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"Poveri prof e poveri studenti. L'OCSE boccia la scuola italiana", di Mariagrazia Gerina

Ci sono altri numeri, oltre a quelli della borsa, che dovrebbero preoccupare l’Italia e spingere il governo a invertire la rotta o il paese a cambiare governo. A scandirli è l’ultimo rapporto sull’educazione (Education at glance 2011) appena pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo Economico. Partiamo dal numero dei diplomati, che è uno dei primi indicatori dello sviluppo di un paese. In Italia, anche nella popolazione giovane, tra i 25 e i 34 anni, è ancora molto basso: 70,3% contro una media Ocse dell’81,5%. E se è vero che, nel passato, c’è stato un balzo in avanti, per cui nella generazione dei 25-34enni i diplomati sono il 30% che nella generazione tra i 55- 64enni, tra i giovanissimi negli ultimi anni si registra addirittura un arretramento. Il numero dei diplomati tra coloro che cominciano la scuola superiore passa dall’84% del 2008 all’80,8% del 2009 contro una media Ocse dell’82,2%. Ancora peggio va per il numero dei laureati. Appena il 32,6%, nella popolazione giovane, contro una media Ocse del 38,6%. Investire di più per migliorare il livello di istruzione dovrebbe essere una scelta obbligata. Tanto più «davanti alla crisi». Dal momento che – come ricorda il rapporto – chi è meno istruito ha più probabilità di restare senza lavoro. E ora più che mai «occorre scongiurare con ogni mezzo il rischio di perdere una generazione ». Sembra di ascoltare il grido di allarme appena lanciato dagli studenti italiani. Più lungimiranti, evidentemente, di chi li governa, Perché i dati sulla spesa per l’istruzione sono la vera cartina di tornasole per l’Italia, che spende per scuola e università appena il 4,8% del Pil contro una media Ocse del 6,1%. Gli Stati Uniti, la Norvegia, la Corea sono tutti sopra al 7%. L’Italia su 34 paesi si colloca ventinovesima. Peggio di noi, la Repubblica Ceca, quella Slovacca, la Cina e l’Indonesia. Per l’università in particolare l’Italia spende appena l’1% del Pil. Bassissimi sono gli investimenti privati, che pesano decisamente meno delle tasse universitarie. Mentre la spesa media pro capite per uno studente universitario in Italia è di 9.553 dollari contro una media Ocse di 13.717. Non solo.Mai dati pubblicati si riferiscono al 2009.Ele scelte del governo da allora hanno solo peggiorare le cose. Fino all’ultima manovra che – come ricorda Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd – riduce ulteriormente investimenti e orizzonti fino a disegnare per il 2025 una spesa in istruzione non superiore al 3,4% del Pil. Veniamo infine agli insegnanti. Secondo i dati Ocse hanno più di una ragione per protestare. Mentre i loro colleghi dal 2000 al 2009 hanno visto crescere il loro stipendio del 7%2009 gli insegnanti italiani se lo sono visto diminure dell’1%. Senza contare le novità dell’ultimo accordo firmato al ministero per i neo-assunti e gli effetti delle ultime manovre finanziarie. Prendiamo gli insegnanti di scuola superiore. Partono da 31mila euro, lordi, contro i 33mila dei loro colleghi Ocse. E ci mettono 35 anni a raggiungere il massimo livello retributivo, che non arriva a 49mila euro lordi (48.870) contro i 53.651 euro, che è la media degli altri Paesi. Il ministro ha pronta la risposta: è che in Italia gli insegnanti sono tanti, troppi. Ergo: devono accontentarsi di stipendi più bassi. Non solo,ma proprio il numero di insegnanti, che sono uno ogni 10,7 alunni nella scuola primarie (contro una media Ocse di 16) e 1 ogni 11 alunni nelle secondarie (mentre la media Ocse è di 13,5), conferma – secondo il ministro – che le classi pollaio non esistono. Anche se di numero di studenti per classe nel rapporto non si parla. E anche se – come ricorda Francesca Puglisi – «abbiamo un più alto rapporto alunni/insegnanti perché abbiamo un gran numero di insegnanti di religione che altri Paesi non hanno e in altri paesi il costo del sostegno è sostenuto dai ministeri del welfare o della sanità». I dati non suscitano altre riflessioni al ministro Gelmini, che parla addirittura di «alcuni risultati positivi». E assicura che quei dati «confermano la necessità di proseguire nella direzione delle politiche già adottate dal governo». «È l’unica che non si rende conto della realtà», replica la senatrice Vittoria Franco (Pd), che le ricorda, in aggiunta, «i tagli all’istruzione di 8,5 miliardi operati dal suo governo». La titolare dell’Istruzione «gioca la stessa carta dell’ottimismo che ha portato questo governo a ignorare la crisi per tre anni », attacca il segretario della Flc-Cgil Domenico Pantaleo. «Cambiaie rotta, aumentare gli investimenti in istruzione, rinnovare i contratti che questo governo ha bloccato fino al 2014, sono queste le parole che avremmo voluto sentire dal ministro», aggiunge Pantaleo. E non meno critici sono i commenti di Uil, Cisl e Ugl.

