Latest Posts

Festa Pd Modena, un decalogo per la scuola

Il programma in dieci punti del Partito democratico sarà illustrato domattina alle 10.30 a genitori, studenti e insegnanti a Ponte Alto. Il Partito democratico presenta il suo “decalogo” per la scuola a genitori, studenti e insegnanti modenesi. L’appuntamento è per domani, domenica 11 settembre, alle 10.30 nella sala Abitcoop della Festa del Pd di Modena. A illustrare il programma in 10 punti del Pd ci saranno Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria nazionale del Pd; la sen. Mariangela Bastico; l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera; Elena Malaguti, assessore all’Istruzione della Provincia di Modena.

Gli obiettivi di Europa 2020 chiedono a tutti gli Stati membri di promuovere una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile. Per il futuro dell’Italia, per tornare ad avere alti tassi di occupazione, produttività e coesione sociale, bisogna dimezzare il tasso di dispersione scolastica e triplicare il numero di laureati. Il recente rapporto Ocse 2010 evidenzia come la media di investimenti in istruzione dei paesi membri, sia cresciuta fortemente negli ultimi anni e risulti pari al 5,7% del Pil, mentre l’Italia si colloca al di sotto della media, investendo solo il 4,5 % del PIL.

Il Governo, invece di affrontare i problemi cronici del sistema scolastico italiano, li aggrava, infliggendo 8 miliardi di tagli, e sottraendo 132 mila posti di insegnanti e personale ATA nel triennio. E’ per contrastare questo attacco alla scuola pubblica che il Partito democratico ha messo a punto il suo “decalogo”. Solo investendo sui saperi, scommettendo sulla qualità del capitale umano del Paese e su una società della conoscenza diffusa, si potrà tornare a crescere.

"Se vincono i falchi di Berlino", di Andrea Bonanni

È tutta italiana la zeppa su cui inciampano, si avvitano ed entrano in collisione i due soli poteri forti rimasti in Europa: la Germania e la Banca centrale europea. La Grecia ha indignato i tedeschi per la disonestà con cui aveva falsificato i conti nascondendo l´entità del buco di bilancio. L´Italia li ha esasperati per l´inettitudine con cui ha gestito la crisi del suo debito, talmente enorme da poter far implodere la moneta unica. Alla fine, proprio per salvare l´euro, la Banca centrale è stata costretta a intervenire dettando a Berlusconi i termini della manovra che avrebbe dovuto varare per consentire a Francoforte di venirci in aiuto acquistando Bot. Un passo che, per gli ayatollah dell´ortodossia monetaria, suona come un doppio sacrilegio. Primo, perché nella logica luterana della Bundesbank, chi sbaglia deve pagare. Secondo, perché se è sacrosanto il precetto che la Banca centrale deve essere indipendente dai governi, appare addirittura inconcepibile l´inverso: che un governo venga messo sotto tutela dalla Banca centrale. E comunque, nonostante il controverso commissariamento europeo di Berlusconi, l´Europa è rimasta appesa per quindici giorni al mortificante teatrino della politica italiana messo in scena da un centro destra indeciso a tutto. Fino all´intervento risolutivo di Napolitano.
E´ questo lo scenario che fa da sfondo alle dimissioni di Juergen Stark, il membro tedesco del board della Bce, che ieri hanno precipitato i mercati e l´euro in un ennesimo tuffo senza rete.
Dietro il suo abbandono c´è la scoperta di un paradosso incomprensibile per la logica tedesca: quell´Europa che non aveva voluto darsi una vera unione politica per preservare la virtuosità dei governi più lungimiranti ed efficienti, alla fine si trova tutta in ostaggio dei governi più stupidi, disonesti, o pasticcioni. Ed è costretta a venire in loro soccorso con un atto di umiltà che molti, a Nord delle Alpi, considerano insopportabile.
Stark è il secondo membro tedesco della Banca centrale europea a dimettersi nel 2011. A febbraio se ne era andato il presidente della Bundesbank, Axel Weber, membro del consiglio dei governatori della Bce e candidato alla successione di Trichet, in disaccordo sull´intervento per il salvataggio della Grecia. Queste nuove dimissioni si iscrivono nella stessa logica. Ma sarebbe sbagliato credere che esse siano soltanto la spia delle crescenti e malcelate divisioni in seno all´autorità monetaria europea. Esse probabilmente rivelano anche le prime crepe nel muro tedesco, che finora aveva opposto alle emergenze della crisi il verbo inesorabile e immutabile dell´ortodossia monetaria.
Le origini immediate delle dimissioni di Stark si possono far risalire a domenica 7 agosto, quando il board della Bce, riunito in teleconferenza, approva a maggioranza la decisione di acquistare i titoli di Stato italiani e spagnoli sotto attacco, dopo che il governo Berlusconi si era frettolosamente impegnato a varare una manovra correttiva secondo le linee dettate da Francoforte. In quell´occasione, a quanto si dice, Jurgen Stark votò contro la decisione, come fece anche il nuovo presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Ma ciò che probabilmente ha innescato la delusione di Stark non è stato tanto il fatto di ritrovarsi in minoranza nel Consiglio della Bce, quanto il comunicato congiunto con cui, nelle stesse ore, Merkel e Sarkozy in sostanza benedicevano l´intervento a favore di Italia e Spagna.
Una posizione, quella franco-tedesca, confermata una settimana dopo in occasione del vertice straordinario tra il presidente francese e la cancelliera tedesca.
In realtà, le affannose consultazioni del mese di agosto hanno portato ad un impercettibile ma fondamentale spostamento nella linea del capo del governo di Berlino. Messa di fronte alla scelta drammatica tra salvare i principi e salvare l´euro, Angela Merkel, spinta e tirata da Sarkozy, ha scelto l´euro. E questo ha aperto un confitto in seno al monolite tedesco, tra il governo e la Bundesbank, e all´interno dello stesso establishment della maggioranza di governo. Già isolata politicamente da una opposizione in cui verdi e socialdemocratici hanno da tempo accettato l´idea degli eurobond e della solidarietà europea, la Cancelliera si sta lentamente preparando a cambiare rotta, anche sotto la spinta della lobby industriale tedesca che vede come una condanna a morte per l´export “made in Germany” un possibile fallimento dell´Unione monetaria.
Ma la parte di establishment che resta fedele all´ortodossia monetaria ereditata da Theo Weigel, il mitico ministro delle Finanze di Helmut Kohl, non vuole rassegnarsi al cambiamento che si profila all´orizzonte. E, spalleggiata anche dai falchi olandesi e finlandesi, alza la voce nella speranza di bloccare l´evoluzione prima che sia troppo tardi. Questo spiega anche le recenti dichiarazioni oltranziste del premier olandese e la raffica di attacchi di esponenti tedeschi contro il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet. Attacchi a cui Trichet ha risposto con toni inusitatamente bruschi, ricordando che nei suoi dodici anni di vita la Banca centrale europea ha protetto la Germania dall´inflazione «meglio di quanto abbia fatto la Bundesbank».
Le dimissioni di Stark, ieri, come quelle di Weber sei mesi fa, sembrano dimostrare che il forcing dei falchi tedeschi è per il momento fallito. E la probabile nomina nel board della Bce di Jorg Asmussen, un politico che ha studiato anche alla Bocconi, suonano come una conferma che in Germania sta affermandosi una linea più flessibile e pragmatica. Nello scontro titanico sul futuro d´Europa tra Bce e Bundesbank, tra Francoforte e Berlino, alla fine il potere più forte è risultato quello che, forse, riuscirà a salvare l´Italia, e con l´Italia l´euro.

