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"Disabili abbandonati e classi smembrate. Tanti genitori in lotta", di Mariagrazia Gerina

Classi con troppi alunni, bambini che restano senza insegnante di sostegno. Sulla carta, non dovrebbero esistere. Basta scorrere quello dicono le circolari emanate dallo stesso ministero. I criteri fissati per formare le classi sono peggiorati, ma non cosi tanto. E pero poi gli organici che gli uffici scolastici regionali assegnano alle scuole sono insufficienti per dare gli insegnanti di sostegno ai bambini che ne hanno bisogno, per formare tutte le classi che servono, per garantire ai bambini il tempo pieno. Perche? Cosa sta succedendo nella scuola italiana? La risposta e molto semplice e insieme molto grave, ci spiega Cristina Maltese, che con la questione ci si e scontrata come madre e come avvocato. ≪Il livello di spesa attribuito al ministero none sufficiente a garantire il numero di docenti a cui studenti e famiglie avrebbero diritto secondo gli stessi criteri fissati da viale Trastevere e il ministro invece di impugnare le cifre del bilancio in consiglio dei ministro sta costringendo di fatto gli uffici scolastici regionali ad assegnare degli organici illegittimi ≫. Stando cosi le cose, ai genitori resta perouna alternativa: impugnare gli organici per ottenere da un giudice quello che dovrebbe essere riconosciuto di diritto in tutte le scuole d’Italia. E quello che ha fatto Cristina, mamma di un bambino che quest’anno frequenta la terza elementare, nel 139˚ circolo didattico di Roma. E il Tar le ha dato ragione. Nel passaggio dalla seconda alla terza elementare, la classe di suo figlio, era stata cancellata. Invece di 4 classi ne sarebbero state formate 3, molto numerose. Almeno 2 illegittime visto perche formate rispettivamente da 27 e 28 alunni nonostante la presenza di bambini disabili, che dovrebbe far scendere a 20 il numero massimo di alunni per classe. Una scelta sofferta ma drammaticamente obbligata per il dirigente che si e visto riconoscere dall’ufficio scolastico regionale un organico di diritto ridotto da 61 a 55 docenti: sei insegnanti in meno, nemmeno un insegnante di inglese (a fronte dei 2 richiesti), appena 11 insegnanti di sostegno per 37 alunni disabili. Considerando che 8, gravi, avrebbero avuto diritto a un insegnante tutto per se (rapporto uno a uno), gli altri tre insegnanti si sarebbero dovuti dividere per 29 alunni. E a quel punto che i genitori del139mocircolo, che riunisce due scuole, la Lola Di Stefano e la Carlo Forlanini, hanno deciso di impugnare l’organico di diritto, ottenendo dal Tar una sentenza sospensiva. Primo passo in avanti. L’ufficio scolastico regionale e stato costretto ad aggiustare il tiro aggiungendo tre insegnanti di sostegno nell’organico di fatto. La classe che era stata soppressa e stata reintegrata. Ma senza tempo pieno. I genitori non si sono accontentati e ora, impugnato anche l’organico di fatto, aspettano la nuova decisione del Tar . E non si tratta di un caso isolato. Insieme alla collega Simona Censi, l’avvocato Maltese ha gia impugnato l’organico di un’altra scuola romana, la Manzoni Giardinieri. Nuovo ricorso, nuovo stop dal Tar. Eora anche altre scuole, di Cremona, Milano e Cosenza, l’hanno contatta per capire che fare. All’orizzonte si intravede una class action per assicurare, scuola per scuola, il numero dovuto di insegnanti. Resta il fatto che ≪non e giusto dover ricorrere al tribunale per ottenere da un giudice cio che dovrebbe essere riconosciuto di diritto a tutti≫, osserva l’avvocato. Oltretutto, molti, soprattutto genitori di alunni disabili, la strada legale l’hanno gia percorsa. Il giudice ha dato loro ragione. Ma di fronte ai tagli, neppure quello basta. ≪Il governo affronti subito il problema degli alunni disabili, a cui e negato il sostegno in classe e, con esso, il diritto costituzionale all’istruzione e all’uguaglianza≫, chiedono genitori e volontari dell’associazione Tutti a scuola, ieri in sit-in davanti alla Camera. ≪Mancano all’appello 65mila insegnanti di sostegno, 6800 solo in Campania, dove per 21mila alunni disabili ci sono appena 4mila insegnanti di sostegno≫, scandisce in una interrogazione parlamentare Luisa Bossa, componente della commissione Affari sociali, che ieri insieme al segretario del Pd Bersani ha raccolto l’allarme lanciato dai manifestanti.

L’Unità 15.09.11

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Mancano 65mila insegnanti, disabili senza sostegno‎. E molti, denuncia la Fish, fanno i supplenti

Più studenti disabili nelle scuole. Eppure, anche quest’anno, merito anche della riforma Gelmini, vengono tagliati insegnanti e ore di sostegno. Tanto che l’aumento di 20mila unità di alunni con disabilità certificata (quasi 190mila quest’anno) fa saltare il rapporto di due alunni per singolo insegnante, fissato da una norma istituita dal governo Prodi e mai abrogata.

I dati parlano chiaro e se potessero lancerebbero loro stessi l’allarme: non c’è regione o provincia dove non si evidenzino criticità. La Flc, il sindacato della scuola della Cgil, ha denunciato la situazione particolarmente grave della Lombardia, dove l’organico dei docenti di sostegno è rimasto invariato (da 11.664 a 11.662), mentre gli studenti diversamente abili saranno 1.785 in più. A Milano ci saranno in media 2,66 alunni disabili per ogni insegnante di sostegno. E anche Sondrio, la più virtuosa tra le provincie lombarde, risulta fuori legge. Insomma, nel rapporto tra scuola e disabili i conti non tornano, e in Lombardia mancano all’appello più di 3.600 docenti di sostegno.