L’Unit 14.09.11

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“Scuola, troppo bassi stipendi e investimenti”, di Claudio Tucci

La laurea non risolve tutti i problemi, ma almeno aiuta ad affrontare meglio la crisi. Tra il 2008 e il 2009 nei Paesi Ocse il tasso di disoccupazione dei laureati tra i 25 e i 64 anni è cresciuto dell’1,1%, passando dal 3,3% al 4,4 per cento. Hanno fatto peggio i titoli di studio inferiori. Il tasso di disoccupazione dei diplomati è salito di due punti, dal 4,9% del 2008 al 6,8% del 2009. Mentre la perdita occupazionale di lavoratori senza qualifiche o diplomi ha sforato la doppia cifra, salendo (nel biennio in esame) dall’8,7% all’11,5 per cento.
La fotografia è stata scattata dall’Ocse che ieri a Parigi ha presentato l’annuale rapporto «Education at a glance», un focus di quasi 500 pagine dedicato all’analisi dei sistemi scolastici dei 34 Paesi aderenti all’Organizzazione parigina che si occupa di cooperazione e sviluppo. In Italia, nel 2009, il tasso di disoccupazione dei “dottori” è stato del 5,1% (superiore alla media Ocse), mentre è salito all’8,4% tra chi non è arrivato neanche al diploma superiore. Tra i colletti bianchi (comparando sempre dati 2009) si osserva un tasso di disoccupazione molto simile alla Francia (5%) e al Regno Unito (4,9 per cento). Andiamo invece meglio della Spagna (9%), ma perdiamo terreno rispetto alla Germania, dove il tasso di disoccupazione dei laureati nel 2009 era pari al 3,4 per cento. L’Italia si colloca invece agli ultimi posti come percentuale di laureati che lavorano. I dati sono sempre del 2009 e parlano di un tasso di occupazione del 79,2% (contro una media Ocse dell’83,6 per cento). Peggio di noi solo quattro Paesi: Turchia (73,6), Corea (76,1%), Cile (78%) e Ungheria (78,8 per cento). Le performance dei “dottori” sono migliori rispetto ai non laureati (nel 2009 lavorava il 73,1% di diplomati e appena il 51,2% di chi è senza titoli), ma per la prima volta dal 2000 la percentuale di “colletti bianchi” con un lavoro è scesa sotto l’80 per cento. Restano invece le differenze di genere. In Brasile e in Italia le donne laureate guadagnano il 65%, o ancora meno, di quanto guadagnano i dottori uomini.
Lo studio dell’Ocse conferma poi alcune criticità “storiche” del nostro sistema d’istruzione. A partire dall’ancora basso investimento in scuola e università. I dati sono del 2008 e mostrano come l’Italia spenda appena il 4,8% del Pil, contro una media Ocse del 6,1 per cento. Peggio di noi fanno solo Slovacchia (4%) e Repubblica Ceca (4,5 per cento). Un dato non lusinghiero, fanno notare da viale Trastevere, che si spiega con una percentuale bassissima, per non dire inesistente, di investimenti privati in istruzione. Altro “tallone d’Achille” in Italia sono gli stipendi “cenerentola” dei docenti, che dal 2000 al 2009 sono addirittura diminuiti dell’1%, mentre nel resto dei Paesi Ocse sono cresciuti in media del 7 per cento. E in più rispetto a un connazionale con lo stesso grado d’istruzione i docenti guadagnano il 40% in meno. Il numero di diplomati poi è inferiore di 10 punti rispetto alla media Ocse. Ma gli scolari tra i 7 e i 14 anni passano a scuola 8.316 ore: un record, contro una media Ocse di 6.732 ore. «I dati confermano la necessità di proseguire nella direzione adottata dal Governo», commenta il ministero dell’Istruzione. «La situazione della scuola pubblica è drammatica e l’Esecutivo non se ne accorge», replica invece Domenico Pantaleo della Flc-Cgil. E Massimo Di Menna della Uil Scuola rilancia: «Bisogna valorizzare gli insegnanti. Vanno considerati una risorsa del Paese, come di fatto sono»

Il Sole 24 Ore 14.09.11

"La Lega: no al carcere per Milanese", di Francesco Grignetti

L’ex braccio destro di Giulio Tremonti, Marco Milanese nei pressi del Parlamento Bossi: “A me non piace far arrestare la gente”. Di Pietro: “Così garantiscono l’impunità della casta”. Hanno mantenuto il silenzio fino all’ultimo. Poi l’annuncio: la Lega Nord voterà contro l’arresto di Marco Milanese. «A me non piace fare arrestare la gente», spiega seccamente il Senatur. I deputati leghisti presenti nella Giunta per le autorizzazioni, fior di garantisti, in realtà da giorni erano più che convinti. Eppure non potevano esporsi perché aspettavano indicazioni dall’alto. Che alla fine sono arrivate dal Bossi in persona, attraverso il capogruppo Reguzzoni. Probabilmente ha giocato lo storico feeling con Tremonti. Anche se poi la Lega non è affatto monolitica su questa posizione. C’è più di un mal di pancia, specie in area maroniana. E quindi Luca Paolini, il deputato che siede in Giunta per la Lega, ammette che poi il resto del gruppo è tutto da convincere: «Spiegheremo ai colleghi le nostre convinzioni. Poi ogni deputato si farà una sua idea ed esprimerà il suo voto secondo la sua coscienza». Non solo. «Il Carroccio intende spiegare anche alla pubblica opinione che con questo no della Lega all’arresto non significa un no al processo, che comunque si terrà».

Deve fronteggiare una gran polemica, la Lega. Le opposizioni pregustavano il bis del voto su Alfonso Papa ed è facile ironizzare verso chi sceglie di difendere un parlamentare che viaggia in Ferrari, compra e vende yacht da sogno, paga 9mila euro al mese per l’affitto di una casa dove nemmeno abita… E quindi ecco i fendenti di Antonio Di Pietro: «La Lega di fatto abdica alla sua missione originaria: ossia quella di battersi per un Parlamento pulito. Ne è passato di tempo da Tangentopoli ad oggi. In quegli anni i leghisti mostravano il cappio contro quei politici indagati per tangenti, mentre oggi si adoperano per assicurare l’impunità alla casta. Quante cose si fanno per mantenere il potere e le poltrone». Oppure quelli del Pd, attraverso le parole di Marilena Samperi, capogruppo in Giunta: «La Lega non tiene conto di un quadro accusatorio grave e robusto che riguarda la corruzione e comportamenti torbidi di soggetti che hanno importanti ruoli istituzionali. Siamo molto lontani dai tempi in cui la Lega si batteva per la legalità e per la trasparenza delle istituzioni».