La Repubblica 10.09.11

"Sesso con il prof. il manuale delle giovani matricole", di Paola Zanuttini

C’è una notizia di stagione: in senso lato, perché riferisce dei mala tempora e, in senso stretto, perché esce mentre si svolgono i test di ingresso nelle patrie università. Da un sondaggio su 16.218 aspiranti matricole, ambosessi, promosso dal portale UniversiNet.it risulta che la metà degli interpellati/e è disponibile a offrire prestazioni sessuali in cambio di una raccomandazione per passare il test.
Con tutta la diffidenza che può suscitare un sondaggio on line e anonimo, i risultati non vanno presi sottogamba. Perché rivelano un trend allarmante, se si considerano le precedenti edizioni del rilevamento: nel 2009 l’opzione sessuale era scelta solo dal 12 per cento del campione, l’anno dopo dal 25, oggi dal 48 per cento.
Il primo dato scoraggiante è che lo studio non è proprio considerato una garanzia di successo. Confidavano nel merito 15 studenti su cento nel 2009, 12 l’anno scorso e 13 quest’anno: non c’è da gioire per la flebile rimonta, anche perché la fiducia nella raccomandazione avanza implacabile, al ritmo del 75, 85, 86 per cento nei tre anni presi in esame.
L’offerta sessuale rientra, è ovvio, nella voce raccomandazione ed è interessante vedere come nella valutazione dei ragazzi abbia surclassato le tradizionali strategie per ottenere favori e privilegi. Alla domanda “Qual è la raccomandazione più forte?” l’escalation nel triennio del do ut des carnale non lascia margine di dubbio: dal 12 per cento al 25 al 35. È l’unico valore – a chiamarlo così – in crescita, insieme al ricorso a un alto prelato, non contemplato nel 2009, ma passato dal 6 al 13 per cento dall’anno scorso a oggi. Tutti gli altri aiutini scendono nella considerazione degli intervistati: l’intervento propiziatorio di un parente professore slitta dal 23 per cento al 18 e poi al 15; quello di un parente professionista è andato anche più giù; la frequentazione dei costosi (e ammanicati) centri di preparazione ai test dal 21 al 11 al 5; la spintarella di un politico nazionale dal 25 al 18 al 12.
Alla domanda “Cosa saresti disposto a fare per ottenere una raccomandazione?” solo il 6 per cento risponde che allungherebbe una mazzetta, meglio allora pagare un corso di preparazione (24 per cento), magari per studiare anche un po’ vien da sperare, oltre che per ricevere un trattamento preferenziale. Poi c’è un 19 per cento che si iscriverebbe a un partito, non si sa mai. Del sesso abbiamo già detto, ma senza specificare che le ragazze pronte al baratto passano dal 45 al 57 per cento, mentre i ragazzi dal 14 al 39.
Non è dato sapere a chi fornirebbero i loro servigi sessuali questi ragazzi confusi e disinvolti: ai prof o alle prof? Ma Renato Reggiani, direttore di UniversiNet, dice che quando il corpo viene percepito solo come una commodity, uno strumento per far carriera, non c’è spazio per i distinguo. “E, dopo un anno e mezzo in cui non s’è parlato d’altro che delle avventure erotiche di Berlusconi & C., non ci siamo stupiti più di tanto nel vedere questo incremento della disponibilità allo scambio sessuale. Il messaggio che è passato è: puntare sul corpo apre tutte le strade. Spettacolo, politica, professioni, potere”.
E il buon vecchio rigore morale? La dignità della persona? “Nelle risposte a questo sondaggio c’è un evidente tasso di provocazione, di goliardia e perfino di alterazione della personalità, perché internet e l’anonimato consentono di tutto e di più. Però c’è anche un grido di dolore, perché iscriversi all’università è un modo di scegliersi la vita, un momento cruciale, ma oggi è segnato più dall’angoscia che dalla gioia. I corsi preparatori costano dai 500 ai 6000 euro e sai che, se non entri in una facoltà blindata come Medicina – dove, guarda caso, i professori hanno tutti lo stesso cognome – non farai mai il medico. Ma sai anche che la selezione troppo spesso non si basa sul merito. Stiamo distruggendo i sogni ai ragazzi”.
Non c’è il rischio che oltre a denunciare il malcostume accademico il sondaggio legittimi quello studentesco? Reggiani risponde che in redazione questo problema se lo sono posto, ma che l’alternativa era mettere la testa sotto la sabbia.
“Se studio il divorzio non per questo lo incentivo. E la nostra università ha sempre legittimato il ricorso alle scorciatoie, non solo sessuali” dice Chiara Saraceno, una vita trascorsa nelle università italiane e tedesche a insegnare Sociologia della famiglia. “La mia domestica rumena si è iscritta all’università e non si capacita che agli esami copino tutti meno lei, che infatti passa per scema”.
Prese le distanze dalla metodologia del sondaggio, neanche Saraceno si stupisce per i risultati: “Non è solo la ricaduta del bunga bunga, ma l’effetto della consolidata propensione italiana per le scorciatoie: a che serve studiare se si può essere valutati per ciò che si dà invece che per quello che si sa? Però emerge un elemento nuovo, che non migliora né peggiora le cose, l’autonomia: ci si raccomanda da sé. Magari funziona per chi non ha famiglie o conoscenze influenti”.
La sociologa ha spesso discusso con i colleghi maschi sul malvezzo dei rapporti sessuali con le studentesse: “Molti ribattevano che erano le ragazze a offrirsi. Io controribattevo che non era una buona ragione per approfittarne, questi non sono rapporti liberi e alla pari. Ma ci sono anche professori che si seccano se arriva un’esaminanda con la foto osé infilata nel libretto. Anche a me è capitato di dover dire a una ragazza che il fatto che portasse o non portasse le mutande durante gli esami non mi interessava. Ma ripeto: più del sesso con i professori colpisce la propensione generale ad aggirare gli ostacoli”.
Ostacoli che ci sono, a partire dal mantenimento agli studi. All’uscita italiana di Student services, film francese su una ragazza che si prostituisce per pagarsi l’università, Reggiani ha chiesto agli iscritti al suo portale: “Conosci studenti che usano il proprio corpo per guadagnare?”. Hanno risposto in 7459 e quasi un terzo ha detto che sì, li conosce. Giovani che occasionalmente si prestano, in ordine decrescente, come hostess, cubiste, spogliarelliste on line, massaggiatrici o escort. Va da sè che i ruoli vanno declinati anche al maschile. La maggioranza lo fa per comprarsi gli sfizi, un quarto per pagarsi l’affitto. Altri per diletto. Ma la concorrenza avanza. Lo dice una studentessa della Sapienza intervistata da UniversiNet che, dopo qualche lavoretto mal pagato è diventata cam girl. Per dieci minuti di spogliarello davanti alla web cam incassa cento euro, divisi al 60/40 coi gestori del sito, però sa che non durerà. Le ragazze cinesi entrano in rete anche dal lontano Oriente e stracciano i prezzi. Cinque minuti di nudo integrale a dieci euro.