Il primo settembre dello scorso anno, racconta Franz Baraggino sulle pagine de Il Fatto, per il solo capoluogo lombardo erano state assegnate 197 cattedre in deroga, espressamente richieste dai dirigenti scolastici. Quest’anno tutto tace, e se dal territorio si passa ai singoli istituti le cose peggiorano. Il comitato ‘sostegnoNOtagli’ di Milano, composto da genitori, insegnanti ed educatori, già da questa estate denuncia l’esplosiva situazione di alcune scuole. I guai cominciano fin dalle primarie, dove si toccano i 3,04 studenti per insegnante. Mentre alle superiori – il record spetta all’Istituto Kandisky – si arriva fino a 3,6 alunni per docente. “Ma il primato assoluto nella triste classifica dei tagli – si legge nell’indagine del comitato milanese – spetta ai Centri territoriali permanenti”, quelli che si occupano della formazione degli adulti sopra i 16 anni. Nel Ctp Teresa Confalonieri di Monza i 13 studenti con disabilità avranno un solo insegnante di sostegno.

Inoltre – rivela uno studio condotto dalla Fish, la Federazione italiana per il superamento dell’handicap – nelle nostre scuole il venti per cento degli insegnanti di sostegno viene utilizzato nelle supplenze. E’ lo stesso ministero dell’Istruzione a dire che non si può fare, che “l’insegnante di sostegno non può essere utilizzato per svolgere altre funzioni se non quelle strettamente connesse all’integrazione dell’alunno portatore di handicap”. Ma la realtà è ben diversa, e nei singoli istituti i dirigenti scolastici si arrangiano come possono, costringendo insegnanti e genitori a dare battaglia.

E in Parlamento cosa si dice? “Il Governo affronti subito il problema degli alunni disabili, a cui è negato il sostegno in classe e, con esso, il diritto costituzionale all’istruzione e all’uguaglianza”. Lo chiede Luisa Bossa, deputata Pd, componente della commissione Affari sociali, che oggi, a Montecitorio, ha incontrato, con il segretario nazionale del Pd Bersani, le famiglie e i volontari dell’associazione “Tutti a scuola”, che hanno organizzato un sit in di protesta davanti alla Camera dei deputati.
“Mancano all’appello – dice l’on. Bossa, che ha depositato sul tema un’interrogazione urgente al Ministro dell’Istruzione – circa 65mila insegnanti di sostegno in tutta Italia, 6800 solo in Campania, dove ci sono 21mila alunni disabili con appena 4mila insegnanti di sostegno. Ad oggi, agli alunni con disabilità non sono garantite quelle misure di integrazione e sostegno idonee a garantirgli la proficua frequenza degli istituti d’istruzione. La normativa prevede, tra l’altro, che in presenza di disabili, specialmente gravi, la classe non può superare il numero di venti alunni. Va da sé che in una classe non bisognerebbe inserirne più di uno. La realtà è un’altra. Quest’anno, le classi con oltre due alunni disabili, da tre in su, sono migliaia. E in alcuni casi si arriva anche a quattro. A loro sono destinati pochi insegnanti di sostegno. Le famiglie degli alunni con disabilità stanno vincendo migliaia di ricorsi al Tar: quello al sostegno scolastico è un diritto e nessuno lo può negare. Il Governo e il Ministro Gelmini si facciano carico di questa emergenza e presentino subito in Parlamento una proposta adeguata”.

da VITA 15.09.11

"Il clima avvelenato", di Massimo Riva

La Camera dei deputati ieri ha dato il via definitivo alla manovra d´emergenza. E l´ha dato nel giorno stesso in cui la Banca d´Italia ha certificato l´ulteriore e inarrestato scivolamento del debito pubblico verso il nuovo primato negativo di 1.912 miliardi di euro. Si tratta di una cifra pesante. UNA cifra pesante che, da un lato giustifica ampiamente l´urgenza di ricorrere a provvedimenti severi ma, dall´altro lato, solleva un inquietante interrogativo sulla loro idoneità a restaurare la fiducia dei mercati verso il nostro paese.
Un interrogativo che la quotidiana oscillazione del fatidico “spread” fra titoli italiani e tedeschi lascia quanto mai sospeso nell´aria: anche ieri questo indicatore cruciale si è mosso su livelli non poi troppo lontani da quota 400.
Di questo passo – lo si è appena visto con le ultime aste dei titoli del Tesoro – alla crescita del debito si sta così sommando anche un rincaro progressivo dei suoi costi in una spirale che non promette nulla di buono.
Anche perché questa è la tipica situazione in cui sventura chiama sventura.
Come fanno presagire le voci secondo cui qualche agenzia di rating sarebbe prossima ad annunciare un ulteriore declassamento del nostro debito pubblico.
E in tale ipotesi, purtroppo, è certo che i conti della manovra appena entrata in vigore dovrebbero essere rifatti in tutta fretta perché l´obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio a fine 2013 – peraltro già incerto – risulterebbe fatalmente compromesso.
Non è stato davvero un bello spettacolo assistere ieri all´assedio violento del palazzo di Montecitorio da parte di alcuni gruppi di facinorosi.
Se qualcuno ha in animo di creare anche in Italia un clima da piazze infuocate, come quello che si è visto in Grecia nelle scorse settimane, è bene dire con nettezza che simili atti possono soltanto rendere più difficile la posizione del paese e, dunque, più costosa per tutti la ricerca di una via d´uscita.
Va, tuttavia, notato che il governo Berlusconi non ha da affrontare solo una caduta di credibilità sul fronte internazionale. Anche all´interno del paese – segnatamente nel mondo del lavoro e della produzione – si è creato un vasto malcontento anche spesso ben argomentato. Questo malcontento non pone problemi di ordine pubblico ma solleva serie questioni di fondo alle quali questo governo e la sua maggioranza non hanno dato finora risposta alcuna. E non si tratta stavolta dei soliti «comunisti» della Cgil. Giudizi duri e sferzanti sulle inadempienze del governo vengono, ogni giorno più netti, dai vertici della Confindustria e perfino da quei sindacati (come Cisl e Uil) che fino a ieri sembravano muoversi come gli alleati sociali più devoti del Cavaliere.
Il problema centrale sul quale non è stata data finora risposta è quello di interventi per il rilancio e la ripresa delle attività produttive.
Ce n´è abbastanza per concludere che ieri alla Camera si è solo voltata una pagina. Il libro su come salvare l´Italia – per dirla con le stesse parole di Berlusconi – è ancora tutto da scrivere. A quanto si vede manca in campo perfino l´autore.