Prevedibile. A differenza del Pdl, che infatti è abbastanza compatto nel difendere il suo deputato, anche se poi qualche antipatia personale potrebbe pure riservare sorprese nel voto segreto del 22 settembre, la Lega ha una storia di giustizialismo ed è su questo tasto, il giustizialismo tradito, che battono e ribattono tutti gli altri. «Chiedono il carcere duro per i cittadini comuni, ma mancano di coraggio e coerenza quando si tratta di deputati e colletti bianchi», commenta feroce Donatella Ferranti, Pd. Oppure Federico Palomba, Idv: «La Lega ne risponderà davanti al suo elettorato. Una maggioranza insicura, in questo caso, si blinda. Uno scontro con Tremonti che è ancora potente sarebbe drammatico per l’esito finale».

L’Udc, che pure ha tentennato fino all’ultimo, ormai ha deciso di votare a favore dell’arresto anche se formalmente lascerà libertà di coscienza ai suoi deputati. Pierluigi Mantini, il «tecnico» dell’Udc, ha letto tutte le carte, ascoltato l’audizione, e ora dice: «Milanese non ci ha convinto perché si sente un perseguitato politico di Viscione. Obiettivamente noi non possiamo valutare questi aspetti. I problemi di veridicità dei testi dell’accusa vanno valutati nel processo; a noi il quadro ci sembra sufficientemente concreto. Non vedo la persecuzione. Naturalmente siamo convinti che ci sia in Italia per parlamentari e cittadini comuni un uso un po’ troppo disinvolto della carcerazione preventiva». E sotto sotto c’è la speranza di smuovere di nuovo i leghisti per dare un’altra spallata al governo.

Persino gli ultragarantisti come i radicali sono convinti di questo arresto. Dice Maurizio Turco: «Lui si è difeso più dai suoi accusatori che dai magistrati. Voteremo a favore della richiesta di custodia cautelare per Marco Milanese perché, sulla base della legge in vigore, abbiamo appurato che non c’é fumus persecutionis». Oggi il voto finale in Giunta. Un voto palese. Ma il voto che conta arriva il 22 settembre e sarà a scrutinio segreto.

La Stampa 14.09.11

"Assalto indecente", di Pietro Spataro

Avere un premier come Berlusconi è ormai non più solo un motivo di imbarazzo ma un drammatico problema di sopravvivenza. In una situazione economica così fragile, mentre tutti si interrogano sul futuro del Paese, Piazza Affari continua a perdere e il differenziale con i Bund tedeschi si allarga pericolosamente, lui fugge dagli odiati pm e non trova di meglio che sferrare un attacco all’opposizione. «Rovina l’Italia», ha detto sbarcando a Bruxelles in attesa di quella manciata di minuti che Barroso, vanRompuye Buzek sono stati costretti a concedergli. Certo, non è la prima volta che Berlusconi utilizza un palcoscenico internazionale per screditare l’Italia. Non è nemmeno la prima volta che le sue performance creano sconcerto negli interlocutori più abituati alle normali regole della politica (per esempio: rispondere alle domande dei giornalisti, cosa che ieri si è rifiutato di fare). Ma oggi quel che ieri appariva ridicolo diventa drammatico. Un Paese sull’orlo del burrone non può permettersi un premier che è un pericolo per la sua stabilità. E che addirittura supplica l’Europa di imporre le scelte da fare (l’intervento sulle pensioni) dando così un colpo alla sovranità nazionale e all’autonomia politica del governo. È evidente, insomma, che l’irresponsabilità di chi deve guidare l’Italia in uno dei suoi momenti più difficili è ormai il problema numero uno. Nelle capitali del mondo non si parla d’altro. E quasi tutti i quotidiani internazionali lo sottolineano ogni giorno. Ieri il New York Times, per dire, ha descritto Berlusconi come un «imperatore libidinoso». Fosse solo questo. Il fatto più grave è che vent’anni di berlusconismo hanno sfiancato l’Italia, l’hanno resa più povera, impaurita, incerta nel presente e angosciata per il suo futuro. Hanno spezzato qualsiasi legame sociale e fomentato gli odi corporativi. Hanno indebolito la struttura produttiva, penalizzato i piccoli imprenditori, colpito il lavoro dipendente e impedito qualsiasi pur
piccola ventata di crescita. Siamo fermi, questo è il cuore del caso italiano. In questo disastrato panorama l’opposizione, che oggi viene accusata di essere antitaliana, è statasemmaiun elemento di tenuta che ha sorretto quel pur minimo livello di credibilità di cui ancora questo Paese gode all’estero. Che cosa sarebbe successo, infatti, se i leader dell’opposizione non avessero risposto con grande senso di responsabilità
all’appello di Napolitano e non avessero consentito di accelerare l’iter di una manovra che pure considerano iniqua e ingiusta? E come starebbe l’Italia se non avessero dichiarato di rispettare i saldi della manovra anche nel caso di una crisi di governo? E se non avessero accettato l’anticipo del pareggio di bilancio al 2013? E cosa sarebbe accaduto se i sindacati, compresa la Cgil della Camusso, non avessero firmato insieme alle altre parti sociali l’accordo del 28 giugno? E infine: che cosa sarebbe accaduto se lo sciopero della Cgil, con il suo carico di proposte alternative, non avesse dato rappresentanza alla protesta sociale che tocca tutte le categorie in ogni città del Paese? Questo è avvenuto in Italia negli ultimi due mesi. E mentre avveniva, il governo ha tentato in tutti i modi di spaccare e disfare la tela che altri tessevano faticosamente. Basti citare Sacconi, il «ministro della divisione», che ha tentato ostinatamente, anche con l’articolo 8, di mettere i sindacati uno contro l’altro, di isolare la Cgil, di separare Confindustria, piccoli imprenditori, cooperative e organizzazioni dei lavoratori mandando all’ aria l’accordo per la crescita che può essere un fattore di vitalità. Ma Berlusconi è stato, come al solito, il vero maestro nell’opera di destabilizzazione, ritagliandosi il ruolo del «grande distruttore»: contro l’opposizione, contro il Quirinale, contro i giudici, contro la Costituzione. E ieri, tra Bruxelles e Strasburgo, ha confermato questa sua attitudine. Così, mentre la maggioranza dell’opposizione votava contro le pregiudiziali di costituzionalità sulla manovra presentate da Di Pietro che avrebbero mandato all’aria il decreto e lasciato il Paese nudo nella bufera finanziaria, il Cavaliere sferrava il suo attacco indecente. È stata, alla fine, la dimostrazione plastica di dove sia il senso di responsabilità in questa Italia in grave pericolo. E di quale prezzo continui a pagare il Paese per la presenza di un premier che ormai è la causa principale del suo declino.

