-est e del 60,9% nel Centro) e del 26,8% di quelli religiosi. Soprattutto nel Centro-nord anche i matrimoni religiosi sono fortemente toccati da questa pratica: si arriva al 45,7% dei matrimoni religiosi del Nord-est.

da Redattore Sociale

www.partitodemocratico.it

"Il divano rosso spaventa il potere e la Rai cancella la Dandini", di Giovanni Valentini

D´accordo, era rosso: un colore troppo acceso e impegnativo per la Rai del regime televisivo. Ma che cos´altro aveva di così sovversivo il divano di Serena Dandini nell´allegro salotto di “Parla con me”? Tanto da provocare un improvviso ripensamento, ammesso che ai piani alti di viale Mazzini qualcuno sia ancora in grado di pensare davvero al bene dell´azienda, dopo l´accordo raggiunto dal direttore generale e ad appena due settimane dall´inizio della trasmissione?
Già parlare di censura politica, per un programma di costume e di satira, al giorno d´oggi appare francamente spropositato. Ma tant´è. Come ai brutti tempi di Dario Fo e Franca Rama o di Alighiero Noschese, i vecchi tempi del monopolio in bianco e nero, la storia (televisiva) purtroppo si ripete. Evidentemente, quel divano rosso era diventato troppo scomodo per i “mandarini” della casta, per i satrapi del potere berlusconiano o per gli ultimi epigoni di un potere ormai in declino.
«È un´occupazione politica», protesta la Dandini, quasi si accorgesse soltanto adesso che è in atto (da tempo) un´occupazione “manu militari” del servizio pubblico. E d´altra parte, se si trattasse davvero di una questione economica – secondo la versione ufficiale del Palazzo – in un certo senso sarebbe ancora più grave: perché allora a dimettersi immediatamente dovrebbe essere Lorenza Lei, ex “signora di ferro” degradata ormai al rango di “direttora di latta”, sconfessata dal consiglio di amministrazione che ha bocciato la sua proposta di contratto. Per un minimo di coerenza e di decenza.
Ma può mai un divano, seppure di colore rosso, costare più di un´intera Isola dei (cosiddetti) famosi? Perché una trasmissione satirica, realizzata fra le quinte di uno studio televisivo, viene abrogata dalla scure dei tagli aziendali e invece si autorizza un bordello (in senso metaforico) a cielo aperto, sperduto in mezzo al mare dall´altra parte del mondo? E che cos´è di più servizio pubblico, un garbato e divertente talk-show serale o un baccanale esotico via satellite di finti naufraghi?
Il degrado della Rai non aveva certamente bisogno di questa ulteriore conferma, dopo i casi di Michele Santoro, Paolo Ruffini e Lucia Annunziata. Ma quella di ieri è un´autocertificazione d´impotenza e di resa, firmata dallo stesso cda o meglio dalla sua ineffabile maggioranza, composta da replicanti della politica, cloni del centrodestra, commissari di governo. Una scelta che danneggia l´azienda, la sua residua credibilità, la sua immagine. E danneggia, soprattutto, i cittadini che ancora pagano regolarmente il canone d´abbonamento.
A parte tutte le miserevoli motivazioni più o meno politiche, c´è però una filosofia perversa al fondo di quest´ultima decisione. L´idea-guida di una tv pubblica ridotta alla funzione di intrattenimento e di evasione, secondo la sottocultura del bunga-bunga, in una generale “opera buffa a luci rosse” come ha scritto nei giorni scorsi il New York Times a proposito dell´Italia berlusconiana. Una televisione neutralizzata, normalizzata, sterilizzata; definitivamente omologata al modello – si fa per dire – della tv commerciale.
È proprio questo, a ben vedere, il danno maggiore prodotto dalla malagestione della Rai. Lo smantellamento e la liquidazione di un´azienda di Stato, magari a beneficio del concorrente privato. Non parliamo questa volta di informazione, di impegno civile, di formazione dell´opinione pubblica. Parliamo solo di satira, quella che fa ridere e magari anche pensare i telespettatori. E invece, proprio per questo, fa paura agli uomini e alle donne del potere.