La Repubblica 15.09.11

«Lavoro più flessibile, legge da rivedere», di Melania Di Giacomo

Nella corsa forsennata ad approvare la manovra, capita che alla Camera passi un ordine del giorno che contraddice il testo poco prima votato con la fiducia. I deputati hanno detto sì a un condono fiscale ed edilizio (Scilipoti), all’Ici sugli immobili della Chiesa (Fli), alle mamme prima in pensione (Lega), ma quello che colpisce di più è che sia passato, con parere favorevole del governo, anche uno spiraglio — aperto dal Pd — per la revisione dell’articolo 8 del decreto, sulla flessibilità del lavoro. «Valutare attentamente gli effetti applicativi dell’articolo 8, al fine di adottare ulteriori iniziative normative volte a rivedere quanto prima le disposizioni, coinvolgendo le parti sociali, per redigere una norma interamente conforme agli indirizzi dell’accordo del 28 giugno 2011». È la proposta dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd), che ha trovato d’accordo l’Assemblea, con 418 voti a favore, quindi più della sola opposizione.
Nessun obbligo di modifica immediata, se non la richiesta di tornarci su. Ma l’ok del governo può essere letto come una parziale marcia indietro, almeno sulla deroga all’articolo 18 dello Statuto, quello sul reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa. Il leader Fiom, Maurizio Landini, aveva tirato in ballo il Quirinale, chiedendo un «segnale politico». Ma anche la Cisl aveva fatto sapere di non essere disposta a concessioni. Cisl che ora manifesta soddisfazione: «È confortante l’unità di intenti di una larghissima parte del Parlamento» a rafforzare l’accordo «d’intesa con le parti sociali», ha commentato il segretario Raffaele Bonanni. E anche il leader della Uil, Luigi Angeletti, parla di «decisione opportuna e condivisa»: «Su quella materia, infatti — dice — le parti sociali non erano state messe nella condizione di poter intervenire».
Ma per la Cgil la disponibilità del Parlamento non basta. «C’è un’unica soluzione: cancellare quell’articolo», ribadisce la segreteria, che giorni fa aveva prospettato di impugnare il decreto davanti alla Corte Costituzionale. Per il sindacato oltre ai licenziamenti è anche un altro il fronte aperto: l’articolo 8 stabilisce che gli accordi aziendali siano «efficaci nei confronti di tutto il personale», anche se firmati prima dell’accordo interconfederale, consentendo con un effetto retroattivo di dare efficacia anche alle intese separate di Pomigliano e Mirafiori, passate con il «no» della Fiom. Poi, l’accordo del 28 giugno, aveva segnato un nuovo corso nei rapporti tra Cgil, Cisl e Uil, e tra sindacati e Confindustria. E punto qualificante delle richieste delle parti sociali nella lettera inviata a fine luglio al governo era proprio di non legiferare in materia di lavoro, lasciando valere quell’intesa, che rafforzava la contrattazione aziendale, ma nessuna deroga alla legge stabiliva. «L’odg — spiega a questo proposito Damiano — parla di un intervento improprio su temi di pertinenza delle parti sociali, mirato esclusivamente a dividere il fronte sindacale e a mettere in discussione l’accordo unitario».
Sui tempi dell’esame richiesto dal Parlamento è chiaro il ministro Maurizio Sacconi: sarà modificato «quando le parti sociali saranno tutte d’accordo». Come dire: quando Fiat e Cgil cammineranno a braccetto.

Il Corriere della Sera 15.09.11

"Il dovere di governare", di Marcello Sorgi

La crisi rivelatasi ogni giorno più difficile da sconfiggere anche ieri ha segnato un’altra giornata drammatica, con scene di guerriglia davanti alla Camera, in cui deputati sordi in gran parte alla gravità della situazione e scollati dalla realtà approvavano una manovra già quasi del tutto insufficiente. Ma invece di risposte, dalla classe dirigente stressata dalla febbre dei mercati che non danno tregua, affiora una sensazione di panico e immobilismo, senza neppure la capacità di confrontarsi con esperienza e analogie del passato.

A ben guardare, infatti, il dissesto nei conti dello Stato causato dal debito pubblico senza controllo si era manifestato già nel 1991 – ‘92, giusto vent’anni fa, determinando la terribile manovra del governo Amato, che portò a un prelievo diretto dai conti correnti bancari dei contribuenti. Di lì a poco il mix letale della corruzione crescente e della delegittimazione evidente della classe politica, a causa delle inchieste giudiziarie che investivano giorno dopo giorno leader, ministri in carica e interi gruppi dirigenti dei partiti, rese necessario una sorta di commissariamento dell’esecutivo, con l’avvento del governo tecnico guidato da Ciampi, e una forma di desovranizzazione del potere politico, passato sotto il controllo dell’Ue per riconquistare credibilità al Paese e guadagnarsi il biglietto d’ingresso nell’euro.

