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"L’ultimatum di Marcegaglia. Se non ce la fa, il governo lasci", di Wladimiro Fruletti

O il governo è in grado di cambiare rotta o è meglio che «ne tragga le conseguenze, perchè non possiamo rimanere in questa situazione di incertezza ». La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia dà l’ultimatum al governo con parole mai usate prima da Chianciano Terme, dalla festa nazionale dell’Udc, in una giornata che lei stessa definisce «difficile». Le dimissioni del membro tedesco della Bce, Stark, dettate dalla netta contrarietà a comprare titoli di Stato anche italiani, hanno fatto crollare le Borse. «Il nostro Paese è in pericolo», dice Marcegaglia. E questo governo non è d’aiuto. Anzi. Perché c’è un evidente problema di «credibilità» se anche dopo la nuova manovra approvata al Senato a colpi di fiducia la risposta dei mercati è stata negativa. Se lo spread aumenta non solo nei confronti del debito tedesco, ma anche di quello spagnolo, c’è un evidente problema di credibilità internazionale di chi sta guidando il Paese. La presidente degli industriali ricorda che un mese fa l’Italia stava meglio della Spagna. Oggi stiamo peggio perchè là si sono mossi, perché avevano «una situazione politica difficile», ma Zapatero ha detto «non ho più la credibilità dei mercati, vado alle elezioni». Sta qui la differenza con l’Italia che pure, ricorda Marcegaglia, ha una capacità industriale nettamente superiore alla Spagna. Eppure loro sono più credibili. Il suggerimento a Berlusconi a seguire l’esempio di Zapatero appare evidente. Un invito a farsi da parte appena bilanciato, poco dopo, quando, rispondendo ad una esplicita domanda del vicedirettore del Sole 24Ore Alberto Orioli, Marcegaglia spiega che «o il governo, molto velocemente, dimostra che è in grado di fare una grande operazione, in termini di quantità ma anche di equità, superando anche i veti, oppure penso che dovrebbe trarne le conseguenze. Perché non possiamo restare in questa incertezza».Mail problema è che fare quello che chiede Marcegaglia sembra davvero una missione impossibile per questo governo che, come spiega lei, ha fatto una manovra composta al 65% di «nuove tasse». Che non ha toccato le pensioni di anzianità per i veti leghisti: «Per salvare 150mila 58enni padani ora rischiamo molto», dice. E che non ha fatto nulla su liberalizzazioni e privatizzazioni. E pur non volendo accendere «le micce dell’antipolitica», tuttavia non esita a definire «inaccettabile» l’autoriduzione dei tagli che i parlamentari si sono fatti sulle proprie indennità. La manovra insomma era sì necessaria, ma così come è stata partorita non aiuta di certo la crescita. Marcegaglia vorrebbe veder diminuire le tasse su lavoratori e imprese anche utilizzando la leva fiscale della patrimoniale e dell’aumento dell’Iva pur di abbassare la pressione fiscale su «chi sta tenendo in piedi questo Paese».
CONSENSI E questo giudizio così negativo sull’esecutivo trova ampi consensi sia sul palco che in platea. Lo dicono gli applausi dei militanti scudocrociati e i sorrisi di Casini e Cesa. Lo confermano le parole del consigliere delegato di Intesa SanPaolo Corrado Passera e del leader della Cisl Raffaele Bonanni. Cambiano solo i toni. Il banchiere è più diplomatico, spiega che o Berlusconi è in grado di fare un piano per la crescita o «è meglio cambiare ». Mentre Bonanni usa la metafora «non aver mai visto una famiglia prosperare quando c’è sfiducia completa nei genitori». Il messaggio a papà e mamma Berlusconi e Bossi è netto. Il segretario Cisl invita «le forze più responsabili » a mettersi insieme, sponsorizzando una grossa coalizione tipo quella fra Cdu-Csu e Spd che ha tirato fuori dai guai la Germania, e chiede che sia cambiata la legge elettorale restituendo potere di scelta ai cittadini ma anche «alle forze intermedie » attraverso le preferenze. Una formula che assomiglia molto a quel governo di unità nazionale («un governo politico, non tecnico», precisa) che Savino Pezzotta a inizio del confronto indica come alternativa concreta. Con una indispensabile premessa: «Che Berlusconi si faccia da parte». La stessa condizione posta poco prima, in mattinata, dal segretario dell’Udc Lorenzo Cesa. Insomma dalla festa dell’Udc appare chiaro che per imprese, sindacato e banche il governo Berlusconi è ormai il problema e non la soluzione. Una sintonia che si ritrova anche nelle prese di distanza dal tentativo dell’esecutivo e del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi (che anche qui non ha perso occasione per attaccare la Cgil definita «sindacato conservatore che frena il corso della storia») di dividere con l’articolo 8 della manovra le parti sociali e di far saltare l’intesa del 28 giugno. Bonanni ribadisce l’invito fatto alla Cgil di siglare un’intesa per sterilizzare gli effetti di quella norma sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ela stessa Marcegaglia, rispondendo all’invito lanciatole da Susanna Camusso dal direttivo Cgil, spiega che Confindustria non ha intenzione di seguire altre strade rispetto a quelle concordate con i sindacati: «Abbiamo firmato l’accordo perciò saremo assolutamente precisi, staremo alle norme del 28 giugno». Anche questa è una risposta che pesa per il governo