Il Venerdì di Repubblica 09.09.11

"Con questi criteri di valutazione la ricerca perde fiducia in se stessa", di Tullio Gregory

L’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) ha varato, e proposto alla discussione, i «criteri e parametri di valutazione dei candidati e dei commissari dell’abilitazione scientifica nazionale» (nuova formula dei vecchi concorsi). Già Ernesto Galli della Loggia ha indicato sul Corriere alcuni punti assai problematici nei criteri dettati per valutare le pubblicazioni dei candidati, «dettagli» significativi del generale declino del Paese e della sua stessa identità.
Varrà la pena riprendere il discorso, esaminando più da vicino il documento dell’Anvur. Esso afferma di seguire orientamenti condivisi a livello internazionale, ma propone parametri bibliometrici, cioè puramente quantitativi, sui quali proprio la comunità scientifica ha da anni espresso forti riserve. Ricorderemo solo alcune significative e autorevoli prese di posizione. Il Consiglio Universitario Nazionale, nel documento del dicembre 2008, ha escluso la validità di criteri bibliometrici (fondati sull’Impact Factor, ovvero il numero medio di citazioni ricevute in un determinato e breve arco temporale su riviste presenti nelle banche dati citazionali di Isi), per la gran parte delle aree disciplinari, dalla matematica all’informatica, dalle scienze della terra all’ingegneria-architettura, dalle scienze dell’antichità alle discipline filosofiche, storiche, filologiche, giuridiche; più di recente (2011) è tornato a «sottolineare che non è possibile individuare e definire indicatori universali». Nel 2009 una commissione creata dal Consiglio scientifico generale del Cnr, presieduta da Luigi Labruna, proponendo nuovi e più adeguati criteri di valutazione per le scienze umanistiche, ha escluso per esse la validità di criteri bibliometrici e ha sottolineato il carattere non scientifico della banca dati delle riviste Isi (lo stesso va ripetuto per Scopus), trattandosi di prodotti puramente commerciali: la prima è della società Thomson Reuters Corporation, la seconda è degli Elsevier; in queste banche dati si entra non sulla base di valutazioni scientifiche, ma per accordi economici, con accesso a pagamento. Del tutto privo di pretese scientifiche è Google Scholars, grande calderone di libri, riviste e citazioni, facilmente manipolabile e falsificabile. Peraltro il numero delle citazioni non è di per sé indice di qualità: non solo perché le citazioni possono anche essere stroncature (la banca dati non fa differenza), ma anche perché lavori altamente specialistici possono trovare pochi recensori, mentre la loro significatività nei tempi lunghi è assai più incisiva.
In sede internazionale basterà ricordare il documento presentato dall’Académie des Sciences al ministro dell’Istruzione superiore e della ricerca francese (17 gennaio 2011): esso mette in luce, con un dettagliato elenco, tutti gli errori intrinseci all’applicazione di criteri bibliometrici, mostrandone altresì l’inadeguatezza per una corretta valutazione scientifica. Nel marzo 2011 è stato presentato un ampio rapporto della European Sciences Foundation sui criteri di valutazione dei programmi di ricerca nel quale si sottolinea come parametri bibliometrici abbiano un valore del tutto marginale e non possano essere esclusivi o determinanti per la valutazione delle ricerche individuali.
Dunque la comunità scientifica nazionale e internazionale è tutta fortemente critica dei parametri bibliometrici che invece, per l’Anvur, costituiscono parametri da «utilizzare per i candidati all’abilitazione», parametri così precisati: 1) il numero di pubblicazioni censite su Isi o Scopus (o altra base dati di ampia copertura); 2) il numero totale delle citazioni; 3) l’indice h (basato sul numero delle pubblicazioni e sulle citazioni ricevute).
Fortunatamente qualche dubbio deve avere colto i membri dell’Anvur dato che — anche se non detto direttamente — tali parametri non si applicano, almeno per ora, alle discipline storiche, filologiche, filosofiche, antichistiche, giuridiche e sociali (aree 10-14, con alcune eccezioni); per questi settori sarebbe opportuno tener presenti le indicazioni del Cnr.
Preoccupa ugualmente la sicurezza nel proporre parametri quantitativi per tutte le altre aree disciplinari per le quali, abbiamo visto, il Cun aveva escluso la validità. Del resto non sono solo questi i problemi che il documento solleva: al di là del credito dato alle banche dati di Isi e Scopus, assai preoccupante appare la distinzione proposta, fra articoli e monografie in lingua non italiana e quelli in italiano (forse si pensa, ma non si dice, all’inglese), assicurando ai primi una maggiore valutazione. Così una monografia, anche di grande rilevanza, pubblicata in lingua italiana vale meno («peso 1 punto») di una pubblicazione in lingua straniera (peso 1,5: curioso l’uso del termine «peso» per qualificare il valore scientifico di un testo). La stessa definizione di un punteggio massimo per ogni pubblicazione penalizza monografie di più alto valore; meglio sarebbe indicare un punteggio globale per le pubblicazioni, lasciando alle commissioni di valutare le singole opere.
V’è infine l’introduzione di un criterio puramente aziendalistico e manageriale nel «profilo scientifico del professore associato e del professore ordinario»: la capacità «di attrarre finanziamenti»; «almeno in un caso» per l’associato, con una «posizione di leader» per l’ordinario. Come se compito di uno studioso, sua missione, fosse trovare denari e sponsor, e questo possa essere requisito tanto importante da divenire condizione per accedere alla carriera universitaria.
Dettagli? Può darsi, ma siamo qui nel punto più delicato della recente riforma universitaria e si ha l’impressione che il documento dell’Anvur rispecchi un desolato paesaggio nel quale gli stessi protagonisti hanno perduto fiducia nella ricerca libera e disinteressata, accettando un’idea di università come azienda che deve vendere prodotti, valutando i risultati della ricerca in base all’immediato successo, all’ascolto: come si chiede agli spettacoli televisivi, con i noti risultati.

Il Corriere della Sera 10.09.11

"La Cgil a Cisl, Uil e imprese: difendiamo l’intesa del 28 giugno", di Massimo Franchi