L’Unità 14.09.11

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“I vertici europei attoniti per lo show “I mercati scommettono sul default”, di a.d´a.

Il presidente della Commissione: fiducia ai minimi

STRASBURGO – «Barroso, Buzek e Van Rompuy lo guardavano in silenzio, lo ascoltavano, come dire, con grande attenzione». Il funzionario Ue che racconta la giornata di Silvio Berlusconi nelle stanze dell´Europa che conta deve far ricorso al suo gergo diplomatico. Ma poi sbotta: «Erano attoniti» di fronte alle uscite del Cavaliere. Storielle, ingiurie su opposizione e stampa, scaricabarile sugli alleati di governo. Con sé il premier – a garanzia della serietà degli incontri – porta il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. Ma poi a parlare tocca a lui e alterna l´illustrazione della manovra al suo classico repertorio. «Fate come me che ho imparato dalla Thatcher, non leggete i giornali che raccontano solo falsità», esorta. «Perché in Italia – aggiunge – tranne il debito pubblico va tutto benissimo, se non avesssimo questa opposizione saremmo secondi solo alla Germania. Pensate che io ho passato intere notti insonni per scrivere una manovra che poi tutti dipingono così male. Ma opposizione e stampa da noi sono antidemocratiche».
Berlusconi prende tempo, parla a ruota libera, deve coprire tutta la giornata per dimostrare che il suo viaggio a Bruxelles e Strasburgo era proprio necessario. Ma viene accolto con freddezza. Barroso con lui è fermo, apprezza la manovra ma è duro nel dire che «dovete andare avanti con il risanamento». Poi chiede se ci saranno riforme per la crescita e il premier risponde che sì, ci sarà la riforma fiscale, quella dello Stato e della giustizia. Barroso lo guarda e dice: «Della giustizia?». Berlusconi per convincerlo attacca i giudici, racconta la sua «persecuzione giudiziaria». Il presidente della Commissione europea lo ferma, batte ancora sulla necessità di fare di più per la crescita, un concetto al quale tiene tanto che in separata sede il suo vicepresidente, Antonio Tajani, consegna al premier un dossier con le ricette Ue per spingere il Pil sponsorizzate presso tutte le capitali. Berlusconi si giustifica dicendo che certo, «se io avessi il 51% in Parlamento potrei fare molto meglio, ma dovendo fare alleanze è sempre difficile governare».
Il punto cruciale della bilaterale è quando Barroso insiste sulla necessità di proteggersi sul mercato dei Credit default swap (Cds). Dice che «la fiducia sull´Italia è ai minimi storici, siete l´ottavo peggior Pese del mondo, investono sul fatto che il governo non funziona, che andrete in default e questo ci preoccupa molto». Questi, aggiunge Barroso, «sono mercati in cui l´informazione è tutto». Berlusconi gli sale sulla voce dicendo che la stampa è contro di lui e mente, ma l´ex premier portoghese lo blocca ancora: «In economia l´informazione è più complessa, è fatta sulla coerenza dell´azione di un governo». «Capisco», abbozza Berlusconi.
Quella del Cavaliere è una giornata difficile, blindata. E così la delegazione italiana fa miracoli per evitare incontri sgraditi. A Bruxelles è facile dribblare il sit-in di protesta per la presenza del premier. A Strasburgo è più difficile. E così Berlusconi dopo il bilaterale con Barroso per raggiungere l´ufficio di Buzek preferisce salire in macchina e andarci scortato dalla polizia francese. Troppo rischioso percorrere i corridoi e la passarella che congiunge i due palazzoni dell´Europarlamento, troppe le possibilità di incontrare deputati, funzionari o cronisti a piede libero che potrebbero mettere in imbarazzo il Cavaliere.
D´altra parte il clima che lo attende lo conoscono tutti nella delegazione italiana. Non solo le polemiche perché «è qui per salvare sé stesso, non l´Italia» (copyright del leader verde Daniel Cohn-Bendit), ma anche perché monta la polemica per le presunte intercettazioni nelle quali il premier italiano parla (in modo poco lusinghiero) di Angela Merkel con Gianpaolo Tarantini, l´uomo delle escort a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa. I tedeschi sono in subbuglio, nello stesso Ppe (la famiglia politica del Pdl) sale la protesta con le donne della Cdu (il partito della Cancelliera) inviperite. Tanto che Mario Mauro, capogruppo del Pdl che è statp alle riunioni con lui, si prodiga a gettare acqua sul fuoco per evitare incidenti. Ma a fine trasferta Berlusconi è contento, ha anche ottenuto il plauso di rito da Barroso e Van Rompuy. E così congedandosi da un gruppo di eurodeputate del Pdl si lascia andare: «Dopo questa giornata sono sollevato, mi sento molto meglio».