L’Unità 10.09.11

"Germania, troppa virtù fa male", di Marco Deaglio

Le dimissioni a sorpresa di Juergen Stark – rappresentante tedesco nel comitato esecutivo della Banca Centrale Europea e «padre» del «patto di stabilità» al quale è ancorato l’euro – sono il risultato di uno specifico e crescente malessere tedesco più che della solita debolezza europea. Si accompagnano a molti interrogativi sulla capacità della Germania di continuare a essere indefinitamente la «prima della classe» e sulle linee-guida della politica economica del governo tedesco e, naturalmente, complicano gravemente il panorama economico-finanziario del continente.

Sullo sfondo c’è il clamoroso taglio da parte dell’Ocse alle previsioni della crescita tedesca, pari all’incirca a zero nel secondo trimestre del 2011 con la possibilità di scendere a -1,4 per cento nel quarto trimestre. Il che può far sembrare l’Italia maestra di crescita economica e fa sospettare una verità molto scomoda: il «modello tedesco» di ripresa, che pur presenta molti lodevoli aspetti, specie nella gestione delle imprese, non sta funzionando a livello di sistema.

Del resto la «virtuosa» Germania è molto meno virtuosa di quel che sembra: come ha scritto Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera di tre giorni fa, se al debito pubblico si aggiungono i debiti del KfW (un ente pubblico simile al nostro vecchio Iri) il debito complessivo di Berlino sale dall’80 al 97 per cento del prodotto interno lordo. Si aggiungano l’esposizione di molte banche tedesche a titoli «difficili» – sovrani e non – e le non brillanti finanze di molti Laender, le regioni tedesche.

Di fronte al manifestarsi di queste debolezze, il liberismo tedesco che pone in cima alle priorità il pareggio del bilancio di tutti i Paesi della zona euro, non sa bene quali risposte offrire. L’Fdp, il partito liberale tedesco, sovente schierato su posizioni ultra-liberiste, è uscito letteralmente polverizzato dalle ultime elezioni regionali, svoltesi nel Meclemburgo domenica scorsa, dove è crollato dall’8,8 al 2,7 per cento, a coronamento di una stagione di sconfitte durissime in elezioni locali; queste sconfitte hanno, tra l’altro, provocato le dimissioni dalla carica di segretario generale del partito del ministro degli Esteri, Westerwelle. Se si dovesse andare oggi alle urne il partito avrebbe, secondo i sondaggi, meno del 5 per cento dei voti e nessun suo rappresentante entrerebbe nel Parlamento federale.