Tra allora ed oggi ci sono molti aspetti coincidenti che potrebbero far pensare alla possibilità di ripercorrere la via virtuosa e la serie di sacrifici che ci condussero fuori dai guai. Per cominciare, lo stato dei nostri conti è tale che s’è rivelato tuttora inadeguato qualsiasi intervento, compresa la quarta riscrittura della seconda manovra che la Camera ha approvato definitivamente ieri sera. Inoltre, senza voler generalizzare, o cedere a superficialità e qualunquismi, anche il livello della corruzione ha superato ogni limite: al di là del complicato contenzioso che ha al centro il presidente del Consiglio, ci sono in questo momento almeno tre inchieste che riguardano i vertici del centrodestra e due che puntano a quelli del centrosinistra, oltre a una miriade di indagini grandi e piccole negli enti locali, comuni, province e regioni, per non dire delle amministrazioni straordinarie, protezione civile, terremoti, calamità, e insomma iniziative urgenti che si trasformano in vergognose occasioni per accaparrarsi, troppo spesso illegalmente, fondi pubblici e appalti privilegiati. Per quanto l’azione della magistratura si riveli non sempre convincente e non goda più dello stesso sostegno di opinione pubblica su cui poteva contare vent’anni fa, quando i giudici di Mani pulite erano diventati gli idoli della gente comune, è impossibile credere – come Berlusconi dice e ripete tutti i giorni – che dietro ogni inchiesta ci sia un pregiudizio politico e un abuso di potere della magistratura.

Di qui – ed è la terza trasparente analogia tra allora ed oggi – il ritorno al governo tecnico: come ipotesi, come estremo rimedio, come voce che corre di bocca in bocca e trova eco anche nei discorsi dei leader, non solo d’opposizione. Si dice: se Berlusconi fa un passo indietro, spontaneo o «spintaneo» che sia, tutto potrebbe cambiare e si potrebbe anche discutere con serenità del modo di assicurare una via d’uscita plausibile all’uomo che bene o male ha condizionato quasi vent’anni di vita pubblica, e s’è trasformato nel simbolo della Seconda Repubblica come Andreotti lo fu della Prima. Ma ad escludere una prospettiva del genere, è inutile nasconderselo, è proprio il Cavaliere, con la sua personalità e il suo modo di fare, che appunto non hanno precedenti nella politica italiana. Va detto poi che questa storia del salvacondotto non è mai stata praticabile e non lo è neppure adesso, a meno di voler dimostrare che i magistrati, invece di essere mossi da obblighi di legge, sono sensibili a ragioni di parte e concederebbero all’opposizione ciò che hanno sempre rifiutato al premier.

Non resta che sia lo stesso Berlusconi, proprio perché a nessun costo intende farsi da parte, a governare le difficoltà. Per paradossale che possa sembrare, è l’unica possibilità, anche se questo richiederebbe da parte sua un passo assolutamente diverso. Il Cavaliere, dunque, affronti senza ulteriori indugi se ne è capace i suoi guai giudiziari, a partire dalla testimonianza fin qui rifiutata alla Procura di Napoli, sapendo che la conclusione del suo calvario non è vicina e proprio per questo necessita di maggior pazienza e senso di responsabilità. Nel frattempo, dimostri che ha veramente a cuore il futuro del Paese uscendo dalle incertezze. Il compito è chiaro; la gravità di quel che sta accadendo non consente più rinvii. Oggi più che mai, governare vuol dire fare quel che si deve, e non ciò che si vuole. Nei prossimi giorni, è ormai chiaro, potrebbe rendersi necessaria una nuova manovra. L’accelerazione del debito pubblico, che ieri ha fatto un altro pericoloso passo verso la soglia dei duemila miliardi di euro, dev’essere fermata a qualsiasi costo. Sono in ballo misure eccezionali, che saranno efficaci solo se si riuscirà a prenderle senza il ridicolo balletto a cui è toccato assistere per tutta l’estate. Per chiudere la voragine, solo per fare qualche esempio, presto potrebbe essere necessario alienare una parte del patrimonio del Paese, o riaprire la ferita sanguinosa delle pensioni. Se dopo vent’anni di cabaret, troppo spesso degenerato in brutto spettacolo, Berlusconi sarà in grado di uscire dal suo scollamento e chiudere da statista, anche le analogie che ora gli giocano contro, a sorpresa, potrebbero risolversi a suo vantaggio.