da la Repubblica

L’incredibile vicenda del “bonus bebè”, di Manuela Ghizzoni

Tra le pieghe di una manovra iniqua e sbagliata c’è un “piccolo” risultato positivo di cui ci attribuiamo il merito come Pd: la soluzione all’incredibile vicenda del bonus bebè, che tante notti insonni ha causato ad almeno 8 mila famiglie italiane, di cui circa 300 modenesi. Tutto ha avuto inizio prima delle elezioni politiche del 2006, con la decisione del Governo Berlusconi di assegnare un bonus di 1000 euro alle famiglie allietate dall’arrivo di un nuovo nato e con un reddito non superiore ai 50 mila euro. Una regalìa che ha rischiato di trasformarsi in un incubo per quelle famiglie che hanno frainteso l’amorevole letterina inviata dal Premier (“Felicitazioni per il tuo arrivo. Lo sai che la nuova legge Finanziaria ti assegna mille euro? Un grosso bacio”). Nel luglio scorso, a distanza di 5 anni dalla riscossione del “bonus”, a quelle famiglie il Ministero delle Finanze ha recapitato una lettera dal tono assai meno amichevole: in essa si contestava l’indebita riscossione del bonus e si prefigurava la violazione del codice penale con conseguente sanzione amministrativa pari a 3mila euro. Poco importa che le famiglie avessero inteso i 50 mila euro come netti e non lordi. Tra di loro si è diffuso il panico. Con un paziente lavoro tra tutti i gruppi parlamentati, il Pd è riuscito a ottenere un primo risultato già ad agosto, quando alla Camera ha fatto approvare una risoluzione che impegnava il Governo ad escludere sanzioni penali e amministrative. Il moderato ottimismo indotto dall’assunzione di questo impegno, ha lasciato il posto a una certa delusione quando ci si è resi conto che il Governo non aveva approfittato della manovra del 13 agosto per ottemperarvi. Al suo posto lo ha fatto il Senato, con l’approvazione di un emendamento bipartisan. Per le famiglie si tratta di un agro “happy end” poiché a distanza di cinque anni dovranno restituire i 1000 euro, ma almeno si è sbarrata la strada ai percorsi giudiziari. La vicenda del bonus bebé si presta a un’ultima, amara, riflessione. Alla luce della crisi attuale e dell’attacco del governo allo stato sociale, i 696 milioni di euro stanziati nel 2006 per il bonus bebé non gridano forse vendetta? Con quella cifra si sarebbero potute varare misure strutturali in favore delle famiglie (asili nido, detrazioni fiscali, iniziative per sostenere la natalità). Si è invece preferito imbastire un provvedimento elettoralistico, che ricorda tanto le truffaldine scarpe di Gava, che si accoppiavano solo dopo il voto.