Le dimissioni di Stark, un economista di stampo nettamente liberista, che ha svolto tutta la sua carriera all’interno della Bundesbank, la banca centrale tedesca, vanno collocate in questo quadro difficile. Stark, «diplomatico» e gradualista, si era opposto alla ristrutturazione del debito greco e riteneva necessario che le banche che avevano aiutato la Grecia a indebitarsi l’aiutassero ora a sdebitarsi, prendendo su di sé una parte degli oneri del rimborso. Possono perciò essere lette come un’ammissione di impotenza più che come una protesta nei confronti dell’aiuto che la Banca Centrale Europea sta dando ai Paesi in difficoltà, tra cui l’Italia, con l’acquisto dei loro titoli sovrani per sostenerne la quotazione. Quest’aiuto, insomma, serve a poco e non porta ad alcuna soluzione.

Le sue dimissioni appaiono direttamente collegabili a quelle di un altro importante banchiere centrale tedesco, Axel Weber, presidente della Bundesbank che lasciò il suo incarico all’inizio di aprile, anch’egli per «motivi personali», rinunciando alla possibilità di succedere al governatore Trichet a capo della Bce e rifugiandosi a fare il professore all’Università di Chicago, cittadella (oggi forse assediata) del liberismo spinto.

Dietro a tutte queste dimissioni e alle sconfitte elettorali c’è l’incapacità del liberismo di dare risposte immediatamente positive alla crisi, ossia risposte che non passino per una riduzione ulteriore della spesa pubblica e un aumento della disoccupazione. La Germania credeva di essere immune da queste scelte scomode e adesso sa di non esserlo. Sa anche che, se lascia affondare l’Italia e la Spagna (ma neppure la Francia è in condizioni sicurissime, tanto che sta apprestando misure non troppo dissimili da quelle italiane) avrà ripercussioni importanti sulla propria economia: le conseguenze di una crisi dura di questi due Paesi sull’economia tedesca sarebbero almeno nell’ordine di grandezza di un milione di disoccupati in più. Questo sarebbe il prezzo di insegnare agli altri la «virtù finanziaria». Forse i tedeschi stanno imparando che in economia, così come nessun pasto è gratis, neppure la virtù si può praticare senza conseguenze.

Un eventuale governo rosso-verde (ossia una coalizione tra il partito socialista, altre formazioni della sinistra tedesca e i «verdi» ecologisti) che succedesse all’attuale avrebbe certo molto più a cuore il numero dei disoccupati, che cercherebbe di ridurre al minimo, che il saldo del bilancio pubblico e l’ammontare del debito pubblico.

Il compito di Mario Draghi, prossimo governatore della Banca Centrale Europea, che assumerà il suo incarico a novembre, si delinea come quello di evitare alla zona euro la caduta nel baratro che l’insistenza eccessiva sulla virtù finanziaria le ha spalancato davanti. Per questo non saranno certo sufficienti le risorse a disposizione della Banca e occorrerà agire cercando di imporre ai mercati regole più restrittive che facciano da contrappeso alle regole restrittive di finanza pubblica che gli Stati si sono autoimposti.

Per l’Italia, al momento, c’è ben poco da fare: con una manovra che ridurrà pressoché a zero la nostra già scarsissima crescita, non rimane altro che aspettare le ondate della tempesta monetaria e finanziaria, contro la quale abbiamo pochissime difese, sperare che non facciano troppi danni e diano magari una spinta decisiva al rinnovamento della nostra classe politica.