La Repubblica 16.09.11

"L'Italia merita qualcosa di meglio", di Mario Calabresi

Ci sono giorni in cui il destino ti mette sotto gli occhi tutto quello che non vorresti vedere, da cui scappi, e lo fa con una chiarezza che non lascia scampo. Ieri è stato uno di quei giorni per Silvio Berlusconi e per l’Italia. Una micidiale coincidenza ha messo in fila i nuovi guai giudiziari del nostro premier, la drammatica situazione economica con il crollo della nostra credibilità internazionale e l’assenza del nostro Paese dalla politica internazionale che conta. Partiamo da quest’ultima. Ieri a Tripoli il Presidente francese e il premier inglese sono stati ricevuti da una folla festante, accolti come liberatori, per Sarkozy perfino i fiori. Nessun italiano nelle immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. Eppure alla guerra in sostegno dei ribelli contro Gheddafi abbiamo partecipato anche noi, ma ci siamo accodati malvolentieri e oggi abbiamo altro a cui pensare. Mentre francesi e inglesi costruiscono il loro futuro sulla sponda del Mediterraneo di fronte a casa nostra – compito che si è dato anche il premier turco Erdogan, pure lui in visita in Libia, dopo essere stato in Egitto.

Il nostro presidente del Consiglio invece ha passato la giornata in silenzio, chiuso con i suoi avvocati a studiare le carte e le grane giudiziarie che arrivano da Bari, Milano e Napoli.

Ieri la Banca d’Italia ha certificato la fuga degli investitori stranieri dai titoli di Stato italiani: nel solo mese di luglio ci sono state vendite dall’estero di titoli di debito italiani per 21 miliardi di euro. Gli stranieri vendono e a comprare, per non far saltare il Paese, sono le banche italiane e la Banca d’Italia. Ma a liberarsi del nostro debito – come spiega in queste pagine il professor Franco Bruni – non sono speculatori ma fondi pensione europei e americani, seri e rispettabili, che lasciano i titoli italiani perché non danno loro più fiducia. Non siamo credibili, ripetono ormai con micidiale costanza analisti e giornali di tutto il mondo. Difficile dare loro torto, se in contemporanea le agenzie italiane diffondevano l’elenco dettagliato delle ragazze «indotte all’attività di prostituzione in favore di Silvio Berlusconi», premurandosi di specificare anche le ville o i palazzi dove ognuna delle donne ha partecipato alle «serate galanti». A Milano nel frattempo si chiedeva di processare il premier per aver avuto un ruolo nella divulgazione dell’intercettazione della famosa telefonata tra Piero Fassino e l’assicuratore Giovanni Consorte in cui si parlava dell’acquisto da parte di Unipol della Bnl. A Napoli intanto i pubblici ministeri attendono di sapere se Berlusconi si farà interrogare nel procedimento che riguarda i ricatti da lui subiti dalla coppia Tarantini-Lavitola, a cui ha pagato diverse centinaia di migliaia di euro nell’ultimo anno.

Siamo immersi in una nuova bufera giudiziaria, il premier può accusare i magistrati di accanimento ma questa volta non può più giustificarsi sostenendo che si tratta di vecchie vicende, dei tempi in cui faceva l’imprenditore, perché tutte le indagini aperte riguardano gli ultimi due anni e sono figlie della sua vita spericolata.

Per molto tempo ci siamo permessi il lusso di essere guidati da un uomo che doveva dedicare molto tempo per difendersi nei processi o più spesso dai processi, siamo mancati come Paese sulla scena internazionale perché le priorità del premier erano altre, ora però il gioco è diventato troppo pericoloso e devastante per tutti. Avere un presidente del Consiglio che deve passare ore con i suoi avvocati per mettere in piedi strategie difensive è indubbiamente un danno per una nazione, quel tempo è inevitabilmente sottratto alle attività istituzionali, siano queste la politica estera o le finanze pubbliche. In passato però non c’era modo per quantificare con sicurezza quanto questo costasse alla collettività e ai cittadini italiani. Oggi purtroppo tutto ciò è immediatamente percepibile: sono il crollo drammatico dei valori delle azioni, l’innalzarsi degli interessi che dobbiamo pagare per riuscire a piazzare i nostri titoli di Stato e il conseguente aumento di tasse varie a cui siamo sottoposti in conseguenza. Non sto dicendo che la profonda crisi economica sia conseguenza diretta dei processi berlusconiani, anche se oggi la credibilità e la serietà sono le merci più apprezzate sui mercati, ma che in un momento così delicato abbiamo bisogno di una guida che pensi soltanto a come salvare il Paese, che metta l’interesse nazionale molto sopra al proprio. Che non pensi a come bloccare le intercettazioni ma a come partecipare alla ricostruzione della Libia e che sia pronto per il verdetto delle agenzie internazionali di rating che potrebbe esserci recapitato questa sera.