La Gazzetta di Modena 14.09.11

"La crisi economica e quella della politica", di Stefano Rodotà

I tempi dell´emergenza scardinano le regole, distorcono le istituzioni, riducono i diritti. Inevitabile, si dice. Tesi assai discutibile, ma che comunque non esonera dall´obbligo di misurare gli effetti, anzi i guasti, che tutto questo produce, per avere cognizione della realtà e per prepararsi, se mai sarà possibile, a ricostruire un sistema di nuovo guidato dalla normalità democratica. Non è vicenda soltanto italiana. Ma, come purtroppo accade sempre più spesso, in Italia assume caratteri patologici e pericolosi, e sta determinando quello che ormai deve essere definito come un permanente stato di eccezione.
Tra luglio e agosto, sotto la pressione della crisi finanziaria e del diktat della Banca centrale europea, sono state messe a punto due frettolose “manovre” economiche, adottate con decreto legge e affidate poi a continue e sgangherate riscritture. Valutazioni di merito a parte, l´accelerazione impressa all´approvazione di quei decreti ha determinato un funzionamento del sistema parlamentare che accentua in modo inquietante la già evidente crisi della rappresentanza. L´urgenza di una risposta adeguata, pena il tracollo finanziario, ha infatti creato uno stato di necessità che si è tradotto in una “responsabilità” dell´opposizione a garantire l´approvazione delle manovre nei tempi più rapidi possibile. Ma, scontata la drammaticità della situazione, si può accettare senza una minima riflessione questa nuova istituzionalizzazione del ruolo dell´opposizione, che la vede obbligata ad una responsabilità senza potere? Si deve salvare la patria, d´accordo. Ma a quale prezzo?
L´opposizione ha oliato le procedure parlamentari, ha ritirato i propri emendamenti, ha rinunciato all´ostruzionismo. Ma questo suo ruolo “responsabile” ne ha sterilizzato la capacità di incidere sui contenuti di una manovra da tutte le parti ritenuta iniqua, inadeguata. Siamo così di fronte ad una responsabilità asimmetrica. Il governo parla ai suoi, li rassicura, confeziona i provvedimenti sui loro interessi, salvaguarda gli equilibri interni alla coalizione. L´opposizione ha la lingua tagliata, è costretta ad abbandonare gli strumenti – emendamenti, ostruzionismo – che in sede parlamentare sono i soli ad attribuirle un sia pur ridotto potere negoziale. È coinvolta nella responsabilità, ma esclusa dal potere di decisione. E il voto finale contro i decreti, di cui comunque ha consentito l´immediata conversione in legge, è poco più che una debole rivendicazione di identità.
Questa situazione è insostenibile dal punto di vista istituzionale. Al di là delle formule – governi tecnici o di salute pubblica o di transizione – proprio la durezza dei tempi impone che sia ricostruito il rapporto tra decisione e responsabilità. In democrazia, chi assume la responsabilità di un provvedimento nei confronti dei cittadini deve avere anche il potere di determinarne i contenuti. Se questo rapporto viene spezzato, non si viola soltanto una regola del gioco. Si lascia una parte dei cittadini priva di rappresentanza, perché in Parlamento nessuno è in condizione di parlare efficacemente in loro nome.
Una prima e immediata conseguenza di questa analisi, null´altro che la registrazione di quello che sta accadendo, riguarda il governo. Vi è ormai una ragione di politica costituzionale che impone il cambiamento. Se l´emergenza, più o meno permanente, è il dato che segna l´orizzonte politico e impone responsabilità comuni, la fase della decisione non può essere scorporata dal contesto complessivo, politicamente neutralizzata, e il suo prodotto imposto poi ad un Parlamento che non può intervenire su di esso, pena l´accusa di sabotare i superiori interessi della Patria. Questo richiede un governo diverso dove, appunto, decisione e responsabilità si ricongiungano, restituendo pure al Parlamento la sua vera funzione di legislatore. Altrimenti, gli equilibri istituzionali vengono sempre più logorati, corrodendo la stessa democrazia. Ricordate le avventurose apologie del bipolarismo con annesso decisionismo? Si diceva che, una volta scelto il governo dal voto popolare, l´esecutivo doveva lavorare tranquillamente, e i cittadini lo avrebbero giudicato alla fine della legislatura. Ma, questo, evidentemente, implicava che l´opposizione potesse fare in modo altrettanto pieno il proprio mestiere, prospettando quell´alternativa che poteva consentirle di divenire maggioranza. Schema per troppi versi ingannevole, ma che comunque svela l´inammissibile pretesa del governo di andare avanti come se nulla fosse accaduto, legando tuttavia l´efficacia della sua azione in tempi di crisi ad una sorta di eutanasia dell´opposizione parlamentare.
La crisi economica rende così più evidente, e più grave, una crisi della rappresentanza che si trascina da lungo tempo, e che l´ultima manovra ha messo clamorosamente in luce. Qui i diritti dei lavoratori sono grandemente intaccati, la condizione delle donne pesantemente peggiorata, come hanno mostrato benissimo su questo giornale Luciano Gallino e Chiara Saraceno. Ma in Parlamento l´opposizione non ha potuto legare il suo comportamento “responsabile” all´eliminazione di questa parte del decreto, più inaccettabile di altre. L´amputazione dell´opposizione non è affare di una parte. È la perdita per l´istituzione Parlamento della sua capacità rappresentativa, dell´essere il luogo dove più sonora e legittima deve risuonare la voce dei cittadini.
La rappresentanza si sposta altrove. Lo sciopero generale della Cgil deve essere valutato anche con questo criterio, ultimo esempio di una catena di avvenimenti che dall´autunno dell´anno scorso ha messo in evidenza che nella società italiana, così come sta accadendo in altri paesi, stiamo vivendo una crisi della rappresentanza tradizionale alla quale si accompagna una spinta sociale a creare nuove forme di rappresentanza. Il mondo del lavoro e quello della scuola e della cultura, le donne di “Se non ora quando”, i comitati per l´acqua pubblica sono le manifestazioni visibili di un movimento che mostra come l´Italia stia cambiando e, al tempo stesso, come i ceti politici tradizionali non siano ancora in grado di cogliere l´importanza grande di questo mutamento. I successi del centrosinistra nelle elezioni amministrative, la straordinaria vittoria nei referendum non sarebbero stati possibili senza quelle mobilitazioni, che avevano creato il clima propizio ad una partecipazione intensa dei cittadini. Ilvo Diamanti ha opportunamente sottolineato che il 16% degli elettori, (più di sette milioni di persone, un terzo delle quali giovani) ha fatto campagna elettorale per le amministrative e i referendum.
Quella “primavera italiana” è stata frettolosamente archiviata. Nessun segno di attenzione da parte degli attori politici ufficiali. Dopo che 27 milioni di persone avevano detto sì ai referendum sull´acqua pubblica, mi sarei aspettato che il segretario del Pd, in primo luogo, chiedesse un incontro con i comitati promotori, artefici di tanto successo, capaci di aprire canali rappresentativi adeguati ai tempi. Se questo fosse avvenuto, se si fosse compresa l´importanza di quella svolta politica, forse si sarebbe giunti con minor debolezza al difficile appuntamento estivo con la crisi finanziaria e non si sarebbero secondati i tentativi di cancellare i risultati dei referendum, visibilissimi nel decreto. L´occasione per creare un collegamento tra vecchie e nuove forme di rappresentanza, indispensabile per ridare senso ad una democrazia rappresentativa ormai inscindibile dalla democrazia “continua” resa possibile da Internet, dunque per riconciliare cittadini e istituzioni, rischia così d´essere perduta.

La Repubblica 14.09.11

"Chi ci difende dall’infamia, presidente?", di Stefano Menichini

La posizione di Giorgio Napolitano è, in questa fase, di comprensibile difficoltà. Nessuno meglio di lui – per di più in contatto costante con Draghi – è consapevole del rischio mortale che sta correndo l’Italia. Nessuno meglio di lui, con le relazioni e con l’esperienza che ha, si rende conto di quanto negativamente pesi il fattore Berlusconi in questa crisi.
Nessuno meglio di Napolitano, infine, sa che il quadro politico attuale è del tutto inadeguato ad affrontare la situazione, a compiere le scelte difficili che quasi quotidianamente vengono auspicate dallo stesso Quirinale, e a reggere alle pressioni degli egoismi corporativi, del malessere sociale e della speculazione finanziaria.
Oggi però da Montecitorio uscirà l’ennesimo voto di fiducia, il cinquantesimo della legislatura. Siamo in un regime parlamentare, dunque il capo dello stato può fare riferimento solo alla sussistenza di una maggioranza parlamentare: l’attuale, per quanto mercenaria, regge. Anzi, dopo l’allineamento della Lega si confermerà anche nel salvataggio di Milanese.
È però anche vero che da mesi il presidente della repubblica si è proposto come garante di un minimo di correttezza istituzionale e di affidabilità di governo. In questo sforzo ha compiuto anche oggettivi strappi alla regola (che nessuno gli ha contestato) come l’appello a modificare la manovra mentre era già al voto del senato: può farlo, il suo impegno gli garantisce grande e trasversale consenso nel paese.
Due cose allora ci si potrebbero attendere a questo punto. La prima è l’avvio, a manovra approvata, di una verifica dello stato di salute effettivo della maggioranza in vista di inevitabili ulteriori interventi di finanza pubblica.
Il secondo è una forma di sanzione dell’incredibile inaccettabile comportamento di Berlusconi, che ieri da un podio europeo s’è permesso – con somma vigliaccheria – di addossare alle opposizioni (lui che governa da anni) la colpa della crisi del paese, aggiungendo l’infame accusa di dare sostegno alla speculazione contro l’Italia.
Non abbiamo neanche per un secondo creduto che Berlusconi volesse seguire gli inviti di Napolitano a stabilire una clima e una prassi di collaborazione davanti all’emergenza. Ma da qui all’agguato, al plateale scarico di responsabilità proprie, ce ne corre.
Come ci possiamo difendere, presidente Napolitano?