La Stampa 10.09.11

"La verità del Quirinale", di Miguel Gotor

Come una biglia che corre lungo un piano inclinato, l´Italia si sta avvicinando alla resa dei conti, al momento in cui la crisi economica e quella politica si daranno la mano. Negli ultimi due anni Silvio Berlusconi e una schiera di opinionisti strabici e compiacenti hanno fatto ogni sforzo per occultare questo fatale appuntamento, ma il cambio di passo che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha imposto alla sua azione è il miglior indicatore della drammaticità raggiunta dalla situazione
Rimini, Cernobbio e Palermo sono state le tappe in cui il sismografo presidenziale si è impennato con un´intensità direttamente proporzionale alla gravità della crisi in cui versa il Paese. Il presidente della Repubblica sta svolgendo con equilibrio una preziosa funzione di supplenza, punto di riferimento condiviso a livello popolare, ma anche argine di contenimento dell´emergenza nazionale.
Il capo dello Stato ha parlato anzitutto ai mercati internazionali, spendendo tutta la propria autorevolezza personale come già fece il suo predecessore Ciampi ai tempi dell´ingresso dell´Italia nell´euro. Speriamo che basti perché il punto di incrinatura è rappresentato dal perdurare della tutela franco-tedesca sul piano finanziario, ma lo scontro che in queste ore si è aperto in seno alla Bce con le dimissioni del rappresentante tedesco purtroppo non lascia ben sperare. Tanto più perché l´ultima variante della manovra approvata in questi giorni non contiene provvedimenti in favore della crescita (su questo punto concordano Confindustria e sindacati) e gli osservatori attendono con preoccupazione i mesi di ottobre e di novembre quando sarà chiara la necessità di ulteriori interventi correttivi. In questo quadro recessivo il timore che l´Italia non riesca a ripagare il suo debito è destinato a crescere.
A Rimini Napolitano ha ricordato la necessità di non nascondere la gravità della crisi e di parlare il linguaggio della verità. Questo è stato il principale errore di Berlusconi e di Tremonti, divisi su tutto, ma non nella pratica di questa originale arte prestigiatoria: far sparire la crisi, prima negandola e poi sottovalutandola, irridendo il Pd, che la denunciava, come antinazionale e menagramo. Invece di creare le condizioni per una politica condivisa, si è fatto di tutto per provocare lo scontro nella convinzione, sbagliata, che questo avrebbe portato consenso.
A Cernobbio Napolitano si è rivolto anche al sistema politico, in una situazione di debolezza dell´esecutivo che non è mai stata così evidente. Egli, come sempre, ha rammentato le prerogative del proprio ruolo per arginare la tendenza che induce a chiedere al presidente della Repubblica atti e prese di posizione che esulano dalla sua responsabilità istituzionale. La crisi politica del governo Berlusconi è manifesta perché mancano possibilità di autorigenerazione al suo interno: non si ricorda, negli ultimi decenni, un momento in cui l´autonomia e la libertà delle forze che compongono la maggioranza sia stata così bassa. La fronda di Maroni non riesce a trasformarsi in azione politica, Scajola è stato nuovamente azzoppato dalla magistratura alla vigilia di una possibile azione del suo congruo gruppo di fedelissimi, Pisanu rilascia interviste piene di buon senso, ma il dissenso interno rimane un mormorio senza coraggio.
A Palermo Napolitano ha parlato anche al cuore degli italiani, invitandoli a un esame di coscienza collettivo, dal Nord al Sud del Paese, senza distinzioni, facendo appello alla coesione sociale (che significa soprattutto ridurre le disuguaglianze), il prerequisito necessario per avviare il risveglio nazionale sul piano civile e politico.
Il problema principale è costituito dalla credibilità dell´Italia con questo governo e siamo arrivati al punto in cui qualunque nuovo esecutivo sarebbe migliore dell´attuale. Berlusconi è il problema e un atto di discontinuità appare sempre più necessario. Se il Cavaliere si facesse da parte, peraltro, farebbe il bene anche del suo schieramento, consentendo di individuare per tempo un nuovo candidato credibile per le prossime elezioni: non è possibile rimanere legati al grintoso narcisismo di un uomo solo, ormai troppo debole per aiutare l´Italia, ma ancora sufficientemente forte per impedire che altri lo facciano al suo posto. Fare politica significa trovare ogni volta gli equilibri possibili per favorire il bene comune: bisogna riuscirvi presto, prima che l´intero sistema sia travolto.