Sono passato alla Camera dei Deputati l’altro ieri pomeriggio, non ci andavo da parecchio tempo, e sono rimasto colpito dalla sensazione di lontananza dal Paese reale che si respira. Mentre fuori scoppiavano due bombe carta e gli elicotteri della polizia volteggiavano su Montecitorio, dentro il Palazzo non si avvertiva quell’urgenza e quell’emergenza che oggi ogni cittadino sente sulla sua pelle. Ho visto grandi conciliaboli per discutere come salvare dall’arresto Marco Milanese, l’ex braccio destro di Tremonti, ho visto il responsabile Scilipoti proporre allegramente nuovi condoni e un gruppo di ministri valutare l’opportunità di un decreto di urgenza per bloccare la pubblicazione sui giornali delle intercettazioni.

Alcuni pensano che non si possa andare avanti così, ma nessuno lo dice ad alta voce e la convinzione comune è che si continuerà navigare a vista, giorno dopo giorno. «Li vede – mi ha detto un ministro indicando la folla dei deputati che usciva dall’Aula – nessuno di loro vuole andare a casa, perché la gran parte dei parlamentari è convinta che non verrà mai più rieletta e allora resistono e garantiscono la maggioranza». Una maggioranza esiste, un governo anche, ma l’Italia sta affondando e diventa sempre più piccola. Ogni giorno ci sembra d’aver toccato il fondo ma con angoscia scopriamo che si può scendere ancora. Il Paese ha bisogno di essere governato, di avere una direzione e un po’ di speranza. Gli italiani non meritano di vivere in quest’angoscia.