La Cgil chiede a tutti i firmatari di applicare interamente l’accordo del 28 giugno a scapito dell’articolo 8 della manovra. Il Direttivo della Cgil si chiude in serata, con un giorno di anticipo, con un mandato alla segreteria di avanzare a Cisl, Uil e Confindustria la richiesta di «un pronunciamento formale che renda esplicito che le norme applicabili sono esclusivamente quelle previste dall’accordo » del 28 giugno.
La maggioranza congressuale approva la mozione, mentre la minoranza della “Cgil che vogliamo” prima propone di chiedere ai co-firmatari lo stralcio dell’articolo 8 e poi contesta la scelta di dare mandato alla segreteria di sottoscrivere l’accordo senza aver terminato la consultazione degli iscritti.
«L’articolo 8 della manovra è stato fortemente voluto dal ministro del Lavoro e dal governo come reazione e negazione dell’accordo del 28 giugno. È dunque evidente che l’ipotesi d’intesa raggiunta con Cisl, Uil e Confindustria rappresenta, ancor di più rispetto a prima, uno strumento di tutela per i lavoratori».È il passaggio più delicato ed atteso della relazione di apertura di Susanna Camusso al Direttivo di ieri. Tra le aperture di Bonanni e la richiesta della Fiom di ritirare la sigla dall’accordo del 28 giugno, la linea dettata dal segretario generale al parlamentino della Cgil è dunque quella di mantenere la barra dritta. Se da un lato dunque si va avanti con la consultazione degli iscritti prevista su quel testo e si specifica la necessità di trovare una modalità che al momento della firma definitiva «impegni tutte le parti firmatarie ad applicare integralmente i contenuti dell’intesa», dall’altra si continua la mobilitazione e si promette di «continueremo l’iniziativa per cancellare l’articolo 8, proseguendo la mobilitazione anche per via giudiziaria, fino ad arrivare alla Corte Costituzionale». Per cercare di riaprire il dialogo sindacale con Cisl e Uil e nel contempo non mettere a rischio il ricompattamento interno che il successo dello sciopero di martedì aveva portato, Susanna Camusso inizia il suo intervento proprio dallo sciopero generale. «Un successo straordinario », «una difficile sfida vinta», «una mobilitazione non solo della Cgil», «rappresentando un sentire generale del paese», «con una diversa partecipazione politica» «che ci porta a chiedere alle forze politiche un impegno coerente nella cancellazione dell’articolo 8 della manovra ».
La mobilitazione va comunque avanti e la notizia data ieri, oltre agli appuntamenti di pubblici e Flc (Conoscenza) di sabato15 ottobre, dei pensionati dello Spi a fine novembre, è quella di una grande manifestazione nazionale sul tema del lavoro entro la fine dell’anno. Parallelamente andranno avanti i ricorsi messi a punto dai «consulenti legali a cominciare dal contributo di solidarietà solo per i pubblici dipendenti», «sul money transfert che tassa le rimesse dei lavoratori immigrati che hanno bisogno di mandare i soldi alle proprie famiglie» voluta «dalla Lega».
Da Chianciano Bonanni ha commentato positivamente la relazione della leader Cgil: «Ho detto alla Cgil, “smetti di fare casino, ci mettiamo d’accordo”. L’articolo 8 lo usiamo per supporto agli accordi assunti, l’articolo 18 non lo tocchiamo e finisce lì. Oggi la Camusso ha detto che mantiene l’accordo del 28 giugno, mi aspetto che dia conseguenza a quello che ha detto». Molto contrariato è invece il leader della minoranza Cgil, Gianni Rinaldini. «Noi avevamo chiesto di sospendere il Direttivo in attesa di un pronunciamento di Cisl, Uil e Confindustria sulla proposta di stralcio all’articolo 8. La maggioranza ha votato contro e poi ha di fatto dato mandato alla segreteria di firmare l’accordo del 28 giugno senza prima consultare gli iscritti. Si tratta di un fatto gravissimo – continua il leader de “La Cgil che vogliamo” -. Non credo che lo Statuto della Cgil preveda una procedura di questo tipo». Sull’articolo 8 ieri è arrivato anche l’affondo della Fiom che con Giorgio Airaudo ha annunciato la volontà di «verificare con i giuristi la possibilità di sottoporlo a referendum abrogativo. Pensiamo – ha aggiunto – che vada usato qualsiasi strumento per contrastare quel provvedimento. Il contratto nazionale per noi è un bene comune come l’acqua, il diritto a non essere licenziati è un diritto fondamentale».

L’Unità 10.09.11

La buona educazione ecco la scuola che vogliamo", di Marc Fumaroli e Mariapia Veladiano

Colpita dai tagli, stremata da continue riforme che le hanno tolto centralità e ruolo, la scuola resta decisiva per il futuro del Paese. Così nonostante le difficoltà, alla vigilia del ritorno in classe, è bello immaginare come insegnanti, ragazzi e genitori possano provare a salvarla. Copiando esperienze importanti, dalla Finlandia a Napoli, o rinnovando modelli perduti. Perché la scuola è di tutti: dall´impegno dei maestri precari ai desideri degli studenti, è ancora possibile trovare energie e passioni da spendere in un progetto di rinnovamento.
Lo scenario attuale è scoraggiante, eppure vale la pena cercare idee per ripensare i programmi, ricostruire il rapporto con le nuove generazioni, progettare spazi diversi da quelli burocratici. Dalle bocciature al voto di condotta, dalle letture in classe al rapporto con i genitori fino alla costruzione di un archivio di storie della scuola fatte dai ragazzi, ecco alcune proposte per una buona educazione.