La Repubblica 10.09.11

"Area Ocse a un passo dalla stagnazione", di Marco Moussanet

Il rapporto presentato ieri dall’Ocse, con l’aggiornamento delle previsioni sulla crescita dei Paesi del G-7, è di quelli da far tremare le vene ai polsi. «L’andamento delle principali economie sviluppate nel secondo trimestre dell’anno – spiega il capo economista e numero due dell’organizzazione parigina Pier Carlo Padoan – è stato nettamente peggiore di quanto ci aspettavamo e il ritmo di sviluppo degli emergenti sta rallentando. Il commercio mondiale ha smesso di crescere e la disoccupazione ha smesso di scendere. L’impatto sul Giappone di terremoto e tsunami è stato più forte del previsto e i prezzi delle materie prime si sono nuovamente impennati. Ma soprattutto c’è una caduta generalizzata della fiducia da parte di famiglie e imprese, cui si aggiunge un aumento del rischio percepito sui mercati. In particolare negli ultimi due mesi si è diffusa la sensazione che i policy makers sui due lati dell’Atlantico stiano tentennando e che le risorse per correre ai ripari siano ormai ridotte al lumicino».

Un disastro insomma. Che si traduce in stime largamente riviste al ribasso sulla seconda parte del 2011. La crescita delle grandi economie del G-7, i cui ministri delle Finanze si riuniscono oggi e domani a Marsiglia insieme ai governatori delle rispettive banche centrali, sarà inferiore all’1% annualizzato (1,6% nel terzo e 0,2% nel quarto trimestre, addirittura 1,1 e 0,2 se si esclude il Giappone).
Pur nel quadro di un’incertezza crescente, che rende le stime abbastanza aleatorie (i margini di approssimazione arrivano fino al 2,7%), le previsioni parlano di un’economia americana in crescita dell’1,1% nel terzo trimestre (rispetto al 2,9% immaginato dallo stesso Ocse solo tre mesi e mezzo fa) e di appena lo 0,4% nel quarto (era del 3%).

Ci sono persino dei segni negativi, nella tabella dell’Ocse: -0,1% per l’Italia nel terzo trimestre e -1,4% per la Germania nel quarto. Francia (0,9% e 0,4%) e Gran Bretagna (0,4% e 0,3%) danno qualche timido segnale di vitalità e solo il Canada (1% e 1,9%) se la cava abbastanza bene.
Ovvie le conseguenze sulle stime relative all’intero 2011: per l’Italia è prevista una crescita dello 0,7% (era dell’1,1% in maggio), per gli Stati Uniti si passa dal 2,6% all’1,4% e per la Germania dal 3,4% al 2,9 per cento.

Una situazione che spinge Padoan a ipotizzare la possibilità di una recessione tecnica (due trimestri successivi di crescita negativa) in qualche grande economia.
Il numero due dell’Ocse preferisce non dire quali, ma esclude comunque il nostro Paese: «L’Italia mi sembra destinata a galleggiare appena sopra lo zero, siamo più in una prospettiva di semistagnazione che di recessione. Ma da un punto di vista più generale non si può escludere un peggioramento del quadro complessivo nei prossimi mesi, anche se siamo in presenza di una situazione decisamente meno drammatica rispetto al 2008 e 2009».

Cosa si può fare per cercare di invertire una tendenza che appare oggi quasi inevitabile? «Bisogna fare il possibile – risponde Padoan – per cercare di trovare un equilibrio tra il processo di risanamento dei conti pubblici, che deve assolutamente proseguire, e misure di sostegno alla crescita. La politica monetaria deve restare accomodante e dove ci sono i margini per farlo i tassi devono scendere. Sul fronte della politica fiscale lo cose sono più complicate perché c’è un giusto, inevitabile piano di consolidamento in corso. Ma alcuni Paesi hanno qualche spazio di movimento, penso in particolare alla Germania».

Quanto alla manovra appena varata dal Governo italiano dall’Ocse arrivano giudizi positivi: «Si tratta di misure importanti – commenta Padoan – che vanno nella direzione giusta e danno segnali di fiducia. Mi riferisco soprattutto all’inserimento in Costituzione dei vincoli di bilancio, all’aumento dell’Iva, all’accelerazione della riforma pensionistica, all’abolizione delle Province. Il problema è che sarebbe opportuno non fermarsi qui. Anche per quanto riguarda l’Italia credo sia necessario adottare misure di sostegno alla crescita.