La Stampa 15.09.11

"Il regno del Carnevale", di Curzio Maltese

Il grande scagionatore. L´ultima promessa di Silvio Berlusconi precipita la parabola del Cavaliere in un finale di definitivo squallore. Dall´«Italia che amo» al «paese di merda».E ora dai posti di lavoro e meno tasse per tutti garantiti a milioni di cittadini, al «vi scagiono tutti» assicurato a una piccola banda di ricattatori. La telefonata fra il premier e Lavitola, letta e riletta, è la prova che nel caso di Berlusconi le peggiori fantasie, le più malevole e prevenute, sono sempre inferiori alla realtà. Il capo del governo invita davvero un personaggio indagato dalla magistratura, Valter Lavitola, a non tornare in Italia. Nelle conversazioni usa una sim straniera nella speranza, fallace peraltro, di non essere intercettati. L´intimità del premier col faccendiere è totale («un bacione, dottore»), il gergo è da compari d´anello. L´oggetto del reato è piuttosto chiaro. Se davvero Berlusconi volesse soltanto aiutare un amico in difficoltà economica, perché la sua segretaria dovrebbe parlare con Lavitola con un codice cifrato, usando la parola «foto» per intendere soldi, come si fa in genere fra i mafiosi?
Ma l´aspetto più agghiacciante della vicenda è la tempistica. Berlusconi perde ore preziose con Lavitola in giro per il mondo mentre l´Italia è nel mirino di una spaventosa ondata speculativa, i titoli di stato sono sotto pressione, lo spread con i bund tedeschi è salito alle stelle, Piazza Affari precipitata ai minimi. Tutti i governi occidentali aspettano di sapere quale sarà la reazione del nostro governo a un attacco che rischia di portare il Paese sull´orlo del fallimento e di trascinare in un effetto a catena l´euro, l´Europa, un bel pezzo di economia globale. In quei giorni sono in molti a cercare Berlusconi, da Trichet ad Angela Merkel. Ma Berlusconi preferisce Lavitola. Sul telefonino bulgaro, per parlare di storie di prostitute, inchieste e ricatti, assicurando protezione a un faccendiere sotto inchiesta e a un personaggio come Giampaolo Tarantini, già condannato per spaccio di droga.
Di questo si preoccupa il presidente del Consiglio durante una delle peggiori crisi dal dopoguerra. Di questo e di questi continua a occuparsi nei giorni successivi, fino alle ultime ore. Vola a Bruxelles a illustrare la manovra nel giorno in cui dovrebbe deporre davanti ai magistrati napoletani sul caso Tarantini. Il presidente dell´europarlamento, il polacco Jerzy Buzek, non è neppure informato della visita. Molti europarlamentari sono stupiti, fino a quando qualcuno non spiega loro le ragioni dell´improvvisata e allora viaggiano i colpi di gomito. La stampa straniera, dal Financial al New York Times, lo descrive come «un sinistro buffone». Al ritorno in Italia, corre a incontrare il presidente della Repubblica, il quale da giorni lancia messaggi sulla drammaticità della crisi e i rischi fatali che incombono su Italia ed Europa. Napolitano si aspetta che il presidente del Consiglio gli illustri la strategia del governo per evitare la tragedia. Berlusconi invece si scatena nell´ennesimo comizio contro i giudici e annuncia che ripresenterà il provvedimento contro le intercettazioni, «priorità assoluta» del governo. L´esterrefatto Napolitano lo liquida giurando che non lo firmerà mai.
Ma che cosa dobbiamo farcene di un capo del governo così? Per quanto ancora dobbiamo sopportare il re giullare e il suo eterno regno del Carnevale? In passato si sono invocate mille ragioni di etica ed estetica, decenza e convenienza, politica ed economia, per porre fine alla lunga e futile stagione del berlusconismo. Ora siamo di fronte alla necessità pura, estrema. Non c´è tempo. Non più, non ora, per altre clownerie.