******

“La buona educazione”, di Mariapia Veladiano

La scuola è nostra. Di tutti noi. Non mia, non loro. È di chi non ha figli nelle aule e di chi ce li ha, di chi la frequenta e di chi insegna, di chi se ne occupa e di chi non ne sa niente. È il nostro bene comune. Non si buttano pietre contro il nostro bene. Che cosa vogliamo dalla scuola?
Oggi l´infelice fastello di norme-dispositivi-razionalizzazioni, in effetti solo tagli e ancora tagli, che ci si ostina a chiamare riforma della scuola, sta andando “a regime”, come si dice con una metafora vagamente minacciosa nella sua statica definitività. E allora: che cosa possiamo fare? Ora che la scuola è più povera di persone e risorse, più mortificata nel prestigio di cui ha bisogno, con gli studenti e nella società, più attaccata, più sola?
La moltiplicazione delle esperienze. Bisogna impedire l´incosciente dissipazione delle esperienze positive che i tagli vorrebbero cancellare. Così a Napoli è stata fatta morire la storia di Chance, la scuola dei maestri di strada. Cercava, inseguiva e dava un´altra opportunità a ragazzi bocciatissimi delle scuole del regno. Gli insegnanti che ci lavoravano hanno trovato piccoli finanziamenti privati e hanno disseminato l´esperienza: ora undici istituti collaborano fra loro per conservare il buono già messo da parte. «È morta una scuola e ne sono nate undici», ha scritto Cesare Moreno, maestro di strada, rispondendo a un ex studente di Chance. Così quel che prima viveva una separatezza sospettosa, quasi Chance fosse una scuola dei privilegi, è diventato condivisione capace di moltiplicare il bene.
Una scuola del patto. La scuola può stringere patti. Fra studente e docente, scuola e famiglia, scuola e società. Tutte le indagini ci dicono che la fiducia delle famiglie verso la scuola tiene, sorprendentemente. È inutile rimpiangere la stagione della rappresentanza, che è in crisi ovunque. I genitori oggi devono partecipare direttamente alla vita della scuola in un´alleanza di trasparenze che non lasci spazio al sospetto. Credo che la scuola abbia il compito di smascherare ogni “gerarchia nascosta delle relazioni”. I problemi, le difficoltà, i disagi non vanno “comunicati” ai genitori, ma condivisi con loro e i figli. Dal bullismo al cattivo risultato scolastico, ci si trova, insieme, seduti intorno a un banco, si stende un impegno in pochi punti, sottoscritto dal ragazzo (che ripara il danno nella forma del servizio, oppure recupera le insufficienze attraverso un impegno scandito da tappe condivise), dal genitore (che si impegna a seguire giorno per giorno e a firmare il calendario degli impegni assunti), dal docente (che accompagna, verifica passo passo, riconosce i progressi e li mette in comune). Lo si fa da anni in molte scuole. Ciascuno esce dalla solitudine del suo ruolo, si condivide il successo. E anche l´insuccesso, che non può più essere buttato addosso all´uno o all´altro.
Il patto più efficace è quello con gli studenti. Perché li riconosce, è fra pari, dà fiducia davvero. E non può avere la forma rituale, all´inizio dell´anno, di una firma in fondo a un elenco altrettanto rituale di impegni. Deve essere di volta in volta, preciso, condiviso, scritto insieme (per quale risultato ci accordiamo? cosa fai tu? cosa fa la scuola? quanto tempo ci diamo? come verifichiamo?).
Lo spazio simbolico. Le nostre scuole sono soprattutto raccoglitori d´aule. E che aule. Molto di quello che diciamo importante non si ritrova nella “simbolica” degli spazi: i genitori devono partecipare, ma li riceviamo in piedi nei corridoi; i ragazzi devono leggere, ma i libri sono nascosti in armadi chiusi, nelle aule meno appetibili; i ragazzi devono studiare, ma quante scuole hanno spazi adatti? I confronti con l´Europa e con il mondo non possono riguardare solo i risultati, ma anche le risorse. Le scuole finlandesi hanno la struttura del campus: poche ore di lezione, laboratori, mensa, aule per lo studio, biblioteche, impianti sportivi. Le aule sono attrezzate con videoproiettore, collegamento Internet, biblioteca essenziale della disciplina. I ragazzi si spostano da un edificio all´altro dentro lo spazio della scuola. Scuola e vita si mescolano.