La Stampa 16.09.11

"La minaccia dell’articolo 8", di Luciano Gallino

I commenti all´articolo 8 del decreto sulla manovra finanziaria hanno insistito per lo più sul rischio che esso faciliti i licenziamenti, rendendo di fatto inefficace l´articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori allorché si realizzino “specifiche intese” tra sindacati e azienda. È stato sicuramente utile richiamare l´attenzione prima di tutto su tale rischio, di importanza cruciale per i lavoratori. Tuttavia un´attenzione non minore dovrebbe essere rivolta ad altre parti dell´articolo 8 che lasciano intravvedere un grave peggioramento delle condizioni di lavoro di chiunque abbia o voglia avere un´occupazione alle dipendenze di un´azienda.
Vediamo dunque che cosa potrebbe succedere ad un lavoratore (o lavoratrice) che già è occupato in un´azienda, oppure stia trattando la propria assunzione, laddove associazioni dei lavoratori rappresentative sul piano nazionale o territoriale abbiano sottoscritto con quell´azienda le “specifiche intese” previste dall´articolo 8. Sappia in primo luogo l´interessato che – se ci sono state delle intese in merito – ogni suo movimento sul lavoro sarà controllato istante per istante da un impianto audiovisivo. L´articolo 4 dello Statuto dei lavoratori lo vieterebbe, ma l´articolo 8 del decreto permette di derogarvi. Gradirebbe forse, quel lavoratore, un orario intorno alle 40 ore? Se lo tolga dalla testa. In forza di un´altra “specifica intesa”, entro quell´azienda l´orario normale è di 60 ore, il limite massimo posto da una direttiva della Commissione europea, limite che per particolari mansioni può salire a 65; però, in forza della stessa intesa, può in qualche mese scendere a 20. Vorrebbe essere classificato come operaio specializzato, come lo è da tanti anni? Gli viene fatta presente un´altra intesa, stando alla quale quell´azienda può attribuire a uno specializzato la qualifica di operaio generico: prendere o lasciare. Può anche accadergli, dopo qualche tempo, che l´azienda gli proponga di convertire il contratto di lavoro a tempo indeterminato in un contratto da collaboratore a progetto rinnovabile, se garba all´azienda, di tre mesi in tre mesi. Un contratto grazie al quale si ritroverebbe a lavorare nella veste di un autonomo – tali essendo i collaboratori a progetto – che deve effettuare la sua prestazione con tutti i vincoli del lavoratore subordinato, a partire dall´orario e dai controlli audiovisivi, ma senza fruire dei benefici che questi hanno, tipo avere per contratto le ferie retribuite.
Le situazioni lavorative sopra indicate non sono illazioni gratuite. Se le parole del decreto hanno un senso, sono tutte situazioni rese materialmente e immediatamente possibili, nel caso in cui l´articolo 8 diventi legge, dai punti che vanno da a) (concernente gli audiovisivi) fino ad e) (riguardanti le modalità del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni) del comma 2 dell´articolo in questione. Con un minimo impegno se ne possono individuare innumerevoli altre; quale, per dire, un´organizzazione del lavoro che abolisca del tutto le pause sulle catene di produzione, o introduca operazioni di dieci secondi da ripetere seicento volte l´ora.
La giungla di situazioni lavorative in cui qualsiasi lavoratore o lavoratrice potrebbe trovarsi sommerso è resa possibile dal comma 2-bis (o 3 che sia, nell´ultima versione). Tale comma costituisce un mostro giuridico quale la Repubblica italiana non aveva mai visto concepire dai suoi legislatori. Infatti esso permette nientemeno che di derogare, ove si siano stipulate le suddette intese tra associazioni dei lavoratori o le loro rappresentanze sindacali operanti in azienda, dalle disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate dal comma 2. Non qualcuna: tutte. Al riguardo la formulazione dell´articolo 8 non lascia dubbi: esso mira a stabilire per legge che è realmente possibile derogare da tutte le leggi che hanno finora disciplinato le materie sopra elencate. Dette leggi comprendono non soltanto lo Statuto dei Lavoratori del 1970, il pacchetto Treu del 1997, la legge 30 del 2003 con il successivo decreto attuativo (emanati dalla stessa maggioranza di governo), ma pure le centinaia di disposizioni legislative introdotte dagli anni 60 in poi che si trovano citate in calce a ogni manuale di diritto del lavoro (si veda ad esempio quello del compianto Massimo Roccella). Oltre che ignorare, ma per il governo attuale son piccolezze, gli articoli 3 e 39 della Costituzione.
Di fronte a una simile mostruosità, eventuali accordi tra i sindacati confederali che si impegnassero a rifiutare ogni deroga di quella parte dell´articolo 8 riguardante i licenziamenti senza giusta causa del comma 2 sarebbero evidentemente scritti sull´acqua (a parte l´amenità di sottoscrivere di corsa una deroga a un decreto millederoghe). Per un verso perché rappezzare il vulnus dell´articolo 18 dello Statuto sarebbe certamente utile; ma al prezzo di accettare il gravissimo stravolgimento di tutte le regole concernenti l´organizzazione del lavoro e della produzione che il decreto pretende di introdurre. Per un altro verso, l´ambiguo comma 1 spalanca palesemente la porta a ogni genere di degrado dell´attività dei sindacati: dalla contrattazione sindacale al ribasso (nota fattispecie del diritto del lavoro), alla formazione di mille sigle locali, alla concreta possibilità che anche rappresentanze sindacali delle maggiori confederazioni cedano sul piano locale a pressioni, lusinghe, o calcoli di convenienza. A sommesso avviso di chi scrive, l´articolo 8 del decreto sulla manovra economica non è in alcun modo emendabile o assoggettabile a pattuizioni. Se non si vuole far fare un salto indietro di mezzo secolo alla nostra civiltà del lavoro, va semplicemente cancellato.

La Repubblica 15.09.11