da Europa Quotidiano 14.09.11

"Insegnanti più poveri di dieci anni fa", di Flavia Amabile

Il rapporto Ocse: in Italia stipendi giù dell’1% E i colleghi all’estero guadagnano il 40% in più. La bocciatura arriva dall’Ocse ed è pesante. Secondo l’organizzazione internazionale l’Italia investe troppo poco per l’istruzione. E per gli insegnanti la vita è davvero dura: avevano già stipendi più bassi di quelli dei colleghi, devono subire ulteriori riduzioni mentre all’estero la paga dei prof aumenta. I giovani diplomati che pure in passato non hanno mai raggiunto un numero così elevato – non arrivano ancora alla media Ocse.

Secondo il ministero dell’Istruzione gran parte dei dati pubblicati dall’Ocse confermano la necessità di proseguire nella direzione adottata dal governo. In realtà nel rapporto viene fotografata una realtà ben diversa.

Un unico dato è positivo, l’affollamento nelle classi. Esiste un insegnante ogni 10,7 alunni nella scuola primaria (media Ocse 16) e uno ogni 11 alunni nelle secondarie (media Ocse 13,5), e una media generale di 21/22 (23 quella Ocse).

A scuola e università, però, l’Italia riserva il 4,8% del Pil contro una media Ocse del 6,1%. Terzultimo posto: peggio di noi solo Slovacchia (4%) e Repubblica Ceca (4.5%). Tra il 2000 e il 2008 la spesa sostenuta dagli istituti d’istruzione per studente nei cicli di livello primario, secondario e post-secondario non universitario è aumentata solo del 6% (rispetto alla media Ocse del 34%). Si tratta del secondo incremento più basso tra i 30 Paesi i cui dati sono disponibili. L’Italia è al terzultimo posto anche per il numero di diplomati nell’istruzione terziaria: il 20,2% dei giovani tra i 25 e i 34 anni raggiunge un livello d’istruzione del genere, rispetto alla media Ocse del 37,1% relativa alla stessa fascia d’età (34mo posto su 37 Paesi).

Gli stipendi degli insegnanti sono bassi, è così da molti anni. Ma ora la situazione sta anche peggiorando. Mentre gli stipendi dei prof italiani dal 2000 al 2009 sono diminuiti dell’1%, nel resto dei paesi dell’Ocse sono aumentati in media del 7%. Non solo. Un insegnante di scuola media in Italia deve attendere 35 anni di servizio per ottenere il massimo salariale, in media nei Paesi Ocse ne bastano 24.

A conti fatti, i docenti italiani guadagnano il 40% in meno rispetto ad altri colleghi con il loro stesso grado di istruzione. E lavorano molto di più dei colleghi dell’Ocse visto che in Italia gli scolari tra i 7 e i 14 anni passano a scuola 8.316 ore, contro una media dei Paesi Ocse di 6.732 ore.

La spesa annua per studente si avvicina invece a quella complessiva dei paesi Ocse. L’Italia spende per uno studente circa 9.200 dollari all’anno, nel complesso i paesi Ocse spendono 9.860 dollari. Ma c’è una differenza. L’Italia investe soprattutto sugli studenti delle scuole di primo e secondo livello. Molto più della media Ocse. Ma poi la spesa pro capite per gli universitari è molto al di sotto della media Ocse: 9.553 dollari contro 13.717.

Dure le critiche da opposizione e sindacati. «Solo la ministra Gelmini continua, anche oggi, a descrivere, in alternativa ai fatti, la scuola dei sogni», afferma la senatrice del Pd Vittoria Franco. «Quali dati ha letto il ministro? – chiede Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil – Quelli in nostro possesso rappresentano invece un quadro molto preoccupante». «Si qualifichi la spesa», esorta il segretario generale della Uil scuola, Massimo Di Menna. Francesco Scrima, leader della Cisl Scuola, chiede «un piano d’intervento straordinario».

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“Ocse: Retribuzioni più basse e carriera più lenta per i docenti italiani”, da Tuttoscuola

Le note dolenti provenienti dal rapporto Ocse diffuso oggi non si fermano alla bassa spesa dell’Italia per l’istruzione e alla bassa crescita di questa spesa, ma si estendono anche agli stipendi degli insegnanti, che – nota l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – in Italia, tra il 2000 e il 2009, sono leggermente diminuiti (-1%), a fronte di una crescita media del 7%, in termini reali, nei Paesi dell’Ocse.

Sempre sul fronte dell’insegnamento, il rapporto evidenzia che gli studenti italiani “beneficiano di classi relativamente poco numerose e di tempi d’istruzione più lunghi ma gli insegnanti guadagnano molto meno rispetto ad altri professionisti con diploma d’istruzione terziaria e la progressione di carriera sino al livello più alto della loro fascia retributiva è relativamente lunga”.