Il potere delle parole. Ci servono parole condivise che dicano le verità della scuola. La famigerata “condotta” che ha fatto da catalizzatore demagogico di tante discussioni, nella legge trentina sulla scuola si chiama invece “capacità relazionale”. La metafora militare lascia il posto a una costellazione di significati che riconoscono lo studente e i suoi comportamenti dentro un rapporto. Se la relazione è cattiva, la colpa non sta mai da una sola parte. E restituisce, questa espressione felice, la dimensione della responsabilità di tutti. E così, sempre a Trento, la disabilità è ricompresa, come insegna l´Europa, entro l´espressione “bisogni educativi speciali”. Che ha più declinazioni, che non richiedono tutte necessariamente la certificazione. Si tratta di misure integrative e compensative che possono riguardare per un certo periodo molti ragazzi. L´effetto è sfumare il confine fra normalità e disabilità, in un accordo con le famiglie che faccia uscire dalla guerra per le risorse (le ore di sostegno) e liberi le energie per arrivare agli obiettivi.
Un mondo di storie. La scuola può raccontarsi, per smontare pezzo dopo pezzo il cliché deresponsabilizzante dello sfascio educativo. Deve trovare la misura di un´immagine. Una strada può essere quella di usare i siti delle scuole: accanto ai link di servizio, farne trovare altri di storie vere, divertenti, struggenti. Raccontare: negli incontri con i genitori, nei Consigli di istituto, durante gli open day, sui giornali di scuola e no. Storie di vita d´aula che regalino un immaginario collettivo dei giorni, della convivenza, dello studio. Oggi la letteratura, il cinema, il teatro non frequentano molto la scuola e manca un´”epica dell´insegnamento” paragonabile a quella che proprio i romanzi hanno saputo creare per il mondo degli ospedali, ad esempio, oppure dei tribunali.
Le opportunità. La scuola non può rinunciare ad essere il luogo delle opportunità per tutti. Legare il prestigio della scuola alla selettività, alla bocciatura, è facile, demagogico e indecente. Bisogna dire ai genitori, ai ragazzi, alla società che il voto di condotta che fa media ha prodotto situazioni di intollerabile iniquità perché di fatto rischia di alzare il profitto dei “buoni” mediocri e di mortificare i “cattivi” capaci. Ma la scuola dovrebbe invece riconoscere e trovare un modo per accogliere e valorizzare intelligenze e personalità originali, divergenti, non allineate. Invece arriviamo a nascondere un´ingiustizia persino nell´attuale normativa sui recuperi di settembre e sull´ammissione all´esame di stato “con la sufficienza in tutte le discipline”. Di fatto non si può bocciare uno studente per una o due materie, anche se si tratta di insufficienze gravi: vorrebbe dire dissipare un anno a ripetere insieme alle materie insufficienti anche le altre. Dietro ai sei di tante pagelle ci sono voragini invisibili e ingiuste rispetto ai tanti sei conquistati con fatica. Non va bene. Cosa ci vuole a fare un sistema di crediti come all´università, che permetta di andare avanti nello studio ma con l´obbligo di avere alla fine davvero tutte le discipline sufficienti?
E poi: una scuola più povera è sempre anche più iniqua. Soprattutto in tempo di crisi. Vogliamo rassegnarci davvero?
Gli insegnanti. All´ultimo atto della riforma ci si può contrapporre solo con iniziative vitali, concrete. È un´azione prima di resistenza e poi di alleanza con chi si sente responsabile. E soprattutto conosce ciò di cui parla. Non si può fare una riforma della scuola senza la sapienza dei docenti. «Non si può costruire una resistente (oltre che bella) cupola o sinfonia, senza conoscere certe regole della statica o dell´acustica». Questo ha scritto Giorgio Caproni, ed era un poeta.