La Repubblica 15.09.11

Gli interventi di Dario Franceschini e Walter Veltroni sulla manovra

Dario Franceschini – Signor Presidente, dentro la drammatica crisi finanziaria e sociale in cui si trova il nostro Paese, di fronte alle paure e alle difficoltà delle persone, delle famiglie e delle imprese, il Partito Democratico con tutta l’opposizione ha scelto di comportarsi con senso di responsabilità, come deve fare un grande partito che pensa all’Italia anche quando non la governa. È stata questa nostra scelta di responsabilità che ha di fatto consentito a luglio una manovra che ci vedeva contrari nel merito in due soli giorni, perché bisognava evitare l’assalto della speculazione con un’approvazione urgente; ed è anche stato questo l’atteggiamento sull’attuale decreto, che contrastiamo nel merito perché lo riteniamo iniquo, pieno di errori ma del quale abbiamo consentito l’approvazione senza ostruzionismo. Lo ha ricordato Veltroni questa mattina: quando in quest’Aula il centrosinistra portò la manovra che consentiva l’ingresso nell’euro, Berlusconi fece uscire per protesta i deputati dall’Aula. Mi sembrano due cose diverse l’una dall’altra. Ed è una scelta di responsabilità che noi abbiamo messo in campo solo per gli italiani, nonostante i vostri comportamenti e la questione di fiducia, la cinquantesima. Anche di fronte alla nostra offerta di finire ieri sera con il voto di soli venti emendamenti, voi avete preferito porre la questione di fiducia per la prima volta nella storia del Parlamento, ritardando l’approvazione della manovra, perché avevate il timore del voto sugli emendamenti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). E nonostante le parole disperate ed avvilenti di un Presidente del Consiglio che, anziché ringraziare le forze dell’opposizione, va all’Unione europea per attaccarla come criminale. Questo è il senso di responsabilità di chi guida il Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! Ed è stata proprio questa nostra scelta che ci consente oggi di dire con chiarezza alcune cose: in primo luogo l’Italia non è in questa situazione per caso. La crisi è arrivata per tutti nel 2008, per tutti i Paesi e per tutta l’Europa. Altri capi di governo, di destra e di sinistra, sono andati di fronte alle loro opinioni pubbliche, hanno denunciato la durezza della crisi, hanno chiesto sacrifici ai cittadini e hanno individuato i settori a cui agganciarsi per la ripresa – pensiamo alla Germania con la ricerca, le energie rinnovabili e la scuola. Berlusconi dal primo giorno ha scelto la linea assurda e colpevole – oggi ne vediamo i risultati – di negare la crisi, di nasconderla. C’è un campionario – alcune cose le ha ricordate l’onorevole Casini prima – che varrebbe la pena ricordare, un campionario di sciocchezze per negare la crisi: Berlusconi: «il peggio è passato», «la crisi è alle spalle», «il Paese è solido», «la ripresa è cominciata». Nascondere, negare la crisi e l’incapacità di qualsiasi misura necessaria e di qualsiasi intervento strutturale. Ed è stato ancora una volta il nostro senso di responsabilità a farci dire con determinazione che questa manovra è ingiusta e sbagliata, perché colpisce sempre i soliti, chi paga già e a chi paga già si chiede di più (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). L’IVA sui consumi che colpisce i ricchi e i poveri nella stessa identica misura; il contributo di solidarietà solo per i pubblici dipendenti; le pensioni nelle misure fatte o in quelle annunciate; gli enti locali, perché quando si tagliano risorse agli enti locali i sindaci sono costretti o aumentare le tariffe o a tagliare i servizi. Ancora una volta paga la povera gente (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Mi riferisco inoltre all’articolo 8, dettato dall’ossessione maniacale del Ministro del lavoro di dividere i sindacati solo per una sua personale e impossibile manovra politica (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), o all’articolo 4, che svuota il contenuto del referendum. È proprio la stessa scelta nostra di responsabilità che ci ha fatto presentare una manovra, tradotta negli emendamenti, su una filosofia opposta e alternativa alla vostra: non far pagare sempre i soliti, ma far pagare chi non paga mai, cominciando dalla lotta all’evasione fiscale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Perché non pagare le tasse è sempre violare la legge, ma quando non paghi le tasse mentre il tuo vicino di casa non ce la fa più a comprarsi da mangiare o a pagare l’affitto allora è un delitto morale contro la tua comunità (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Allora primo intervento (nostro emendamento), chiedere il 15 per cento in più a quei centomila italiani che hanno esportato illegalmente 93 miliardi di euro e li hanno fatti rientrare con l’anonimato, senza sanzioni penali, e pagando solo il 5 per cento. A loro si che si deve chiedere di più (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico); e poi tracciabilità di tutti pagamenti sopra i 300 euro per far scomparire il contante che crea nero (una rivoluzione culturale), e consentire che con il pagamento solo col bancomat, con la carta di credito, con il bonifico bancario, con l’assegno, scompaia la possibilità di evasione (fare giustizia e contemporaneamente una modernizzazione del Paese); e poi la tassa sui grandi patrimoni immobiliari, senza toccare la prima casa o la casa che una famiglia con i risparmi di una vita si è comprata al mare, ma noi abbiamo detto: sopra un milione e 200 mila euro è giusto chiedere; oppure il contributo di solidarietà per tutti i redditi alti, non soltanto per i lavoratori dipendenti; le liberalizzazioni; misure per la crescita, a cominciare dal rendere permanente il 55 per cento di detrazione per le ristrutturazioni ecocompatibili della casa (Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
Avete bocciato ogni proposta, avete bocciato tutto. Più siete deboli e più vi arroccate. Sbagliate e danneggiate gli italiani. C’è una domanda che proprio gli italiani dovrebbero farsi e dovrebbero farvi. Se è vero che nel mondo globale più di tutto conta, per l’atteggiamento dei mercati, degli investitori, delle istituzioni economiche, la credibilità, la fiducia, la stima di chi guida gli Stati, allora la domanda è questa: quanti miliardi di euro è costato e costa all’Italia la testarda permanenza lì di Berlusconi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)? Quanti euro costa ad ogni italiano la permanenza lì di una persona con cui gli altri Capi di Stato si vergognano a farsi fotografare insieme? Travolto da vicende giudiziarie e personali, che mette in calendario in piena crisi – questo avete fatto, in piena crisi, le vostre priorità di calendario della Camera sono queste – le intercettazioni e il processo lungo. Un uomo che ha disfatto la sua maggioranza parlamentare e il suo partito, che è stato bocciato. Una maggioranza che è stata bocciata con il voto della maggioranza assoluta degli italiani con i risultati del referendum. Quanto influisce sullo spread la permanenza di Berlusconi lì? Quanto costa ad ogni italiano (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)?
Aveva detto, il Presidente Berlusconi, che non avrebbe mai messo le mani nelle tasche degli italiani. Oggi le mette abbondantemente nelle tasche degli italiani, per far pagare a loro il costo della sua permanenza lì, a guidare il Governo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Tutti devono sapere che se da domani ci fosse un nuovo Governo guidato da una persona di grande credibilità internazionale, personale, nel mondo (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà), con una larghissima base parlamentare, da sola questa cosa varrebbe due manovre finanziarie. Lo dimostra il Governo Ciampi di qualche anno fa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). E anche per questo noi ribadiamo, ed è la linea di tutto il partito, lo ha ricordato nel discorso di Pesaro il nostro segretario Bersani: il Partito Democratico è pronto ad assumersi una quota di responsabilità a sostegno di un Governo di transizione, nuovo, diverso in chi lo guida, che faccia finire la legislatura e che affronti l’emergenza del Paese.
Uno Stato, una comunità, hanno sempre bisogno di una guida salda, sicura e capace, ma un Paese dentro una bufera, senza una guida salda, sicura e capace, è destinato ad essere travolto. Tutti capiscono che, in ogni caso, arrivare al 2013 in questo modo è impossibile. E questo è il momento di mettere la salvezza dell’Italia davanti ad ogni interesse di parte. Noi siamo pronti a fare un passo per il nostro Paese. Dimostrate voi se è più importante l’Italia o la vostra personale sopravvivenza politica (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati del gruppo Unione di Centro per il Terzo Polo).