Gli insegnanti delle scuole secondarie inferiori, rileva l’Ocse, raggiungono, in media nei Paesi Ocse, il livello più alto della loro fascia retributiva dopo 24 anni di servizio, mentre in Italia, ciò avviene solo dopo 35 anni di servizio.

Gli stipendi relativi degli insegnanti della scuola primaria, secondaria inferiore e secondaria superiore sono bassi in Italia, dove essi guadagnano meno dello stipendio medio di altri professionisti con livello d’istruzione terziaria. Gli stipendi degli insegnanti sono di circa il 40% inferiori agli stipendi di lavoratori con livello d’istruzione comparabile

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“Rapporto Ocse 2011, per l’Italia più ombre che luci”, da La Tecnica della Scuola

Il numero di studenti per classe rimane inferiore alla media. Sempre alto invece il numero di ore d’insegnamento. In ritardo su tanti aspetti: dagli stipendi dei prof, più bassi del 40%, alla spesa rispetto al Pil e al singolo studente fino alla carenza di ispezioni . Il tutto per far diplomare e laureare ancora pochi giovani.
Nessun allarme “classi-pollaio”, tempi d’istruzione più lunghi, stipendi dei docenti più bassi mediamente del 40%, la percentuale del Pil destinata all`istruzione tra le più basse di tutti i paesi Ocse, istituti non sottoposti a valutazioni sull’operato svolto, diplomati in crescita ma sempre pochi rispetto alla media. Sono i dati salienti, riguardanti l’Italia, contenuti nel rapporto comparativo internazionale dell’Ocse “Education at a Glance 2011”, pubblicato il 13 settembre. Scorrendo il lungo dossier si scopre che in media nei Paesi Ocse nella scuola primaria vi sono 16 studenti per insegnante, che diventano 13,5 al livello secondario e 14,9 al terziario. La proporzione studente-insegnante va da 24 studenti o oltre per insegnante in Brasile e Messico, a meno di 11 in Ungheria, Italia, Norvegia e Polonia. In Italia, invece, la proporzione è di 10,7 al livello primario, di 11 al secondario e di 18,3 al terziario.
Quanto ai tempi d’istruzione, se la media per gli studenti tra i 7 e i 14 anni nei Paesi Ocse è di 6.732 ore, in Italia siamo a 8.316 ore. Brutte notizie per gli insegnanti del Belpaese: quelli in servizio nelle scuole secondarie inferiori italiane raggiungono, in media nei paesi Ocse, il livello più alto della loro fascia retributiva dopo 24 anni di servizio, mentre in Italia ciò avviene solo dopo 35 anni di servizio. Molto più bassi anche quelli che operano nella primaria e secondaria inferiore. Complessivamente, per l’Ocse sono di circa il 40% inferiori a quelli dei lavoratori con un livello d’istruzione comparabile. Inoltre tra il 2000 e il 2009 nei paesi Ocse gli stipendi degli insegnanti sono aumentati in media del 7%, in termini reali, ma in Italia sono addirittura diminuiti (-1%).
Confermata anche la bassa priorità dello Stato per l’istruzione: soprattutto a causa della scarsità degli investimenti privati (8,6% contro la media del 16,5%), nel 2008 l`Italia ha speso il 4,8% del Pil per l’istruzione, ovvero 1,3 punti percentuali in meno rispetto al totale Ocse del 6,1%, posizionandosi al 29 posto su 34 Paesi. E ciò nonostante la spesa per studente di livello secondario superiore e terziario sia leggermente aumentata: tra il 2000 e il 2008 in Italia la spesa sostenuta dagli istituti d`istruzione per studente nei cicli di livello primario, secondario e post-secondario non universitario è aumentata solo del 6% (rispetto alla media Ocse del 34%). Un incremento, peraltro, di cui c’è poco da andare fieri, visto che si tratta del secondo aumento più basso tra i 30 Paesi i cui dati sono disponibili. Da notare che anche la spesa per studente universitario è aumentata di 8 punti percentuali, rispetto alla media Ocse di 14 punti percentuali. Inoltre, diversamente da altri paesi dell`Ocse, in Italia la spesa per studente sostenuta dagli istituti non aumenta notevolmente in base al livello d’istruzione: passa da 8.200 dollari americani al livello pre-primario a 9.600 dollari americani al livello terziario, rispetto all`aumento medio nell`area Ocse da 6.200 dollari americani al livello pre-primario a 13.700 dollari americani al livello terziario. Inoltre, in media nei Paesi Ocse lo stipendio per studente al livello d`istruzione secondario superiore è di 3.450 dollari americani, rispetto ai 2.998 dollari americani in Italia.
C’è poi un’altra conclusione che farà discutere: su 33 paesi dell’Ocse i cui dati sono disponibili, l’Italia è uno dei pochissimi (insieme a Grecia, Lussemburgo e Messico) che non prevede ispezioni scolastiche, né valutazioni del proprio operato da parte di ciascuna scuola. L’Ocse ha rilevato che in Italia è richiesto alle scuole di presentare solo rapporti di conformità alle autorità di livello superiore: un dispositivo che assicura che le scuole osservino leggi e regolamenti, ma diversamente dalle ispezioni scolastiche e dalle autovalutazioni non riguarda la qualità dell`istruzione né individua i punti di forza e di debolezza di ogni istituto scolastico.
Negativo, infine, il computo sui giovani italiani in possesso di un diploma d’istruzione secondaria: il loro numero non è mai stato così elevato, circa il 70,3% dei giovani tra i 25 e i 34 anni (con la fascia tra i 55 e i 64 anni oltre 30 punti indietro), ma la percentuale è di gran lunga inferiore alla media Ocse per la stessa fascia d`età (81,5%). Male, inoltre, il resoconto sulle lauree conseguite in Italia: il 20,2% dei giovani tra i 25 e i 34 anni raggiunge il livello d`istruzione massimo, rispetto alla media Ocse del 37,1% relativa alla stessa fascia d`età (34mo posto su 37 Paesi).

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