******

“La buona educazione”, di Marc Fumaroli

l maestro di color che sanno, Aristotele, chiama schole, scuola, il periodo di vacatio che viene concesso all´infanzia e all´adolescenza degli uomini liberi prima dell´inizio della vita attiva, e durante gli anni in cui le giovani facoltà sono più ricettive. È allora che bisogna seminare il buon grano che lieviterà per tutta la vita e che verrà raccolto in una vecchiaia felice. Spetta dunque alla scuola gettare le basi della maturità libera e civilizzata. Dal Medioevo di Alcuino al Novecento di Alain, questa definizione aristotelica della scuola non è mai stata smentita. La democrazia moderna ha voluto estendere a tutti i cittadini la possibilità di godere del privilegio ateniese della schole. Oggi questa logica generosa non è più oggetto di un´adesione unanime ed entusiastica. Qualcuno ormai vede nella schole aristotelica o nell´Università del cardinale Newman (l´idea è la stessa) solo un lusso inutile. La scuola utilitaria, al servizio del mercato, serve a procurare un lavoro, non a formare uno spirito libero e critico, a educare un gusto, a risvegliare delle doti. Altri farebbero volentieri a meno di qualsiasi a scuola, utile o meno: sono i padroni di un mercato onnipresente, le cui immagini e i cui gadget, rinnovati costantemente, hanno i bambini e gli adolescenti per clientela e per target. Così è la scuola di oggi e di domani: è ovunque e da nessuna parte. A che serve, ci si domanda, la scuola arcaica? In questa nuova scuola non si inseminano le facoltà naturali, le si rimpiazza con una memoria, un´immaginazione, un´intelligenza artificiali. I videogiochi di guerra si prendono perfino la briga di sostituire il senso morale elementare con un´indifferenza calcolata nei confronti della sofferenza e della morte di altre persone. Sì, sono questi i barbari, numerosi, miliardari, che prosperano fra di noi.
Dunque il problema della scuola non è mai stato tanto scottante. La sfida è gigantesca. Come gli umanisti del Quattrocento, ma con ben altra urgenza e con nemici ben più attrezzati, abbiamo il dovere di inventare, contro gli utilitaristi e contro gli stregoni, la schole, l´università e le scienze umanistiche di oggi e di domani. Dobbiamo ritorcere contro i barbari le loro stesse armi. Hanno conquistato l´impero delle immagini? Dobbiamo contrapporgli i regni dell´immagine! A mio parere sarà intorno alla storia dell´arte, capace di unire tutte le scienze umanistiche, che dovrà emergere questa paideia novantica (nuova e antica insieme, n.d.r.) di cui oggi sentiamo tanto crudelmente la mancanza. L´Italia è nella posizione adatta per ricominciare in circostanze nuove l´avventura della Villa Giocosa e delle Accademie fiorentine.
(Traduzione
di Fabio Galimberti)

La Repubblica 10.09.11

La Repubblica 10.09.11

"Sistema-Sesto? È un processo mediatico Ma Filippo non agiva per conto del Pd", intervista a Piero Fassino di Concita De Gregorio