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Walter Veltroni – Signor Presidente, oggi è un tempo speciale, per molti versi drammatico, una di quelle stagioni difficili che raramente per fortuna si presentano a chi ha responsabilità politica. Oggi tutto è a rischio, oggi in discussione c’è davvero il futuro del nostro Paese e il futuro dell’Europa, la più grande costruzione politica del dopoguerra, che ha bisogno di diventare presto, in questa crisi spaventosa, gli Stati Uniti d’Europa, il progetto che Altiero Spinelli sognò mentre bruciavano Coventry e Dresda (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Ogni giorno il Paese si impoverisce, per anni in ogni famiglia italiana si è salito, con fatica e sudore, con talento e creatività, un gradino sociale nella certezza che i nostri figli avrebbero vissuto meglio di noi. Ora non è più così, e l’insicurezza di milioni di ragazzi italiani che studiano per prendere una laurea e finiscono a 600 euro al mese, non tutti i mesi, in un call center è il paradigma del rischio di declino di una grande nazione.
Giorgio Napolitano ha fatto riscoprire all’Italia l’orgoglio della sua storia e della sua identità, e mentre i Ministri deridevano il tricolore quell’uomo, figlio del tempo del dolore e della speranza italiana, ha ricucito il senso e la dignità del nostro essere figli di questo meraviglioso Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
All’Italia che assiste sgomenta alla crisi inedita di questi giorni non abbiamo il diritto di riservare in quest’Aula le parole di un comizio, troppo facili e troppo ovvie. Penso che il Governo e in particolare il Presidente del Consiglio abbiano responsabilità davvero storiche, so bene, perché non sono un fazioso, che oggi nessuno è al riparo da una condizione generale dell’Occidente che ha un nome che fa venire i brividi: si chiama recessione, la crisi della produzione e dei consumi. Quella parola nel Novecento ha significato tragedie sociali e umane, non dimentichiamolo mai.
Non sono quelli che viviamo giorni della cronaca ma giorni della storia, per questo voglio rivolgermi con rispetto a voi, donne e uomini della maggioranza che da più di tre anni guida questo Paese, con rispetto ma con schiettezza, che spero apprezzerete. Cosa serve all’Italia ora? Serve che prosegua il balletto delle manovre, un, due, tre, quattro, cinque, che si è svolto sotto gli occhi attoniti della comunità internazionale e dei cittadini? Serve che si continui lo spettacolo inverecondo delle divisioni e dei veti, del dito medio indicato a chi parla di riforma delle pensioni, con i gruppi e le fazioni della maggioranza che si scannano, con il Presidente del Consiglio che dice che il suo Ministro dell’economia e delle finanze rievoca, combattendo l’evasione fiscale, i tempi dello stalinismo? Serve che il Governo si scagli contro quei sindaci, anche di centrodestra, che protestano per scelte che peggioreranno la qualità sociale della loro comunità? Serve una coalizione che ha iniziato la legislatura invocando i dazi contro la Cina e ora la cerca affannosamente per vendere patrimonio o debito? E serve che in sedi internazionali (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) Berlusconi chiami criminale – lo ha detto ieri l’onorevole Casini – un’opposizione che in poche ore ha consentito l’approvazione di due manovre che non condivide radicalmente (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)?
Cosa avrebbe detto se fosse accaduto quello che successe in quest’Aula qualche anno fa, con la legge finanziaria che consentì l’entrata nell’euro, quando proprio Berlusconi allora capo dell’opposizione fece abbandonare l’Aula mettendo a rischio quella scelta storica (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)?
Dobbiamo uscire da questa crisi e dobbiamo uscirne più forti come italiani; tutti sapete – e lo dite – che la corsa non di un Governo, ma di una lunga fase politica durata quindici anni è finita, lo hanno detto le elezioni e lo dicono quei sondaggi che un tempo venivano tanto citati e oggi tanto nascosti. Lo dice la stampa internazionale, gli osservatori e la crescente freddezza dei nostri partner europei, lo dicono i mercati che sono un termometro importante della stabilità e affidabilità di un Paese.