È stato detto e ripetuto, ma insisto nel sottolineare che bisogna varare riforme strutturali di liberalizzazione del mercato, in particolare quello dei servizi. E, pur con le difficoltà del momento, bisogna affrontare il tema del cuneo fiscale. Se non subito, appena possibile».
L’Ocse dice infine la sua sulla controversa questione del livello di capitalizzazione delle banche: «Va rafforzato, alla luce della forte esposizione sui debiti sovrani».

Il SOle 24 Ore 08.09.11

“Ma quale federalismo, la crisi la pagano solo gli enti locali” Alberto Crepaldi

I minori trasferimenti alle autonomie previsti dalla manovra significheranno tagli a sanità e trasporto pubblico locale. Per il presidente della conferenza delle Regioni e della Regione Emilia Romagna Vasco Errani con questa manovra «possiamo che dichiarare morta qualunque ipotesi di federalismo». E propone di riaprire il confronto sulla manovra per riequilibrare «i tagli tra enti locali e Stato». Presidente, il Governo ha posto la fiducia. A suo avviso ci sono spiragli di aperture?
La situazione è sotto gli occhi di tutti. Da parte nostra, noi abbiamo avanzato una proposta con grande senso di responsabilità, condivisa da amministratori di ogni parte politica: il Governo dovrebbe fare una riflessione seria e aprire un confronto con Regioni e autonomie locali per cercare, insieme, una via nuova rispetto alle necessità che ci sono in queste Paese.

Lei ha parlato di conseguenze devastanti, dalla finanziaria, sul fronte dell’erogazione dei servizi ai cittadini: può farci alcuni esempi?
Un esempio lampante è quello relativo al trasporto pubblico locale. Con i tagli saremo costretti a ridurre i servizi di trasporto del 75%. La nostra iniziativa sarà quella di portare al Governo i contratti sul Tpl e gli chiederemo di rispondere di questi contratti.

Denuncia da un mese un forte squilibrio tra i sacrifici richiesti alle autonomie locali e quelli posti in essere dal livello centrale: come riequilibrerebbe la bilancia?
Siamo consapevoli della fase difficile che abbiamo davanti, ma ciascun livello della Repubblica deve fare la propria parte proporzionalmente al proprio contributo nella spesa pubblica. Chiariamo, quindi, quali risorse sono veramente in campo e decidiamo assieme quali scelte e quali livelli di servizi vogliamo garantire ai cittadini.

Sanità e servizi sociali sono davvero a rischio?
I tagli da 7,5 miliardi alla sanità per il biennio 2013-2014 previsti dalla manovra di luglio renderanno le Regioni e le grandi Asl a rischio default.

Ha chiesto anche lunedì un allentamento del patto di stabilità, che consenta agli enti locali di fare investimenti: non rischia di saltare il banco?
Sono tre i punti su cui chiediamo di intervenire: lo stralcio degli articoli 14, 15 e 16 dandoci appuntamento tra tre mesi per fare una riforma, anche a Costituzione invariata, che esca dalla logica degli spot, a costo zero. Si può fare senza toccare i saldi e senza creare problemi al mercato e all’Europa. Secondo punto, bisogna rendere più intelligente il patto di stabilità permettendo agli enti locali di fare investimenti senza aumentare l’indebitamento. E infine, il riequilibrio dei tagli tra enti locali e Stato.

In queste condizioni il federalismo fiscale che fine fa?
In queste condizioni non possiamo che dichiarare morta qualunque ipotesi di federalismo.

Condivide l’idea rilanciata dal segretario del suo partito di un urgente governo di transizione?
Questo governo ha dimostrato di non essere all’altezza della situazione. Bisogna aprire una fase nuova e prima si apre e meglio è per il Paese. Per quanto riguarda la via di uscita, la scelta è politica e riguarda tutte le forze politiche e istituzionali, che devono dare una risposta a una fase nuova senza precipitare in schemi consolidati.

da www.linkiesta.it

Bindi: "Pare incredibile ma non si tocca mai il punto più basso", intervista a Rosy Bindi di Antonella Rampino

Basta, Berlusconi se ne vada, «lasci Palazzo Chigi per il suo e il nostro bene, abbia un sussulto di dignità. L`Italia, in questa gravissima crisi economica, rischia molto. Perché la nostra, grazie a Berlusconi, è una crisi di credibilità». A Prato, a Bologna, dovunque Rosi Bindi vada, nelle feste del Pd di cui è presidente, ripete che «serve un passo indietro di Berlusconi, e un governo di solidarietà nazionale, guidato da una personalità scelta dal Presidente della Repubblica». Dovunque vada, Rosy Bindi legge i giornali.