Sindaco Fassino, esiste una diversità etica della sinistra?
«Certo non genetica ma culturale e di comportamenti sì. La sinistra ha sempre praticato valori etici e di legalità. Quando un esponente del centrosinistra è oggetto di indagine suscita scandalo. Noi non apriamo crociate contro i magistrati, non evochiamo complotti, aspettiamo e favoriamo l´accertamento della verità”.
Che idea si è fatto della vicenda Penati? Esiste un sistema di finanziamento del partito assimilabile al sistema-Sesto? Lei che è stato l´ultimo segretario dei Ds senz´altro lo sa.
«Non ho mai avuto la sensazione che attorno a Penati, che conosco e stimo come dirigente, ci fosse un sistema. Lui per primo ha separato la sua posizione individuale da quella del partito. Vedremo le indagini, la presunzione di innocenza vale anche per lui. Le responsabilità sono sempre individuali. Escludo che Penati agisse per conto di altri».
Sta dicendo che agiva in nome proprio? Una mela marcia, dunque, eventualmente…
«Nessuno ha parlato di mela marcia. Qui si sta facendo un processo mediatico ad una intera classe politica, è intollerabile. Non possiamo sostituirci ai giudici, non possiamo processare nessuno sui giornali. Escludo che ci sia stato un “sistema”: per quel che ne so, non ne sono a conoscenza».
Una parte dell´inchiesta porta ad Ardito, esponente di spicco del pd torinese.
«Chiunque conosca Ardito non può credere che abbia percepito denari».
Eppure ci sono delle dichiarazioni, agli atti.
«Devono essere dimostrate. O vogliamo discutere dei “si dice”? Vogliamo dire che la politica è un gigantesco imbroglio? No, io non ci sto. A Torino negli anni si sono costruiti poli universitari, impianti olimpici, grandi opere. Sono stati assegnati appalti per milioni di euro, tutto questo è stato fatto dalla classe dirigente della città alla luce del sole».
Fabio Mussi dice che farebbe una class action nel caso emergesse che il congresso dei Ds che l´ha eletta segretario, nel 2001, sconfiggendo lo stesso Mussi, sia stato finanziato da denari di provenienza incerta.
«Mussi sa benissimo che non ci facciamo pagare i congressi da nessuno. Escludo che un nostro congresso sia mai stato pagato da altri. Non ci sto a questo processo. Non mi va bene che si dia da pensare che abbiamo tutti preso soldi. Io, in 40 anni di vita politica, non ho mai preso una lira».
Mussi dice anche che erano gli anni della scalata alla Bnl fatta dalla Unipol di Consorte. Avveniva negli stessi anni dell´acquisto della Milano-Serravalle fatta da Penati, il 2005.
«E dunque? Qual è la connessione? Esiste qualche elemento di prova di un nesso? Mi sono rotto l´anima di questa confusione un tanto al chilo. Si dice sempre: Penati era il capo della segreteria di Bersani. Ma in che anni? Nel 2009, vogliamo dirlo? Cosa c´entra con Sesto? Dobbiamo parlare di quel che dice Mussi o possiamo stare ai fatti?».
Lei a Consorte disse “abbiamo una banca”.
«Era una battuta, non ho niente da rimproverarmi, era ironica. Attorno a quella battuta è stata costruita una trappola. Ora lo sappiamo con certezza, c´è un processo in corso. Uno scambio avvenuto a casa di Berlusconi, vedremo come prosegue».
Poco fa parlava di Torino, la città di cui è sindaco, escludendo che Ardito sia coinvolto in episodi di corruzione. Su Torino gravitava anche Primo Greganti, ricorda?
«È assolutamente cervellotico associare quel che sta accadendo con Greganti, si rispolverano episodi di 20 anni fa. Si sta cercando di costruire un teorema che non c´è. Sono mesi che si alimenta l´antipolitica con l´odio verso la casta. Ma qualcuno vuol dire, a proposito dei costi della politica, che un sindaco di una città di 100mila abitanti prende un´indennità di 2000 euro al mese per 12 mesi? C´è gente che fa politica perché ci crede, la questione morale è quella della P3, della P4. O vogliamo fare di ogni erba un fascio facendo il gioco della destra?».
Alcuni suoi colleghi sindaci credono che esista una questione morale anche a sinistra, e che la soluzione passi per il rinnovamento della classe dirigente. È d´accordo?
«Ma certo che sono per il rinnovamento, da segretario Ds ho allevato e lanciato uomini come Manciulli, Martina, Zingaretti, Amendola. Era mio dovere, è giusto mettere alla prova una nuova generazione. A Torino 5 dei miei assessori hanno meno di 40 anni e 5 sono donne».
Però il sindaco è lei che ha 62 anni, è stato segretario di partito, sottosegretario e ministro di governo, parlamentare per molte legislature. Non ha mai avuto la tentazione di lasciare?
«No, perché il rinnovamento non è solo anagrafico. È anche rilegittimazione. Rimettermi in gioco al servizio della mia città mi è sembrato un dovere, e l´ho fatto con le regole che ci siamo dati. Primarie con 5 candidati, giudizio degli elettori. Il 60 per cento mi ha dato fiducia, ho vinto le elezioni al primo turno. Chi si è battuto perché nello statuto del Pd si dicesse che tutte le cariche siano assegnate attraverso le primarie si chiama Fassino».
Cosa pensa del limite a 2 mandati che chiede Pisapia, a 3 dice Renzi?
«Ha senso il limite a 3 mandati, ma ci devono essere delle deroghe trasparenti e motivate. Se avessimo avuto il limite a 2 mandati Napolitano non sarebbe presidente della Repubblica».
D´Alema ha detto che l´antipolitica è alimentata dai signori dell´economia e della finanza. Anche lei pensa che ci sia un disegno?
«Io non sono per i complotti. Penso che l´antipolitica sia una cosa e l´antipartitismo un´altra. I cittadini si sentono distanti dai partiti perché i partiti si sono indeboliti, sono diventati istituzionali, hanno perso il ruolo che giocavano un tempo nella società. Detto questo esistono anche i poteri economici e la governance di una società deve tener conto di tutti i centri di potere. Osservo che i poteri economici non sono portatori di interessi generali e non hanno legittimazione democratica, al contrario dei poteri politici».
Dunque cosa penserebbe di un governo guidato da un esponente estraneo alla politica?
»L´Italia ha già conosciuto governi tecnici che hanno svolto un ruolo fondamentale. Ciampi, Dini. Se una maggioranza parlamentare ne sostenesse oggi uno nuovo non vedrei il problema, anzi. Mi pare che il problema oggi sia proprio quello di dare un governo al paese».
È possibile trovare un nome che goda di una maggioranza parlamentare senza concordarlo con Berlusconi?
«Penso di sì».
Dunque meglio un governo tecnico che elezioni anticipate? O si arriverà forse a fine legislatura?
«Che si arrivi al 2013 non mi pare possibile. L´ideale sarebbe che Berlusconi facesse un passo indietro. In queste condizioni si deve andare ad un nuovo governo. Si deve pensare al bene dell´Italia. Se la via fossero le elezioni andiamo ad elezioni, non mi spaventano affatto».
C´è qualcosa di cui si rammarica nella sua storia politica? Come dirigente di partito, alla luce di quel che sta avvenendo, c´è qualcosa che si rimprovera, o anche solo qualcosa che vorrebbe oggi dire?
»No. In che senso? Rammaricarmi perché? Anzi. La nostra è una storia limpida, ne sono fiero».

La Repubblica 10.09.11