Il Presidente del Consiglio può anche pensare, come ripete in modo sempre più astioso e stanco, che sia un complotto ordito da non so chi, ma mente a se stesso e ricorda la storia immaginaria dell’uomo che imbocca l’autostrada nel senso sbagliato e sente la radio che lancia l’allarme dicendo: «attenzione, un uomo ha imboccato l’autostrada contromano», e commenta con se stesso: «sì, uno, saranno mille». È il Presidente del Consiglio che è contromano, non il resto del mondo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
È per questo che è giusto che guidi qualcun altro il nostro Paese e riporti l’auto nella corretta direzione. È già capitato nella storia italiana che le forze politiche, chi aveva vinto e chi aveva perduto le elezioni, si rendessero responsabilmente conto che vi sono dei momenti in cui vi è bisogno di qualcosa di più, e questo qualcosa di più ha una luce che lo illumina e lo definisce: si chiama interesse nazionale.
La dignità di un uomo politico e di Stato si vede non quando assume potere e responsabilità, ma quando capisce che la sua permanenza può nuocere alla forza e al futuro del proprio Paese e ne trae le conseguenze. Quanto più si è governato scambiando mezzi e fini, quanto più è apparso che gli interessi privati fossero prevalenti su quelli generali del Paese, tanto più, in un momento così difficile, si è chiamati a rispettare le ragioni della collettività e della nazione.
Fare un passo indietro, senza chiedere contropartite, è un atto di dignità politica e personale, che non potrebbe, come tale, che essere apprezzato (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Non farlo è un atto di arroganza e di egoismo. Voglio dirlo chiaramente: abbiamo bisogno, e subito, di un nuovo Governo, di una soluzione che restituisca al Paese serenità e prestigio internazionale, senza vincitori e vinti, ma con una sola stella polare: il bene degli italiani.
L’improvvisazione con la quale si è affrontata questa crisi, prima negata e poi subita, non si può protrarre in questi tempi così eccezionali. Abbiamo bisogno di un Governo con un’ampia base parlamentare, non un ribaltone e nemmeno la miseria, che oggi va in scena, delle maggioranze fatte di transfughi e di paura; di un Governo guidato da una persona che in Europa sia rispettata ed ascoltata e possa parlare a nome dell’intero Paese, come fece Alcide de Gasperi al tempo della ricostruzione.
Continuando invece così, nella totale sfiducia che accompagna, in questo momento, il nostro Governo, saremo costretti a nuove manovre, in una spirale concitata che ha già fatto tanto male ad un Paese amico come la Grecia. Bisognerà, invece, fare scelte radicali e profonde, e tutti, nessuno escluso, dovranno caricare sulle proprie spalle il fardello della verità sulla situazione del Paese e la responsabilità delle decisioni conseguenti.
Né la maggioranza può continuare a negare l’evidenza di una svolta necessaria, né l’opposizione si può sottrarre all’assunzione di oneri e responsabilità pesanti. Tutti, per l’Italia, abbiamo bisogno di dimostrare che la politica può essere la forma più alta di disinteresse e di coraggio (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), altrimenti non ci si lamenti per quella che viene chiamata l’antipolitica.
Ciò che la genera è la rissosità e l’inconcludenza di un sistema che appare troppo pesante e lento a fronte della rapidità dei mutamenti strutturali. L’antipolitica nasce se si varano tre Commissioni bicamerali e se ne ignorano i risultati, nasce se chi decide sembra pensare a sé, mentre intorno tutto è scosso e tutto vacilla. L’antipolitica nasce se nella politica crescono malaffare e criminalità, se la legalità è considerata un fastidio e i poteri terzi un’anomalia (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico); l’antipolitica nasce quando vi è un Governo senza potere e un Parlamento senza capacità di controllo. La politica e la partecipazione sono l’unico strumento che abbiamo per evitare che la crisi diventi rischio di frattura nel tessuto sociale e civile del Paese.
E quando sento che viene proposto come soluzione, gridata proprio sabato scorso nella Piazza di Montecitorio, di chiudere il Parlamento, mi viene in mente l’ultimo discorso che da quello scranno tenne Giacomo Matteotti, per difendere la libertà e la democrazia nel nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati del gruppo Unione di Centro per il Terzo Polo).
Non di altre manovre abbiamo bisogno, non di annunci improvvisati, ma di respiro lungo. Vorrei dire con una frase: meno manovre e più riforme. Abbiamo bisogno che si affrontino con senso di equità la riforma delle pensioni e quella del lavoro; non l’inutile e ideologico articolo 8, ma un nuovo patto con le parti sociali, che abbia al centro la fine della precarietà, una nuova stagione di lavoro femminile e una maggiore produttività diffusa, perché l’Italia ha bisogno di crescita, di innovazione, di tecnologia, di sapere che si accompagna al rigore.
L’Italia ha bisogno di lavoro e di impresa e sbaglia chi, ancora, non capisce che è il tempo di una grande alleanza dei produttori per la crescita e l’equità.
Bisognerà proporsi di dare un colpo serio al debito che ci taglia le gambe e ci succhia futuro. Come ha detto Bersani: riforma radicale della pubblica amministrazione e valorizzazione del patrimonio pubblico. E poi, dimezzamento dei parlamentari, differenziazione delle due Camere, alleggerimento della macchina politica per avere una democrazia che funziona.
E poi chiedere a quel 10 per cento del Paese, che possiede il 48 per cento del patrimonio, di contribuire.
Voi vi siete accaniti nei vari tentativi di manovra contro chi paga le tasse, ma lo scandalo di questo Paese è che solo il 2 per cento dichiari più di 74 mila euro. Lo scandalo italiano è l’evasione fiscale, come lo è il fatto che si accetti, come un male incurabile, che le mafie succhino al PIL 150 milioni di euro.
Non manovre, riforme. Subito un Governo con un ampio sostegno parlamentare che possa affrontare l’emergenza e compiere le scelte più dolorose. È quello che fecero, con successo, Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi.
Giriamo pagina, facciamolo insieme. Cambiamo la legge elettorale che tutti aborriamo e poi si confrontino alle elezioni schieramenti fondati su omogeneità politica e programmatica.
Non siamo un Paese «di schifo», onorevole Berlusconi, siamo una grande e coraggiosa comunità. Dimostri di amare l’Italia, che con lei è stata sin troppo generosa, e faccia un passo indietro.
Il Paese lo apprezzerà e comincerà per tutti un tempo nuovo (Prolungati applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Misto – Alleanza per l’Italia – Congratulazioni).

www.camera.it

Scuola, Pd: Gelmini riferisca alla Camera su avvio anno scolastico

Ghizzoni: grave che ministero continua ad occultare dati su istruzione: “Il ministro Gelmini riferisca in parlamento su tutti i problemi che hanno riguardato l’avvio di questo nuovo anno scolastico. Dalla riduzione del tempo scuola al sovraffollamento delle classi, dalla carenza di cattedre all’assenza di presidi e all’ straripante numero di reggenze che renderà impossibile la gestione ordinaria. Chiediamo al ministro Gelmini di presentarsi munita di cifre e numeri da lasciare agli atti parlamentari per superare quello scandaloso occultamento dei dati che riguardano l’istruzione, che solo tre anni fa si potevano consultare online”. Lo dichiara la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

Roma 14 settembre 2011

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