L`ultima notizia è un`intercettazione, che deve ancora essere pubblicata integralmente dall`«Espresso», secondo la quale l`Italia ha un presidente del Consiglio che incoraggia alla latitanza. Ghedini, che dì Berlusconi è anche l`avvocato, ha smentito.

«La smentita di Ghedini è di quelle che confermano, e del resto Berlusconi è l`unico caso noto di benefattore ricattato. Sarei tentata di dirle che di Berlusconi non mi meraviglia più nulla, ogni volta che le sue intricate vicende hanno raggiunto un punto che sembra possa essere un punto fermo invece non è così, c`è poi ancora dell`altro… Sarei tentata di dirle che può darsi benissimo che uno che vive in quelle contraddizioni può incorrere anche in questo, nel consigliare la latitanza…».

Una crisi di sconforto, onorevole Bindi?

«Berlusconi è sconfortante, sì. Mi chiedo cosa altro debba succedere perché lui ne tragga le conseguenze. Sul piano dei comportamenti siamo al sospetto di quanto più grave ed inquietante, in quale altro Paese del mondò resterebbe al proprio posto chi ha procedimenti in corso per comportamenti che violano pesantemente la dignità dell`istituzione che rappresenta? Sul piano politico è un fallimento totale. A livello internazionale è causa di difficoltà e discredito dell`Italia. Non è che noi del Pd continuiamo a chiedere le sue dimissioni come un disco rotto, è che l`Italia deve, deve poter voltare pagina».

Fate però i conti senza l`oste, e Berlusconi ha anche i numeri in Parlamento.

«Non so cosa accadrà, ma so che qualcosa accadrà, che sia un passo indietro del presidente del Consiglio o un incidente parlamentare. Meglio prima che poi. Per il bene del Paese, che corre dei rischi, e invece anche in questa crisi gravissima l`Italia ce la può fare, se cambia chi attualmente la guida. Per il bene di Berlusconi, che può trovare un riscatto con un sussulto di dignità. Per il bene del centrodestra, che potrà così avere un futuro».

Nessuno molla Berlusconi, nel centrodestra, perché si punta a ereditarne i voti.

«Quei voti non sono più ereditabili, Berlusconi ha ormai consumato ogni forma di consenso. Ed è un ostacolo anche alla ricostruzione del centrodestra. I cui principali esponenti sanno bene che chi lega la propria vicenda a quelle di Berlusconi è destinato a non avere alcun futuro. Insisto, dobbiamo risparmiare all`Italia questo stillicidio di discredito che travolge tutta la vita politica. Berlusconi è inadatto e indegno per la carica che ricopre. Posso dirlo? In fondo basterebbe che facesse come Penati».

Lei ha ripetuto negli ultimi due giorni che serve un governo di solidarietà nazionale, dimessosi Berlusconi, anche con i voti del centrodestra. E` sicura che tutto il Pd la pensi così?

«C`è pieno accordo nel nostro partito: non chiediamo le elezioni anticipate, che pure vinceremmo, non vogliamo un ribaltone, ma un passo indietro di Berlusconi che permetta al presidente della Repubblica di esercitare i suoi poteri costituzionali. Occorre un esecutivo di solidarietà nazionale che ci porti alle elezioni. Fuori tutti gli attuali ministri, ma sostenuto da tutte le forze responsabili. Niente Sacconi, per capirci. Niente ministri la cui volgarità sia pari alla furia ideologica verso i lavoratori, Sacconi ha usato la manovra contro gli italiani che mandano avanti il Paese e contro l`unità sindacale».

La Stampa 09.09.11

E l´opposizione insorge "Tagli troppo leggeri per senatori e deputati", di Annalisa Cuzzocrea

Più che un taglio, un taglietto. Di quelli che non serve neanche un cerotto, non fanno male. Si è ridotto a questo il dimezzamento dell´indennità per i parlamentari-professionisti, deputati e senatori che hanno un altro stipendio perché continuano a esercitare la loro professione. Era una delle misure “anticasta” che il governo si vantava di aver messo in manovra. E´ stata spolpata. «Zitti zitti e quatti quatti, come ladri nella notte, i parlamentari hanno ridotto all´osso i tagli decisi per chi fa il doppio lavoro», dice il leader dell´IdV Antonio Di Pietro. E minaccia: «Se la manovra non cambia, riceverà tutto il nostro ostruzionismo». D´accordo con lui il pd Sandro Gozi: «Si trattava di un intervento che avrebbe contribuito alla moralità e alla sobrietà della politica. Un´occasione persa».
«Siamo ai furbetti del parlamentino – dice Gian Luca Galletti, vicecapogruppo dell´Udc a Montecitorio – con queste continue marce indietro, con provvedimenti che cambiano ogni ora, stanno facendo perdere credibilità a tutto il Parlamento. Farla così, questa norma, era meglio non farla». Il perché Galletti, che di professione fa il commercialista, ce lo spiega bene: «Per come l´avevano scritta prima, un parlamentare che ha un reddito autonomo superiore al 15 per cento dell´indennità lorda annuale – un reddito quindi superiore ai 20mila euro – si sarebbe visto dimezzata quell´indennità. Su 134.124 euro lordi, ne avrebbe persi 67.062. Adesso, è molto diverso». Quanto diverso? La norma riscritta prevede che il taglio si calcoli sul totale annuo percepito a titolo di indennità, e sia del 20 per cento sulla quota che supera i 90mila euro, e del 40 su quella che supera i 150mila. Questo vuol dire che la perdita di chi fa il doppio lavoro si aggirerà intorno agli 8.800 euro annui. Un bello sconto. Soprattutto considerando che l´intera operazione è stata fatta calcolando solo l´indennità di servizio dei parlamentari, che – per capirlo basta andare al netto – è una piccola parte del loro stipendio. Vale infatti “solo” 5.486 euro netti al mese, cui però bisogna aggiungere voci “intoccabili” come la diaria, 3.503 euro, il rimborso per il rapporto con gli elettori, 3.690 euro, quello per le spese telefoniche, 258 euro, viaggi e trasporti, 1.107 euro fino a 100 chilometri, 1.331 oltre i 100. Il totale varia dai 14.044 ai 14.269 euro, centesimo più centesimo meno.
A raccogliere le firme contro il dimezzamento delle indennità era stato un drappello di senatori-professionisti, soprattutto avvocati, capitanato da Franco Mugnai, Pdl. «Sono solo uno tra tanti – dice a Repubblica – guardi che sono venuti a chiedermelo anche dal Pd. E poi, l´emendamento che avevamo presentato noi chiedeva di equiparare l´indennità alle presenze in aula». La vera casta, secondo Mugnai, sono i gli ereditieri, i nullafacenti, i funzionati di partito. «E´ una questione di principio – spiega – il mondo del lavoro autonomo deve essere trattato come tutti gli altri, ci sono anche profili di incostituzionalità». E´ molto seccato, Mugnai. E´ finito nel mirino di un sito anticasta: «E´ ripugnante, hanno scritto spariamolo, ammazziamolo. Tutto frutto della disinformazione».
Fatto sta che è la seconda volta che i parlamentari-avvocati incidono su una manovra. Era accaduto quando si era ventilata la liberalizzazione della professione. Anche lì, raccolta di firme e tutto bloccato. Scorato, il coordinatore delle politiche economiche del Pd alla Camera Francesco Boccia, si sfoga: «Così ci delegittimano tutti. Io scegliendo la politica ho perso il 30 per cento del mio reddito, guadagno meno di prima e passo pure per delinquente».

La Repubblica 09.09.11